lunedì, 02 novembre 2009
"Si distingue subito alla corte di Ranjit Singh, un nano pazzo, feroce e sanguinario. Come? Superando in ferocia e determinazione colui che lo ha assoldato. E’ in questo momento che gli inglesi, che stanno ancora gettando le basi della futura colonia, cominciano a stimarlo e a considerarlo un punto di riferimento. Freddo, gentile, compassato, usava alzarsi da tavola tra una portata e l’altra per “ristorarsi” assistendo brevemente a qualche tortura.

Avitabile non andò mai in Afghanistan. Si limitò a dare una mano agli inglesi di Jalalabad, che temevano l’assalto finale degli afghani dopo la disastrosa strage della marcia di Kabul, una delle più gravi sconfitte dell’Impero inglese. Tutto si svolse a Peshawar, una città dell’attuale Pakistan abitata dai patani, che sono afghani. Afghani di confine, i più bellicosi. Fu nominato governatore della città .

Di sicuro, i suoi metodi furono risolutivi: “Andando a Peshawar aveva fatto spedire centinaia di pali e un certo numero di corde e i patani, gli afghani e khyberees, gente del Khyber Pass, non riuscendo a comprendere l’utilità di quei pali e funi, ridevano della pazzia dei feringhi, gli europei. Fucili e sciabole, dicevano, erano i soli mezzi per governare Peshawar, non funi e bastoni. Poi un giorno trovarono appiccati alle corde e ai pali cinquanta dei peggiori soggetti della città e lo spettacolo venne replicato ogni giorno fino a quando briganti e nemici cominciarono a scarseggiare”.

Non si limitò a questo. I ladri sparirono, i rapinatori furono squartati, gettati dai minareti o impiccati agli alberi fuori le mura e i cittadini benestanti torturati finchè non gli cedevano le loro ricchezze.

Siccome aveva, questo sì come tutti i napoletani, il senso dello spettacolo, fece tagliare anche le cime dei minareti della moschea di Mahabat Khan, affinchè fosse più agevole scaraventare giù la gente. E le torture erano sempre più atroci e spettacolari. Fece sterminare eserciti, usò trucchi crudeli e inganni ignobili, ma la sua fama aumentò parallelamente alla stima di cui godeva. Insomma, la cosa che fa pensare è che là , nei posti dove il destino del mondo si decideva, nelle corti e nella considerazione degli uomini di potere di tutta Europa, Avitabile era l’unico “italiano” che godesse di totale rispetto, considerazione e stima. Era decisamente sensibile al fascino femminile e il suo harem era molto affollato.
In poche parole, in un’epoca di ferocia, lui si distinse senza fatica, con naturalezza ed efficacia."
postato da: dallaltraparte alle ore 00:02 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf, storia
domenica, 25 ottobre 2009

Sessantasette anni fa la drammatica epopea di El Alamein

“Scrivo in ricordo della battaglia di El Alamein iniziata venerdi 23 ottobre 1942, alle 20.45. Nomi carichi di storia antica scompaiono accanto a nomi meno illustri. Le fanterie della Pavia avevano un secolo, o poco più, ma risalivano ai reggimenti savoiardi dai nomi transalpini; la Brescia era nata dai volontari delle cinque e dieci giornate, la Bologna dagli arruolamenti veneti e romagnoli del 1859.
Non ne rimane nulla delle divisioni corazzate adolescenti Ariete e Littorio, nulla della Folgore paracadutista e neonata, che ha pagato il diritto alla fine con il più pesante tributo.
Catastrofe ingiusta, umiliazione di impotenza, simile all’angoscia del formicaio travolto dall’inondazione. Formicaio italiano è il deserto con pochi tedeschi. Ma rivivono anche pagine meno gloriose : le occasioni perdute, le deficienze dei comandi italiani e certi immeritati onori attribuiti al maresciallo Montgomery che  sconfisse Rommel a El Alamein.
La vera morte della Folgore è cominciata alle ore 2 del 3 novembre, con l’ordine notturno, improvviso, inatteso : abbandonare la linea Deir Alinda – Deir El Munassib – Quota 125 – Haret el Himeimat, quindici chilometri a ponente.
Il nemico non incalza subito, ma già al 4 le artiglierie tempestano le nuove posizioni. Alle 14 il tiro è sospeso, compaiono tre autoblindo con potenti altoparlanti che offrono l’onore delle armi e le lodi per il valore dimostrato, ma chiedono la resa e minacciano l’annientamento. I paracadutisti rifiutano e sparano. Il ripiegamento è ripreso. I pezzi sono trainati a braccia, molti camminano scalzi, si combatte per aprirsi la strada, crescono le perdite : si abbattono nella sabbia i feriti, i morti, gli assetati che non possono più camminare. All’inizio di ogni sbalzo molti non si rialzano più. All’alba del 6, nella regione di Deir el Serir, il IV battaglione viene annientato. Ormai il nemico è molto più avanti. Gli avanzi della divisione si stringono attorno ai battaglioni II, VII e IX. Il II è ridotto a 4 ufficiali e 40 uomini. Scorte esaurite, munizioni finite. Non un drappo bianco, non un braccio è stato alzato. La truppa passa in riga piangendo : ma è il pianto dei forti. Il ten. col. Mario Zenninovich, di antica famiglia dalmata, comandante del II battaglione, presenta la divisione schierata al colonnello Luigi Camosso, comandante del 187° reggimento, e, dopo l’attenti, dà la forza : ufficiali 32, truppa 272.
Il nemico rende l’onore delle armi ai prigionieri. Sono le 14,35 di venerdi 6 novembre 1942. I tre reggimenti, 185° artiglieria, 186° e 187°, vennero decorati di medaglia d’Oro al Valor militare.“


Arrigo Curiel c.c.IX Btg. 187° Rgt Divisione Folgore


Questa lettera è stata pubblicata sul quotidiano triestino Il Piccolo di venerdi 23 ottobre nella rubrica Segnalazioni, dedicata agli interventi dei lettori, da uno degli ultimi reduci dei giorni di El Alamein. Merita rilievo e rispetto questo Leone (vivo) della Folgore, la cui testimonianza, intrisa di un’epica vera e virile, traduce la realtà ed i valori di una generazione, o almeno della parte migliore di essa, la quale a sua volta generò la nostra. Nelle parole semplici di questo Junger de noantri, ormai quasi novantenne, non c’è retorica, ma dramma . Il tempo sembra non aver spento quel fuoco interiore che oggi, chi tenta di rimanere ancora vivo, continua a cercare.

www.noreporter.org

postato da: BascoNero89 alle ore 14:09 | Permalink | commenti
categoria:storia, in memoriam, video musicali
sabato, 10 ottobre 2009

All'erta nella grotta non sta più sentinella

Quest'anno non ho scritto nulla in occasione della tua morte, Comandante Guevara.
Quest'anno no, perché ho lasciato che il libro di Laferla, involonariamente ispirato proprio dai miei costanti omaggi alla tua figura, facesse di più. Ha fatto molto direi; ma più per me, più per noi, più per il nostro passato nazionalrivoluzionario che per te, Comandante Guevara.
Me ne sono reso conto in questa tre giorni che siamo riusciti ad animare: tre giorni di omaggio a te, Don Chisciotte della Sierra, tre giorni di confronto trasversale.
Il 7 ottobre ad Anzio, organizzata da Libertà e Azione, insieme con la giovanissima Virginia Bellucci, alla Casa delle Associazioni ti abbiamo ricordato, l'ex comandante  brigatista rosso Valerio Morucci ed io.
L'8 al Teatro Cassia, con il Movimento per l'Arte, insieme ad Andrea Purgatorio in qualità di padrone di casa e di docente di comunicazione, hanno parlato di te i direttori di giornali opposti, ed eredi di fronti opposti, Luciano Lanna (Secolo d'Italia) e Piero Sansonetti (L'Altro). E c'era Pier Franceso Pingitore colui cui venne immediatamente in mente, quarantadue anni fa quando ti uccisero, quella bellissima ballata in tuo nome che compariva sull'altra faccia del disco dedicato al mercenario di Lucera. Il nove, infine, nell'anniversario del tuo sacrificio, introdotti da Adriano Scianca, ti abbiamo ricordato Giorgio Vitangeli, esponente da sempre di quella “sinistra nazionale” di filiazione Rsi, Raffaele Morani, a lungo dirigente di Rifondazione e dichiaratamente comunista ed infine ancora io. Ti abbiamo onorato da tutte le angolazioni cosa , pensavo,  più che sufficiente.

Ti abbiamo sacrificato

Mi sbagliavo, non è sufficiente Comandante Guevara. Non può essere sufficiente se nel mondo che  dovrebbe rifarsi a te perché, come te, si vuole comunista, non c'è stato alcun impegno nel celebrarti. Non è sufficiente perché nessuno intende effettuare uno scambio di quadriglia così come può apparire da questa tua celebrazione “nera” del 2009, così assente, ovunque altrove, il mondo del Fronte Rosso. Nessuno infatti voleva e tanto meno vuole limitarsi a portare te,  Cristo di Mantegna come ti vide Jean Cau, nel nostro Pantheon vibrante e multicolore. E soprattutto, non vogliamo con ciò incoraggiare l'apostolo a rinnegarti tre volte, che dico, cento volte. “Padre nostro” insegnò ai fedeli Colui che tanto ti somiglia secondo l'intuizione devozionale del pagano Cau. Ma che il Nazareno si fosse sacrificato “per noi” apparve ai più sufficiente e di fatto si misero a pregare il Padre, oramai Suo, e a sentirsi soddisfatti del sacrificio - da Lui - compiuto su cui vivere per intercessione e di rendita. “Vai avanti tu che mi scappa da ridere.”
E anche tu Guevara ti sei sacrificato per loro e basta così, hai visto mai che dovessero essere chiamati a fare i conti con se stessi per mostrarsi all'altezza dell'uomo nuovo? Dovessero mai essere chiamati a riflettere sulla tua frase “La vera rivoluzione deve cominciare dentro di noi”?
Sansonetti lo ha spiegato chiaramente: Guevara è un mito pericoloso, ci piace – dice lui – perché ha riununciato al potere che sporca ma il suo esempio è insidioso perché bellicoso; abbandoniamolo, facciamo la marcia della pace, entriamo cioè nella sinistra americana insieme al clero progressista e violentemente non-violento. Tu, Che, ci sei d'impaccio. Hai spinto gente alla perdizione e la violenza l'hai combattuta senza mostrare l'altra guancia e ciò genera mostri. Ci obbliga ad essere uomini.

Siamo diventati tutti saggi

Non è più tempo di miti pericolosi e men che meno di leggende, Che. Così dicono in tanti e tra i tanti così dicono i tuoi fedeli; o meglio i fedeli di quell'icona che han posto nel loro sacrario di loghi e tra i tatuaggi dei loro muri. Oggi siamo tutti più buoni, come direbbe l'ultimo uomo di Zarathustra, saltellante come una pulce. Ieri sbagliammo e mettemmo a rischio il nostro vivacchiare tranquillo ma oggi abbiamo appreso finalmente la virtù che impicciolisce. “Noi mettemmo la seggiola nostra nel mezzo a uguale distanza dai gladiatori morenti e dai porci beati” - mi dite - “ma questa è mediocrità sebbene la chiamiate moderazione”. Una moderazione intrisa di saggezza d'autoconservazione tanto che il nostro passato lo riscriviamo, come aveva ben compreso Orwell. Al punto che Veltroni  scopre di non essere mai stato comunista e Alemanno di non essere mai stato fascista; e probabilmente ci credono perché il processo psichico è terribilmente verace.
Oggi non cadiamo più in tentazione, Comandante. “Io servo, tu servi, noi serviamo”.   Perfino i guerriglieri sono altro da quelli dei tempi tuoi, sono diventati miliziani della droga. Oggi non c'è più il sogno – pericolosissimo ci dicono – di libertà, d'indipendenza di anti-imperialismo e stiamo così tutti meglio. Moderati, mediocri, servili, servi.
Si muore, a milioni, di droga, si muore, a milioni, per lo sterminio quotidiano determinato dal business delle multinazionali farmaceutiche  fondato sulla ricerca e sulla terapia e soprattutto sulla certezza dell'incurabilità che è ciò che le rende miliardarie: sul genocidio. Lo sfruttamento poi è integrale; quell'Africa in cui t'incrociasti con il Mercenario di Lucera non appartiene ora  a quelli per cui combattesti tu e neppure a quelli per cui combatté lui ma alle multinazionali che l'hanno ridotta a  monoculture e l'hanno così sprofondata nella fame quando, allora, che pure stava  in condizioni indecenti, almeno sopperiva al suo fabbisogno alimentare per il novantotto per cento. Ora non ci sei più tu a combattere per i popoli né ci sono i mercenari a combattere te per i popoli. Ora tutto è libero, resta da liberare solo Cuba come continuo a leggere ovunque. E non non si riferiscono a quello che a Cuba è  occupato, la base di Guantanamo, né a quello che lì dentro viene consumato ogni istante ad opera dei democratici americani contro la dignità umana e il più basilare diritto. No, Guantanamo non guasta, non fa ombra alla virtù che impicciolisce.

Dovrai morire solo

“Non eri come loro, dovrai morire solo” così recitava la ballata del Bagaglino che Pingitore compose insieme al musicista Gribanovski e che fu affidata alla voce di Gabriella Ferri che l'immortalò. Il problema però è che sei solo anche dopo, solo nella mistificazione strumentale della tua immagine, solo nell'oblio. Sembra che tutti coloro che si richiamano a te lo vogliano fare da lontano, bene attenti a non avvicinarsi alla tua fiamma che scioglierebbe la loro cera tremula. “Per non lottare – scrivesti - ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!” E ancora “L'unica battaglia che ho perso è stata quella che ho avuto paura di combattere”.  E oggi, Comandante, hanno perso quasi tutti perché quasi tutti hanno paura.
“Rivoluzione significa trasporre nella vita di tutti i giorni i valori della guerriglia” avesti a dire, ed è una frase che mi è scolpita nella mente e nel cuore da sempre. Essa non vuol dire che si deve vivere d'imboscate ma significa che bisogna essere autentici e sempre in lotta con se stessi, non protetti da atteggiamenti o finzioni che non possono celare quello che davvero siamo e che nessuna maschera protegge di fronte alla prova. Ma qui, Comandante, i più hanno rovesciato persino la rivendicazione storica della guerriglia impregnandola dei valori comodi e vili di tutti i giorni. Non sono guerriglieri loro, sei asservito, svuotato di energie, imborghesito tu.

Aprendimos, Comandante

Non avevo scritto nulla in occasione della tua morte, Comandante Guevara, perché pensavo che questo mio compito si potesse considerare concluso. Ma mi sono reso conto che non è ancora così. “Quando si sogna da soli  - dicesti ancora – è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà”.
Ebbene chi come me crede che il sogno possa e debba trasformare la realtà, chi come me crede che è la leggenda che fonda la storia e che è il mito che forma la realtà, non può che scrivere ancora su di te, almeno per cercare di lacerare la cappa del silenzio e del grigiore e affinché la tua solitudine, così come quella di Merlino e del Barbarossa sia un'attesa mistica, un preludio al risveglio. Che passa per i monaci guerrieri e non per coloro che fondano ecclesie su di un sacrificio di cui non sono non dico all'altezza ma neppure così umili e onesti per ammettere che non sono all'altezza.
Ci sono ancora, o quanto meno ci saranno ancora monaci guerrieri, Comandante? A prescindere dai colori delle camicie e dai simboli che scelgono, ci sono, o ci saranno ancora uomini che amano l'avventura e odiano la prepotenza o sono diventati tutti saggi, tutti seduti su seggiole poste nel mezzo? Quien sabe!
Aprendimos a quererte Comandante Che Guevara, l'imparammo e non smetteremo di farlo. All'erta nella grotta tornerà la sentinella e chiunque essa sia, qualunque simbolo abbia nel cuore, è a lei che inviamo ancora segnali, Comandante.
E perdonaci di sopravvivere.

Gabriele Adinolfi

postato da: BascoNero89 alle ore 21:12 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf, storia, in memoriam
martedì, 22 settembre 2009

Bizzarrie. L’anno scorso, quando ne ricorreva il quarantesimo anniversario, il Sessantotto  fu pressoché ignorato. Il primo marzo, data dell’epica madre di tutte le scaramucce studentesche, mi recai a Valle Giulia dove sapevo che si sarebbe trovato Oreste Scalzone: tra camerati e compagni non eravamo neanche una quindicina a rendere omaggio a una memoria che a buona ragione si può considerare condivisa, se non altro nell’occasione specifica. Lì ad Architettura, dove gli studenti distratti non si curavano affatto di noi, c’era affisso alla porta a vetri un manifesto con il programma ufficiale delle commemorazioni previste a Roma: una serie di conferenze minori di nessun peso, giusto la routine minimale.

Un anno dopo è cambiato tutto. “Il grande sogno” imperversa ma non è solo, sullo sfondo, altri film genere amarcord come “Ombre rosse”, “Racconti dell’età dell’oro” o di un razza più surreale che potremmo definire ‘come-m’amarcoderei-se’, quale  “Cosmonauta”.

La sorpresa della sinistra

Perché un anno fa nulla e adesso tanta nostalgia?

Ad essere maliziosi, macché, ad essere semplicemente realisti, la risposta è lampante. Fino alla primavera del 2008 la sinistra stava al governo, impegnata a proprorre un’immagine medio-liberal della cotroriforma liberista, e perciò rinverdire sogni antichi di cambiamenti radicali le sarebbe risultato imbarazzante.

Un anno dopo non solo è all’opposizione ma vi è finita ridotta così male da accorgersi che oltre a perdere terreno nel mondo giovanile, scavalcata in più occasioni dal Blocco Studentesco, nemmeno è in grado di esprimere l’alternativa istituzionale al governo che o è di destra pur se schierata a sinistra, e la fa Di Pietro, o è proprio di destra e la impersona Fini.

Di colpo la sinistra si è accorta del suo (lungo) cortocircuito e del fatto non solo di non essere né carne né pesce ma neppur più appetita e forse neanche appetibile.

Ed ecco allora il libero spazio alle nostalgie oniriche per cercare una qualche rifondazione in un extraparlamentarismo, visto che di fatto è oggi più extraparlamentare che rappresentata da  un partito. Quale sarebbe poi questo partito è difficile dire essendo il trasformismo del pd andato ben oltre quello del pdl.

Così il cerchio si chiude. Coloro che si ribellarono al padre (è questa la più comune lettura freudiana del ‘68) si scoprono orfani e da orfani muoiono.

Potremmo chiuderla lì ma faremmo torto al Sessantotto che non fu solo questo.

Vi faremmo torto sia dando eccessivo valore alle opinioni dei suoi nostalgici dell’ultima ora sia dando credito agli anti-sessantottini che esaltano il moralismo ciellino così calzante per il noiosissimo Nouvel Ancien Régime oggi in marcia.

Come hanno chiarito Cohn-Béndit e Gaber

Il Sessantotto non fu quello che divenne dopo e per cui generalmente lo si ricorda: ovvero non la rappresentazione della teologia rivoluzionaria importata dall’est per dotare un movimento generazionale di un’organizzazione e di un programma. Questo, come ammise il leader francese Cohn-Béndit nelle celebrazioni del ventennale, fu la sua chiusura in un vicolo cieco. Sapevamo bene, disse il révolutionnaire, cosa volevamo abbattere ma, non sapendo cosa costruire, prendemmo la scorciatoia di accettare l’alternativa plastica del momento. Ciò si ridusse in breve nell’avvento di una nuova morale, anzi di un nuovo moralismo con tanto di predicatori e preti dell’umanità nuova di cui ci ha dato un perfetto spaccato Valerio Morucci l’altro giorno parlandoci dei maoisti castigatori sessuali; ma il pci non era meglio.

Politicamente la rivolta impulsiva si arenò e si disperse molto presto in fiumiciattoli che diedero vita ad altrettante chiesette, come rilevò per tempo Giorgio Gaber. Fine delle eresie, approdate in sette  senza respiro e presto dotate di ortodossie moralistiche e proibizionistiche che rovesciarono  il deflagrante “vietato vietare”.

Rovesciare il Sessantotto, come pretendono alcuni? Già fatto: pochi mesi dopo.

Un autoritarismo travestito

Ma non è tutto; la forte influenza del progressismo che imperversò da nord-ovest veicolato per mezzo dei media della borghesia illuminata, s’incrostò sulla pulsione liberatoria e indipendentistica che era stata propria di una generazione  rock, beat e on-the-road, imponendo di colpo schemi psicocomportamentali solo apparentemente liberatori ma profondamente condizionanti, atti ad accompagnare, nell’incalzante urbanizzazione consumistica, l’edificazione di una società indifferenziata e matrigna.

Così il lungo, fiero, assoluto, fisico, sensuale, titanismo della  “gioventù bruciata” s’indirizzò senza quasi accorgersene verso un   totalitarismo esistenziale anti-autoritario (ma paradosalmente autoritaristico) e si concluse nell’uccisione del padre e non  nell’agognata e un po’ anarchica liberazione di genere spartiata o indoamericano dalle gabbie socio-famigliari.

Rovesciare il Sessantotto? Già fatto: pochi mesi dopo.

Prima del Sessantotto

Talmente presto che gli stessi protagonisti  quasi mai se ne accorsero non avendo fatto nemmeno in tempo a metabolizzare e così si è finiti con naturalezza col disquisire sempre e immancabilmente del “dopo” scambiandolo per l’allora.

Ma molto di quello che, come merito o come colpa, si attribuisce al Sessantotto lo precede.

Ad esempio data da ben prima la rivoluzione sessuale (che poi, se si tiene conto della piccante e libertina storia sociale del secolo XX dalla Belle Epoque in poi, ci si accorge non essere altro che la riscossa contro la controriforma degli anni cinquanta che fu, essa e non la liberazione sessuale, imposta controcorrente).

La pillola anticoncezionale in Usa viene varata nel 1960 e in Europa arriva nel 1961, la minigonna è del 1964. Il femminismo precede il Sessantotto, e non dobbiamo confonderlo minimamente con il successivo  neo-matriarcato informe e castratore che ha prodotto anche lo stereotipo “macho” dell’odierno fico-fuco.

L’uno e  l’altro, femminismo e neo-matriarcato, hanno ben poco in comune e non è di certo il femminismo che prevale oggi, malgrado alcuni luoghi comuni estrapolati da esso e manipolati dal conformismo traggano in inganno. Anche il femminismo, che al Sessantotto si presentò già vitale, è stato scolorito e neutralizzato dapprima dalla riforma post-sessantottina e poi dalla controriforma cui assistiamo da tempo.

Il Sessantotto fu la lunga onda, formatasi almeno dieci anni prima, di una generazione ribelle, solare e anarca. E’ il suo fallimento, politico, culturale e psicologico, ciò di cui parliamo oggi, quello che in molti esaltano e in molti deprecano. Ma non è il Sessantotto, è una risacca che nasce più o meno nel 1969, per l’effetto di una Babele caduta.

In quella risacca l’opera livellatrice di una matrigna invisibile e/o di un clero eunuco hanno imposto la logica ovattata di un’interminabile adolescenza, fatta di sogni possibili ma mai realizzati, di possibilità da rincorrere e da accantonare a intermittenza come giochi diversi da parte di individui viziati che non cresceranno mai e che non vogliono  scegliere definitivamente,  assumere appieno la responsabilità, non vogliono diventare adulti ma senza essere più fanciulli: non sono dei Peter Pan, che sarebbe fantastico, ma dei mammoni ciucciadito.

Nell’anestesia esistenziale di quel grande sonno, composto da sogni intermittenti all’infinito, si è così persa almeno una generazione e, soprattutto, si è rimodellata una società che non ha potuto, in tal guisa, che produrre angoscie, irresponsabilità, fallimenti e rimpianti.

Giordano Bruno e Prometeo

Ma la lunga sconfitta, benché inizialmente figlia di un titanismo abbattuto, non va confusa con il ribellismo che la generò e che non era ancora irrimediabilmente marcato dalle patologie successive.

Quel ribellismo fu, o perlomeno cercò di essere, autonomo ed eretico.

Questo va ricordato e rivendicato: sempre e comunque dalla parte di Giordano Bruno.

Anche se in questo caso non possiamo fingere di ignorare che il rogo l’eretico ha finito con l’accenderselo da solo, giocando col fuoco più irresponsabilmente di Prometeo.

Gabriele Adinolfi- www.mirorenzaglia.org

postato da: BascoNero89 alle ore 15:31 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf, storia
domenica, 20 settembre 2009

Centotrentanove anni fa la Capitale fu restituita alla Patria

Il 20 settembre del 1870 attraverso la breccia di Porta Pia i bersaglieri entravano in Roma sollevandola dall'occupazione pontificia e la riunivano alla Madre Patria.
In quel corpo scelse di servire Benito Mussolini. Gli avrebbe fatto poi erigere, proprio in prossimità della breccia, una statua impreziosita dall'omaggio di una poesia del Vate D'Annunzio. Il Duce ebbe sempre cara quella data e, prima ancora, la meravigliosa epopea della Repubblica Romana del 1849, cui dedicò onori ed opere durante il Ventennio e dalla quale derivò l'intera iconografia e simbologia epica della Rsi.


Ventuno anni prima dell'entrata dei bersaglieri, la Repubblica Romana era stata proclamata in una splendida alba di entusiasmo popolare. Aveva conosciuto indici di adesione immensi come raramente se ne registreranno nella storia. Solo quasi un secolo più tardi le proporzioni nei plebisciti delle regioni tedesche chiamate a pronunciarsi sul ritorno alla Patria saranno simili a quelle che attestarono l'entusiasmo per il Triumvirato del Campidoglio.  In nessun altro luogo italiano il Risorgimento fu così popolare e godè del pressoché totale consenso. Il fermento unanime di popolo produsse un esperimento accompagnato da diffuso entusiasmo che fu schiacciato da un esercito di occupazione, quello francese, scagliatosi contro la giovane Repubblica.  Fu una lotta impari e insostenibile ma combattuta dai romani, dai cittadini pontifici  e dai volontari italiani accorsi da ovunque, tra i quali ci piace ricordare Goffredo Mameli, l'autore del nostro inno nazionale, così eroicamente che il nome di Roma tornò, dopo secoli, a coprirsi di gloria universale.

A chiamare l'esercito straniero per restaurare il pieno potere temporale era stato lo stesso Papa, cui poco importava se la Francia della IIème République era zeppa di massoni che avrebbero ucciso  migliaia di cattolici e alcuni preti che alla Repubblica avevano aderito con calore. Si strinsero, questi, in foltissimo numero principalmente intorno alla figura del triumviro Carlo Armellini, già ministro pontificio, avvocato della Curia, che insieme ad Aurelio Saliceti scrisse la Costituzione della Repubblica assediata. Il motto della Repubblica fu Dio e Popolo. Ma che importa tutto questo? Si è massoni o no a seconda di quel che più garba a chi scomunica. E ad essere scomunicata fu solo la Repubblica Romana perché aveva osato commettere il peccato più grande: essere viva, gioiosa ed avere avuto fiducia in se stessa e negli uomini.

A chiamare i francesi per macellare coloro che, a causa del noto falso della “donazione di Costantino”, erano i suoi sudditi, era stato quello stesso Pio IX che si trovava ancora a Roma in quel radioso settembre. Ma i francesi non potevano più intervenire al suo sanguinoso richiamo: erano bloccati a combattere – e perdere rovinosamente – contro i prussiani di Bismarck che, in un colpo solo, con quella guerra, avrebbe riunito la Germania e permesso la riunificazione finale dell'Italia con la restituzione ad essa della sua Capitale. Italia e Germania: un millennario  destino ghibellino che ne accomuna la sorte nelle vicende essenziali e che anche allora si manifestò fatalmente. E fu dietro le piume al vento dei bersaglieri che il Fato sorrise gioioso.

Centotrentanove anni fa Roma fu restituita a Roma.

Gabriele Adinolfi

postato da: BascoNero89 alle ore 13:53 | Permalink | commenti
categoria:storia, in memoriam
giovedì, 17 settembre 2009

Riceviamo il giusto sfogo e gli diamo voce

L'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia si è indignata perché nel sessantaduesimo anniversario del ritorno di Monfy all'Italia viene presentato in provincia di Gorizia un libro scritto da Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoj che cerca al contempo di negare e di minimizzare le foibe in cui sarebbero state sacrificate solo persone meritevoli di quel supplizio. Ogni commento è superfluo.

Noreporter.org

postato da: BascoNero89 alle ore 20:33 | Permalink | commenti
categoria:storia, in memoriam
domenica, 13 settembre 2009

Novant'anni fa l'Italia nata a Caporetto si esaltava nell'impresa di Fiume

L'impresa di Fiume, intrapresa novant'anni fa, non è da iscriversi alla semplice diatriba tra nazioni per il dominio di un territorio, ma rappresenta l'atto poetico-militare col quale D'Annunzio ed i suoi Legionari restituirono ai fiumani la loro dignitá.

Con la medesima chiave di lettura va interpretata tutta la questione d'Istria e Dalmazia, terre italiche che i governi postbellici, codardi e servili, abbandonarono al loro destino.Come il mare, che corrode le rive urbanizzate sino a distruggerle e reimpadronirsene, così pure, il Genio Italico corroderá la cultura imposta, reimpadronendosi di quel luogo che il Fato affidò alla Nostra Gente.

Ricordare il 12 settembre del 1919 non é solo la dovuta rimembranza del nostro irredentismo, rappresenta anche l'omaggio "maximo" a Gabriele D'Annunzio e a tutti i Legionari che caddero in nome del piú puro ideale d'Amor Patrio.

A CHI LA GLORIA?

N.B. Fu nell'entrata a Fiume che D'annunzio ripropose il grido di guerra e vittoria greco alalà, proveniente da un antico verbo comune all'intero mondo indoeuropeo presente anche nel mondo persiano. La proposta venne accettata con entusiasmo da chi accompagnava il Vate, tra cui i granatieri di Sardegna che esclamarono sì in sardo, ovvero eja. Nacque così l'immortale eja eja eja alalà.

Marco Stella- Noreporter.org

postato da: BascoNero89 alle ore 14:48 | Permalink | commenti (1)
categoria:storia, in memoriam
giovedì, 03 settembre 2009

Esattamente settant'anni fa i cavalieri dell'apocalisse scatenavano la guerra mondiale

Il 3 settembre 1939, settant'anni fa esattamente, l'Inghilterra e la Francia, per conto della Finanza internazionale e del Crimine Organizzato, dichiaravano alla Germania quella che sarebbe passata alla storia come la Seconda Guerra Mondiale.

Un pugno di gangsters e di usurai non esitarono a gettare il mondo nel baratro, causando, in una spirale feroce, ben ventidue milioni e mezzo di morti in poco meno di sei anni. La guerra fu dichiarata con il pretesto grottesco di “salvaguardare l'integrità territoriale della Polonia” quando i tedeschi si erano limitati a liberare Danzica, città tedesca occupata dagli sterminatori polacchi ,e quando l'Unione Sovietica, che senza ragioni qualche giorno dopo avrebbe invaso la Polonia dall'est annettendo 463.000 chilometri quadri e 23 milioni di uomini , non solo non si vide comunicare alcuna dichiarazione di guerra dagli anglofrancesi ma meno di due anni dopo avrebbe goduto della loro alleanza militare.

I risultati della guerra, a regia americana (il Cfr la preparava ostentatamente e senza farne mistero fin dal 1933) furono il dominio del dollaro e delle banche internazionali, il varo dell'economia multinazionale fondata sul traffico di uomini, armi, stupefacenti e la sottomissione delle nazioni del Terzo Mondo avviate a monoculture che le hanno ridotte alla fame, alle epidemie e a milioni incalcolabili di morti.

Settant'anni fa squillarono le trombe dei cavalieri dell'apocalisse.

Noreporter.org

postato da: BascoNero89 alle ore 16:43 | Permalink | commenti
categoria:storia, in memoriam, il vostro mondo
martedì, 01 settembre 2009


La verità di settant'anni fa e le mistificazioni di oggi

Danzica era città tedesca a statuto speciale sottoposta a controllo polacco. Sobillati dagli anglo-francesi i polacchi si misero a massacrare la popolazione tedesca con intensità sempre crescente. Provocando ed esasperando i tedeschi intendevano attirarli in trappola sicuri come erano di sconfiggerli facilmente e di poter annettere la Prussia Orientale. Dopo mille e mille rinvii, il 1 settembre 1939 la Germania andò a soccorrere Danzica e i cittadini tedeschi. Quarantotto ore dopo, il 3 settembre, Inghilterra e Francia dichiararono guerra alla Germania per la salvaguardia territoriale della Polonia (ma Danzica non era polacca…). Non fecero altrettanto contro l’Urss che pure attaccò la Polonia da est. Dunque la salvaguardia territoriale polacca non c’entrava nulla con la guerra…

La Germania provò in tutti i modi a evitare il degenerare del conflitto o a raggiungere con Londra un accordo di pace che fu sempre rigettato oltremanica.

Benché i tedeschi che cadevano prigionieri dei polacchi venivano orribilmente massacrati (occhi cavati, lingua tagliata) Hitler si rifiutò di far bombardare Varsavia colma di civili e rallentò le operazioni per tre settimane. La sua magnanimità non sortì effetto.

Da: Quel domani che ci appartenne, edizioni Barbarossa, Milano settembre 2005

Oggi ci raccontano, ovviamente, che il 1 settembre scoppiò la Seconda Guerra Mondiale (ma non è vero, scoppiò il 3), che questa fu dichiarata dalla Germania (ma non è vero, fu dichiarata da Francia e Inghilterra ALLA Germania) e che avvenne perché la Germania invase la Polonia (ma non è vero, andò semplicemente in soccorso della popolazione massacrata quotidianamente di una CITTA' TEDESCA che soltanto l'infame trattato di Versailles aveva staccato dalla madre patria).

Poi ci sono altri luoghi comuni campati in aria tipo quello della volontà hitleriana di conquistare e dominare il mondo. Propaganda da quattro soldi made in Chaplin e ovviamente sostenuta dai guerrafondai e dagli usurai che portarono la morte e la devastazione ovunque prima di riuscire ad imporre il sistema internazionale vigente fondato sul Crimine Organizzato e sulla complicità servile con esso delle oligarchie di ogni genere e natura.

Gabriele Adinolfi

 

postato da: BascoNero89 alle ore 17:48 | Permalink | commenti
categoria:libri, storia, in memoriam
venerdì, 17 luglio 2009

Il Sud: cause dei suoi problemi e prospettive per uscirne, scegliendo tra volontà di potenza e mendicanza

Ieri è stato pubblicato il rapporto sul Mezzogiorno che documenta quanta e quale sia ancora la migrazione interna, come resti indietro il Sud rispetto al Centronord. A nulla servono i rapporti se non si parte dalle cause.

l ritardo del Sud non si deve soltanto ai fattori climatici o a quelli socioculturali determinatisi nei vicereami spagnoli. Malgrado questi, Napoli e il Regno delle Due Sicilie erano all'avanguardia anche nell'industrializzazione e nelle ferrovie quando, dal 1861, il saccheggio piemontese, con tanto di genocidio di accompagno, si trasformò in rapina e in smantellamento sistematico delle ricchezze produttive.

Il tradimento dello spirito risorgimentale perpetrato dai Savoia non fu l'unica causa di quello stupro continuativo; un ruolo importante lo giocarono la diplomazia e le centrali d'influenza inglesi che vollero tenere fuori Napoli dal Mediterraneo in cui i britannici volevano scorazzare indisturbati.

Dopo la Grande Guerra fu Mussolini a porre riparo alle atrocità, non solo favorendo lo spirito nazionale, la modernizzazione del Sud e la riduzione a ritmo serrato delle sperequazioni regionali, ma rilanciando l'Italia nel Mediterraneo restituendo così al Sud il suo ruolo geopolitico, commerciale ed economico. E per questo gli Inglesi ci fecero la guerra, a partire dal 1934.

La “Liberazione” segnò la rovina del Sud condannato al degrado, a nuovi esodi di massa e calmierato, come i paesi africani, tramite finanziamenti (la famigerata “Cassa del Mezzoggiorno”) che andavano ad arricchire di tangenti ras ben felici di mantenere la propria gente in ginocchio perché era più facile dominarla. Qui entrano in ballo le colpe del Sud che, esattamente come i paesi africani, ha anche maturato una cultura del lamento e del vittimismo. Giustificata, sì, ma inaccettabile per chi intenda reagire.

A spazzare via ogni prospettiva per il Meridione ci pensò infine la “strategia della tensione” voluta e gestita da inglesi ed israeliani per toglierci definitivamente fuori da quello che era stato il Mare Nostrum.

Oggi le modifiche degli scenari politici, economici ed energetici offrono al Sud pallide prospettive per un'inversione di rotta. Ma serve un cambio di mentalità e, probabilmente, è d'uopo un freno ai finanziamenti a perdere che non fanno che favorire la passività caratteriale.

E l'Inghilterra intanto, già solo in vista dell'ipotesi, è sul piede di guerra; e si fa forte di diversi “meridionalisti” che anziché spronare il Sud e l'Italia intera ad un recupero della dimensione mediterranea si aggrappano lamentosi alle elemosine statali e al clientelismo.

Gabriele Adinolfi

postato da: BascoNero89 alle ore 15:34 | Permalink | commenti
categoria:politica, storia
giovedì, 02 luglio 2009

"Uccidi gli italiani" era la parola d'ordine dei paracadutisti britannici durante l'operazione Husky che diede inizio, nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943, all'assalto alla Fortezza Europa. Nel dopoguerra fu accreditata l'immagine di un'occupazione quasi pacifica della Sicilia, una marcia trionfale dei liberatori acclamati dalla popolazione. Le cose andarono diversamente, e queste pagine raccontano, ora per ora, la battaglia di Gela: l'accanita e determinata resistenza dei reparti italiani impegnati contro le forze da sbarco statunitensi, le incertezze e gli errori dei tedeschi, la violenza, spesso cieca e brutale, delle truppe del generale Patton. Un affresco non abbastanza conosciuto di quella lontana estate che determinò la crisi del fascismo e pose le premesse per l'armistizio dell'8 settembre.

Per acquistare il libro clicca sull'immagine

postato da: BascoNero89 alle ore 11:07 | Permalink | commenti (1)
categoria:libri, storia, consigli per gli acquisti
domenica, 21 giugno 2009

Alme Sol. Alme nos

CHE IL SOLE RISPLENDA SUI NOSTRI VOLTI.

CHE RISCALDI LE NOSTRE ANIME.

CHE DIA LUCE ALLE NOSTRE AZIONI.

UN SALUTO A TUTTI NOI NEL GIORNO DEL

SOLSTIZIO.

UN SALUTO A CHI, PUR ESSENDOSI CONGEDATO, RIMANE

QUOTIDIANAMENTE PRESENTE IN NOI.

Noreporter.org

postato da: BascoNero89 alle ore 13:41 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf, storia, in memoriam
martedì, 16 giugno 2009

stasera tra le 22.00 e le 23.00
60 sima puntata di Zona Abrasiva,
in studio Jack Marchal,
disegnatore, grafico e musicista

postato da: BascoNero89 alle ore 17:38 | Permalink | commenti
categoria:immagini, kulturkampf, storia, goliardia, rbn
lunedì, 15 giugno 2009

Lunedì 15 Giugno dalle 20.00 alle 22.00

La nascita della festa legata al solstizio d'estate si perde nella notte dei tempi e, nonostante l'opera del cristianesimo, questa festa viene celebrata ancora oggi, con forme molto simili a quelle dell'antichità.

Pronti a raccogliere il vischio e la rugiada?

postato da: BascoNero89 alle ore 09:16 | Permalink | commenti (2)
categoria:immagini, kulturkampf, storia, rbn
domenica, 14 giugno 2009

http://www.tuttostoria.net/focus_altro.asp?id=321

L'eccidio di Monte Manfrei

A Sassello (SV) era di stanza un reparto di 600 Marò, divisione di fanteria di marina San Marco. Il comando era al Giovo. Il 24 aprile 1945 gli uomini in servizio qui, in armi, attraversano Aqui già occupata dai partigiani e si disperdono. Un altro gruppo viene catturato e trasferito a Voltri-Sestri Ponente. Almeno una quindicina di corpi sono stati trovati qui.

Alcuni ufficiali invece trattano la resa dei loro uomini con i partigiani, che promettono di lasciare andare i marò se avessero consegnato le armi». I 200 uomini di stanza a Sassello raccolgono le armi, arrivano a Palo e le consegnano ai partigiani. Qui inizia la loro odissea. I ragazzi passano da una zona all'altra, da una brigata all'altra. Se li contendono la Buranello e una formazione bianca. Hanno la meglio i primi. Dalla Valle dell’Orba li concentrarono all’albergo Appennino di Palo e poi da Palo per Vairana Pianpaludo li condussero verso Vara Inferiore da dove, per una mulattiera tra i boschi, giunsero nella casa denominata Villa del Rostiolo in località La Romana. Una grande casa a tre piani più il solaio ed una lì accanto più ridotta. Altri per giungere alla “Villa” vennero lungo la provinciale Rossiglione, Martina Urbe, S. Pietro. Per almeno 48 ore rimasero lì rinchiusi, ed intanto quelli della Brigata Buranello, secondo gli ordini di Don Domenico Patrone, detto “Triste”, e con l’assistenza di “Mingo” capo di stato maggiore dell’omonima banda che operava tra Crevari e l’Alta Valle dell’Orba, preparavano le fosse. Alcune subito accanto alla villa, altre a Monte Manfrei, Fossa Grande, a La Bugastrella, Bricco Mondo, e più tardi, a casa dei Lencini, Casa Barbon, loc. Maietti, loc. Bricco Dano, loc. Pian della Castagola, loc. Pelucco, loc. Terracina, loc. Bricco del Porco, loc. Tuma, loc. Canai, loc. Meia delle Anime, Ca’ Barbaona, Bric Fratin, Pian di Blo, Ciapela, Civin, Roncazzi, Casa Polenta. Prima dell’alba del terzo giorno vennero avviati a gruppi verso le zone situate tra La Romana ed il Passo del Faiallo. Avevano le mani legate ed una corda ai piedi che ne limitava il passo e raggiunsero le varie località attraverso la zona del Dau per evitare i vicini abitati di Vara Inferiore e Superiore. Giunti sulle fosse, i primi vennero fatti sdraiare a costruire il primo strato, ed uccisi.

I successivi vennero falciati dalle mitragliatrici allo scopo predisposte. E si compì la strage. Le fosse rettangolari erano state scavate nel sottobosco e poi facilmente mimetizzate con le foglie che ricoprivano il terreno. Ma non tutti morirono di piombo; molti furono finiti con i calci dei fucili ed alcuni seppelliti vivi, come accerteranno i Carabinieri che anni dopo eseguirono le esumazioni. Così ebbe termine la vita terrena di oltre 200 Marò di San Marco appartenenti al Presidio di Sassello (I Cp. del 1°/5° Rgt.), alla Colonna Leggera, al 3° Rgt. Art., alla Cp.C. del 5° Rgt. della Divisione Fanteria di Marina della RSI. Altre vittime della banda Mingo si aggiunsero: Angela Biondi e Maddalena Patrone, il S. ten. Romano, 34 civili, numerosi soldati germanici, tutti portati nell’Alta Valle e trucidati, seppelliti perfino nelle mangiatoie delle cascine abbandonate. La strage del Monte Manfrei costituisce una delle pagine più fosche delle FF.AA. repubblicane e toccò ai militari della San Marco scriverla. Era iniziata l’operazione “nebbia artificiale”, erano gli ultimi giorni della guerra, il nemico già invadeva Bologna e straripava nella Pianura padana, tagliando la via Emilia; il grosso della divisione si apriva la strada combattendo verso il Po e oltre. I battaglioni al fronte ripiegavano con le grandi unità cui erano aggregati, mentre i piccoli presidi rimanevano isolati e circondati dalle bande. Si creò così un’atmosfera di incertezza e di angoscia: i partigiani “garantivano” la consegna agli angloamericani avanzanti, l’onore, delle armi, il “siamo tutti fratelli”, i preti locali avallavano. Non c’erano più contatti con il resto della divisione, i giovani soldati rendevano le armi segnando così il loro tragico destino. Nel dopoguerra il sindaco di Urbe, dott. Giulio Zunini, d’intesa con la Signora Noemi Serra-Castagnone delegata dell’associazione Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, con l’ausilio dei carabinieri, inizia la ricerca delle fosse. Impresa quanto mai ardua sia per la natura del terreno pieno di forre, burroni, boschi, pietre, sia per la forte omertà che circonda gli assassini che minacciano e terrorizzano la popolazione che si trincera quindi dietro un muro di silenzio e di paura. Vengono individuate dapprima 50 fosse (segnalazione del Comune nel luglio 1948).

Nell’aprile 1955 i Carabinieri confermano che nel territorio esistono altre fosse di cui non si conosce l’esatta ubicazione e che, quindi, sembrerebbe impossibile il recupero delle Salme che si sa essere di giovani San Marco. Nel settembre del 1956 vengono eseguite inumazioni dalle fosse reperite. Vengono recuperate 61 salme che sono tumulate nel Sacrario di Altare. Il Sindaco rimette ai parroci una circolare da leggere ai parrocchiani durante la Messa con l’invito; “chi sa, parli”. Invano. Per anni un ufficiale della Guardia, il dott. Ernesto Grosso, fruga la montagna, cerca, interroga: niente. Gli assassini sono ancora sul posto, la gente non parla. Nel 1958 sul Monte Manfrei venne eretta, ad iniziativa del dott. Zunini, sempre con la collaborazione della Castagnone e con l’approvazione del Commissariato Onorcaduti del Ministero della Difesa, una croce in memoria dei trucidati, croce quasi subito recisa da chi teme il ricordo dei vivi. Nel 1984, sempre lo Zunini, coadiuvato attivamente dalla nostra Rosa Melai e dalle Fiamme Bianche di Genova, fa erigere un’altra Croce salda e solitaria sullo spiazzo erboso. Viene inoltre rifatto il cippo in memoria dei Marò e degli altri Caduti e vengono applicate due targhe. < Sull’affusto di metallo il 16 giugno 1985, le Fiamme Bianche appongono la loro struggente preghiera. Il 26 giugno 1993 viene aggiunta una iscrizione rievocativa del drammatico evento.

Questo articolo è tratto dall'articolo apparso sul quotidiano "Il Giornale" del 08/01/2006 e scritto dalla Dott.ssa Maria Vittoria Cascino e dall'articolo contenuto nel sito http://forumgamesradar.futuregamer.it/ e postato il 17/08/2003 dal Sig. Cesare Brenna.
postato da: dallaltraparte alle ore 13:49 | Permalink | commenti
categoria:storia, in memoriam