domenica, 08 novembre 2009

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categoria:video, militanza, luci allorizzonte
martedì, 27 ottobre 2009

Le esplosioni si erano fermate già da alcuni istanti ma Alain non aveva ancora osato riaprire gli occhi. Tutto il suo corpo, rannicchiato dietro il muro di pietra, fu subito scosso da uno spasmo violento, una sorta di eruzione di terrore retrospettiva che la calma rinascente avrebbe messo vari minuti ad attenuire. Eppure i bambini si erano già reimpossessati del luogo e schernivano gentilmente lo straniero prostrato dietro il suo riparo precario.

Alain si alzo' lentamente e spolvero' con la mano ancora un po' tremante i suoi pantaloni militari nuovi. Rispose ai sorrisi sarcastici dei bambini con un'alzata di spalle che voleva dire :
« D'altronde, i bombardamenti sono piuttosto rari nel 15° distretto! »
Era partito da Parigi due giorni prima ed era arrivato alla frontiera birmano-thailandese appena tre ore prima.

Sull'ingiunzione di una vecchia donna sdentata, un bambino prese Alain per mano e lo porto' alla tenta-ambulatorio dove lavorava il medico italiano che doveva assistere.

Di fronte all'entrata dell'ospedale di fortuna, un ragazzino di 12 anni dallo sguardo furbo fumava diligentemente una sigaretta, con l'M16 appoggiato sulle ginocchia.

Appena varcata la soglia, l'odore del sangue mischiato a quello dell'etere lo prese alla gola e lo fece quasi barcollare.

Prendendolo per il braccio, il medico lo scosse vigorosamente brontolando in un francese irritato ma impeccabile : -« Allora, lei é qui per aiutarmi o per darmi lavoro supplementare ? »

Alain, arrossendo come un adolescente preso sul fatto, cerco' di riprendersi cercando la risposta sferzante e brillante che avrebbe potuto ristabilire la sua dignità intaccata. Purtroppo non la trovo' e si limito' a balbettare che era dall'alba che non mangiava.

-  « E allora vada a mangiare, tornerai qui piu' tardi ! » esclamo' il grosso italiano con un tono un po' divertito, un po' riprovevole.

Il ragazzino riprese la mano di Alain e lo accompagno' fino al falo' centrale del villaggio sul quale era posata una grossa pentola fumante. L'odore che ne fuoriusciva era appena piu' piacevole di quello dell'ambulatorio e Alain si mise la mano sulla bocca per nascondere una smorfia istintiva.

L'esile ragazza che si occupava delle braci immerse una scodella nel cuore del pentolone e la porse allo straniero con un sorriso che fece immediatamente dimenticare a Alain tutte la sue reticenze olfattive. Si butto' su quello strano intruglio e se ne diletto' fino all'ultima briciola sotto lo sguardo soddisfatto della giovane donna e del bambino.

Appena ingoiato l'ultimo boccone il medico gli grido' con una voce assordante :

-« Eh ! Questo non é un soggiorno club « all included », dovrà giustificarla la scodella di riso il parigino ! »

Allungando il passo per raggiungere la tenda dell'ambulatorio, Alain si sorprese a maledire quell'uomo che ammirava tanto.

Antonio, normalmente medico nella periferia di Milano, passava tutte le sue ferie e le sue disponibilità in quell'angolo sperduto dell'Asia, a curare quel popolo quasi dimenticato da tutti, e soprattutto da tutte le grandi coscienze che si pretendono legate ad una « diversità » che confondono con il chaos assimilato del multiculturalismo e del cosmopolitismo.

Antonio, con la testa quasi pelata e la tshirt Italo Balbo macchiata che copriva non proprio perfettamente la pancia generosa, non assomigliava per niente allo stereotipo « glamour » del « medico nel mondo » per umanitarismo su carta patinata. Eppure, aveva salvato molte piu' vite di quei portatori di sacchi di riso dai sorrisi ultra-bright.

Alain era fiero e felice di ritrovarsi al fianco di un uomo tale ma nello stesso tempo si sentiva maldestro e imbarazzato, visto che i suoi studi alla facoltà Pierre e Marie Curie e gli stage all'ospedale americano di Neuilly l'avevano solo parzialmente preparato alla realtà della medicina di guerra. Antonio lo rassicuro' con una grande pacca sulla spalla e quasi gli urlo' nelle orecchie - : « Dai, adesso, si lavora ! »

Il resto della giornata fu un lungo incubo, una litania di piaghe purulente, un atroce melodia di ruggiti di sofferenza, una sinfonia teratologica di carni strappate e di membra fratturate...

Quel mattino, i Karens si erano seriamente scontrati con le truppe della giunta.

Dopo aver messo l'ultimo punto di sutura, i due europei crollarono stremati all'entrata della tenda.
Il piccolo guardiano offri' loro delle sigarette.

Intorno al fuoco, la tribù si era già riunita per il pasto serale. Attraverso le volute di fumo, Antonio e Alain osservavano le ultime sentinelle di un mondo che stava sparendo.

I vecchi con la pelle incredibilmente rugosa sembrava portassero sui loro visi i manoscritti ancestrali della loro civiltà, i padri circondati dalla loro famiglia esalavano la fierezza eterna dei contadini e dei guerrieri. Dietro di loro, gli occhi ardenti dei bambini lasciavano intravedere l'immagine di un avvenire minacciato ma possibile...

La giungla aveva iniziato il suo concerto notturno, la terra scura trasudava il calore accumulato durante il giorno e il vento, esitante tra collera e assopimento, faceva ballare per intermittenza gli abiti multicolori sospesi ai fili ad asciugare.

Dolcemente, una ragazza si mise a cantare...

In quell'istante, Alain capi' che il suo soggiorno sarebbe stato faticoso e spossante, ma ripartire sarebbe stato sicuramente ancora piu' difficile e doloroso.

Zentropa

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mercoledì, 07 ottobre 2009

Susanna Dolci intervista Franco Nerozzi e Cinzia Minucci

Sleipnir è il possente cavallo a otto zampe prediletto da Odino nel suo viaggiare sino nelle zone più impervie, di guerra, morte e caduta. E questo è il simbolo di  Popoli che ha sostituito la spada del padre germanico con la coppa del sacro bere, da sempre fonte di vita e sollievo alle sofferenze…

Parliamo oggi di una organizzazione umanitaria un po’ particolare…la Comunità Solidarista Popoli Onlus, nata a Verona nel febbraio del 2001. Sua finalità è quella di aiutare concretamente le persone in gravi difficoltà generate dalle guerre, epidemie, povertà, calamità naturali.

«L’organizzazione indirizza i suoi interventi verso popolazioni che ritiene particolarmente meritevoli di aiuto sulla base di caratteristiche etiche, morali e spirituali, privilegiando quei gruppi umani costretti a lottare per difendere la propria indipendenza, i propri valori tradizionali, la propria identità. In contrasto con la tendenza all’omologazione culturale dei popoli, incoraggiata da lusinghe o ricatti economici quando non imposta con la forza delle armi, la Comunità Solidarista Popoli riconosce nel principio della preservazione delle diversità, la condizione indispensabile al contenimento degli evidenti squilibri e delle profonde ingiustizie provocate dal nuovo ordine mondiale». Ed i numeri delle attività svolte dimostrano tutto il peso dell’azione. In Birmania (Myanmar) dal lontano 1994 ad oggi Popoli mantiene in funzione 4 cliniche mobili (”Carlo Terracciano“, “Boe Wae Hta“, “Mu Aye Pu“, Kay Pu) e 3 scuole con 6 insegnanti per circa 200 bambini nella giungla birmana (regione di Dooplaya) allo scopo di aiutare l’etnia dei Karen, completamente in balia dei narcotrafficanti di Rangoon, del regime locale e delle multinazionali di turno affaristico in loco. Sono circa 500.000 i karen profughi interni, sottoposti a vessazioni ed alla minaccia di genocidio e l’attività dei nostri si svolge in perimetri di guerra il cui accesso è completamente vietato alle organizzazioni umanitarie. Negli ultimi anni sono vertiginosamente aumentate le violenze scatenatesi verso questo popolo che si batte contro la produzione ed il traffico di droga e per la propria indipendenza. Più di 30 operatori sanitari lavorano a pieno ritmo per prestare aiuto, totalmente gratuito, alla gente inerme. Inoltre sono diverse le spedizioni di farmaci e strumenti sanitari ed ulteriori progetti in fase di realizzazione. In Afghanistan, nel 2004, la Comunità ha avviato un nuovo progetto a favore delle vittime della guerra. Dopo anni ed anni di aggressioni condotte da U.R.S.S.,  Pakistan e U.S.A., il paese ancora subisce le gravi conseguenze dei diversi tentativi di conquista da parte di potenze straniere. «Qualcuno ci ha detto: “Non condivido le vostre idee”. Qualcun altro: “Fate solo dell’elemosina”. Altri ci hanno accusato di “aiutare musi gialli e musulmani”. Non crediamo di dover dare ancora spiegazioni circa le nostre idee, pensiamo che il nostro compito sia quello di continuare con i fatti. Non crediamo di fare dell’elemosina, un gesto fine a se stesso che sistema solo la coscienza di chi lo compie e perpetua lo stato passivo del mendicante, bensì di sostenere un Popolo che lotta attivamente ed orgogliosamente per il diritto sacro ed inviolabile della difesa della terra e degli avi e contro la produzione e il commercio della droga. In quanto a “musi gialli e musulmani”, beh, difficile rispondere ad un “non concetto” di tale portata…. Vogliamo solo dirvi che è grazie al vostro sostegno che Popoli può far parlare i fatti, e ricevere in cambio parole di ringraziamento come quelle inviateci dai responsabili del settore sanitario Karen. Che a nome del loro popolo essi dedicano, non a caso, a tutti i sostenitori della comunità solidarista». Sostenendo Popoli, aiutiamo chi soffre ed in special modo tutto il Popolo Karen a resistere alle logiche spietate del traffico della droga e ad affermare i concetti di autodeterminazione e libertà. Affinché si realizzi l’agognato desiderio dello: 0% DROGA 100% IDENTITÀ.

Per avere un effettivo quadro della realtà abbiamo incontrato Franco Nerozzi, giornalista di guerra e fondatore di Popoli, che ringraziamo per la sua indefessa azione umanitaria assieme a tutti coloro che lo accompagnano, tra i quali Cinzia Minucci, responsabile di Popoli a Marino (Rm). Entrambi sono, appunto, rientrati da poco in Italia.

Nerozzi, ci vuole parlare della Birmania? Paese estremamente difficile, complesso, pericoloso… Perché? E chi sono i Karen?


La Birmania è un Paese pericoloso innanzitutto per chi ci abita. E non parlo tanto di quella parte di popolazione di etnia comunemente indicata come “birmana”. Parlo soprattutto dell’altra metà dei suoi abitanti, appartenenti a gruppi etnico-linguistici differenti dal maggioritario e desiderosi di ottenere una certa autonomia dal potere centrale. Sono veri e propri Popoli separati, che erano stati inglobati forzatamente dall’entità coloniale dominata dalla Gran Bretagna nel 19° secolo, e che, nella fase della decolonizzazione aspiravano alla loro legittima indipendenza. Tra questi i Karen, principale gruppo per numero e per importanza. Il trattato che avrebbe loro garantito la libertà venne ignorato dal governo postcoloniale birmano, il quale iniziò una campagna contro questo popolo antichissimo, giunto in quelle terre 2.700 anni fa. La reazione dei Karen portò ad una guerra che dura tutt’ora.
Le sue impressioni di viaggio e sulla missione che si è appena conclusa?
Ogni missione compiuta tra i Karen lascia un sentimento misto di gioia e di sconforto. Anche quella appena conclusa mi ha fatto pensare che i nostri amici Karen meritano tutto il nostro sostegno per la determinazione e il coraggio con cui portano avanti la loro lotta per la libertà. Poveri, denutriti, male armati. Eppure ancora rigorosi nel rifiutare produzione e traffico di droga come possibile fonte di approvvigionamento di risorse necessarie alla loro sopravvivenza. Ecco quindi la gioia di incontrare gente che pur nella sua semplicità e direi quasi primitività, ci dà lezioni di etica e di reale impegno rivoluzionario. C’è poi però lo sconforto nel rendersi conto che poco o nulla viene fatto per sostenere concretamente la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone che si nascondono nella giungla per sfuggire alla repressione del regime di Rangoon. L’attenzione internazionale è concentrata sulla situazione politica interna della Birmania, sulla domanda di democrazia, sulle istanze impugnate da Aung San Suu Kyi. Ma la lotta dei gruppi etnici sembra non interessare a nessuno.

Come procedono le attività militari, paramilitari e sanitarie sul territorio?


Nell’ultimo anno abbiamo assistito ad una progressiva avanzate delle truppe birmane e dei loro “cani da guardia”, le milizie collaborazioniste del DKBA, nel territorio dei Karen. Decine e decine di villaggi sono stati attaccati per poi essere incendiati od occupati dalla soldataglia, con quel pesante corollario di violenze, soprusi e stupri che accompagna queste operazioni che di militare hanno ben poco, e che definirei banditesche. L’Esercito di Liberazione Karen ha adottato la tipica condotta della guerriglia, preferendo abbandonare le postazioni fisse e quindi perdere terreno, a vantaggio della salvaguardia dei suoi uomini, che ora operano con azioni “mordi e fuggi” contro le truppe occupanti. Questa tattica ha portato a ottimi risultati: negli ultimi sei mesi il rapporto dei caduti tra esercito occupante e guerriglia patriottica era di 60 a 1 a favore dei nostri amici Karen. Le nostre attività sanitarie hanno ovviamente risentito di questa situazione piuttosto “calda”. Nelle aree che prima coprivamo grazie alle nostre cliniche ora operiamo con dei team mobili formati da tre sanitari, che seguono i guerriglieri con zaini carichi di farmaci e strumentazione per prestare cure alla popolazione che incontrano nei diversi villaggi visitati. Una clinica lavora ancora a pieno regime, nel distretto di Mutraw, ma è a pochi chilometri da due campi militari birmani. Non so per quanto ancora riuscirà ad operare.

Di cosa ha bisogno la popolazione? Come si può aiutare?


Le offensive birmane hanno recentemente provocato la fuga dai loro villaggi di altre 7.000 persone che si aggiungono ai 500.000 profughi interni già presenti nella regione. Questi nuovi fuggitivi hanno trovato accoglienza in insediamenti provvisori curati dalla guerriglia Karen. Vivono sotto dei teli di plastica per ripararsi dalle abbondanti piogge, e non hanno cibo a sufficienza. La vera emergenza è quindi quella dell’acquisto di riso, olio, sale e qualche ortaggio per sfamare queste famiglie. La Comunità Solidarista Popoli e “L’Uomo Libero” stanno cercando di raccogliere i fondi necessari a fronteggiare la grave situazione. Nutrire uno di questi sventurati per un mese costa circa 8 euro. I conti sono presto fatti: circa 100 euro per sfamare per un anno un profugo Karen, con una integrazione di ferro e vitamine indispensabili in una situazione come questa.


I popoli occidentali sono consapevoli di quello che sta accadendo in questa parte del mondo o come sempre rivolgono altrove lo sguardo?


I popoli occidentali, incantati dalle sirene del sistema consumistico, sono, diciamo così, un po’ distratti. I loro governi obbediscono a logiche mondialiste, per le quali l’aspetto della sofferenza umana è soltanto un insignificante dettaglio di fronte ai valori portanti, che sono quelli finanziari ed economici. Situazioni di crisi nel mondo ce ne sono a decine, ma quelle che solitamente godono dei riflettori internazionali sono le vicende in cui qualche potenza mondiale ha interessi economici o strategici. Io faccio sempre l’esempio del Kosovo. L’Europa si è fatta trascinare in una guerra contro la Serbia per favorire la nascita di una nazione che è l’avamposto del traffico internazionale di droga e la base operativa delle mafie balcaniche. Gli ordini arrivavano da Washington.


A suo avviso si arriverà mai ad una risoluzione pacifica, stabile e duratura?


Fare previsioni su quello che succederà in Birmania è estremamente difficile. Gli attori in scena sono molti, e così le variabili. Cosa farà la Cina, principale sponsor del regime di Rangoon ? E le multinazionali occidentali (Total e Chevron in testa) che sfruttano le risorse energetiche del Paese e arricchiscono i generali ? E quei paesi “democratici” (Israele, Australia, Singapore, India) che fanno a gara per fornire armi, istruzione militare e “servizi finanziari” di riciclaggio alla giunta birmana ? E gli USA, che hanno già dichiarato che le sanzioni contro Rangoon non sono una buona strada per ottenere risultati e che sarebbe ora di aprire qualche spiraglio per nuovi investimenti? Personalmente credo che in tempi più o meno brevi assisteremo ad un coinvolgimento di forze democratiche nel governo birmano, con la benedizione di tutti quei paesi che hanno interesse a mantenere in sicurezza i loro affari nel paese. Aung San Suu Kyi (l’eroina birmana dei diritti civili e politici, premio Nobel nel 1991) verrà coinvolta, e l’animo dei democratici di tutto il mondo proverà sollievo. Per i popoli e i gruppi etnici in lotta per l’autodeterminazione, per la difesa del loro territorio dallo stupro delle multinazionali, per la preservazione della loro identità, temo non cambierà molto.


Per i contatti e gli aiuti come fare?


I contatti con “Popoli” avvengono attraverso e-mail all’indirizzo riportato sotto o partecipando alle iniziative che i nostri volontari realizzano in giro per l’Italia. Un grosso aiuto per noi è la destinazione del 5×1000, che può essere fatta indicando nella dichiarazione dei redditi il codice fiscale della nostra Comunità: 03119750234 Se poi qualcuno volesse organizzare delle cene o delle iniziative per la raccolta di fondi dovrebbe contattarci verificando sul sito www.comunitapopoli.org quali sezioni della Comunità sono le più vicine a lui. Tengo a sottolineare che tutte le donazioni raccolte si trasformano in diretti aiuti ai nostri assistiti, e che nessun membro di “Popoli” riceve un compenso per il lavoro che svolge. Il nostro è puro volontariato.


A conclusione un suo pensiero…. un suo appello ai lettori….


Come si diceva prima molte sono le situazioni di sofferenza e di bisogno. Noi cerchiamo di privilegiare quei gruppi umani che soffrono per aver compiuto scelte etiche che avrebbero anche potuto ignorare facilitandosi l’esistenza. Parliamoci chiaramente: se i Karen si fossero piegati alle offerte di partecipazione al business della droga non avrebbero bisogno di noi. Se avessero rinunciato alla loro dignità di Popolo, accettando di fare i sudditi, non avrebbero bisogno di noi. Se avessero accettato di svendere la loro terra alle multinazionali, e con essa lo Spirito degli Avi, non avrebbero bisogno di noi. Se avessero imboccato la via dell’emigrazione verso i paesi più ricchi, non avrebbero bisogno di noi. Senza ipocrisia diciamo che preferiamo correre in aiuto di chi ancora si batte per restare un Popolo. Ci aspettiamo che chi condivide questa visione ci faccia avere il suo concreto sostegno.

 
Chi è Cinzia Minucci. Quando e perché si è recata in Birmania?


Cinzia Minucci, consigliere comunale indipendente di Marino, motore e pilota della “Casa della Famiglia”, struttura sociale dedicata a madri, padri e figli che abbiano l’aspirazione di vivere e contribuire allo sviluppo di sane relazioni umane e sociali  all’interno della comunità cittadina e non solo. Struttura dove si fa sport, si fa festa, si fa solidarietà. Il viaggio in Birmania è stato semplicemente questo: voler fare concretamente la conoscenza  diretta e personale dei Karen, cui da circa un anno sono dedicate molte delle azioni e donazioni delle famiglie che frequentano il nostro “centro sociale” a Marino.

Comunità Solidarista Popoli… quando li ha conosciuti e come si rapporta con loro?


L’incontro con Popoli  avvenuto lo scorso anno, nel corso di una cena di beneficenza, è stato per me un vero “colpo di fulmine”, ha impresso una svolta molto decisa alla mia attività politica, rivitalizzando  motivazioni ideali che temevo di aver perso per sempre. Immagino che ciò sia stato frutto delle idee che in Popoli si fanno azione concreta, quotidiana, reale, azione che contemporaneamente forma e trasforma chi agisce, e lo fa sia all’interno della persona, che nei rapporti con gli altri.

Le sue impressioni di viaggio e sulla missione alla quale Lei ha partecipato?

Un’esperienza troppo breve ed incredibilmente intensa, di quelle che conserverò a lungo nel cuore, tale è l’unicità e la ricchezza di ciò che ho sperimentato. Il mio viaggio con Popoli, il mio rapido vissuto tra i Karen hanno una caratteristica indelebile: è la percezione forte, anzi fortissima di essermi sentita  finalmente “a casa”, tra amici, con uno scopo comune e possibile. Talmente concreti e reali si percepivano i valori di fiducia, lealtà, condivisione, senso di unione, utilità l’uno per l’altro. Insomma tutto ciò che inspiegabilmente abbiamo esiliato dalle nostre vite di occidentali anestetizzati. Mi sento così grata alla Comunità Solidarista Popoli, che mi ha aiutato  a superare i miei limiti, il mio attaccamento alle comodità e soprattutto a me stessa, non tanto e non solo per la faticosa camminata nella giungla quanto per l’incontro con chi vive e lotta quotidianamente per la sopravvivenza della sua gente, con scopo, fierezza, coraggio e determinazione. Può sembrare scontato, ma in realtà ciò non ha riscontro nel nostro quotidiano.

Difficoltà incontrate?

Faceva molto caldo (è la stagione delle piogge questa e l’umidità può arrivare al 90 per cento) ma questo caldo, appunto, andava poi  diminuendo man mano che si saliva, fino a trasformarsi in freddo al calar del sole. Nella giungla il fango è il vero protagonista, i sentieri sono incredibilmente scivolosi con conseguenze addirittura letali. La vita dei soldati e dei civili è puro eroismo, le privazioni sono molto difficili da descrivere.

Come si vive in Thailandia?

In Thailandia perfino i thailandesi sono sottopagati. Non hanno quasi mai copertura sanitaria e lavorano fino a 12 ore al giorno. I Karen che vivono nei campo profughi dipendono dagli aiuti umanitari e dai propri familiari che riescono a lavorare  nella zona di confine. Naturalmente sono trattati come schiavi. Lavorano per l’intero giorno e sono pagati una miseria e mangiano e dormono nello stesso posto di lavoro. La vita nel campo profughi è ai limiti di sopportazione. Manca qualsiasi servizio igienico, il sovraffollamento è  evidente e gli alimenti per il sostentamento risultano assolutamente insufficienti.

Anche per Lei, a conclusione, un suo pensiero… un suo appello ai lettori…

Vorrei riuscire a trasmettere un concetto assai semplice a chi legge: nulla è più vicino a noi, al nostro desiderio di completezza ed autenticità della battaglia che i Karen combattono per la loro libertà, per il mantenimento della propria identità, per il perpetuarsi delle loro tradizioni. È questo che abbiamo  in comune, di nobile, con gli altri uomini e donne degni di tale appellativo, è questa la vera “missione” per cui siamo al mondo, in questo caso le distanze sono puro pretesto e solo geografiche. Auguro a molti di poter vivere il mio emozionante incontro con il comandante Nerdah, un vero signore, per affabilità e cortesia; un valoroso comandante sempre al fianco dei suoi giovani soldati tutti privazioni, dignità e onore. Un punto di riferimento per i numerosi  profughi sempre sorridenti: donne bellissime, bambini dagli occhi intelligenti e svegli. Una ricchezza d’umanità imprevista e sconosciuta, l’espressione viva e vivace di una causa degna di essere sostenuta con generosità e slancio da ciascuno di noi.

Comunità Solidarista Popoli – Onlus
Via Anfiteatro, 10 – 37121 Verona
Tel. +39. 339 6054684
www.comunitapopoli.org  e-mail: info@comunitapopoli.org
Per donazione su conto postale: c/c postale n° 27183326.
Per donazione tramite bonifico bancario: IBAN: IT19R0518811703000000057192
Destinazione cinque per mille a “Popoli” indicando il codice fiscale/ partita iva n° 03119750234.
Ogni donazione dà diritto a detrazione fiscale.
http://www.mirorenzaglia.org/?p=9556

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sabato, 03 ottobre 2009


Il fuoco crepitava, proiettando il riflesso di epiche battaglie, arancione e ocra, sui volti dei camerati riuniti.
La notte era ormai inoltrata, i canti si erano progressivamente affievoliti per lasciar spazio ad un mezzo silenzio punteggiato dalle grida delle civette.
Quest'ambiente sonoro disegnava un'atmosfera propizia al raccoglimento e alle confidenze. Eppure nessuno prese parola, forse per pudore, e sicuramente per non rischiare di rompere l'incanto semplice e intenso di quella serata.

Dei sorrisi discreti, quasi trattenuti, sbarravano i volti e avrebbero voluto trovare le parole per ringraziare ciascuno di essere li', ringraziare gli altri per questa comunione, questo cameratismo che é l'ultimo rifugio delle anime disgustate dalla loro epoca.

Domani, tutti si ritufferanno nelle orrende smorfie della modernità e delle sue miserabili eventualità. L'ufficio, la promiscuità puzzolente dei trasporti, la noia  salariata, l'ipocrisia marcia delle relazioni sociali...

Ma quella sera, cullati dallo sciabordio del lago vicino, inebriati dagli odori acri e molteplici del bosco divorato dal muschio, seduti in cerchio sotto la protezione delle stelle, erano ancora uomini.
Con il corpo affaticato dal cammino, il ventre sazio grazie al solido pasto preparato insieme, la testa leggermente esaltata dal vino del posto, si sentivano forti e fiduciosi.
Talmente poco numerosi, talmente caricaturati, talmente denigrati, talmente incompresi che potevano solo aver ragione...
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categoria:militanza
venerdì, 02 ottobre 2009

Incontro nazionale Polaris 27-29 novembre. Come iscriversi

III incontro nazionale di Polaris

Dal 27 novembre, ore 19, al 28 novembre ore 13

Struttura: E' un hotel sul litorale romano nella zona nettunense.

Costi: 95 euro a persona.

I costi includono: pensione completa con due cene, un pranzo e due colazioni; sala convegni; spese organizzative; parcheggio; alloggio in stanza doppia o tripla. Singole disponibili; costo inclusivo della stanza singola (secondo disponibilità): 120 euro 

Questo il programma dell'incontro nazionale. Verrà aggiornato non appena avremo definito esattamente gli intervenenti alle tavole rotonde in ultimazione.
 
PROGRAMMA DELL'INCONTRO
 
Capitani coraggiosi prendono la rotta
Fil rouge
L'avvenire è di chi lo edifica. Superando le fobie, le psicosi e i condizionamenti di una società matrigna impostata sulla psicoanalisi freudiana.
Obiettivi
Tracciare le rotte, offrire le soluzioni, consolidare il Centro Studi, scrivere la rivista.
 
Programma nel dettaglio (seguirà l'aggiornamento con i partecipanti alle tavole rotonde)
 
Venerdì 26 novembre
ore 19: Benvenuto
ore 20,30: Cena
ore 21,30: L'officina delle idee
ovvero: I think tank e la politica odierna. Il ruolo cui assurge il Centro Studi. L'intelligenza che incide
 
Sabato 27 novembre
ore 10: Crisi di panico
ovvero. Geopolitica, economia, energia: il mondo che cambia e il terrore usato per frenarne il cambiamento (terrorismo, fondamentalismi, minaccia nucleare, epidemie). Le aspettative oltre il timore
TAVOLA ROTONDA
 
ore 15: Laboratorio di comunicazione politica  

ore 18,30: A colpi di Stato
ovvero: Localizzazioni, autonomie, ristrutturazioni, guerra alla burocrazia, questioni etiche: ciò richiede un ruolo statale per contrastare i rischi opposti dell'atomizzazione e del proibizionismo. E lo Stato siamo noi.
Società, sanità, morale, cultura: agire nei tessuti di una nazione che in politica estera prova a riacquistare un senso ma ha pochi margini di manovra decisionale in politica interna.
TAVOLA ROTONDA
 
Dopo cena: serata ludica in riva al mare
 
Domenica 29 novembre
ore 10: La redazione ventura
Preparazione della rivista
ore 11,30: L'agenda del 2010
ore 12,30: Chiusura lavori

 

PRENOTAZIONI

Alle poste. Si consiglia di effettuarle per tempo per avere la certezza di essere registrati.

Inviare 25 euro di caparra (o, nel caso si fosse certi dell'arrivo, l'intera somma così da risparmiare un viaggio alle poste) sulla postepay intestata a Gabriele Adinolfi al numero di postepay 4023 6004 6099 0197

ATTENZIONE: poiché con questo genere di pratica non risulta altro che il luogo dal quale è partito il pagamento avvertire della prenotazione, non appena si è effettuato il versamento, con una mail a ga@gabrieleadinolfi.it  o telefonando al 3391262293

 

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lunedì, 28 settembre 2009


'AL CENTRO DELL'INCONTRO IL SAGGIO DI LA FERLA MA L'AUTORE NON CI SARA' LA CASA EDITRICE GLIELO HA VIETATO'

Roma, 28 set. (Adnkronos) - Nel 42esimo anniversario della morte in battaglia di Ernesto Che Guevara, venerdì 9 ottobre, Casapound ricorda il guerrigliero da sempre icona della sinistra con una conferenza dedicata a 'l'altro Che'. Al centro dell'incontro, intitolato ''Aprendimos a quererte'', ossia ''Abbiamo imparato ad amarti'' dalla notissima canzone di Carlos Puebla dedicata al Comandante, il saggio di Mario La Ferla in libreria per Stampa Alternativa, "L'altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante".

La curiosità è che La Ferla al dibattito non interverrà. E non perche' lui abbia rifiutato l'invito dell'associazione che fa capo a Gianluca Iannone, ma perché la sua casa editrice, racconta proprio Iannone, glielo ha 'vietato'. Non una novità: un episodio analogo era accaduto l'anno scorso, quando Marcello Baraghini, fondatore di Stampa Alternativa, fu costretto a tornare indietro sulla decisione di partecipare a una conferenza su Luciano Bianciardi organizzata nello stabile occupato di via Napoleone III perché, spiegò lui stesso, la decisione ''ha provocato una tale levata di scudi, più o meno motivata, da pregiudicare addirittura l’esistenza della casa editrice che dirigo dalla sua fondazione''.

A Casapound sarà presente invece Raffaele Morani, ex segretario del Prc di Faenza al centro di molte polemiche nel passato per le sue posizioni considerate 'eretiche' uscito dal partito alla fine del 2008 e ora vicino a Sinistra e libertà. ''Sì sono un 'eretico' - dice Morani - Talmente 'eretico' da ritenere il confronto una strada da seguire sempre. Ho ricevuto l'invito a parlare di un personaggio che amo e che ha molto da insegnare e dunque il 9 ottobre sarò a Casapound. Che Guevara per me non è un mito, o una maglietta da portare. Come dire, io ho letto sue opere ma la maglietta con la sua faccia non la porto. E trovo interessante l'idea che persone che dovrebbero odiarlo secondo la vulgata comune 'abbiano imparato ad amarlo' e ne vogliano discutere''. (segue)

(Adnkronos) - ''In conferenza - dice ancora Morani - tenterò di raccontare cose che pochi conoscono. Il Che ci ha insegnato il valore della lotta fino alla fine e dello stare dalla parte degli ultimi. Ci ha mostrato che si può scegliere di essere sempre in prima linea e di non restare nel 'palazzo'. Un esempio per tutti''.

Con Morani a parlare dell''altro Che' ci saranno l'economista Giorgio Vitangeli, che fu uno degli animatori della rivista ''L'Orologio'' e Gabriele Adinolfi, di Polaris, che di La Ferla è stato una sorta di ispiratore: è stato infatti proprio un articolo scritto da Adinolfi in occasione del quarantennale della morte di Guevara, “Lotta e vittoria, Comandante! Perché da fascista lo onoro”, pubblicato su Noreporter nel 2007, a fornirgli lo spunto per iniziare la ricerca che ha prodotto il libro. ''Negli anni Sessanta - spiega Adinolfi - un intero mondo orfano della Rsi, o nato dagli orfani della Rsi, ritrovò nella lotta per l'indipendenza dei popoli contro il colonialismo qualcosa della sua anima e della sua guerra. Il massimo rappresentante politico di quel mondo nel dopoguerra, il Presidente argentino Peron, rovesciato da un golpe reazionario ed esule in Spagna, era l'alfiere della Tercera Posicion in ottica anti-imperialista. Ottimi i suoi rapporti con Fidel Castro e addirittura di collaborazione con Ernesto Guevara detto El Che. Queste sono le ragioni per le quali in Italia i primi a onorare la figura del guerrigliero caduto furono uomini di matrice 'nera', quali Romersa, Bolzoni e Pingitore, e per cui subito dopo la morte del Che il periodico della Federazione Nazionale Combattenti della Rsi scrisse un necrologio agiografico''.

''La Ferla - aggiunge Adinolfi - ha provato a ricostruire interamente lo scenario e gli stati d'animo di allora che appariranno sorprendenti alla luce di stereotipi comuni e sbagliati. In seguito Guevara fu amato dalla destra rivoluzionaria degli anni Settanta anche per la concezione evoliana che premette il fatto esistenziale e guerriero a considerazioni più strettamente politiche''.
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domenica, 27 settembre 2009

Roma, 26 set. - A Parma la sinistra radicale, con l'avallo delle autorità preposte all'ordine pubblico, tenta d'impedire ancora una volta il regolare ed autorizzato svolgersi di una manifestazione di CasaPound Italia. Oggi, alle ore 18, nella sede di CasaPound Parma,
era in programma la presentazione del libro "Euflazione" con l'autore Antonio Miclavez. Nelle ore precedenti, davanti alla sede, e senza alcuna autorizzazione, un gruppo di qualche decina di aderenti fuori tempo massimo all'antifascismo si è radunato per impedire l'accesso ai locali danneggiando al contempo le porte d'ingresso. Il tutto sotto il poco attento sguardo degli agenti della sicurezza accorsi sul posto.
"Ancora una volta - dichiara Gianluca Iannone, Presidente di CasaPound Italia - i paladini della tolleranza danno dimostrazione della loro intolleranza. Dopo "l'invito" a non partecipare alla fiaccolata contro le intolleranze di Roma e l'assalto di sessanta antifascisti armati all'occupazione di Napoli, a Parma, oggi, si consuma l'ennesimo atto di una violenta campagna di aggressioni nei confronti di CasaPound Italia".
"Il tutto - conclude Iannone - nella completa indifferenza delle istituzioni locali e delle autorità preposte all'ordine, che invece avallano le iniziative antidemocratiche e senza alcun'autorizzazione di quanti pretendono, senza riuscirci, di negarci l'agilità politica che ci spetta".

Roma, 26 set. - "E' inaccettabile che s'impedisca lo svolgimento di un convegno nella sede di Casapound Italia di Parma. Luned' presenterò un'interrogazione urgente al ministro dell'Interno per sapere come sia potuto avvenire una così volgare provocazione in maniera del tutto indisturbata". Lo dichiara il Sen. del Pdl Domenico Gramazio. "Solo il senso di responsabilità dei ragazzi di CasaPound Italia - conclude Gramazio - ha impedito il degenerare della situazione".

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venerdì, 25 settembre 2009

Un gruppo di circa 60 estremisti di sinistra, con volto coperto da passamontagna e armati con caschi e bastoni, hanno tentato l'assalto durante la notte tra il 24 e 25 settembre, ore 00.30, all'HMO, l'occupazione di CasaPound Napoli nell'ex monastero in Salita San Raffaele a Materdei.
Constatata l'impossibilità di forzare l'entrata, hanno imbrattato le pareti esterne della struttura con falce e martello, stelle rosse e scritte ingiuriose, fatte con bombolette spray.
 
"Siamo sconcertati dal fatto che le istituzioni locali - dichiara il responsabile di CasaPound Napoli Giuseppe Savuto - non facciano nulla per disinnescare il clima di odio e tensione sociale promosso dalle persone che ieri notte hanno invaso il quartiere indisturbatamente, anzi, alimentano un ipotetico 'scontro tra fazioni' dal quale ci dissociamo nella maniera più assoluta."
"Non cadremo mai nelle provocazioni - prosegue Giuseppe Savuto - di chi è rimasto ancora agli anni '70. Il nostro obiettivo è unicamente quello di svolgere attività sociali per la nostra città."
 
 
Fabio Lucido Balestrieri
Addetto stampa CasaPound Italia Napoli
fabiolucidobalestrieri@hotmail.it
3285781780
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Roma, 25 set. - "Nella notte tra il 24 e il 25 settembre circa 60 estremisti di sinistra, con volto coperto da passamontagna e armati con caschi e bastoni, hanno tentato di assaltare l'Hmo, l'occupazione di Casapound Napoli nell'ex monastero in Salita San Raffaele a Materdei. Vista l'impossibilità di forzare l'entrata, hanno imbrattato le pareti esterne della struttura". Lo rende noto Casapound Italia in una nota.

''E' sconcertante - commenta il presidente di Casapound Italia Gianluca Iannone - che le istituzioni, sempre pronte a prendere posizione di fronte a iniziative che con la violenza non hanno nulla a che fare, restino invece completamente indifferenti davanti a un'aggressione premeditata e alla constatazione che in una città come Napoli decine di persone in assetto da guerriglia possano attraversare un intero quartiere senza che nessuno intervenga''.

"Evidentemente - conclude Iannone - non corrisponde al vero che Napoli non ha più alcun problema di rifiuti. Ci sono, pochi, ma ci sono. E camminano pure".

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categoria:militanza, anti-antifa
mercoledì, 23 settembre 2009

ROMA: ANCHE CASAPOUND ALLA FIACCOLATA, 'CONTRARI A OGNI FORMA DI DISCRIMINAZIONE'

'DICIAMO NO A CONFLITTO E ODIO POLITICO, STOP A CLIMA DI CACCIA ALLE STREGHE''

Roma, 23 set. (Adnkronos) - Ci sarà anche una delegazione di Casapound Italia alla fiaccolata contro l’intolleranza e tutti i razzismi che si terrà domani alle 19 a Roma. ''Contrari per natura ad ogni forma di discriminazione basata su criteri razziali, religiosi o su inclinazioni sessuali, annunciamo la nostra partecipazione alla fiaccolata indetta da Comune, Provincia e Regione", spiega l'associazione che fa capo a Gianluca Iannone nella nota in cui annuncia la partecipazione di una quindicina di militanti alla manifestazione ''indetta - ricorda Cpi - a seguito degli episodi di intolleranza verificatisi nella Capitale nel corso dell'ultima settimana''.

"Ci sembra si stia innescando un clima di caccia alle streghe inevitabilmente destinato a sfociare in odio politico - prosegue Casapound - Poco spazio è lasciato al dibattito politico, mentre tutta l'attenzione è destinata alla creazione di pubbliche gogne mediatiche sulle quali cercare scampoli di pubblicità''.

''La nostra partecipazione - conclude la nota - va interpretata solo per ciò che rappresenta: un secco rifiuto verso forme di conflitto, soprattutto se non basate su diverse visioni della Famiglia, della Comunità nazionale, dello Stato, ma solo su personali appartenenze o inclinazioni''.
(Zla/Ct/Adnkronos)

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mercoledì, 09 settembre 2009

«È partita domenica scorsa la nuova missione de l’Uomo Libero in Birmania. L’obiettivo dei nostri volontari è duplice: verificare le condizioni del villaggio di Kow Hla Mee, fondato da l’Uomo Libero a cavallo tra il 2008 e 2009, e porre le basi per la seconda fase del progetto Terra e Identità: la costruzione di ulteriori 30 abitazioni, di una scuola e di una clinica, grazie anche al contributo della Regione Trentino Alto Adige». Queste le parole di Walter Pilo, presidente dell'associazione l'Uomo Libero che da anni opera con missioni di solidarietà nel Paese vessato dalla giunta militare. «Il progetto Terra e Identità» spiega il presidente Walter Pilo «serve a sostenere la popolazione dei Karen, una minoranza etnica che rivendica la propria autonomia, oggetto da parte dei militari di Rangoon di una repressione feroce, che nel giro di sessant'anni ha provocato migliaia di vittime. I Karen vivono in condizioni di estrema povertà, come fuggiaschi» continua Pilo «Nonostante la tragica situazione dell’annullamento delle libertà sia di recente tornata alla ribalta con il processo nei confronti del Premio Nobel Aung San Suu Kyi, gli stupri, le violenze, gli omicidi e i rastrellamenti da parte della soldataglia birmana continuano. Nei giorni scorsi i nostri volontari hanno avuto in prima persona la sventura di assistere una giovane madre ferita da soldati birmani mentre allattava il figlio di due mesi e che ora lotta tra la vita e la morte.

 Chi volesse sostenere l'Uomo Libero può collegarsi al sito dell'associazione (www.luomolibero.it) e acquistare uno dei prodotti i cui ricavati vengono interamente devoluti al progetto “Terra e identità” in favore dei Karen: t-shirt, prodotti di artigianato e i libri 'Karen' e 'Non solo Don Camillo'.

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martedì, 25 agosto 2009
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categoria:immagini, militanza
lunedì, 10 agosto 2009

Si è conclusa con lo sgombero della palazzina e la denuncia di numerosi militanti di Casapound Italia l'occupazione che era stata messa a segno in via Oletta ad Ostia, sul litorale romano, in ''locali che risultavano abbandonati dallla fine degli anni sessanta''. A quanto riferisce Cpi, per liberare lo stabile ''sono intervenuti oltre 100 agenti in tenuta antisommossa'', mentre ''le famiglie occupanti e i militanti di Casapound si sono barricati ed hanno abbandonato la palazzina dopo un 'salvacondotto' che evitasse le denunce alle famiglie''. I militanti di Cpi accompagnati in caserma sono stati rilasciati dopo poche ore.

"E' sconcertante osservare con che solerzia venga tutelato il diritto di una impresa di costruzioni di tenere una palazzina incustodita per 20 anni e disabitata da 50 - afferma Gianluca Iannone, responsabile nazionale di Casapound Italia - Giustizia è fatta, il piccolo patrimonio di appartamenti abbandonato da oltre 50 anni rientra nella piena disponibilità della impresa di costruzioni che lo ha abbandonato".

"Uno spreco, uno schiaffo in faccia alle migliaia di famiglie romane che attendono una mossa, una semplice mossa da parte dei letargici enti locali, per sperare di veder costruire una sola casa pubblica - conclude Iannone - L'efficenza e la rapidità sono parole conosciute allo Stato solo per garantire gli ignobili diritti dei grandi proprietari di appartamenti: il diritto di abbandonare case per 50 anni, come se fossero immondizia dimenticata in giardino. Continueremo con ogni mezzo a combattere questa odiosa arroganza dei costruttori romani".

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categoria:politica, militanza
mercoledì, 22 luglio 2009

casapound_italia3

L'Occupazione dello stabile della Provincia farà forse saltare le spartizioni. E il Comune ripropone la trattativa.

 Si è conclusa l'occupazione della 'Scuola socialè da parte di Casapound Italia. Ieri mattina infatti una cinquantina di militanti dell'associazione che fa capo a Gianluca Iannone avevano preso possesso dello stabile di proprietà della Provincia di Roma in via Cassia 472. Un'azione dimostrativa per «ricordare che l'emergenza abitativa è il problema principale di Roma» e per «difendere gli spazi sociali», denunciando il mancato coinvolgimento del territorio nelle scelte relative a eventuali spazi extralavorativi della 'scuola socialè. «L'occupazione - spiega il consigliere del XX Municipio Andrea Antonini - si è conclusa a seguito della dichiarata volontà da parte dell'assessore Smeriglio di incontrarsi con rappresentanti del XX Municipio per concordare l'ultizzo di spazi extralavorativi che si dovessero rendere disponibili. Al di là delle farneticanti dichiarazioni di chi ha fatto delle occupazioni il proprio 'bottinò elettorale e non, senza peraltro mai offrire una soluzione concreta al problema dell'emergenza abitativa, al presidente della Provincia consegnamo questo chiaro messaggio: questo quadrante di Roma non acceterà mai la presenza di centri sociali e affini, qualunque sia la forma sotto cui si mascherano».

Un'azione rapida cui la Provincia ha risposto convocando quattrocento agenti antisommossa. I ragazzi di Casa Pound non si sono però fatti impressionare e hanno mantenuto il possesso dei locali fino a quando la Provincia si è rimangiata, almeno verbalmente, la decisione di regalare locali e denari a suoi scherani e il Comune si è detto disposto ad aprire il già promesso tavolo sull'emergenza abitativa.

Noreporter.org

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categoria:politica, militanza
martedì, 14 luglio 2009
1. Colpisci più forte che puoi.

C'è qualche premessa da fare.

Arte è una parola che serve per giustificarsi.
È una convenzione..
Non troverai mai elevazione in un dipinto o una pellicola o un romanzo.
E dei tuoi pensieri, delle tue emozioni, della tua vita, a noi non frega un cazzo.

Arte è una parola da furfantello.
Non il farabutto dei bei tempi, col cilindro e il ghigno luciferino, no. Io parlo del mezzuomo che ti vende uno stereo, e, una volta a casa, ti accorgi di aver comprato una scatola di sassi.
Scoperto l'inganno, quando tornerai da lui per avere spiegazioni, quando brandirai arcigno una lava lamp piena d'acido, questa canaglia si stringerà nelle spalle, farà un passo indietro, bisbiglierà qualcosa.
Bisbiglierà: era un concetto.
Colpiscilo più forte che puoi.
Riprenditi i soldi.
Compraci da bere.

Arte è una parola da caminetto.
Tre poltrone di pelle bordeaux, tre signorotti fusciaccati seduti a discutere.
A volte si alzano per prendere un libro dall'imponente libreria. O, ancor peggio, un catalogo.
Fumano un sigaro. Un Balmoral, probabilmente, perché sono dei pezzenti dello spirito.
Sfoggiano nozioni. Opinioni. Idee. Citazioni.
Questi prodigi della senilità, questi ruderi, stanno perdendo tempo.
Queste cariatidi, magari di vent'anni, non sono mai esistite.
Colpiscili più forte che puoi.
Fregagli i soldi.
Vacci a puttane.

Arte è una parola da Google.
C'è un ragazzino col berretto girato e la braca trendy.
Prende un pc.
Cosa vuole fare? Musica? Grafica? Vuole scrivere?
Scarica un programma. Lo cracka.
Apre un blog. Apre un myspace.
Fa uno scarabocchio. Lo stampa.
Fa schifo.
Se un giorno ti capiterà di chiedergli delucidazioni sulla sua opera, non aspettare nemmeno che risponda.
Colpiscilo più forte che puoi.
Fregagli il pc.
Brucialo.

Arte è una parola da solitario.
Eccolo lì, l'artista, esiliato nella sua stanza a scrivere, o dipingere, o fesserie analoghe.
Chiuso lì con i suoi pensieri, le sue emozioni, i suoi fantasmi, le sue seghe.
Guardalo come si strugge, poi si esalta, è soddisfatto, poi è frustrato.
Sta facendo tutto lui.
Aspetta trepidante il momento in cui tu vedrai, finalmente, il prodotto di tanto affanno e ardore.
L'istante raggelato in cui gli darai un coppino.
Gli dirai: bravo!
Proverai tanta empatia, ti calerai nel profondo della sua anima.
No.
Tu non sei un telefono amico, ricordalo.
Quindi reagisci di conseguenza.
Colpiscilo più forte che puoi.
Fregagli il manoscritto.
Attaccaci le caccole.

Arte è, soprattutto, una parola da politicante.
Da assessore. Da ministro. Da ometto unto con la leccata in testa.
Una parola da evento, pubblicità, sponsor. Da rubrica culturale dei media.
Da monete, rapporti di forza, sotterfugi, opinione pubblica, parassiti, leccaculo.
Da inaugurazioni, vernissage, aperitivi, sorrisi mondani.
Da osservanza, educazione, gentilezza, correttezza.
Da diritti umani, da "voglio far riflettere", da giochetti politici, da consenso.
Se una volta ti ci dovessi trovare in mezzo, hai già capito cosa fare.


2. Questa città ti appartiene.


Ora veniamo a noi.

Turbodinamismo è la parola arte svuotata da tutte queste accezioni sordide.
Turbodinamismo è una sigla che cela amici incappucciati che si guardano le spalle a vicenda.
Turbodinamismo è azione. Rischiosa, gioiosa, arrogante, solare, molesta, devastante azione.
L'opera è statica, destinata all'osservazione. Alla fruizione individuale.
Noi vogliamo il movimento, il gesto, la fuga ridacchiando.
Un grande spettacolo che nasce e muore nel corso dell'atto.
Devi puntare il dito e dire alla ragazza accanto a te: guarda là!
La vedrai illuminarsi di un sorriso.
Per stasera, ti è andata di lusso.

Turbodinamismo non è esporre, ottenere consensi, gratificazioni, baggianate di questo genere.
È colpire, irridere, fare a pezzi e ridere.
Il Turbodinamismo non bazzica saccente le fiere e le gallerie, i ghetti dove hanno deciso di confinare l'arte.
Noi i nostri spazi ce li prendiamo. Dove e quando vogliamo.
Forse quando meno te l'aspetti. Ma quanto te meno, non te l'aspetteresti mai.
C'è una bomba a orologeria di sberleffi e colori che può esplodere in ogni momento, e avanziamo col suo ticchettio che scandisce le nostre vite. Un metronomo di pazzia.

Mai prescindere però, dalla valenza puramente estetica e dalla tecnica.
Mai.
Senza bellezza non c'è nulla..
Devi esserne in grado.
Altrimenti lascia stare.
Di fucine di bruttura, il mondo brulica.
Il Turbodinamismo vuole perizia, accuratezza del tratto, spettacolo per gli occhi.
Nulla di raffazzonato, incompetente, amatoriale.
Nessun alibi di deformità pretesa, minimalismo estremizzato, inezia concettuale.
Abbiamo posto un masso per bloccare ogni scorciatoia, ogni dilettantismo mascherato da significante, ogni democrazia del bello.
Non farti fregare da certi imbroglioni.

Ci siamo.
Adesso chiama i tuoi amici.
Vestitevi bene.
Sedetevi, ordinate Negroni.
Guardatevi intorno: c'è sicuramente qualcosa da fare.
Pianificatelo per bene.
Chiedete un parere legale.
Adesso andate.
Ricordate: azione e bellezza.
Colpite più forte che potete.
Questa città è vostra.

http://www.ideodromocasapound.org/index.php?option=com_content&view=article&id=151:turbodinamismo-manuale-del-fanatico-emulatore&catid=60:linee-guida-del-turbodinamismo&Itemid=127
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categoria:kulturkampf, militanza
giovedì, 09 luglio 2009
http://www.ideodromocasapound.org

Ha fatto appena in tempo a far da sfondo a un paio di conferenze, è rimbalzata qua e là su qualche forum in internet, eppure ha già cortocircuitato la paranoia esegetica dei cybervoyeur antifascisti. “Riprendersi tutto”. Il motto scelto da CPI è semplice, lineare, solare. Eppure, rannicchiato dietro ai monitor, c’è chi impazzisce per decifrarne una presunta natura eversiva, violenta, terroristica. Risparmiamo la fatica di contraddirli: fedeli al teorema, comunque vada troveranno ciò che vogliono trovare, costi quel che costi. Contenti loro…

Eppure “riprendersi tutto” nasce quasi per caso, senza una vera e propria riflessione teoretica. Nasce per una suggestione estetica, come si conviene a tutto ciò che è creativo, fecondo, autentico. La pagina conclusiva della rivista di patinato disturbo Dum Dum Zoom mostra tre ragazzini seduti pensierosi su un paesaggio di macerie. Sullo sfondo un semaforo rosso. In alto la scritta “riprendersi tutto”. Un semaforo in uno scenario post-atomico. L’istantanea rende bene l’idea della situazione attuale. In cui quanto più il sapore della decadenza si fa acre, quanto più si avvera la profezia nietzscheana (nichilismo come mancanza di risposta al “perché?”), tanto più si agitano i custodi del virtuismo. “Non dire parolacce”, “Non fumare nei locali”, “Non guardare film violenti”, “Non bere”, “Non giocare ai videogiochi violenti”. Il caos si fa moralista. Più tutto è rovina, più aumentano i semafori rossi. E in mezzo a questo: tre ragazzini che pensano. Pensano a come riprendersi tutto.

Una suggestione estetica, quindi. Un’immagine. La vita che trionfa sulla decadenza. Uno sguardo gettato sul futuro.

Incapaci di farsi guidare dalla futurista “immaginazione senza fili”, tuttavia, gli interpreti dalla mente e dall’animo ristretto vogliono necessariamente comprendere il motto in senso iperpolitico. E sia. “Riprendersi tutto” è in effetti anche la parola d’ordine di un mondo cresciuto fra le luci e le ombre del neofascismo, fra ghettizzazioni imposte con le chiavi inglesi in mano e autoghettizzazioni intraprese per la troppa paura di vivere. Eppure il ghetto è una dimensione dell’anima. Esso cessa di esistere allorché smettiamo di collocarci mentalmente in esso. Si tratta, insomma, di avviare un percorso dell’autocoscienza. Ad un certo punto ti accorgi che il mondo è lì, che aspetta solo di essere fecondato, vivificato, messo in moto. Ti accorgi che il potere della Matrice è radicato nell’inganno, nella simulazione. Svelato l’inganno, finito il potere. E allora di poter tentare qualsiasi impresa. Ecco, “riprendersi tutto” è la parola d’ordine di tutto un mondo che si risveglia dopo anni di inganni e autoinganni e scopre di poter essere protagonista, agente attivo nella contemporaneità. Che capisce di poter parlare ogni linguaggio, di potersi esprimere in ogni modo, che nei mille dialetti della babele postmoderna sa costruire una propria originalissima forma di comunicazione al passo coi (macchè: in anticipo sui) tempi. La contemporaneità vede un’esplosione di linguaggi, un’ipertrofia della comunicazione che ci sommerge. Noi oggi sappiamo che in questa corrente possiamo cavalcare l’onda, belli come surfisti californiani.

La raggiunta autocoscienza, tuttavia, rende in fondo superata questa spiegazione autoreferenziale, tutta interna alla storia dell’area neofascista. CPI ha solo un’“area” di riferimento, ed è il popolo italiano. Che deve, esso stesso per primo, riprendersi la propria dignità, della quale è stato spossessato nell’incontrastato dominio dei banchieri, dei palazzinari, dei mafiosi, delle oligarchie, delle chiese, delle caste, dei politicanti, dei commedianti, dei baroni, degli arroganti, degli affaristi, dei padrini, degli aguzzini, dei bombaroli, degli impuniti, dei saltimbanchi. Il risveglio che noi agogniamo non riguarda un gruppo, un’area, una parte. Riguarda un popolo. E’ la fine dell’Italia serva, della repubblichetta che ha le sue capitali a Paralisi e a Podagra - che noi vogliamo. Ora, “riprendersi tutto” è esattamente un’istantanea che può cogliere l’immagine di questo popolo che si riappropria di se stesso, che quindi pone fine alla propria alienazione, al proprio “esser altrove”. Una nazione che deve tornare a guardarsi in faccia e a riscoprire in se stessa le capacità di mettere in moto la storia.

Per questo compito epocale c’è bisogno di un’avanguardia. E noi, che abbiamo scordato le buone maniere e non sappiamo essere umili, vogliamo essere quell’avanguardia. Vogliamo creare uno schianto nel mondo che sa produrre solo lagna. Vogliamo parlare un linguaggio di vita in un mondo sterile. Vogliamo fondare città, fare bambini, piantare alberi, produrre arte, costruire il futuro.

Mentre tutti predicano la rinuncia e la fuga, mentre la politica volta le spalle alla polis e la cultura non sa più coltivare se non piccoli egocentrismi, noi riscopriamo la gioia di fondare di creare, di dare vita.

Lo spirito era inizialmente cammello, e si caricava del fardello incapacitante imposto dalla morale, dalla forza di gravità, dal risentimento delle mosche velenose; poi si fece leone, e si ribellò alle imposizioni, spezzò le catene, scacciò lo mosche e trovò la strada per la sua volontà; infine divenne bambino, il sacro puer che incarna il gioco cosmico e la rigenerazione della storia.

Ci chiedono cosa proponiamo per l’avvenire.

Un’idea?

Un programma?

Una cosmogonia, piuttosto.
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categoria:kulturkampf, militanza