martedì, 01 dicembre 2009

europe.gifPerché tutto sommato non sono contrario al trattato europeo

Entra oggi in vigore il Trattato di Lisbona che concede maggiori poteri all'Unione Europea a scapito di quelli nazionali.
Il Trattato è tutt'altro che ottimale e da magnificare. Contro di esso si alzano da tempo le voci delle nicchie antagoniste affascinate a priori da ogni cosa che faccia attrito a qualunque dinamica e che oggi  s'illudono di sposare il sentimento di disagio delle minoranze euroscettiche.

Ne conosciamo i temi salienti. Protestano contro la perdita di sovranità nazionale.
Questo ha senso per gli inglesi la cui potenza, già minata alla base dalla miscela d'imbecillità e di tradimento di Winston Churchill che durante la guerra li privò dell'impero, va ora sbriciolandosi fronte alla rivincita continentale in atto da quando abbiamo varato l'Euro. Un po' meno senso questa tesi l'ha per le nazioni vinte in guerra: per la Germania che dalla Ue e dall'Euro ha riacquisito potenza e per l'Italia che di sovranità non ne ha, né interna né esterna, da sei decenni e mezzo. Il che è sotto gli occhi di tutti; internamente la nostra nazione è spartita da gruppi internazionalisti come la mafia, che fa capo a New York, il Vaticano, e le centrali finanziarie dipendenti da Londra. Per non parlare dell'indipendenza militare: venticinque anni fa il capogruppo socialista al Senato, Formica, rivelò l'esistenza di una clausola segreta firmata durante la resa dell'8 settembre per la quale i nostri servizi militari dipendono direttamente dagli Usa. Quale sovranità sarebbe dunque minacciata dal Trattato?

Quella finanziaria, ci dicono gli anti-euro, e snocciolano il rosario dell'usura, del signoraggio, della tradita proprietà del popolo. Tutte cose giuste ma che, e questo è il punto,  non dipendono dal varo dell'Euro o della Banca Centrale Europea perché erano prerogative anche prima di tutte le banche nazionali e di tutte le valute. Il vagheggiato ritorno alla Lira – che non ci sarà – manterrebbe per intero l'impianto sistemico che viene criticato, aggiungendovi però la provincializzazione di un'Italia impoverita, priva di competitività e lontana da qualsiasi partecipazione a potenza.
Se però uscissimo tutti dall'Euro, obietta qualcuno, e si tornasse alla situazione di vent'anni fa...
E' fisicamente impossibile perché mai nella vita e nella storia si è riusciti a tornare a un quadro precedente, a fermare il tempo, a bloccare alcunché (“Panta Rei”, tutto scorre, diceva addolorato Eraclito). Se però, per ipotesi di terzo tipo, ciò accadesse, i risultati sarebbero i seguenti: freno del calo di potenza inglese, interruzione della presa di potenza europea, riduzione dell'Europa a ventre molle delle prossime contese e suo avvio alla totale schiavitù.

Ma c'è la dipendenza politica, replicherebbero gli anti-euro. Perché gli esponenti politici e anche quelli finanziari dipendono dal partito atlantico, dalle massonerie, dai poteri forti e dai club.
Già: perchè gli altri, quelli delle nazioni borghesi, da chi dipendono, a che gruppi appartengono?
Chi non ha percezione delle dinamiche, si sofferma a osservare le meccaniche e con esse i marchi di fabbrica e di proprietà; ma le dinamiche contano eccome. E la dinamica degli interessi economici ed energetici europei, unita a quella delle mutazioni di relazioni di potenza internazionale, impone all'Europa di posizionarsi molto meglio di qualunque sua singola parte; lo ha dimostrato la crisi georgiana con la scelta di campo russa compiuta, pur con tutta la diplomazia del caso, addirittura quando il portavoce comunitario era Kouchner, uomo del partito atlantico, d'Israele e del globalismo, che però non poteva pronunciarsi contro gli interessi compatti dei capitali tedeschi e francesi nonché italiani, olandesi e via dicendo.

Rimane il rischio dei mandati di cattura europei, che consentono a chi violi per esempio una legge polacca di essere estradato in Polonia dal suo paese d'origine senza che la magistratura nazionale lo possa salvaguardare. Su questo punto sono d'accordo per dare battaglia, ma è qualcosa che dovrebbe preoccupare i cittadini di una nazione garantista, come la Danimarca, non noi.
Difficile trovare in Europa una tradizione così ampia e continuativa di processi politici, di condanne ideologiche, di violenze alla legge praticate a danno degli imputati. Roba da anni d'emergenza? Sarà, ma la scandalosa sentenza–Ciavardini è di ieri.

Quest'Europa non ci piace, non è l'Europa ghibellina, non è l'Europa rinata con Napoleone né quella dell'emancipazione e della libertà dei popoli che aveva riunito quasi magicamente l'Asse.

C'è molto da fare per contrastare tante tendenze interne a quest'Europa e, se siamo bravi, per imporne altre.
E qui deve far riflettere il fatto che a diciotto anni dal primo trattato, quello di Maastricht, le compagini nazionalistiche e radicali non abbiano ancora prodotto uno straccio di proposta alternativa. Perché fintanto che essa sarà  quella di regredire a schiavi schierandoci (in)consapevolmente dietro gli eredi di coloro che per tre volte spezzarono e soffocarono nel sangue l'ideale europeo, mi tengo anche quest'Europa di Lisbona.
Margaret Thatcher, a ragione nell'ottica inglese, che è anti-europea e anti-italiana per natura, per vocazione e per necessità, ha riepilogato il senso del suo anti-europeismo che si basa sull'anti-germanesimo. “Solo il coinvolgimento militare e politico degli Stati Uniti in Europa – scriveva nelle sue memorie nel 1993 – e un rapporto stretto fra gli altri due più forti Stati sovrani europei, la Gran Bretagna e la Francia, sono sufficienti a bilanciare la potenza tedesca. E nulla di simile sarebbe possibile all'interno di un superstato europeo”. E ancora, a giustificazione del suo fallito operato antiunitario: “L'asse franco-tedesco avrebbe visto Parigi sempre più in minoranza mentre l'America, ritirate le sue forze, si sarebbe ritrovata in disaccordo con il nuovo giocatore europeo nelle politiche mondiali”. Aveva perfettamente ragione, per fortuna.
Sulla base del verbo thatcheriano mai del tutto accantonato, in tutti questi anni è stata Londra, per la difesa della Sterlina e per la salvaguardia del controllo atlantico, a fare da attrito e a brigare per rallentare il Trattato europeo.

Londra contro Berlino, Londra contro l'Europa, la stessa Londra che ci ha fatto costantemente guerra nel Mediterraneo: dal tempo dei Borboni a quello di Mussolini fino alla “strategia della tensione” che fu suscitata e mantenuta per toglierci di mezzo da quello scenario. Cartagine è sempre contro l'Europa. Quest'Europa va modificata ma intanto togliamoci di dosso Cartagine. Ecco perché oggi, che entra in vigore il Trattato di Lisbona, mi schiero tra coloro che lo vedono positivamente. Criticamente ma favorevolmente.

Gabriele Adinolfi

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martedì, 01 dicembre 2009
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Svizzera: come t'indirizzo al nulla e  ti castro chirurgicamente ogni reazione all'immigrazione

Innanzitutto i dati e i commenti ufficiali, da  adnkronos:
La Svizzera dice 'no' alla costruzione di nuovi minareti in aggiunta ai quattro già esistenti. Secondo i risultati ufficiali del referendum che si e' svolto oggi nella Confederazione, il 57,5% degli elettori - a sorpresa rispetto alle previsioni della vigilia - si è espresso contro.
A larga maggioranza i cittadini svizzeri hanno deciso oggi di vietare la costruzione dei minareti, ma non l'esportazione di materiale bellico. Stando ai risultati definitivi, il finanziamento speciale del traffico aereo è inoltre stato approvato chiaramente. A dispetto dei sondaggi, l'iniziativa contro l'edificazione dei minareti in Svizzera è stata sostenuta dal 57,5% dei votanti. A contribuire al risultato sorprendente vi e' probabilmente l'elevata partecipazione al voto, che ha raggiunto quasi il 54%.
In Ticino la modifica costituzionale è stata accolta dal 68%, nei Grigioni dal 58,6%. Soltanto quattro cantoni hanno optato per il 'no': Ginevra, Neuchatel, Vaud e Basilea città. Col testo accolto oggi, sono diciassette le iniziative approvate dal popolo e dai cantoni dal 1891. Per l'Unione democratica di centro (Udc), si tratta della quinta vittoria 'solitaria' alle urne negli ultimi cinque anni contro gli altri partiti di governo.
Come previsto e già successo nettamente nella votazione del 1997, l'iniziativa contro l'esportazione di materiale bellico non ha raccolto una maggioranza: ha detto 'no' il 68,2% dei votanti. Tutti i cantoni hanno respinto il testo: in Ticino il tasso di contrari è stato del 62,4%, nei Grigioni del 67,9%. Per quanto riguarda il finanziamento speciale del traffico aereo, il decreto federale non ha suscitato grosse discussioni: ha detto 'sì' il 65% dei votanti. Tutti i cantoni hanno accolto la modifica costituzionale: in Ticino i favorevoli hanno raggiunto il 63,3%, nei Grigioni il 65,4%.
Dall'Italia il presidente del gruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri commenta: "Anche la paziente Svizzera si è stancata del dilagare di immigrazione e Islam. Lo conferma l'esito del referendum sui minareti. Anche in Italia dobbiamo proseguire nella politica del rigore. E' un nostro pieno diritto".
Esulta anche la Lega. ''Ancora una volta dalla vicina Svizzera viene lanciato un esempio di democrazia a tutta l'Europa - afferma il deputato della Lega Nord, Marco Rondini - Un esempio che dovremmo recepire anche nel nostro Paese, dando subito corso alla proposta di legge Cota-Gibelli sulla regolamentazione dei luoghi di culto non cristiani, che fra le altre cose prevede l'obbligo di un referendum consultivo di fronte a qualsiasi richiesta di costruzione di nuove moschee''.
Sendo Rondini ''i nostri 'cugini' svizzeri hanno lanciato un importante segnale contro l'islamizzazione del Vecchio continente. Una deriva strisciante, che va arginata. Perché dove sorge un minareto, non si erige solo una torre. A tal proposito vale sempre la pena ricordare uno slogan caro al premier turco Erdogan: i minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri caschi, le moschee le nostre caserme e i credenti il nostro esercito. E pensare che il primo ministro di Ankara sarebbe un moderato...''

Ma vediamo che significa di fatto tutto ciò
noreporter:

Fantastico esempio di come s'indirizza verso il nulla - e quindi si castra chirurgicamente - il fastidio popolare. Perché se a frenare e a rendere sterile il malumore non bastasse già  l'identificazione artificiale tra immigrazione e Islam con  la consequenziale mobilitazione isterico/parolaia per lo “scontro di religione”, il risultato di questo referendum andrà ben oltre nel rendere impotenti i cittadini elvetici. 
Mobilitati ad arte contro castelli d'aria, gli svizzeri hanno infatti votato contro l'obiettivo che  è stato loro presentato; infatti hanno deciso che non si costruiranno più minareti, non di certo che si chiuderanno le moschee. Insomma è una pagliacciata anche se letta acriticamente all'interno del presunto scontro di religione, che nella fattispecie si è ridotto a pure questioni formali, irrilevanti e marginali: un vero e proprio fuoco d'artificio all'insegna della rodomontata e del flop.
E' come se, per fare un'analogia, ripetto ad un fastidio popolare per l'invasione americana si fosse decretata plebiscitariamente non la chiusura delle basi Nato o un cambio degli accordi economici e militari con Washington bensì l'obbligo per i marines di non cantare a squarciagola durante le ore notturne.
In soldoni questo significa che quando, tra breve, tutti gli svizzeri si accorgeranno che la drammatica situazione migratoria non solo non sarà migliorata ma sarà peggiorata, insieme alla frustrazione sentiranno un senso d'impotenza e di resa.
Fantastica prova dei mangiafuoco. Lo “scontro di civiltà”  serve  d'altronde a rendere sempre più massiccio il fenomeno migratorio proprio perché dà un senso d'inutilità della mobilitazione a chi, schierato sempre e solo a quadrato del nulla, non saprà  mai cosa fare realmente. La psicosi della guerra civile interna e dell'aggressione esterna, unici elementi che resteranno sullo sfondo quando sfumerà la mobilitazione demagogica e virtuale, non faranno altro che rafforzare l'oligarchia impopolare e incompetente e  indebolire anche psicologicamente la vitalità europea a tutto - e solo  - vantaggio atlantico.
Vediamo chi vorrà fare come gli svizzeri: i capponi che per un istante  si credono  galletti, ignari che lo ha deciso il cuoco e che finiranno, castrati anch'essi, allo spiedo.

Noreporter.org

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giovedì, 12 novembre 2009

Un discorso sull'islamofobia

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L' 11 novembre a Parigi sono intervenuto nell'incontro internazionale organizzato dalla rivista Synthèse Nationale, dall'insieme dei piccoli partiti francesi, con ospiti da Portogallo, Spagna, Italia (io) e Germania.
Dalla Germania il partito anti-moschee e dalla Catalogna quello anti-Islam.
La tiritera era la solita. Il mio intervento è andato controcorrente.
In sintesi ho detto:

"L'immigrazione non è prodotta dall'Islam e non è neppure maggioritariamente islamica. L'immigazione è voluta, in alto, da Usa e partito atlantico in chiave anti-europea e, in basso, dall'associazionismo clerico-marxista. Ed è risolvibile solo con la cooperazione euro-araba meglio se con ambienti a logica Baat. In ogni caso che sia la cooperazione la strada efficace lo attestano le scelte governative con la Libia e i risultati che iniziano a produrre.

L'integralismo islamico è utile a Usa e Israele per la fandonia dello scontro di civiltà ma non è da confondersi con la religione islamica. Quattro anni fa (11 novembre) moriva qui un grande uomo che fu musulmano, Arafat. Musulmano era uno dei più grandi rivoluzionari del dopoguerra, Nasser.
Saddam, uomo da cui tutti abbiamo da imparare, è morto da grande con il Corano in mano. Mi rifiuto di considerare la religione islamica in sé come un nemico. Né capisco perché ve la prendiate tanto con le Moschee e non battiate ciglio con le Sinagoghe.

Non è che vi state facendo manipolare ancora una volta dagli americani? Cosa fate e dite per l'Europa?
Quando ero giovanissimo la gioventù del Msi, non ancora inquinata dai monarchici, aveva uno slogan in tre parole: Fascismo, Europa, Rivoluzione.
Ora che corrisponde ad una realtà possibile perché abbandonarlo alla ricerca di scenari impossibili, perdenti e dettati dal nemico?
Ribadisco: Fascismo, Europa, Rivoluzione!"

Immaginavo di scatenare reazioni furiose ma pochi sono stati i mugugni e, soprattutto, mi hanno dato ragione gli oratori, in particolare quelli che si battono in chiave anti-islamica a Colonia e Barcellona.
Dal che deduco che la battaglia culturale, psicologica e politica per riscattare un mondo dai condizionamenti che gli hanno imposto i suoi dirigenti incapaci, agenti inconsapevoli, spesso e consapevoli, talvolta, degli americani, non è perduta.

Gabriele Adinolfi

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lunedì, 09 novembre 2009

Il volontariato internazionale arte marziale per una filosofia guerriera

Riuscitissima la quattro giorni dei Popoli in lotta al Circolo Futurista di Casalbertone.
I popoli in lotta per la propria sopravvivenza e la propria identità che hanno aderito alla festa: Karen, Tibetani, Palestinesi e Somali.
Rappresentanze ufficiali dirette o per delega sono state espresse dal principe Abucar e dal presidente del parlamento Mohamed Umar Dalha per la Somalia,  Francesca Santi per la Palestina,  Riccardo Oliva (Memento Naturae), Maria Vittoria Cattania (Laogai foundation),  Yaakar Gelek per il Tibet e Nerdah Mya per i Karen.
Il volontariato a sostegno delle lotte per la sopravvivenza e l'indipendenza di popoli minacciati di genocidio per gli organizzatori è intesa anche in un'ottica geopolitica incentrata sul risveglio europeo e sulla realizzazione di un terzo polo internazionale che ci consenta di non cedere alla forbice dell'alleanza imperialistica Usa-Cina.
Un volontariato che va inteso come un modo disarmato di combattere, un po' come furono le arti marziali per i Samurai dopo l'editto che tolse loro le armi.
Al Circolo Futurista i monaci tibetani hanno regalato un Mandala realizzato durante la festa.

www.noreporter.org

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giovedì, 29 ottobre 2009

restyling2020popoli20coew0.jpgUna delegazione dell'Unione Nazionale Karen, l'organismo che rappresenta le istanze di  libertà di un popolo di 8 milioni di persone perseguitate da 60 anni dal regime birmano, è  stata ricevuta ieri al Ministero degli Esteri dal Sottosegretario Stefania Craxi.
L'incontro, definito dal capo-delegazione, David Thackarbaw, vice presidente dell'Unione  Nazionale Karen molto incoraggiante, ha permesso ai delegati di descrivere la  drammatica situazione esistente nella Birmania Orientale a causa delle operazioni militari condotte dall'esercito di Rangoon contro i civili Karen .
“Il Sottosegretario ha dimostrato sensibilità e reale preoccupazione per quello che accade alla nostra gente - ha dichiarato il Colonnello Nerdah Mya dell'Esercito di Liberazione  Nazionale - e si è già attivato per compiere dei primi passi diplomatici che riteniamo di  vitale importanza per il miglioramento della situazione. Ho avuto l'impressione di parlare  con una persona amica” 
Da sempre in prima linea nella lotta alla produzione ed al traffico di eroina e di anfetamine, i Karen difendono la loro terra dallo sfruttamento indiscriminato perpetrato da  multinazionali occidentali e compagnie cinesi in combutta con la narco-dittatura birmana.
Soltanto negli ultimi tre anni, le operazioni militari della giunta hanno provocato la fuga di oltre 90.000 civili dalle loro case. Quasi 500 villaggi sono stati dati alle fiamme dalle truppe  di Rangoon. E un impressionante corollario di stupri e di torture ha accompagnato i rastrellamenti e le deportazioni della popolazione

MYANMAR: UNIONE KAREN, ALL'ITALIA CHIEDIAMO ASSISTENZA ALIMENTARE E FARMACOLOGICA

Roma, 28 ott. (Adnkronos) - ''Siamo vittime di un terrorismo di Stato. La situazione in Birmania si fa sempre piu' difficile. Aumentano gli stupri e le torture, le violazioni dei diritti umani non si contano, mancano cibo e farmaci. Siamo sempre pronti al dialogo e sempre disponibili a trovare una situazione pacifica, ma al momento non ci è lasciata altra scelta che combattere per proteggere la nostra gente''. E' la drammatica testimonianza resa oggi dal vicepresidente dell’Unione Nazionale Karen, David Thackrabaw, e dal Colonnello Nerdah Mya dell’Esercito di Liberazione Karen, nel corso di un incontro che si è tenuto a Casapound.

La delegazione e' in Italia su invito della Comunita' Solidarista Popoli, una Onlus impegnata dal 2001 in progetti umanitari a favore dei civili karen, in un momento di particolare difficolta' a causa delle massicce offensive militari condotte dal regime birmano contro le regioni orientali del Paese. Negli ultimi tre anni, le operazioni militari della giunta hanno provocato la fuga di oltre 90.000 civili dalle loro case. Quasi 500 villaggi sono stati dati alle fiamme dalle truppe di Rangoon. E un impressionante corollario di stupri e di torture ha accompagnato i rastrellamenti e le deportazioni della popolazione. E la situazione, hanno detto Thackrabaw e il Colonnello Nerdah Mya, è in via di peggioramento.

I Karen, una delle principali etnie che compongono il mosaico birmano (circa otto milioni su una popolazione di 44 milioni di abitanti), da 60 anni lottano contro il governo centrale di Rangoon per ottenere l'indipendenza e preservare la loro identità. Ieri la delegazione venuta in Italia è stata ricevuta al ministero degli Esteri dal Sottosegretario con delega all'Asia, Stefania Craxi. Nel corso dell'incontro, definito da Thackarbaw ''molto incoraggiante'', è stata descritta la drammatica situazione esistente nella Birmania Orientale a causa delle operazioni militari condotte dall'esercito di Rangoon contro i civili Karen. (segue)

(Adnkronos) - ''Al governo italiano abbiamo chiesto assistenza alimentare e farmacologica, ma anche di intervenire diplomaticamente sulla Thailandia'', ha spiegato Thackarbaw a Casapound, facendo riferimento anche alle perquisizioni che sono scattate in questi giorni nei confronti di molti dei leader karen rifugiatisi oltre confine. Thackrabaw e Nerdah Mya hanno ricordato i 100mila profughi karen ospitati nei campi in Thailandia, ma hanno anche sottolineato che ''sono molti di piu' i profughi interni'', quelli che cioè sono in Birmania e che spesso sono costretti a spostarsi nella giungla con l'esercito di liberazione: ''Non riusciamo a garantire la loro sicurezza - hanno spiegato - né ad assicurare loro cibo e assistenza sanitaria''.

Quanto alle elezioni che si dovrebbero tenere in Birmania nel 2010, l'Unione nazionale karen alle condizioni attuali non intende parteciparvi. ''La Costituzione attualmente garantisce un 25% di rappresentanza politica ai militari e richiede una maggioranza del 75% per essere modificata - ha spiegato Thackrabaw - In queste condizioni noi alle elezioni non partecipiamo. Chiediamo subito una modifica della Costituzione, elezioni libere e uno Stato federale''.

Da sempre in prima linea nella lotta alla produzione ed al traffico di eroina e di anfetamine, i Karen difendono la loro terra dallo sfruttamento indiscriminato perpetrato da multinazionali occidentali e compagnie cinesi e tailandesi in combutta con la narco-dittatura birmana. ''Un atteggiamento diverso potrebbe forse aiutare la nostra causa, ma da sempre noi siamo contro il traffico di droga'', ha detto il colonnello Nerdah Mya, spiegando che questo rende i karen nemici non solo della giunta militare ma anche dei gruppi criminali.(Zla//Adnkronos)

www.comunitapopoli.org- www.casapounditalia.org

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martedì, 27 ottobre 2009

Le esplosioni si erano fermate già da alcuni istanti ma Alain non aveva ancora osato riaprire gli occhi. Tutto il suo corpo, rannicchiato dietro il muro di pietra, fu subito scosso da uno spasmo violento, una sorta di eruzione di terrore retrospettiva che la calma rinascente avrebbe messo vari minuti ad attenuire. Eppure i bambini si erano già reimpossessati del luogo e schernivano gentilmente lo straniero prostrato dietro il suo riparo precario.

Alain si alzo' lentamente e spolvero' con la mano ancora un po' tremante i suoi pantaloni militari nuovi. Rispose ai sorrisi sarcastici dei bambini con un'alzata di spalle che voleva dire :
« D'altronde, i bombardamenti sono piuttosto rari nel 15° distretto! »
Era partito da Parigi due giorni prima ed era arrivato alla frontiera birmano-thailandese appena tre ore prima.

Sull'ingiunzione di una vecchia donna sdentata, un bambino prese Alain per mano e lo porto' alla tenta-ambulatorio dove lavorava il medico italiano che doveva assistere.

Di fronte all'entrata dell'ospedale di fortuna, un ragazzino di 12 anni dallo sguardo furbo fumava diligentemente una sigaretta, con l'M16 appoggiato sulle ginocchia.

Appena varcata la soglia, l'odore del sangue mischiato a quello dell'etere lo prese alla gola e lo fece quasi barcollare.

Prendendolo per il braccio, il medico lo scosse vigorosamente brontolando in un francese irritato ma impeccabile : -« Allora, lei é qui per aiutarmi o per darmi lavoro supplementare ? »

Alain, arrossendo come un adolescente preso sul fatto, cerco' di riprendersi cercando la risposta sferzante e brillante che avrebbe potuto ristabilire la sua dignità intaccata. Purtroppo non la trovo' e si limito' a balbettare che era dall'alba che non mangiava.

-  « E allora vada a mangiare, tornerai qui piu' tardi ! » esclamo' il grosso italiano con un tono un po' divertito, un po' riprovevole.

Il ragazzino riprese la mano di Alain e lo accompagno' fino al falo' centrale del villaggio sul quale era posata una grossa pentola fumante. L'odore che ne fuoriusciva era appena piu' piacevole di quello dell'ambulatorio e Alain si mise la mano sulla bocca per nascondere una smorfia istintiva.

L'esile ragazza che si occupava delle braci immerse una scodella nel cuore del pentolone e la porse allo straniero con un sorriso che fece immediatamente dimenticare a Alain tutte la sue reticenze olfattive. Si butto' su quello strano intruglio e se ne diletto' fino all'ultima briciola sotto lo sguardo soddisfatto della giovane donna e del bambino.

Appena ingoiato l'ultimo boccone il medico gli grido' con una voce assordante :

-« Eh ! Questo non é un soggiorno club « all included », dovrà giustificarla la scodella di riso il parigino ! »

Allungando il passo per raggiungere la tenda dell'ambulatorio, Alain si sorprese a maledire quell'uomo che ammirava tanto.

Antonio, normalmente medico nella periferia di Milano, passava tutte le sue ferie e le sue disponibilità in quell'angolo sperduto dell'Asia, a curare quel popolo quasi dimenticato da tutti, e soprattutto da tutte le grandi coscienze che si pretendono legate ad una « diversità » che confondono con il chaos assimilato del multiculturalismo e del cosmopolitismo.

Antonio, con la testa quasi pelata e la tshirt Italo Balbo macchiata che copriva non proprio perfettamente la pancia generosa, non assomigliava per niente allo stereotipo « glamour » del « medico nel mondo » per umanitarismo su carta patinata. Eppure, aveva salvato molte piu' vite di quei portatori di sacchi di riso dai sorrisi ultra-bright.

Alain era fiero e felice di ritrovarsi al fianco di un uomo tale ma nello stesso tempo si sentiva maldestro e imbarazzato, visto che i suoi studi alla facoltà Pierre e Marie Curie e gli stage all'ospedale americano di Neuilly l'avevano solo parzialmente preparato alla realtà della medicina di guerra. Antonio lo rassicuro' con una grande pacca sulla spalla e quasi gli urlo' nelle orecchie - : « Dai, adesso, si lavora ! »

Il resto della giornata fu un lungo incubo, una litania di piaghe purulente, un atroce melodia di ruggiti di sofferenza, una sinfonia teratologica di carni strappate e di membra fratturate...

Quel mattino, i Karens si erano seriamente scontrati con le truppe della giunta.

Dopo aver messo l'ultimo punto di sutura, i due europei crollarono stremati all'entrata della tenda.
Il piccolo guardiano offri' loro delle sigarette.

Intorno al fuoco, la tribù si era già riunita per il pasto serale. Attraverso le volute di fumo, Antonio e Alain osservavano le ultime sentinelle di un mondo che stava sparendo.

I vecchi con la pelle incredibilmente rugosa sembrava portassero sui loro visi i manoscritti ancestrali della loro civiltà, i padri circondati dalla loro famiglia esalavano la fierezza eterna dei contadini e dei guerrieri. Dietro di loro, gli occhi ardenti dei bambini lasciavano intravedere l'immagine di un avvenire minacciato ma possibile...

La giungla aveva iniziato il suo concerto notturno, la terra scura trasudava il calore accumulato durante il giorno e il vento, esitante tra collera e assopimento, faceva ballare per intermittenza gli abiti multicolori sospesi ai fili ad asciugare.

Dolcemente, una ragazza si mise a cantare...

In quell'istante, Alain capi' che il suo soggiorno sarebbe stato faticoso e spossante, ma ripartire sarebbe stato sicuramente ancora piu' difficile e doloroso.

Zentropa

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lunedì, 26 ottobre 2009

A ROMA IL VICEPRESIDENTE DELL'UNIONE NAZIONALE E IL COLONNELLO DELL'ESERCITO DI LIBERAZIONE NAZIONALE

Roma, 26 ott. (Adnkronos) - Il Vice Presidente dell’Unione Nazionale Karen, David Thackarbaw, e il Colonnello dell’Esercito di Liberazione Nazionale, Nerdah Mya, incontreranno la stampa mercoledì prossimo alle 11 a Casapound, in via Napoleone III 8, a Roma.

La delegazione è in Italia su invito della Comunità Solidarista Popoli, una Onlus impegnata dal 2001 in progetti umanitari a favore dei civili karen, per rendere nota la situazione di questo popolo in un momento di particolare difficoltà a causa delle massicce offensive militari condotte dal regime birmano contro le regioni orientali del Paese. I Karen, antica popolazione di origine Mongolo-Tibetana giunta nei territori che oggi fanno parte della Birmania 2.700 anni fa, conducono dal 1949 una tenace lotta per la sopravvivenza e per l’autodeterminazione contro la giunta militare di Rangoon. Da sempre in prima linea nella lotta alla produzione ed al traffico di eroina e di anfetamine, i Karen difendono la loro terra dallo sfruttamento indiscriminato perpetrato da multinazionali occidentali e compagnie cinesi e tailandesi in combutta con la narco-dittatura birmana.

Negli ultimi tre anni, le operazioni militari della giunta hanno provocato la fuga di oltre 90.000 civili dalle loro case. Quasi 500 villaggi sono stati dati alle fiamme dalle truppe di Rangoon. E un impressionante corollario di stupri e di torture ha accompagnato i rastrellamenti e le deportazioni della popolazione. I Karen, abitanti delle regioni orientali della Birmania, hanno sempre accolto e protetto i dissidenti politici che lasciavano Rangoon per sottrarsi alle persecuzioni del regime, dando ospitalità e riparo ai membri della Nld, il movimento di Aung San Suu Kyi, premio nobel per la pace nel 1991.
(Zla/Gs/Adnkronos)

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mercoledì, 07 ottobre 2009

Susanna Dolci intervista Franco Nerozzi e Cinzia Minucci

Sleipnir è il possente cavallo a otto zampe prediletto da Odino nel suo viaggiare sino nelle zone più impervie, di guerra, morte e caduta. E questo è il simbolo di  Popoli che ha sostituito la spada del padre germanico con la coppa del sacro bere, da sempre fonte di vita e sollievo alle sofferenze…

Parliamo oggi di una organizzazione umanitaria un po’ particolare…la Comunità Solidarista Popoli Onlus, nata a Verona nel febbraio del 2001. Sua finalità è quella di aiutare concretamente le persone in gravi difficoltà generate dalle guerre, epidemie, povertà, calamità naturali.

«L’organizzazione indirizza i suoi interventi verso popolazioni che ritiene particolarmente meritevoli di aiuto sulla base di caratteristiche etiche, morali e spirituali, privilegiando quei gruppi umani costretti a lottare per difendere la propria indipendenza, i propri valori tradizionali, la propria identità. In contrasto con la tendenza all’omologazione culturale dei popoli, incoraggiata da lusinghe o ricatti economici quando non imposta con la forza delle armi, la Comunità Solidarista Popoli riconosce nel principio della preservazione delle diversità, la condizione indispensabile al contenimento degli evidenti squilibri e delle profonde ingiustizie provocate dal nuovo ordine mondiale». Ed i numeri delle attività svolte dimostrano tutto il peso dell’azione. In Birmania (Myanmar) dal lontano 1994 ad oggi Popoli mantiene in funzione 4 cliniche mobili (”Carlo Terracciano“, “Boe Wae Hta“, “Mu Aye Pu“, Kay Pu) e 3 scuole con 6 insegnanti per circa 200 bambini nella giungla birmana (regione di Dooplaya) allo scopo di aiutare l’etnia dei Karen, completamente in balia dei narcotrafficanti di Rangoon, del regime locale e delle multinazionali di turno affaristico in loco. Sono circa 500.000 i karen profughi interni, sottoposti a vessazioni ed alla minaccia di genocidio e l’attività dei nostri si svolge in perimetri di guerra il cui accesso è completamente vietato alle organizzazioni umanitarie. Negli ultimi anni sono vertiginosamente aumentate le violenze scatenatesi verso questo popolo che si batte contro la produzione ed il traffico di droga e per la propria indipendenza. Più di 30 operatori sanitari lavorano a pieno ritmo per prestare aiuto, totalmente gratuito, alla gente inerme. Inoltre sono diverse le spedizioni di farmaci e strumenti sanitari ed ulteriori progetti in fase di realizzazione. In Afghanistan, nel 2004, la Comunità ha avviato un nuovo progetto a favore delle vittime della guerra. Dopo anni ed anni di aggressioni condotte da U.R.S.S.,  Pakistan e U.S.A., il paese ancora subisce le gravi conseguenze dei diversi tentativi di conquista da parte di potenze straniere. «Qualcuno ci ha detto: “Non condivido le vostre idee”. Qualcun altro: “Fate solo dell’elemosina”. Altri ci hanno accusato di “aiutare musi gialli e musulmani”. Non crediamo di dover dare ancora spiegazioni circa le nostre idee, pensiamo che il nostro compito sia quello di continuare con i fatti. Non crediamo di fare dell’elemosina, un gesto fine a se stesso che sistema solo la coscienza di chi lo compie e perpetua lo stato passivo del mendicante, bensì di sostenere un Popolo che lotta attivamente ed orgogliosamente per il diritto sacro ed inviolabile della difesa della terra e degli avi e contro la produzione e il commercio della droga. In quanto a “musi gialli e musulmani”, beh, difficile rispondere ad un “non concetto” di tale portata…. Vogliamo solo dirvi che è grazie al vostro sostegno che Popoli può far parlare i fatti, e ricevere in cambio parole di ringraziamento come quelle inviateci dai responsabili del settore sanitario Karen. Che a nome del loro popolo essi dedicano, non a caso, a tutti i sostenitori della comunità solidarista». Sostenendo Popoli, aiutiamo chi soffre ed in special modo tutto il Popolo Karen a resistere alle logiche spietate del traffico della droga e ad affermare i concetti di autodeterminazione e libertà. Affinché si realizzi l’agognato desiderio dello: 0% DROGA 100% IDENTITÀ.

Per avere un effettivo quadro della realtà abbiamo incontrato Franco Nerozzi, giornalista di guerra e fondatore di Popoli, che ringraziamo per la sua indefessa azione umanitaria assieme a tutti coloro che lo accompagnano, tra i quali Cinzia Minucci, responsabile di Popoli a Marino (Rm). Entrambi sono, appunto, rientrati da poco in Italia.

Nerozzi, ci vuole parlare della Birmania? Paese estremamente difficile, complesso, pericoloso… Perché? E chi sono i Karen?


La Birmania è un Paese pericoloso innanzitutto per chi ci abita. E non parlo tanto di quella parte di popolazione di etnia comunemente indicata come “birmana”. Parlo soprattutto dell’altra metà dei suoi abitanti, appartenenti a gruppi etnico-linguistici differenti dal maggioritario e desiderosi di ottenere una certa autonomia dal potere centrale. Sono veri e propri Popoli separati, che erano stati inglobati forzatamente dall’entità coloniale dominata dalla Gran Bretagna nel 19° secolo, e che, nella fase della decolonizzazione aspiravano alla loro legittima indipendenza. Tra questi i Karen, principale gruppo per numero e per importanza. Il trattato che avrebbe loro garantito la libertà venne ignorato dal governo postcoloniale birmano, il quale iniziò una campagna contro questo popolo antichissimo, giunto in quelle terre 2.700 anni fa. La reazione dei Karen portò ad una guerra che dura tutt’ora.
Le sue impressioni di viaggio e sulla missione che si è appena conclusa?
Ogni missione compiuta tra i Karen lascia un sentimento misto di gioia e di sconforto. Anche quella appena conclusa mi ha fatto pensare che i nostri amici Karen meritano tutto il nostro sostegno per la determinazione e il coraggio con cui portano avanti la loro lotta per la libertà. Poveri, denutriti, male armati. Eppure ancora rigorosi nel rifiutare produzione e traffico di droga come possibile fonte di approvvigionamento di risorse necessarie alla loro sopravvivenza. Ecco quindi la gioia di incontrare gente che pur nella sua semplicità e direi quasi primitività, ci dà lezioni di etica e di reale impegno rivoluzionario. C’è poi però lo sconforto nel rendersi conto che poco o nulla viene fatto per sostenere concretamente la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone che si nascondono nella giungla per sfuggire alla repressione del regime di Rangoon. L’attenzione internazionale è concentrata sulla situazione politica interna della Birmania, sulla domanda di democrazia, sulle istanze impugnate da Aung San Suu Kyi. Ma la lotta dei gruppi etnici sembra non interessare a nessuno.

Come procedono le attività militari, paramilitari e sanitarie sul territorio?


Nell’ultimo anno abbiamo assistito ad una progressiva avanzate delle truppe birmane e dei loro “cani da guardia”, le milizie collaborazioniste del DKBA, nel territorio dei Karen. Decine e decine di villaggi sono stati attaccati per poi essere incendiati od occupati dalla soldataglia, con quel pesante corollario di violenze, soprusi e stupri che accompagna queste operazioni che di militare hanno ben poco, e che definirei banditesche. L’Esercito di Liberazione Karen ha adottato la tipica condotta della guerriglia, preferendo abbandonare le postazioni fisse e quindi perdere terreno, a vantaggio della salvaguardia dei suoi uomini, che ora operano con azioni “mordi e fuggi” contro le truppe occupanti. Questa tattica ha portato a ottimi risultati: negli ultimi sei mesi il rapporto dei caduti tra esercito occupante e guerriglia patriottica era di 60 a 1 a favore dei nostri amici Karen. Le nostre attività sanitarie hanno ovviamente risentito di questa situazione piuttosto “calda”. Nelle aree che prima coprivamo grazie alle nostre cliniche ora operiamo con dei team mobili formati da tre sanitari, che seguono i guerriglieri con zaini carichi di farmaci e strumentazione per prestare cure alla popolazione che incontrano nei diversi villaggi visitati. Una clinica lavora ancora a pieno regime, nel distretto di Mutraw, ma è a pochi chilometri da due campi militari birmani. Non so per quanto ancora riuscirà ad operare.

Di cosa ha bisogno la popolazione? Come si può aiutare?


Le offensive birmane hanno recentemente provocato la fuga dai loro villaggi di altre 7.000 persone che si aggiungono ai 500.000 profughi interni già presenti nella regione. Questi nuovi fuggitivi hanno trovato accoglienza in insediamenti provvisori curati dalla guerriglia Karen. Vivono sotto dei teli di plastica per ripararsi dalle abbondanti piogge, e non hanno cibo a sufficienza. La vera emergenza è quindi quella dell’acquisto di riso, olio, sale e qualche ortaggio per sfamare queste famiglie. La Comunità Solidarista Popoli e “L’Uomo Libero” stanno cercando di raccogliere i fondi necessari a fronteggiare la grave situazione. Nutrire uno di questi sventurati per un mese costa circa 8 euro. I conti sono presto fatti: circa 100 euro per sfamare per un anno un profugo Karen, con una integrazione di ferro e vitamine indispensabili in una situazione come questa.


I popoli occidentali sono consapevoli di quello che sta accadendo in questa parte del mondo o come sempre rivolgono altrove lo sguardo?


I popoli occidentali, incantati dalle sirene del sistema consumistico, sono, diciamo così, un po’ distratti. I loro governi obbediscono a logiche mondialiste, per le quali l’aspetto della sofferenza umana è soltanto un insignificante dettaglio di fronte ai valori portanti, che sono quelli finanziari ed economici. Situazioni di crisi nel mondo ce ne sono a decine, ma quelle che solitamente godono dei riflettori internazionali sono le vicende in cui qualche potenza mondiale ha interessi economici o strategici. Io faccio sempre l’esempio del Kosovo. L’Europa si è fatta trascinare in una guerra contro la Serbia per favorire la nascita di una nazione che è l’avamposto del traffico internazionale di droga e la base operativa delle mafie balcaniche. Gli ordini arrivavano da Washington.


A suo avviso si arriverà mai ad una risoluzione pacifica, stabile e duratura?


Fare previsioni su quello che succederà in Birmania è estremamente difficile. Gli attori in scena sono molti, e così le variabili. Cosa farà la Cina, principale sponsor del regime di Rangoon ? E le multinazionali occidentali (Total e Chevron in testa) che sfruttano le risorse energetiche del Paese e arricchiscono i generali ? E quei paesi “democratici” (Israele, Australia, Singapore, India) che fanno a gara per fornire armi, istruzione militare e “servizi finanziari” di riciclaggio alla giunta birmana ? E gli USA, che hanno già dichiarato che le sanzioni contro Rangoon non sono una buona strada per ottenere risultati e che sarebbe ora di aprire qualche spiraglio per nuovi investimenti? Personalmente credo che in tempi più o meno brevi assisteremo ad un coinvolgimento di forze democratiche nel governo birmano, con la benedizione di tutti quei paesi che hanno interesse a mantenere in sicurezza i loro affari nel paese. Aung San Suu Kyi (l’eroina birmana dei diritti civili e politici, premio Nobel nel 1991) verrà coinvolta, e l’animo dei democratici di tutto il mondo proverà sollievo. Per i popoli e i gruppi etnici in lotta per l’autodeterminazione, per la difesa del loro territorio dallo stupro delle multinazionali, per la preservazione della loro identità, temo non cambierà molto.


Per i contatti e gli aiuti come fare?


I contatti con “Popoli” avvengono attraverso e-mail all’indirizzo riportato sotto o partecipando alle iniziative che i nostri volontari realizzano in giro per l’Italia. Un grosso aiuto per noi è la destinazione del 5×1000, che può essere fatta indicando nella dichiarazione dei redditi il codice fiscale della nostra Comunità: 03119750234 Se poi qualcuno volesse organizzare delle cene o delle iniziative per la raccolta di fondi dovrebbe contattarci verificando sul sito www.comunitapopoli.org quali sezioni della Comunità sono le più vicine a lui. Tengo a sottolineare che tutte le donazioni raccolte si trasformano in diretti aiuti ai nostri assistiti, e che nessun membro di “Popoli” riceve un compenso per il lavoro che svolge. Il nostro è puro volontariato.


A conclusione un suo pensiero…. un suo appello ai lettori….


Come si diceva prima molte sono le situazioni di sofferenza e di bisogno. Noi cerchiamo di privilegiare quei gruppi umani che soffrono per aver compiuto scelte etiche che avrebbero anche potuto ignorare facilitandosi l’esistenza. Parliamoci chiaramente: se i Karen si fossero piegati alle offerte di partecipazione al business della droga non avrebbero bisogno di noi. Se avessero rinunciato alla loro dignità di Popolo, accettando di fare i sudditi, non avrebbero bisogno di noi. Se avessero accettato di svendere la loro terra alle multinazionali, e con essa lo Spirito degli Avi, non avrebbero bisogno di noi. Se avessero imboccato la via dell’emigrazione verso i paesi più ricchi, non avrebbero bisogno di noi. Senza ipocrisia diciamo che preferiamo correre in aiuto di chi ancora si batte per restare un Popolo. Ci aspettiamo che chi condivide questa visione ci faccia avere il suo concreto sostegno.

 
Chi è Cinzia Minucci. Quando e perché si è recata in Birmania?


Cinzia Minucci, consigliere comunale indipendente di Marino, motore e pilota della “Casa della Famiglia”, struttura sociale dedicata a madri, padri e figli che abbiano l’aspirazione di vivere e contribuire allo sviluppo di sane relazioni umane e sociali  all’interno della comunità cittadina e non solo. Struttura dove si fa sport, si fa festa, si fa solidarietà. Il viaggio in Birmania è stato semplicemente questo: voler fare concretamente la conoscenza  diretta e personale dei Karen, cui da circa un anno sono dedicate molte delle azioni e donazioni delle famiglie che frequentano il nostro “centro sociale” a Marino.

Comunità Solidarista Popoli… quando li ha conosciuti e come si rapporta con loro?


L’incontro con Popoli  avvenuto lo scorso anno, nel corso di una cena di beneficenza, è stato per me un vero “colpo di fulmine”, ha impresso una svolta molto decisa alla mia attività politica, rivitalizzando  motivazioni ideali che temevo di aver perso per sempre. Immagino che ciò sia stato frutto delle idee che in Popoli si fanno azione concreta, quotidiana, reale, azione che contemporaneamente forma e trasforma chi agisce, e lo fa sia all’interno della persona, che nei rapporti con gli altri.

Le sue impressioni di viaggio e sulla missione alla quale Lei ha partecipato?

Un’esperienza troppo breve ed incredibilmente intensa, di quelle che conserverò a lungo nel cuore, tale è l’unicità e la ricchezza di ciò che ho sperimentato. Il mio viaggio con Popoli, il mio rapido vissuto tra i Karen hanno una caratteristica indelebile: è la percezione forte, anzi fortissima di essermi sentita  finalmente “a casa”, tra amici, con uno scopo comune e possibile. Talmente concreti e reali si percepivano i valori di fiducia, lealtà, condivisione, senso di unione, utilità l’uno per l’altro. Insomma tutto ciò che inspiegabilmente abbiamo esiliato dalle nostre vite di occidentali anestetizzati. Mi sento così grata alla Comunità Solidarista Popoli, che mi ha aiutato  a superare i miei limiti, il mio attaccamento alle comodità e soprattutto a me stessa, non tanto e non solo per la faticosa camminata nella giungla quanto per l’incontro con chi vive e lotta quotidianamente per la sopravvivenza della sua gente, con scopo, fierezza, coraggio e determinazione. Può sembrare scontato, ma in realtà ciò non ha riscontro nel nostro quotidiano.

Difficoltà incontrate?

Faceva molto caldo (è la stagione delle piogge questa e l’umidità può arrivare al 90 per cento) ma questo caldo, appunto, andava poi  diminuendo man mano che si saliva, fino a trasformarsi in freddo al calar del sole. Nella giungla il fango è il vero protagonista, i sentieri sono incredibilmente scivolosi con conseguenze addirittura letali. La vita dei soldati e dei civili è puro eroismo, le privazioni sono molto difficili da descrivere.

Come si vive in Thailandia?

In Thailandia perfino i thailandesi sono sottopagati. Non hanno quasi mai copertura sanitaria e lavorano fino a 12 ore al giorno. I Karen che vivono nei campo profughi dipendono dagli aiuti umanitari e dai propri familiari che riescono a lavorare  nella zona di confine. Naturalmente sono trattati come schiavi. Lavorano per l’intero giorno e sono pagati una miseria e mangiano e dormono nello stesso posto di lavoro. La vita nel campo profughi è ai limiti di sopportazione. Manca qualsiasi servizio igienico, il sovraffollamento è  evidente e gli alimenti per il sostentamento risultano assolutamente insufficienti.

Anche per Lei, a conclusione, un suo pensiero… un suo appello ai lettori…

Vorrei riuscire a trasmettere un concetto assai semplice a chi legge: nulla è più vicino a noi, al nostro desiderio di completezza ed autenticità della battaglia che i Karen combattono per la loro libertà, per il mantenimento della propria identità, per il perpetuarsi delle loro tradizioni. È questo che abbiamo  in comune, di nobile, con gli altri uomini e donne degni di tale appellativo, è questa la vera “missione” per cui siamo al mondo, in questo caso le distanze sono puro pretesto e solo geografiche. Auguro a molti di poter vivere il mio emozionante incontro con il comandante Nerdah, un vero signore, per affabilità e cortesia; un valoroso comandante sempre al fianco dei suoi giovani soldati tutti privazioni, dignità e onore. Un punto di riferimento per i numerosi  profughi sempre sorridenti: donne bellissime, bambini dagli occhi intelligenti e svegli. Una ricchezza d’umanità imprevista e sconosciuta, l’espressione viva e vivace di una causa degna di essere sostenuta con generosità e slancio da ciascuno di noi.

Comunità Solidarista Popoli – Onlus
Via Anfiteatro, 10 – 37121 Verona
Tel. +39. 339 6054684
www.comunitapopoli.org  e-mail: info@comunitapopoli.org
Per donazione su conto postale: c/c postale n° 27183326.
Per donazione tramite bonifico bancario: IBAN: IT19R0518811703000000057192
Destinazione cinque per mille a “Popoli” indicando il codice fiscale/ partita iva n° 03119750234.
Ogni donazione dà diritto a detrazione fiscale.
http://www.mirorenzaglia.org/?p=9556

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categoria:militanza, notizie dallestero, soccorso nero
domenica, 04 ottobre 2009

Questa volta il Trattato di Lisbona è stato plebiscitato

Il Sì ha vinto il referendum irlandese sul Trattato di Lisbona con il 67,1% dei voti. Il No ha avuto il 32,9%. Sono i dati definitivi. Lo ha annunciato la tv pubblica Rte. L'affluenza è stata del 58%. Il passaggio di voti dal No al Sì è stato del 20,5%, rispetto al 2008, quando i contrari erano stati il 53,4%. (Dati ansa)

Il Trattato di Lisbona fa schifo ma può essere cambiato. Sempre che qualcuno dei “radicali” di destra o di sinistra presenti a Strasburgo abbia la volontà di mettersi a lavorare anziché riempirsi la bocca di slogan vuoti.
Il Trattato di Lisbona fa schifo ma lo avevano osteggiato, anche finanziariamente, gli americani per rallentare il processo di unificazione politica europea
Il Trattato di Lisbona fa schifo ma alle sfide planetarie o ci si presenta come Europa o si diventerà la pattumiera degli Usa e della Cina sparendo dalla faccia della storia.
Il Trattato di Lisbona fa schifo ma le “sovranità nazionali” che dovremmo difendere contro di esso (che del resto le minaccia molto meno di quanto si creda) sono state tutte esautorate nel 1945. E la sovranità potrà riproporsi solo a dimensioni continentali e su base di potenza.
Il Trattato di Lisbona fa schifo ma fino a quando non lo muteremo è sempre meglio attenerci a questo che avviarci all'estinzione. A meno che non si preferisca guaire alla luna con la catena al collo, attaccati alla cuccia dove campeggia un nome battagliero che non ci siamo meritati affatto.

Orientamenti e Ricerca

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categoria:geopolitica, notizie dallestero
mercoledì, 30 settembre 2009

C'è sempre qualcuno più uguale degli altri

Roman Polanski condannato in Usa per lo stupro consumato e comprovato di una minorenne, o meglio di una bambina, si era sottratto alla legge americana quando era cittadino statunitense. Arrestato in Svizzera ora che è cittadino francese è stato prontamente liberato per la mobilitazione transalpina.
Carlo Parlanti, un cittadino italiano, è stato giudicato e condannato in contumacia, a sua insaputa, perché la sua ex donna americana lo ha accusato di aver abusato di lei. L'accusa fa peraltro acqua da tutte le parti e l'accusatrice aveva già tentato il medesimo colpo ai danni del suo ex marito, americano, ma era stata dichiarata priva di qualsiasi credibilità. Cinque anni fa in Germania Carlo Parlanti venne arrestato, le autorità italiane nulla fecero per impedire che il nostro connazionale fosse consegnato agli Usa così come nulla fanno oggi perché gli vengano assicurate le cure mediche quotidianamente negate. Che sfortuna per Parlanti  oltre all'essere un illustre sconosciuto l'avere anche a che fare con la Farnesina e non con il Quai d'Orsay.

Noreporter.org

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categoria:notizie dallestero, il vostro mondo
giovedì, 17 settembre 2009

Sei paracadutisti italiani caduti e quattro feriti in Afghanistan

Chi muore in missione di guerra non muore per Obama, per la Nato e per il narcotraffico. Che tutti questi beneficino del suo sacrificio non rende il sacrificio in sé meno onorevole. Presente!

Noreporter.org

LA FOLGORE NON SI ARRENDE MAI!!

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categoria:in memoriam, notizie dallestero
martedì, 15 settembre 2009

Intervista ai capi militari della guerriglia patriottica che ha inferto all'invasore perdite per un rapporto di 60 a 1

Il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito di Liberazione Karen parla da una località nascosta,un luogo sicuro da qualche parte lungo le centinaia di chilometri che segnano il  confine tra Birmania e Thailandia.  Il Generale Mu Tu ha superato da un bel po' i  settant'anni di età. La maggior parte dei quali spesi a combattere i militari di Rangoon nelle giungle dell'est del paese. Settanta anni, ma una stretta di mano eccezionalmente vigorosa, e un saluto militare impeccabile. Sorride quando gli viene chiesto se l'offensiva condotta negli ultimi dodici mesi dall'esercito birmano contro i Karen abbia messo in ginocchio la guerriglia patriottica.
“Abbiamo perduto basi e fette di territorio, è vero. Ma la nostra forza militare è rimasta intatta. Siamo ovunque, siamo intorno al nemico. Lo vediamo, lo seguiamo. Lo colpiamo tutti i giorni”.
Nei primi sei mesi del 2009 la guerriglia Karen si è scontrata con l'esercito birmano e con le bande di partigiani collaborazionisti 532 volte. I dati forniti dalla guerriglia parlano di 341 nemici uccisi e di 697 feriti. Secondo le fonti Karen, il rapporto di caduti in azione è di 1 a 60 a favore delle forze patriottiche. Un dato che smentisce le previsioni dei generali birmani, secondo i quali entro la seconda metà del 2010 il confine orientale del paese sarà ripulito dalla presenza della resistenza. Mu Tu perde la calma soltanto quando descrive la condotta dei militari birmani nei confronti dei civili inermi: “Noi siamo guerrieri, e ci aspetteremmo di combattere una guerra pulita. Faccia a faccia contro un nemico che riconosca le regole di un combattimento duro, a volte spietato, ma leale. Invece la maggior parte delle operazioni del Tatmadaw (esercito birmano) ha come obiettivo i civili. Questo fa di loro degli assassini, non dei soldati”. L'organizzazione Free Burma Rangers, un gruppo di coraggiosi volontari che svolgono un'attività di soccorso sanitario e di raccolta di informazioni circa crimini ed abusi compiuti nei villaggi abitati da minoranze etniche, sforna dati agghiaccianti sulle violenze subite dalla popolazione ad opera dei soldati di Rangoon.
Stupri, torture e omicidi sono all'ordine del giorno. La brutalità delle azioni del Tatmadaw spinge un sempre più alto numero di civili a lasciare i loro villaggi non appena si ha notizia  dell'avvicinamento delle truppe. Negli ultimi tre anni oltre 80.000 persone hanno cercato rifugio nella giungla, sotto la precaria protezione fornita dai volontari del KNLA, l'Esercito di Liberazione guidato dal Generale Mu Tu.
Soltanto lo scorso mese ben 4.000 profughi hanno dovuto attraversare il confine e riversarsi in Thailandia per sfuggire alle truppe birmane che hanno piegato la resistenza  della 7° Brigata Karen.  “Abbiamo vissuto anche in passato momenti terribili, durante i quali tutto sembrava  perduto - prosegue l'anziano ufficiale - ma ci siamo sempre rialzati. E dopo sessant'anni  siamo ancora qui, decisi a difendere la nostra gente fino all'ultimo proiettile di cui disporremo”.

Una chiara corrispondenza con quanto sostiene Mu Tu si percepisce visitando le unità del  KNLA sparpagliate nella giungla. Alcune di queste hanno abbandonato le loro basi abituali durante l'offensiva birmana, ed ora vivono in accampamenti provvisori a ridosso delle  posizioni nemiche. “In questo modo torniamo alla nostra originale attività di guerriglia -  dice il Colonnello Nerdah Mya riparandosi dalla violenza di un acquazzone monsonico  sotto una capanna di bambù immersa nel fango - e per il nemico siamo dei fantasmi impossibili da catturare”. La vita dei giovani volontari non è delle più facili in questi  avamposti mobili. L'acqua per lavarsi e per bere è quella piovana, pazientemente raccolta mdurante i temporali. La dieta quotidiana è fatta di riso bianco e sale. Quando dalla  Thailandia qualcuno riesce a portare fin quassù delle sardine in scatola è festa. I turni al  fronte sono normalmente di due mesi consecutivi. Poi un permesso per andare a trovare  la famiglia in un sovraffollato campo profughi. E di nuovo in giungla, tra brividi di febbre  malarica e mine antiuomo sparse lungo i sentieri di terra rossa.
Ma la voglia di battersi c'è ancora tutta. Quando il Colonnello Nerdah Mya, figlio del leggendario leader della rivoluzione Karen Bo Mya, chiede ai volontari se sono pronti a  cacciare il nemico dai villaggi occupati negli ultimi dodici mesi dalle forze straniere la risposta arriva in un boato di voci, un suono gutturale che non lascia dubbi.
Il Colonnello Nerdah Mya di fronte agli uomini del 201° Battaglione in un avamposto dell'Esercito di Liberazione Karen.
“I nostri ragazzi sono coraggiosi, amano il loro paese, hanno una naturale predisposizione  alla difesa della loro gente dai soprusi e dalle violenze - dice Nerdah Mya - ma tutto  questo non basta di fronte ad un esercito ben armato e sostenuto economicamente dai  proventi degli affari che il regime di Rangoon fa con multinazionali e businessmen di tutto il mondo. Per non parlare del fiume di denaro che il traffico internazionale di droga
garantisce ai criminali del governo birmano”.
Attraverso la mediazione della Comunità Solidarista Popoli i Karen chiederanno all'Italia di  sostenere la loro lotta per l'autodeterminazione e per la difesa dell'identità. “Ci battiamo  per poter continuare a parlare la nostra lingua e vivere secondo le nostre tradizioni. Per i  nostri figli vogliamo un futuro senza guerra, senza droga, senza ingerenze straniere” conclude Nerdah Mya.

Comunità Solidarista Popoli

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categoria:notizie dallestero, luci allorizzonte
lunedì, 14 settembre 2009

Obama può spingere involontariamente Teheran e Tel Aviv a scontrarsi. Ma sarebbe anche un po' la Nemesi di Saddam

 Procede un po' ovunque la linea di Obama atta a instaurare dialoghi distensivi volti in realtà a mostrare che c'è sì buona volontà ma che bisogna contemporaneamente armare per dissuadere. Servono delle scuse per imporci gli scudi anti-missile. Urgono in Asia, in Europa e in Vicino Oriente.

In quell'area da qualche anno in qua la cooperazione sostanziale tra Usa e Iran, in Iraq come in Bosnia, ha modificato il quadro. Prima esisteva un'intesa praticamente esclusiva tra Tel Aviv e Teheran che non ha mai cessato di rifornire di petrolio lo stato ebraico. Ambo le potenze anti-arabe per quasi trent'anni hanno cooperato di fatto, pur insultandosi, e sono state reciprocamente funzionali. Quasi esaurita la fagocitazione anti-ba'at e anti-kemalita operata da entrambi, i due paesi animati da fanatismo del Libro e attraversati sia pure in proporzioni diverse da tentazioni teocratiche, rimossi gli ostacoli intermedi, si sono ritrovati di colpo ad avere più motivi di diffidenza reciproca che non di cooperazione. L'avvicinamento Obama-Ahmadinejad e l'ipotesi che l'Iran possa munirsi di un arsenale nucleare (cosa che gli israeliani non possono concedere a nessun paese dell'area), ha improvvisamente raffreddato di fatto le relazioni tra i due oscurantismi espansionistici. Non si parla ovviamente qui degli slogan rodomontici e pagliacceschi che hanno caratterizzato la pluridecennale commedia recitata dai protagonisti, ma della modifica dei dati sostanziali che incidono, per dirla alla leninista, sugli equilibri di potenza allorquando il reciproco co-interesse cessa di prevalere sul reciproco conflitto d'interessi.

Se i due Stati del Libro si scontreranno ne vedremo delle belle e ovviamente delle motivazioni geopolitiche c'indurranno a scegliere il campo dell'Europa e della Russia.

Ma se ci sarà davvero conflitto, cioè se Obama si dimostrerà un apprendista stregone del tutto incapace, se quindi israeliani e iraniani andranno a massacrarsi, il primo pensiero andrà alla Nemesi che avrà vendicato Saddam, capo legittimo di un popolo occupato sia dagli uni che dagli altri invasori e mandato al patibolo, perché ultimo Capo di Stato non schiavo. Saddam fu assassinato dagli uni e dagli altri insieme. Pur di nutrire speranze in qualcosa o in qualcuno la gente spesso preferisce dimenticare, non rilevare, lasciar correre, sminuire, attenuare, sdrammatizzare, ridurre, minimizzare, oppure fa addirittura finta di niente, pur di puntare su tizio o su caio. Io non condivido. E non scordo.

Gabriele Adinolfi

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categoria:politica, geopolitica, notizie dallestero
mercoledì, 09 settembre 2009

«È partita domenica scorsa la nuova missione de l’Uomo Libero in Birmania. L’obiettivo dei nostri volontari è duplice: verificare le condizioni del villaggio di Kow Hla Mee, fondato da l’Uomo Libero a cavallo tra il 2008 e 2009, e porre le basi per la seconda fase del progetto Terra e Identità: la costruzione di ulteriori 30 abitazioni, di una scuola e di una clinica, grazie anche al contributo della Regione Trentino Alto Adige». Queste le parole di Walter Pilo, presidente dell'associazione l'Uomo Libero che da anni opera con missioni di solidarietà nel Paese vessato dalla giunta militare. «Il progetto Terra e Identità» spiega il presidente Walter Pilo «serve a sostenere la popolazione dei Karen, una minoranza etnica che rivendica la propria autonomia, oggetto da parte dei militari di Rangoon di una repressione feroce, che nel giro di sessant'anni ha provocato migliaia di vittime. I Karen vivono in condizioni di estrema povertà, come fuggiaschi» continua Pilo «Nonostante la tragica situazione dell’annullamento delle libertà sia di recente tornata alla ribalta con il processo nei confronti del Premio Nobel Aung San Suu Kyi, gli stupri, le violenze, gli omicidi e i rastrellamenti da parte della soldataglia birmana continuano. Nei giorni scorsi i nostri volontari hanno avuto in prima persona la sventura di assistere una giovane madre ferita da soldati birmani mentre allattava il figlio di due mesi e che ora lotta tra la vita e la morte.

 Chi volesse sostenere l'Uomo Libero può collegarsi al sito dell'associazione (www.luomolibero.it) e acquistare uno dei prodotti i cui ricavati vengono interamente devoluti al progetto “Terra e identità” in favore dei Karen: t-shirt, prodotti di artigianato e i libri 'Karen' e 'Non solo Don Camillo'.

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categoria:consigli per gli acquisti, militanza, notizie dallestero, luci allorizzonte
sabato, 05 settembre 2009

I capitali americani per il no all'integrazione europea

A rischio il sì dell'Irlanda al Trattato di Lisbona. Un sondaggio del giornale di Dublino, Irish Times rivela che sono scesi sotto il 50 per cento i sì . L'appoggio al trattato è sceso di otto punti percentuali raggiungendo quota 46 per cento, rispetto all'ultimo sondaggio. Il 29 per cento dei partecipanti al sondaggio ha detto che voterà contro il trattato nel referendum: un punto percentuale in più rispetto allo scorso maggio. Ma quello che è più cresciuto (sette punti percentuali) è stato il partito degli indecisi, che ha raggiunto il 25 per cento. Il referendum viene riproposto agli irlandesi dopo che hanno già respinto il trattato in una prima votazione nel 2008.
Il "sì" dell'Irlanda al Trattato Ue non sarà facile. Ad ammetterlo è stato il ministro degli Esteri, Michael Martin, che in un'intervista a un'emittente locale ha spiegato che "si tratta di una grande sfida e di una campagna molto difficile che chiederà risorse, convinzione, politica e passione di tutti". "Non mi sono mai fatto illusioni - ha aggiunto il ministro - sarà difficile ma penso che possiamo farcela". Il referendum irlandese, il 2 ottobre è atteso in tutta Europa per riuscire finalmente a sbloccare l'impasse' del nuovo Trattato.
In Europa, il trattato di Lisbona potrà entrare in vigore solo se ratificato da tutti i 27 paesi membri. Oltre all'Irlanda che ha scelto la via referendiaria, il Trattato deve ancora essere ratificato da Germania, Repubblica Ceca, e Polonia.


CHE COS'E' IL TRATTATO DI LISBONA. Il Trattato di Lisbona (noto anche come Trattato di riforma) è il trattato redatto per sostituire la Costituzione europea bocciata dal 'no' nei referendum francese e olandese del 2005.
L'accordo recepisce gran parte delle innovazioni contenute nella Costituzione europea. Rispetto a quel testo, sono state approvate a Bruxelles le seguenti modifiche:
- non esisterà un solo trattato (come la Costituzione europea), ma saranno riformati i vecchi trattati. Il Trattato di riforma modificherà quindi il Trattato sull'Unione europea (TUE) e il Trattato che istituisce la Comunità europea (TCE). Il primo manterrà il suo titolo attuale mentre il secondo sarà denominato "Trattato sul funzionamento dell'Unione europea" (TFUE). Ad essi vanno aggiunti la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e il Trattato Euratom (quest'ultimo non era stato integrato nella Costituzione europea);
- è stato tolto ogni riferimento esplicito alla natura costituzionale nel testo: sono stati eliminati i simboli europei e si è ritornati alla vecchia nomenclatura per gli atti dell'UE: tornano "regolamenti" e "direttive" al posto delle "leggi europee" e "leggi quadro europee";
- il "ministro degli Esteri" europeo tornerà a chiamarsi "alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune (PESC)", benché con i poteri rafforzati indicati nella vecchia Costituzione: sarà anche vicepresidente della Commissione europea;
- vengono meglio delimitate le competenze dell'UE e degli Stati membri, esplicitando che il "travaso di sovranità" può avvenire sia in un senso (dai Paesi all'UE, come è sempre avvenuto) che nell'altro (dall'UE ai Paesi);
- il nuovo metodo decisionale della "doppia maggioranza" entrerà in vigore nel 2014 e, a pieno regime, nel 2017;
aumentano i poteri dei Parlamenti nazionali che hanno più tempo per esaminare i regolamenti e le direttive;
- la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea non è integrata nel Trattato, ma vi è un riferimento ad essa. Il Regno Unito ha ottenuto una "clausola di esclusione" ("opt-out") per non applicarla sul suo territorio al fine di preservare la Common law. Lo stesso è stato concesso alla Polonia ma con l'elezione a premier di Donald Tusk quest'ultimo si è impegnato a non far valere l'"opt-out" ottenuto;
- il Regno Unito e l'Irlanda hanno ottenuto (per chiunque lo voglia utilizzare) un meccanismo ("opt-out") per essere esentati da decisioni a maggioranza nel settore "Giustizia e affari interni";
- viene specificato che la PESC ha un carattere specifico all'interno dell'UE e che non può pregiudicare la politica estera e la rappresentanza presso le istituzioni internazionali degli Stati membri.
- la concorrenza non è più ritenuta un obiettivo fondamentale dell'UE, ma viene citata in un protocollo aggiuntivo;
- viene introdotta l'energia nella clausola di solidarietà in cui gli Stati membri si impegnano a sostenere gli altri in caso di necessità;
- viene specificata la necessità di combattere i cambiamenti climatici nei provvedimenti a livello internazionale;
- viene introdotta la possibilità di recedere dall'UE (fino ad oggi, infatti, vi si poteva solo aderire).
Valéry Giscard d'Estaing, il presidente della Convenzione europea, ha dichiarato che le differenze tra i testi della Costituzione europea e del Trattato di riforma sono solo "cosmetiche" e che rendono quest'ultimo meno comprensibile rispetto al primo mentre il "think tank" euro-scettico "Openeurope" si è spinto fino all'analisi dettagliata, notando che il Trattato di riforma è per il 96% identico alla Costituzione europea.


Un pessimo trattato, il conservatorismo endemico delle masse, lo scetticismo generale, i capitali americani per il no (la statunitense Ryanair finanziò la campagna contraria lo scorso anno). Ecco la miscela per condurci nell'impasse. Il gioco Usa è chiaro: rallentare e ostacolare il più possibile il processo di concentrazione continentale, quello contro cui le talassocrazie e le caste finanziarie si sono sempre battute dai tempi di Napoleone a quelli dell'Asse. E contro cui le caste finanziarie e le potenze navali si batterono anche durante l'Evo Medio.

Il primo trattato, quello di Maastricht, data già di diciassette anni. Da allora le cosiddette “forze nazionali”, più propriamente le debolezze teatranti della destra terminale, cosa hanno saputo offrire, contrapporre, controproporre per sposare giustizia, fierezza, indipendenza e potenza? Niente, solo lamenti da bar o da struscio paesano. E con quel medesimo spirito non hanno esposto alcuna alternativa al trattato di Lisbona cullandosi negli auspici di una miopia reazionaria trinariciuta benchè sappiano – e lo sanno! - che i rallentamenti non solo servono a chi ci domina ma non impediscono in ogni caso lo sviluppo di un processo in corso che, se non viene modificato – MODIFICATO NON OSTEGGIATO – perderà le sue enormi potenzialità positive. Ora magari alzeranno il calice insieme ai loro padroni yankees che non hanno avuto neppure bisogno di metterli sul libro paga visto che fanno sempre quello che vogliono loro. In nome della “difesa” di “valori” ovviamente. Sui quali “valori” e sul come i teatranti li vivano è molto meglio non indagare. Bevete su, è tempo di pippe e gazzosa.

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postato da: BascoNero89 alle ore 11:53 | Permalink | commenti
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