La strada terminava di fronte a lui. Uno steccato rinforzato impediva di proseguire, ma ai lati dell’ostacolo partivano due strade divergenti. Per continuare il cammino doveva solo scegliere: destra o sinistra?
Scelse la “dritta via”, percorrendo per chilometri e chilometri la strada di destra, fino ad arrivare ad una torre altissima, priva di aperture se non per la piccola porta che si apriva sotto l’insegna “il nido d’avorio”. Guardò dubbioso la torre: forse una volta era stata d’avorio, ma ora lo strato eburneo era sommerso da una coltre di polvere e sporcizia che faceva apparire l’edificio vecchio e cadente.
“Benvenuto forestiero, qui potrai proteggerti dal marciume che ci assale in questi tempi”. A parlargli era stato un vecchio cameriere cadente, con una divisa impolverata e uno spesso paio di occhiali che gli rimpiccioliva innaturalmente gli occhi. Ringraziò. Effettivamente, era proprio da quel marciume senza nome che ammalava e uccideva la Terra che cercava di fuggire. Nessuno sapeva da dove venisse né quale fosse la sua causa. C’era e basta e tutti cercavano di sfuggirgli per non venirne travolti e infettati. Il vecchio maggiordomo lo accompagnò lungo l’interminabile scala a chiocciola che saliva per tutta l’altezza della torre. Lungo le pareti il forestiero osservò inorridito gli uomini immobili imprigionati sotto strati antichissimi di polvere ragnatele, esseri resi vecchi dal loro stato che scrutavano pesantissimi libri e il cui unico segno di vita era il muoversi occasionale delle pupille. Le scale terminavano con un pesantissimo cancello. Il cameriere lo aprì inondando il corridoio di una luce fortissima, in contrasto con la pesante oscurità che avvolgeva l’interno della torre. Erano all’esterno, sulla sommità dell’edificio. Da lì il forestiero poteva vedere tutta la radura circostante il cui marciume si estendeva a vista d’occhio cercando di raggiungere la torre senza tuttavia arrivarvi. Vide alle sue spalle la strada che aveva percorso ma la sua attenzione fu attirata alla sua sinistra da una luce fortissima che ardeva all’orizzonte. Doveva essere su per giù sull’altra strada del bivio, quella che aveva rifiutato.
“Benvenuto” disse una voce morente e agghiacciante alle sue spalle. Il forestiero si girò e subito si sentì come trafitto da una lancia di ghiaccio. Al centro della terrazza c’erano una dozzina di vecchi imbozzolati in enormi ragnatele che li rendevano un corpo unico con il tavolo attorno a cui erano disposti. “Sei venuto ad unirti a noi, che fuggiamo dal Marciume Innominabile: qui non ci può attaccare, rimane sempre al di fuori” disse il vecchio a capotavola con la sua terribile voce atona e immobile come il suo corpo. “Noi riviviamo i Fasti Antichi, riscopriamo i Valori Eterni attraverso libri che sono custoditi nella nostra dimora eburnea. Rifacciamo vivere il passato glorioso mentre il mondo esterno, cadente e assassino, rimane estraneo. Unisciti a noi, straniero”.
Il forestiero rabbrividì d’orrore. “Ma come fate a vivere così?”
“Viviamo grazie a Loro. Loro ci conservano, dandoci tutto ciò di cui abbiamo bisogno”. Fu allora che il forestiero vide Loro: esseri grigi, vestiti come uomini d’affari con tanto di valigetta e bombetta, ombre dal colore cinereo e dalle fattezze umane tranne che gli occhi alieni. Stavano aggrappate alle spalle dei vecchi come avvoltoi e li nutrivano tramite siringhe e cannucce; ogni volta che qualcuno degli uomini veniva nutrito, sembrava che altre ragnatele si aggiungessero a quelle che già lo ricoprivano, mentre una luce demoniaca sembrava accendersi negli occhi degli esseri grigi. Il forestiero fuggì inorridito e spaventato. Il Marciume Innominabile che per qualche ragione non poteva attaccare la Torre, era invece riuscito a entrare, perché quegli uomini che cercavano di sfuggirlo lo portavano in realtà dentro di loro.
Ripercorse tutta la strada fino a tornare al bivio. Questa volta scelse la strada sinistra.
Dopo qualche chilometro vide che la strada terminava in una serie di profonde buche piene di fango.
“Benvenuto straniero. Unisciti a noi nella nostra lotta contro il Marciume Innominabile”. La voce proveniva da quello che forse una volta era stato un ragazzo, a giudicare dagli occhi vispi e pieni di vita, ma che ora era ridotto a una semi-belva ricoperta di fango, dalla barba e dai capelli talmente sporchi e ispidi da farlo sembrare un cavernicolo. Era armato di un piccolo lanciafiamme con il quale bruciava tutto ciò che gli stava intorno. “Vieni anche tu, noi distruggiamo tutto ciò che è marcio. Noi distruggiamo. Noi distruggiamo.” E come in un satanico coro, altri cavernicoli uscirono dalle buche cantilenando “noi distruggiamo” dando fuoco a tutto, non a ciò che era già stato contaminato ma viceversa a tutto ciò che ancora cercava di resistere alla Malattia, rendendo così inutile ogni sua difesa. “Ma perché fate tutto questo, non vedete che state uccidendo tutto?”.
“Noi non facciamo come coloro che sono vecchi dentro. Noi non fuggiamo, noi vogliamo combattere. E l’unico modo per combattere, è distruggere” e la cantilena continuava terribile. Il forestiero cercò di avvicinarsi ai cavernicoli, quando si accorse che dentro le buche c’erano gli stessi esseri grigi della Torre, ancora più sorridenti, i cui occhi infernali mandavano lampi ogni volta che un lanciafiamme uccideva qualche forma di vita. Anche qui il Marciume Innominabile aveva trovato le sue pedine, ancora più pericolose di quelle della Torre.
Il forestiero si accasciò esasperato. Non sapeva più cosa fare. All’improvviso la sua attenzione fu attirata alla sua destra: una luce ardeva in lontananza, la stessa che aveva visto dalla Torre. E capì.
Corse via lungo la strada che aveva percorso. Tornò al bivio. Ma questa volta non prese nessuna delle due strade. Si avventò invece contro lo steccato mandandolo in pezzi e lo superò. Non c’era nessuna strada dietro di esso, ma il forestiero non se ne curava. La sua strada era la sua volontà. Corse per chilometri e chilometri finché non arrivò in uno spiazzo. A destra in lontananza poteva vedere la Torre. A sinistra intravedeva la fila di buche nel fango. Al centro dello spiazzo un grande fuoco ardeva imponente, tenendo lontano la Malattia Senza Nome che affliggeva la terra. Ai piedi del fuoco, un enorme volatile dall’aspetto regale fissava direttamente le fiamme. Il volatile si girò verso il forestiero che si avvicinava, guardandolo con occhi che riflettevano una saggezza di un’età senza tempo. “Chi sei?” chiese il forestiero.
La risposta riecheggiò direttamente nella sua testa: “Io non sono l’ala destra, io non sono l’ala sinistra: io sono l’Aquila”. E il forestiero capì: si avvicinò alle fiamme e vi entrò. E il Fuoco fu dentro di lui. A quel punto accadde ciò che non poteva essere previsto. La Torre cominciò a risplendere, dissolvendo la polvere che la ricopriva. Al suo interno gli uomini si liberarono delle ragnatele e i libri che leggevano smisero di essere pesanti mattoni ma divennero parte della loro essenza. La vita tornò a scorrere in loro e con essa la consapevolezza che la Malattia non poteva più nuocere. E uscirono tutti in marcia verso il Fuoco.
Le buche di fango si trasformarono all’improvviso in enormi trincee. I cavernicoli tornarono ad essere i giovani liberi e ribelli che erano stati un tempo, l’odio cieco e la rabbia che trasparivano dagli occhi si trasformarono ben presto in ardore e coraggio. Abbandonarono i lanciafiamme per cambiarli con baionette. E andarono anch’essi in marcia verso il Fuoco. Da una parte e dall’altra gli esseri grigi, passando dalla preoccupazione al terrore, cercavano di trattenere quelli che una volta erano i loro schiavi, ma ben presto rinunciarono e cominciarono a scappare. Lungo la marcia, il Marciume regrediva e la Terra ricominciava a vivere e fiorire. E quando da una parte e dall’altra la marcia raggiunse il Fuoco, gli esseri grigi cominciarono a dissolversi, tornando ad essere il fumo che componeva la loro essenza.
Per Loro era la fine. Per gli Uomini era solo l’inizio.
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