martedì, 18 novembre 2008

ma dietro il risarcimento per Lockerbie si nasconde un'altra verità

Dopo due decenni, un "capitolo doloroso" è stato messo alle spalle nelle relazioni tra Stati uniti e Libia. Lo ha detto il presidente americano George W. Bush al colonnello libico Moammar Gheddafi nel corso di una conversazione telefonica, dopo il pagamento da parte della Libia di un miliardo e mezzo di dollari di risarcimento per diversi attacchi terroristici, fra cui quello di Lockerbie, in Scozia, nel 1988. Lo riferisce la Casa Bianca.

Alla fine di ottobre la Libia ha pagato 1,5 miliardi di risarcimento alle vittime americane dell'attacco all'aereo della Pan Am, costato la vita a 270 persone, di cui Tripoli è stata considerata il mandante. Un gesto che ha spazzato via gli ultimi dissapori e normalizzato le relazioni diplomatiche fra Washington e Tripoli. Nel colloquio Bush avrebbe detto a Gheddafi che l'accordo di risarcimento "dovrebbe aiutare a relegare nel passato un capitolo doloroso nella storia delle relazioni tra i due paesi".

Un tanto al chilo! Ma dietro il risarcimento per Lockerbie si nasconde un'altra verità come sanno i lettori di Nuovo Ordine Mondiale tra imperialismo e Impero. I libici, difatti, accettarono di partecipare e di assumersi le responsabilità di un attentato che di fatto rientrava nella guerra sporca Cia-Mossad per il controllo del programma Promise. Lockerbie, all'epoca quando alla Casa Bianca c'era il padre di Bush, fu un'operazione americana ai danni degli israeliani. Ma certe cose vanno minimizzate e mimetizzate; mai far sapere in pubblico quanti e quali scontri ci sono tra gli alleati al vertice della piramide. Ma questa è la vera ragione per cui se la cavano a buon mercato (è il caso di dirlo...)

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lunedì, 17 novembre 2008

 

…Il segno della fine di un’epoca

Nell’arco di pochi giorni due eventi inconcepibili solo fino a qualche mese stanno a rappresentare la vera e propria “rivoluzione” che si è scatenata nel mondo: la vittoria elettorale di Barack Obama alle presidenziali USA e il G20, con l’ammissione ufficiale al tavolo delle decisioni di politica economica dei cosiddetti “paesi emergenti”

I due fatti sono strettamente correlati e contendono un simbolismo storico, al di la dei motivi contingenti (la crisi finanziaria) che li hanno determinati.

Finisce in USA il potere dei WASP (White Anglo-Saxon Protestant), che diventano una delle tante componenti etniche che formano la società americana.

Finisce nel mondo il potere dei “paesi più industrializzati”, che era rappresentato prima dal G6 (i paesi occidentali che avevano combattuto la seconda guerra mondiale: USA, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Giappone), poi dal G7 (l’aggiunta del Canada) e dal G8 (l’aggiunta, recentissima, della Russia).

Ora, improvvisamente, vengono imbarcati Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Cina, Corea del Sud, India, Indonesia, Messico, Sudafrica, Turchia, Spagna e Olanda.

E’ una presa d’atto che da oggi in poi gli interessi rappresentati al vertice politico/economico del pianeta non saranno più solo quelli del ristretto “club degli industrializzati“, e neppure quello delle potenze che hanno combattuto la II guerra mondiale.

Se questo allargamento derivasse semplicemente da una cooptazione delle nuove potenze economiche emergenti sarebbe poco male. Se l’elezione di Obama rappresentasse solo il traguardo politico del melting pot americano, poco male.

Ma questo avviene invece all’apice di una crisi finanziaria che scuote le economie occidentali, crisi che viene da scelte strategiche sbagliate legate alla famosa “globalizzazione“.

In sostanza l’occidente si presenta come un nobile fallito e pieno di debiti a chiedere aiuto agli ex famigli che scoppiano di salute e di quattrini.

E gli chiede, almeno secondo il presidente uscente Bush, di salvaguardare il sistema finanziario che è crollato miseramente, e che era l’ultimo baluardo attraverso il quale l’occidente manteneva il controllo dell’economia e della politica mondiale.

E’ ovvio che il G20 si è concluso con un nulla di fatto: i paesi emergenti si dovrebbero immolare per salvare le banche di affari della City e di Wall Street, dovrebbero comprarsi i famosi “titoli tossici” (volgari cambiali false emesse a centinaia di migliaia di miliardi di dollari).

Insomma, i paesi emergenti dovrebbero sacrificarsi per garantire ai ricchi redditi pro capite che sono circa tre volte più alti di quelli dei loro stessi paesi.

E’ il canto del cigno, la presa d’atto dell’impotenza da parte degli epigoni del liberismo, spacciato come positiva “liberazione degli spiriti animaleschi del capitalismo” e rivelatosi il più grande suicidio politico che la storia ricordi, pari solo a quello della nomenclatura sovietica degli anni ‘90.

Il 30 aprile prossimo ci sarà un nuovo G20, con in carica Barack Obama. Allora si vedrà se l’occidente ha ancora proposte serie da fare, se la fallita nomenklatura finanziaria sarà stata resa impotente, se si ritornerà all’economia basata su innovazione e lavoro piuttosto che sugli assets finanziari.

Luigi Di Stefano

Il Fondo, www.mirorenzaglia.org

 

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venerdì, 14 novembre 2008

Solidarietà alle enclave serbe nel Kosovo

A distanza di nove anni dall’intervento umanitario dell’Onu, il cui fine era la pacificazione dell’antica terra serba di Kossovo e Metohija garantendo un’esistenza pacifica per la popolazione serba e l’autonomia politica per la minoranza albanese, i fatti si sono evoluti diversamente. I guerriglieri dell’UCK - signori della guerra (e soprattutto della droga...)- si sono lasciati dietro una pesante fardello: antichi monasteri e chiese rase al suolo, cimiteri distrutti e profanati, villaggi bruciati, donne violate e bambini assassinati. A tale genocidio è seguito un esodo della popolazione serba, sfollata e costretta a sopravvivere, aspettando una giustizia che è sempre più un miraggio. Siamo testimoni impotenti dinanzi a una pulizia etnica avallata dalla comunità internazionale tramite un silenzio complice. La popolazione serba rimasta in Kossovo testimonia la volontà di non arrendersi dopo un millennio di partecipazione alla storia e alla cultura dell'Europa, vivendo in situazione di costante pericolo e in condizioni di precarietà. Donne e bambini costretti in villaggi come fossero in oasi protette, circondati da popolazioni ostili e sotto il rischio costante di aggressioni, che risulterebbero fatali, a cui si oppone di fatto spesso solo qualche sparuto presidio dell’Onu. Solidarité Kosovo è un’organizzazione non governativa nata in Francia, che si prodiga al loro sostegno, raccogliendo fondi e materiale che porta direttamente in loco organizzando apposite missioni umanitarie (l’attività svolta è visibile al sito www.solidarite-kosovo.com). L’associazione ha recentemente dato vita alla sua filiale italiana che promuove una campagna di raccolta in previsione della prossima missione umanitaria che avrà luogo i primi giorni del mese di gennaio 2009 e pertanto il materiale raccolto dovrà pervenire a Torino entro e non oltre il 30 dicembre, in tempo per essere smistato. Ricordiamo che sono possibili serate di approfondimento sulla situazione in essere ed è possibile acquistare materiale il cui ricavato andrà interamente devoluto all’iniziativa (a breve pubblicizzeremo l’elenco dei prodotti acquistabili). L’obiettivo è raccogliere giocattoli e vestiario per i bambini (0 -15 anni) e incentivare i versamenti in denaro da effettuarsi direttamente sul conto indicato nel sito stesso (alla pagina ‘aider’ ). Un dono, un piccolo atto di solidarietà, che può infondere grande gioia nei bimbi che lo ricevono, facendoli sentire meno soli, ma anche un incoraggiamento ai genitori a farli crescere nelle terre dei loro avi, secondo le proprie usanze. Aiutarli non è solo un dovere morale o un obbligo verso il sofferente, ma un pegno per future generazioni europee, per dire che ancora ci siamo e ci saremo, nonostante i soprusi, a prescindere dalla violenza. Aiutaci ad aiutarli!

Per informazioni: telefono 011-3391928 (lun. e ven. 21-23, sab. 16-19)

e-mail: solidaritekosovoitalia@yahoo.com

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giovedì, 13 novembre 2008

crisi-finanziaria12_fondo-magazine.jpgTratto da IlFondo di Riccardo Torsoli

 Nelle ultime settimane molti economisti e commentatori finanziari sono concordi nel definire questa crisi finanziaria la più grande dal 1930 ad oggi, ma anche che paragonare questa crisi con quella del ‘29 sia eccessivo e fuorviante e, per dirla tutta, un po’ catastrofista. Infatti, dal punto di vista economico e monetario ci sono grandi differenze a cominciare dal sistema aureo in vigore in quegli anni, sospeso a partire dal 1931 e ripreso negli accordi di Bretton Woods del 1944. Però, leggendo un articolo economico di Ambrose Evans-Pritchard un brivido mi ha percorso repentinamente la schiena, riportandomi alla memoria nefaste coincidenze con la situazione dei primi anni 30. In tale articolo, L’Europa alla vigilia del disastro valutario, veniva dipinto il fosco quadro della situazione bancaria austriaca esposta per l’85% del PIL verso i paesi dell’Est Europa e si ricordava espressamente la crisi bancaria europea innescata nel maggio del 1931 dal fallimento della banca viennese Creditanstalt. Tutto cominciò successivamente alla Prima guerra mondiale, con una serie di accadimenti che destabilizzarono il sistema bancario austriaco. Una delle prime cause fu la dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico e la conseguente perdita di influenza sui territori profittevoli di Trieste e dei Sudeti. Successivamente, nel 1924, una fallita speculazione al ribasso sul franco francese portò ad una serie di crack nei comparti bancari (Allgemeine Industriebank, Austro-Polnische Bank, OrientBank). Infine, il fallimento della Bodencreditanstalt nel 1929 e la successiva fusione con Creditanstalt portò quest’ultima a detenere il 60% dell’intero comparto industriale austriaco ed ad imbarcarsi le notevoli perdite derivanti dalle partecipazioni azionarie nelle aziende provate dalla crisi economica (tali partecipazioni provenivano dalla conversione dei crediti inesigibili in azioni ordinarie).

La banca austriaca Creditanstant aveva una forte esposizione, come del resto anche le banche tedesche, con il flusso creditizio estero. Il successivo blocco, dovuto in parte a motivi geopolitici, con la Francia che mise come condizione lo scioglimento dell’unione doganale tra Austria e Germania e, in parte, alla fuga di capitali per paura di insolvenza, portò al crollo dell’Istituto bancario in pochi mesi. A nulla valsero i tentativi di innalzare i tassi di interesse e i tentativi di finanziamento da parte della BIS e dei Rothschild che detenevano la proprietà della banca.

Il crollo della banca viennese creò una situazione di panico che in breve tempo portò al blocco dei crediti alle banche europee, soprattutto da parte degli Usa, e dette vita ad una serie di crolli bancari, che inasprirono ulteriormente la depressione in corso. A dir poco tardiva fu la moratoria del Presidente Hoover per bloccare i risarcimenti di guerra dovuti dalla Germania: ormai il sistema finanziario europeo era definitivamente compromesso.

Oggi la Creditanstalt fa parte del gruppo tedesco HypoVereinsbank il quale ha come capofila il gruppo bancario italiano Unicredito, che ha esposizioni nell’area dell’Europa centrale e nei paesi balcanici per 130 miliardi di euro: quasi il triplo di Banca Intesa. Comunque, l’Unicredito è in buona compagnia: nella stessa area la Spagna è esposta per il 23% del PIL, la Svizzera per il 50%, la Svezia per il 25%, il Regno Unito per il 24% infine gli Usa solo per il 4%. In questi giorni i paesi dell’Europa dell’Est stanno disperatamente cercando di difendere le valute nazionali nell’occhio del ciclone: l’Ungheria nei giorni scorsi ha portato i tassi di interesse dal 3% all’11%, ma senza risultati tangibili; in Romania, addirittura il tasso overnight per i prestiti interbancari è stato portato al 900%: una mossa che ricorda da vicino quelle prese in concomitanza del crollo bancario svedese dei primi anni ‘90.

Questa situazione del sistema bancario europeo, principalmente tedesco ed italiano ricorda molto da vicino la situazione dei primi anni ‘30 del secolo scorso e, esattamente come nella depressione del 1929, prima crollano i mercati, poi inizia una spirale di disoccupazione e fallimenti aziendali condita da tensioni valutarie, poi saltano i sistemi bancari ed infine anche gli stati sovrani.

In questi ultimi anni sono stati concessi prestiti ingenti ai paesi dell’Est Europa, i cui cittadini e imprese hanno contratto mutui legati a valute forti come il franco svizzero e lo yen giapponese ed adesso si trovano impossibilitati a far fronte ai pagamenti, a causa della severa svalutazione alla quale sono sottoposte le loro monete nazionali, mettendo così a serio rischio la stabilità finanziaria europea. E’ proprio di questi giorni la dichiarazione del Primo ministro della Romania, Calin Popescu Tariceanu, i cui titoli di stato sono stati declassati a spazzatura, che ha paragonato il suo paese all’iceberg che ha affondato il Titanic, in questo caso l’Europa.

Il FMI sta cercando disperatamente di accordare finanziamenti ai paesi dell’Est europeo, ma la mole dei debiti contratti e la perdurante svalutazione monetaria combinata con il rapido calo delle esportazioni verso i paesi più industrializzati rendono molto probabile un rischio insolvenza da parte dei cosiddetti paesi emergenti. Le cifre sono implacabili: la Repubblica Ceca esporta nei paesi dell’area euro per il 40% del proprio Pil, l’Ucraina per il 39,9% con la sola industria siderurgica che fornisce il 27% del proprio Pil, la Bulgaria per il 62%. Senza contare che il FMI è pure a corto di liquidità e i premier occidentali, con a capo Gordon Brown, stanno mendicando dai paesi del Golfo Persico il carico di rimpinguare le casse vuote dell’Istituto. L’impressione è che siamo agli sgoccioli: il sistema capitalista sta imbarcando acqua da tutte le parti.

Nei paesi dell’area euro, invece, la situazione si va progressivamente aggravando. Nella scorsa asta di titoli di stato, vari paesi hanno dovuto rinunciare all’emissione dei loro titoli per mancanza di acquirenti e nel prossimo anno ci saranno pesanti scadenze. Morgan Stanley ha calcolato che in Italia arrivano a scadenza 198 miliardi di euro in titoli di stato, in Germania 173 miliardi, in Francia 135 miliardi e 57 miliardi in Spagna. Senza contare che il differenziale tra i buoni del tesoro tedeschi e di quelli italiani è salito implacabilmente fino a 126%, ed i CDS (Credit Default Swap) su Spagna, Italia e Grecia sono i maggiormente trattati negli ultimi giorni, a conferma del livello di sfiducia raggiunto da questi paesi.

In caso di forte turbolenza bancaria e di eccessivo indebitamento da parte dell’Italia si potrebbe profilare una possibile fuoriuscita del nostro Paese dall’area euro, con drammatiche ricadute interne. In ogni caso, è tutto il cosiddetto Club Med che soffre. La Spagna, anche se ha un debito pubblico minore, si trova con un sistema bancario fortemente esposto incentrato sul settore immobiliare in drammatica crisi. Stesso discorso per la Grecia che ha fortemente ridotto il trasporto marittimo e si trova con un pesante indebitamento di oltre il 90% del PIL e con un sistema bancario che vede con preoccupazione i tanti investimenti operati nell’area balcanica.

Questo quadro desolante porterà a drammatiche tensioni nell’area euro se non saranno prese misure drastiche di natura monetaria ed economica. Giappone, Stati Uniti e Gran Bretagna si stanno dirigendo verso un corposo taglio dei tassi che porterà ad un regime di tassi negativi (tassi nominali al netto del tasso di inflazione) che innescherà una maggiore circolazione monetaria (nessuno terrà denaro che perde valore nel tempo), spingendo gli investimenti e l’inflazione che ne deriverà, piano piano eroderà il debito. In Europa , invece, si va in direzione opposta, cercando di tenere il tasso di interesse ad un livello superiore all’inflazione che produrrà una marcata deflazione e una disgregazione dell’area euro, perfettamente aderente al pensiero tedesco, dominante a Francoforte ma con conseguenze drammatiche nel resto del continente.

Si ritornerà molto probabilmente a politiche autarchiche e protezioniste, alla faccia della libera circolazione dei capitali e delle persone che hanno avuto la meglio in questi ultimi decenni. La disoccupazione crescente e la perdita di potere di acquisto in una condizione di domanda interna depressa porterà sicuramente a politiche forti di contenimento dei prezzi e a vasti piani di investimenti nazionali. Anche Barack Obama, nuovo Presidente degli Stati uniti ha promesso forti incentivi alle aziende che produrranno posti di lavoro e forti penalizzazioni alle imprese che delocalizzeranno all’estero.

E il liberismo? “Signori, capolinea: si scende!”. Era ora.

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giovedì, 13 novembre 2008

Il suo merito? Nel colore della pelle. Un po' poco per essere il portatore di un tanto auspicato cambiamento...(verso che cosa e di che cosa ancora nessuno lo sa).

Tutti pazzi per Obama. Oltre, e forse più, che negli Stati Uniti, in Europa e soprattutto in Italia dove non siamo mai secondi a nessuno nel flaianesco correre "in soccorso del vincitore". Tutti pazzi per Obama , a sinistra come a destra. A sinistra perché si ritiene che rappresenti "il cambiamento" (parola magica e taumaturgica che, per se stessa, non significa assolutamente nulla se non l'eterno bisogno dell'uomo di illudersi che le cose, nel futuro, vadano meglio), a destra però l'elezione di un presidente nero, o comunque mezzo nero, dimostrerebbe, come scrive, sia pur a denti stretti, Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, quanto "aperta e libera" sia la società americana.
Ho ascoltato in questi giorni un'infinità di stucchevoli dibattiti sulle elezioni americane, ma alla domanda perché mai Barack Obama debba essere considerato se non "l'uomo della Provvidenza" almeno quello del "cambiamento" (concetto che, se ha mai un senso, contiene in sè quello di "miglioramento") la sola risposta comprensibile che politici, politologi, esperti, commentatori, eccetera, hanno saputo dare è questa: perché è un nero. Ora un nero non è per ciò stesso, migliore di un bianco. Questo lo può pensare solo una società intimamente razzista come resta quella americana e, in sottofondo, anche come quella europea e italiana (altrimenti il fatto che il nuovo inquilino della Casa Bianca sia un nero, o comunque un mezzo nero, non susciterebbe tanto scalpore).

Anche Condoleezza Rice è nera, e per sopramercato donna, eppure è stata un'assatanata guerrafondaia, più del suo bianco superiore. Uno degli equivoci in cui cade la sinistra europea, e in particolare quella italiana, è di credere che i democratici americani siano, in politica estera, meno aggressivi dei repubblicani. Ma fu il democraticissimo Kennedy (e Obama è chiamato "il Kennedy nero") a iniziare la guerra del Vietnam e fu il disprezzatissimo repubblicano Nixon (forse il miglior presidente che gli Stati Uniti abbiano avuto nel dopoguerra, non a caso fatto fuori per una bagatella) a chiuderla. Fu sempre Kennedy a combinare il pasticcio della "Baia dei porci" e il democratico Carter quello del blitz nell'Iran khomeinista. Ed è stato il democratico Clinton, il sassofonista che tanto piacque a Veltroni, a fare la più assurda delle guerre, più assurda di quella all'Afghanistan o all'Iraq, dell'ultimo ventennio americano; la guerra alla Serbia, cioè all'Europa cristiana. L'America è un Paese imperiale e segue delle logiche imperiali cui nessun suo Presidente può sottrarsi. Al massimo Obama chiederà una maggior collaborazione agli europei ma sempre a condizione che seguano supinamente le logiche americane. Nessuno si illude che Obama ritiri spontaneamente le truppe dall'Afghanistan, dove si combatte la più vergognosa delle ultime guerre occidentali perché, sotto la formula ipocrita del "peace keeping", si vuole togliere a un popolo oltre la sua indipendenza anche la sua anima.

Obama non cambierà neanche il capitalismo americano. Perché anche il capitalismo, americano o meno, ha le sue logiche ferree da cui non può sfuggire. È inutile e ipocrita prendersela col capitalismo finanziario, perché è la diretta conseguenza, oltre che la precondizione, di quello industriale. Chi si scandalizza per il capitalismo finanziario è nella stessa posizione di chi avendo inventato la pallottola si meravigli che si sia arrivati al missile. Ora siamo al missile e non si può tornare indietro senza sconfessare l'intero impianto del modello di sviluppo occidentale. Cosa che nessun Obama può nè ha intenzione di fare.

Quanto al fatto che l'elezione di un nero dimostrerebbe quanto "aperta e libera" sia la democrazia americana, beh questo è un pensiero che può venire solo riguardo a un Paese che ha avuto fino a un secolo e mezzo fa la schiavitù, scomparsa in Occidente dalla caduta dell'Impero romano, e fino a cinquant'anni fa la segregazione razziale come nel tanto disprezzato Sud Africa bianco.

Non può essere portato come distintivo, come medaglia d'onore di una democrazia quello che in democrazia, che proclama solennemente l'uguaglianza di tutti i cittadini "senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione", dovrebbe essere l'assoluta normalità.

Massimo Fini

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giovedì, 13 novembre 2008

Altro monito agli Usa: basta provocare Mosca!

Gli Stati uniti dovrebbero "cambiare approccio" sulla questione della dislocazione di elementi dello scudo antimissilistico in Europa orientale nell'ottica della costruzione d'un "nuovo ordine di sicurezza" in Europa. L'ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini in un'intervista pubblicata oggi dal quotidiano la Repubblica. Frattini, sostenendo che l'Europa, e l'Italia di Silvio Berlusconi, possono "fare la differenza", ha prospetta uno scenario in cui "un'amministrazione americana impegnata sull'Afghanistan più che in passato, proiettata verso l'Asia più di quanto non abbia fatto (George W.) Bush, non potrà permettersi un guerra fredda con la Federazione russa". Insomma, ha continuato, l'America del neo-presidente Barack Obama "non si potrà permettere di schierare lo scudo antimissile in Polonia e Repubblica ceca perché non si può permettere i missili russi a Kaliningrad, l'enclave russa circondata da paesi dell'Ue". Il capo della diplomazia italiana ha auspicato che si apra "una prospettiva in cui Europa, Russia e America costituiscano insieme un nuovo ordine di sicurezza", che non vuol dire rinunciare al ruolo della Nato, ma vuol dire "costruire una strategia condivisa sulla non proliferazione nucleare, sulla nuova architettura di sicurezza in Pakistan-Afghanistan". Alla domanda se queste considerazioni vadano intese come la volontà di suggerire agli Usa di rinunciare allo scudo in Europa, Frattini ha risposto che il consiglio è di "cambiare approccio". La Russia, ha spiegato il ministro, "sbagliando ha interpretato male lo scudo antimissile americano, l'ha considerato un segnale d'inimicizia". Quindi la situazione va ribaltata, "perché quando (Dmitri) Medvedev annuncia missili a Kaliningrad significa missili al centro della Lituania". Prudenza, secondo Frattini, deve essere esercitata anche sull'allargamento della Nato a Georgia e Ucraina. "Il vertice di Bucarest - ha concluso il ministro - ha preso delle decisioni, ma accelerare quelle decisioni sin dal prossimo dicembre sarebbe un altro segnale che non aiuterebbe nei rapporti con la Russia".

Il Centro Geografico dell’Europa occidentale (da Capo Nord alla Sicilia, da Faro agli Urali) è situato, per quanto possa apparire strano, a 24 Km a nord di Vilnius (Lituania) e Kaliningrad (ex Konigsberg prussiana e Teutonica, ex Regiomontium romana) è situata proprio fra Polonia e Lituania (corridoio di Danzica…).

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martedì, 11 novembre 2008

Dietro Obama il partito della Silicon Valley. Tecniche da studiare

Il 2008 è il nuovo 1776! (l’anno della rivoluzione americana, ndr). E forse il 2009 sarà il nuovo 1777, l’anno in cui abbiamo avuto una Costituzione. Due giorni dopo l’elezione di Barack Obama, il fondatore di Craiglist, il sito di annunci più ricco del web, che si chiama Craig Newmark, parla alla Stanford University. Newmark è contento; si sente parte della rivoluzione. Ricorda il ruolo cruciale dei social sites e dei blog in questa campagna. Dice che anche Craiglist promuoverà gli sforzi di chi vuole diffondere nuove idee per governare oggi e nel futuro. Per governare. La Silicon Valley, dalle otto di sera (Pacific Time) del 4 novembre, si sente abbastanza al governo. Operosamente al governo: per dire, le finestre della sede di Facebook su University Avenue a Palo Alto restano accese tutta la notte come quelle dello studio di Mussolini a piazza Venezia (oggi come quelle dello studio di Angelino Alfano a via Arenula, ma forse non c’entra molto). Uno dei fondatori di Facebook, Chris Hughes, è stato una colonna della campagna di Obama e della sua Internet strategy. E Obama qui lo chiamano il Google della politica. Non solo per l’enorme successo veloce; per la conoscenza delle nuove tecnologie e la capacità di usarle come nessun altro leader, finora. Anche per questo qui ha preso il 70 per cento dei voti, in certi sobborghi ricchi ha avuto 70 volte più finanziamenti del medio distretto postale americano; hanno tifato per lui gli imprenditori del Web 2.0 come i paladini dell’Internet strumento di democrazia e creatività collettiva come Laurence Lessig.

L’inventore di Creative Commons è professore alla Stanford Law School e ha appoggiato già dal 2007 (con un video su Youtube) Obama, di cui è stato collega alla University of Chicago (curiosità: nell’ostensione globale-totale della biografia del neopresidente, i media che effettivamente tifavano per lui pietosamente hanno taciuto sul fatto che sia un ex professore universitario; causa storico anti-intellettualismo americano non avrebbe avuto una chance). Comunque. Passati i festeggiamenti, c’è una Silicon Valley obamiana libertaria (di destra?) e una Silicon Valley obamiana liberista (di sinistra?). Spesso non è proprio una frattura, è più una schizofrenia; a volte si tratta delle stesse persone a diverse ore della giornata. Quando lavorano nella aziendina o aziendona che hanno fondato, dicono mi aspetto che Obama mantenga la sua promessa di eliminare tutti le tasse sui capital gains per le startup. Quando smettono di lavorare e riaccendono il computer (qui molti girano senza pantaloni, nel senso che stanno in bermuda; quasi nessuno gira senza Mac o pc) magari vanno sul sito di Lessig. Il giurista dei digerati(viene da digitale e letterati, sarebbero gli intellettuali e i creativi della zona) ha creato online l’organizzazione anticorruzione Change Congress e non si fida dei politici: Passano la maggior parte del tempo a raccogliere soldi per essere eletti o rieletti. Molti di questi soldi vengono dai lobbisti. I lobbisti difendono le multinazionali, i grandi network, i produttori di film e musica. Lessig, che via Creative Commons, siti in cui si mettono a disposizione opere creative e copyright, sostiene che sul web si può condividere, il che è legale, e scaricare, che non lo è; ma lo fanno tutti. Ora vorrebbe che l’amministrazione Obama cambiasse le leggi sul copyright; mantenendolo per le opere nella loro interezza, ma decriminalizzando la condivisione dei files, e l’uso parziale per remix creativi (Remix è il titolo del suo ultimo libro, uno dei pochi effettivamente letti nella valle). E vorrebbe, come molti altri, che Obama mantenesse la sua altra promessa, sullanet neutrality: la neutralità dei provider con cui ci si connette alla rete, in modo che tutti possano accedere a tutto (da senatore, aveva registrato un podcast sul tema,; spiegando che se i grandi provider ottenessero per legge un Internet a due velocità, privilegiato e da barboni, selezionando i contenuti, molti cittadini non potrebbero scaricare neanche le sue parole). Per ora, Obama ha risposto nominando un veterano di Internet nella sua transition team che valuterà i membri della prossima amministrazione: Julius Genachowski, già capo della commissione obamiana su tecnologie e innovazione. Dovrebbe dire la sua sul capo della Federal Communication Commission, sul segretario al Commercio, su altre nomine importanti. Qualcuno partirà dalla Silicon Valley, si prevede. Qualcuno era già a Chicago la notte della vittoria. Come Sam Perry, venture capitalist della valle e finanziatore elettorale, sulla cui spalla a Grant Park ha pianto Oprah Winfrey, conduttrice-diva della tv e prima sponsor cruciale di Obama. I due non si conoscevano. Ma tutti e due hanno fatto la loro parte, il Google President lo sa.

Maria Laura Rodotà

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domenica, 09 novembre 2008

Gli aggressori indiscutibilmente georgiani. Persino il New York Times ora si allinea alle conclusioni di un'Osce pur maggioritariamente antirussa.

A tre mesi esatti dall'inizio della guerra nel Caucaso, "nuovi resoconti dagli osservatori militari indipendenti sullo scoppio del conflitto tra Georgia e Russia mettono in dubbio le asserzioni di Tbilisi, che sostiene di avere agito per difendersi da un'aggressione dei separatisti e della Russia". A questa conclusione, pur con una serie di distinguo sulla difficoltà di interpretare un quadro sempre composito e spesso confuso, giunge oggi il New York Times. In un lungo e dettagliato articolo piazzato in prima pagina, secondo il quotidiano statunitense "i resoconti suggeriscono che l'inesperto esercito georgiano attaccò la capitale separatista Tskhinvali, isolata, il 7 agosto, aprendo indiscriminatamente il fuoco con artiglieria e missili, mettendo a repentaglio la vita di civili, dei peacekeepers russi e di osservatori indifesi". Letti gli sviluppi dell'indagine - non ancora conclusa - di un team internazionale all'opera con mandato Osce (Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa), il NYT, in pratica, avalla la versione russa dei fatti sull'inizio della guerra. Il quotidiano riporta anche i commenti dubbiosi del governo georgiano, che lascia intendere di non trovare affidabile la ricostruzione. "Chi stava contando le esplosioni? Suona un pò strano", dice il viceministro degli Esteri Giga Bokeria, poco convinto dai numeri: colpi di artiglieria e razzi a intervalli di 15-20 secondi e almeno 48 finiti nel giro della prima ora di bombardamenti in zone abitate da civili. Segue un'accurata cronologia tratta dai documenti stilati nel corso dell'indagine, che lascia effettivamente pochi dubbi su chi abbia lanciato la prima operazione militare. Sull'intricata vicenda, che ha visto Mosca e Tbilisi lanciarsi accuse reciproche per mesi, l'Osce preferisce per ora restare cauta e non commentare, anche perchè l'inchiesta non è stata ancora ufficializzata. Il New York Times fa notare che la squadra al lavoro comprende un finlandese, un bielorusso e anche un polacco, non facilmente sospettabile di posizioni filorusse.

Piccolo parallelo: la stampa si comportò allora esattamente come ha fatto in questi giorni con la storia di Piazza Navona; ha provato a rovesciare la verità. Ma in ambo i casi gli osservatori non hanno potuto che documentare chi furono gli unici e soli aggressori.

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venerdì, 07 novembre 2008

Toni trionfali della stampa israeliana per la scelta del capo di gabinetto di Obama

Barack Obama ha annunciato la prima nomina, è Rahm Emanuel che sarò capo di gabinetto del prossimo governo. La stampa israeliana ha dato ampio spazio alla notizia. Emanuel è figlio di genitori emigrati da Israele (ma non era il giardino del deserto, la Terra Promessa?) negli anni '60. Il quotidiano Maariv lo ha definito “il nostro uomo alla Casa Bianca” riferendo che il padre Binyamin, oggi pediatra negli Stati Uniti, è stato membro dell'Etzel, un gruppo clandestino ebraico ultranazionalista che combatté contro il mandato britannico in Palestina. “Influenzerà il figlio” ha sottolineato Maariv.

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venerdì, 07 novembre 2008

Tutti lo dipingono come l’uomo nuovo, il leader che può portare gli Stati Uniti fuori dalla crisi nazionale e internazionale. Barack Hussein Obama, invece, nasconde ben altro dietro all’arte oratoria e alla tanta pubblicizzata capacità di infiammare le masse nel sogno della nuova America. Prima di tutto bisogna sgombrare il campo da un equivoco grossolano: la fazione democratica, incarnata in queste elezioni dal senatore dell’Illinois, non è il partito della pace. Anzi, tutt’altro. Obama ha fatto outing durante il secondo confronto televisivo tra i candidati nello spiegare la sua dottrina di uso della forza quando, badate bene, non c’è in gioco la sicurezza nazionale. Spiazzando il repubblicano McCain, Obama è rientrato a pieno titolo nel solco dell’antica tradizione interventista della sinistra americana, parlando come un pericoloso guerrafondaio: “Non sempre in gioco c’è la sicurezza nazionale, ma in ballo ci possono essere questioni morali. Se avessimo potuto intervenire in modo adeguato nell’Olocausto, chi tra noi avrebbe potuto dire che non avremmo avuto l’obbligo morale di intervenire? Se avessimo potuto fermare il Ruanda, avremmo dovuto considerare fortemente di agire”. Obama ha poi spiegato che “dobbiamo considerare che sia parte dei nostri interessi, dei nostri interessi nazionali, intervenire dove sia possibile, anche se ovviamente non saremo in grado di farlo ovunque e in tutte le occasioni, ecco perché per noi è così importante lavorare con gli alleati”. Il senatore democratico ha poi praticamente criticato Bush per non essere stato abbastanza radicale nell’applicare i principi della “lotta contro il male” anche al Pakistan:“Dobbiamo cambiare la nostra politica: non possiamo coccolare un dittatore, dargli miliardi di dollari e poi quello fa trattati di pace con i talebani e gli estremisti. Incoraggeremo la democrazia in Pakistan, aumentando i nostri aiuti non militari in modo che loro abbiano più interesse a lavorare con noi, ma insistendo sul fatto che devono andare a caccia di questi estremisti”. E infine, Obama ha ben chiarito che se individuerà il nascondiglio di Bin Laden e se il governo pachistano non sarà in grado o non vorrà prenderlo, non rispetterà la sovranità nazionale pakistana e non aspetterà autorizzazioni internazionali, ma deciderà per un intervento militare americano: “Se non lo fanno loro, dobbiamo farlo noi”.

Spiegata la posizione interventista da vero poliziotto del mondo di Obama, non colpisce quello che si scopre andando a scavare un po’ nella squadra che ha appoggiato in campagna elettorale e che andrà a occupare i posti chiave degli Stati Uniti. Nello staff democratico spiccano tutte le personalità legate a Clinton, a quell’ex presidente che senza pensarci troppo attaccò il cuore dell’Europa. Lo spin doctor di Obama, William J. Perry, è stato ministro della Difesa dell’amministrazione Clinton. Sotto la sua guida, gli yankee hanno inviato i soldati ad Haiti nel ’94. E nello stesso anno sempre lui ha organizzato le operazioni militari statunitensi in Bosnia. Nello staff democratico figura anche Sarah Sewall, quel vice ministro della Difesa che con Clinton aveva ricevuto la delega alla Pace (!). Ed ecco il coordinatore della campagna di Barack: Denis McDonough, ex consigliere per la politica estera del senatore Tom Daschle, il superdelegato democratico noto come capofila della lobby dei biocarburanti, che ha pesanti ingerenze nei rapporti con l’America Latina. Il possibile portavoce della Casa Bianca potrebbe essere Mark Lippert, ex Navy Seal rientrato dall’Iraq la scorsa primavera, uno dei fedelissimi di Obama, con ruolo chiave nei discorsi più importanti del candidato democratico. E ancora tanti sono i nomi clintoniani presi in prestito da Obama. Dietro al senatore dell’Illinois ci sarebbe anche l’ex segretario di Stato Madeleine K. Albright, che avrebbe anche portato nel gruppo Jonathan Scott Gration, l’ex generale oggi a.d. della Millennium Villages, un progetto che ufficialmente vorrebbe combattere la povertà in Africa. Anche sul fronte dell’economia i nomi vengono sempre dal passato: i principali consulenti sono Jason Furman, assistente speciale di Clinton per le politiche economiche con incarichi di spicco nella Banca mondiale, e William M. Daley, direttore della task force del Nafta con Clinton e successivamente all’entrata in vigore del trattato, ministro del Commercio. Entrambi si contendono la poltrona di ministro del Tesoro.

Discorso a parte, poi lo meritano i finanziamenti di Obama. Anche se durante le primarie democratiche la lobby ebraica appoggiava la signora Clinton, il candidato democratico dalla sua ha avuto una “buona” carta da giocare. Uno dei suoi maggiori finanziatori è stato infatti, niente di meno che l’ebreo ungherese Georges Soros, insieme all’uomo della Goldman Sachs, Eric Mindich. Non deve sorprendere questo fatto. Se è vero, infatti, che la lobby ebraica e sionista appoggia in gran parte i repubblicani, è altresì vero che lo speculatore Soros da tempo si è schierato ufficialmente contro i neocon, colpevoli secondo lui di “mettere in pericolo l’esistenza stessa di Israele”. E quindi secondo Soros serve un approccio più morbido proprio per aiutare Tel Aviv. Ecco spiegati i soldi al politicamente corretto Obama, che ovviamente ha anche detto pubblicamente di essere un “grande amico di Israele”. La lobby ebraica quindi si sarebbe spaccata in due fazioni, anche se sembra solo un modo per pilotare in ogni evenienza il voto statunitense.

Ecco l’ennesima riprova del fatto che gli uomini nuovi non esistono, visto che negli Usa i presidenti vengono decisi dalle lobby. La differenza tra Obama e McCain è stata solo nell’approccio e negli interessi, tra fare la guerra con migliaia di marines o destabilizzare stati sovrani con i servizi segreti. In entrambi i casi, un futuro preoccupante per il mondo intero.

Tommaso Della Longa

(Tratto dal quotidiano Rinascita per gentile concessione)

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venerdì, 07 novembre 2008

Le più grandi banche d'affari mondiali hanno puntato tutto su di lui

Dopo aver spulciato i rapporti finanziari che i due candidati presidenziali trasmettono alla Commissione Elettorale Federale, il prestigioso Center for Responsive Politics (organizzazione non governativa Usa che monitora i legami tra finanza e politica) ha pubblicato sul suo sito web OpenSecrets.org la lista dei maggiori sostenitori di Obama e McCain. In cima alla lista dei 'contributors'  del giovane senatore democratico dell'Illinois (assieme a grandi Università come Harvard e Stanford, giganti dell'informatica come Microsoft, Google e Ibm, major cinematografiche e televisive come Time Warner e National Amusements e i più potenti studi legali Usa), troviamo anche Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Citigroup, Unione Banche Svizzere e Morgan Stanley. Pesi massimi del sistema finanziario Usa che, pur avendo finanziato entrambi i candidati, stando alle cifre hanno chiaramente favorito quello democratico. Obama ha preso -

tramite donazioni personali, mai aziendali - 874 mila dollari dalla Goldman Sachs (che a McCain ha dato solo 228 mila dollari), 581 mila dalla JPMorgan Chase (a McCain solo 215 mila), altri 581 mila dalla Citigroup (a McCain solo 296 mila), 454 mila dall'Unione Banche Svizzere (a McCain solo 147 mila) e 425 mila dalla Morgan Stanley (a McCain solo 262 mila). Altre grandi banche hanno finanziato la campagna dell'anziano candidato repubblicano (e non quella di Obama), ma con cifre assai più esigue: 359 mila dollari la Merrill Lynch, 178 mila il Credit Suisse, 159 mila la Wachovia, 143 mila la Bank of America, 115  mila dalla Lehman Brothers e 113 mila dalla Bear Stearns.

Allora: ha vinto un nero o l'America ha piuttosto scelto un testimonial africano per lo schiavismo del XXI secolo?

Noreporter.org

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venerdì, 07 novembre 2008

nulla è impossibile

Tutto il mondo sta festeggiando la salita di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti e mai, neppure il giorno dopo l’11 settembre, era accaduto di sentirci davvero “tutti americani” come in questo momento. In Italia la campagna elettorale a stelle e strisce è stata seguita dalla folla di belatori accasati nei media nostrani, fin dalle primarie, con tale partecipazione e spiegamento di forze (come dimenticare la bandiera americana che campeggiava baldanzosa sopra al logo del TG1 del buon Riotta) da averci lasciati tutti con l’amaro in bocca nello scoprire, arrivato il giorno fatidico, che da noi purtroppo non si poteva votare, in quanto nonostante il nostro paese sia in tutto e per tutto simile ad una colonia USA, non esistevano seggi dove potere dare sfoggio della nostra creatività. Il viso sorridente di Barack Obama campeggia sugli schermi delle TV e sulle pagine dei giornali, balioso e sicuro di sé, incarnando l’immagine vincente della fiducia, perfetto contraltare dell’egroto Mc Cain che come un maccabeo è sembrato procedere a barcolloni per l’intero corso della campagna elettorale.

La prima pagina della Repubblica racconta che è nata un’altra America, il Corriere Della Sera giubila annunciando che “il cambiamento è arrivato”, La Stampa riprende le parole di Obama secondo cui “in America nulla è impossibile”, l’Unione Europea parla di “una svolta per il mondo”, il Presidente Napolitano afferma che è “un gran giorno”, il Papa la considera “un’occasione storica”, Berlusconi assicura che “aumenterà la nostra collaborazione”, Walter Veltroni annuncia che “il mondo può cambiare”, Nelson Mandela pronostica che adesso “si può sognare un mondo migliore”, il Kenya ha perfino proclamato un giorno di festa nazionale. Anche in Afghanistan nulla è impossibile, neppure che mentre gli occhi del mondo intero erano focalizzati sulle elezioni USA, i soldati americani che occupano il paese, forse distratti o forse no, abbiano per errore massacrato nel corso di un attacco aereo, 40 persone, fra cui donne e bambini, che stavano festeggiando un matrimonio e pensavano (sbagliando) di avere anche loro diritto a sognare un mondo migliore.

L’esercito statunitense, chiamato in causa dal Presidente Karzai che ne ha condannato l’operato, ha confermato “l’incidente” senza fornire altri particolari.

Se davvero qualcuno aspira a cambiare il mondo forse dovrebbe iniziare proprio da qui.

Marco Cedolin

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sabato, 01 novembre 2008

Il campo Kler Law Seh in mani birmane. La clinica Carlo Terracciano sarà costruita altrove. mancano le munizioni: colpa anche dei tirchi

La 3° compagnia rompe l'accerchiamento. Il campo di Kler Law Seh cade nelle mani dei birmani e dei partigiani filogovernativi.

La clinica Carlo Terracciano verrà ricostruita altrove.

Dopo cinque ore di intenso combattimento quasi tutti gli uomini della 3° compagnia del 201° battaglione Karen sono riusciti a lasciare il campo di Kler Law Seh, rompendo l'accerchiamento delle truppe birmane e delle bande partigiane al soldo di Rangoon. Isolati dal resto dei reparti dell'Esercito di Liberazione Nazionale, a corto di munizioni e senza più alcuna speranza di ottenere rifornimenti, i giovani soldati Karen si sono fatti strada attaccando proprio il settore tenuto dai miliziani del DKBA. Numerose le perdite tra i partigiani, mentre l'esercito patriottico conta per il momento soltanto tre dispersi. La clinica Carlo Terracciano, che dall'inizio del 2007 ha garantito assistenza sanitaria a migliaia di abitanti del distretto di Dooplaya, è caduta definitivamente nelle mani dei collaborazionisti. Come già avevamo detto, ricostruiremo ciò che le forze di occupazione vorranno distruggere. Non riusciranno a piegare un Popolo che da sessant'anni dimostra con i fatti di credere profondamente alle parole d'ordine che si è dato. Una nota di tristezza scende su tutti noi che abbiamo a cuore le sorti della rivoluzione Karen e le speranze di libertà di questi leali e coraggiosi amici. Per anni abbiamo visitato i villaggi che ora conoscono l'occupazione birmana. Due delle scuole di Popoli erano lì. Ripensiamo ai tanti visi sorridenti che ci davano il benvenuto quando i nostri medici e i nostri infermieri arrivavano nei templi buddisti, trasformati per l'occasione in ambulatori per centinaia di disciplinati pazienti. Il Colonnello Nerdah Mya, che sta ora cercando di far ricongiungere i suoi soldati alle truppe di stanza a Boe Wae Hta (probabile prossimo obiettivo dell..avanzata birmana), ci ha contattati, ringraziandoci per aver tentato nei giorni scorsi di attirare l..attenzione della pubblica opinione e del mondo politico sulla grave situazione in cui versa il suo popolo. “Oggi abbiamo perduto una battaglia” - ha dichiarato Nerdah - “come molte volte è successo in tanti anni di guerra soltanto perché i nostri ragazzi non avevano sufficienti risorse. Ma siamo ancora qui, sulla nostra terra. Pronti come sempre a rialzarci in piedi di fronte all'invasore.”..

Comunità Solidarista Popoli

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sabato, 01 novembre 2008

I russi in Libia con capitale italiano

Il leader libico Gheddafi manifesterà alla Russia la sua disponibilità ad accogliere una base militare russa in Libia. Lo afferma il quotidiano russo Kommersant in vista della visita di Gheddafi a Mosca, la prima visita da 23 anni. 'La Libia è pronta a ospitare una base militare navale russa', scrive il giornale citando una fonte dello staff che ha preparato la visita del leader libico. Tale base, secondo la fonte, potrebbe essere installata a Bengasi.

l’uscita autostradale per la “Sigonella del Sud” la paghiamo noi…. ça va sans dire

Noreporter.org

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venerdì, 31 ottobre 2008

Massiccio attacco birmano, occupata la clinica di Popoli "Carlo Terracciano".

Dalle ore 03.00 di questa mattina (le 21.00 di ieri sera in Italia) è in corso un massiccio attacco contro la roccaforte Karen di Kler Law Seh da parte di ingenti truppe birmane coadiuvate dalla milizia collaborazionista del DKBA. Il villaggio di Kler Law Seh e la clinica "Carlo Terracciano" sono stati occupati dai partigiani filogovernativi, che passando per l'ennesima volta dal territorio tailandese stanno ora portando l'attacco al campo della terza compagnia del 201° battaglione Karen, attestata su una collina che sovrasta il villaggio. Il campo è sottoposto da ieri sera al martellamento dell'artiglieria birmana, che lo bersaglia con mortai da 81 millimetri, ed è completamente circondato dalla fanteria di Rangoon. Difficile, se non impossibile al momento, il rifornimento di viveri e munizioni per i resistenti. Nell'attacco hanno perso la vita 5 assalitori, mentre non si contano vittime tra i soldati di Nerdah Mya. Seguiranno aggiornamenti.

Comunità Solidarista Popoli

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