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Si fa presto a dire nero. Un colore così compatto, così assoluto, eppure con tante sfumature al suo interno. Già perché ci sono almeno due tonalità di nero, totalmente diverse fra loro, praticamente opposte.
La prima è quella di un nero che ha in sé tutti i colori. Che riesce ad essere allegro, vitale, solare, goliardico. Che – in una visione organica e completa dell’esistenza – parla di morte affermando la vita, in una logica uguale e contraria a quella che vuole i partiti che fanno della vita un “valore” semplici carcasse in putrefazione. E’ la stessa ragione per cui lo Sein-zum-tode heideggeriano non è pulsione di morte ma esistenza vissuta pienamente.
E poi c’è un nero che è assenza di colore, quasi un grigio scurissimo. Un nero che non ha futuro, che non dice nulla, che non va da nessuna parte. Un nero muto, cieco, sordo.
Oltrenero, il reportage su CasaPound appena uscito per i tipi di Contrasto e firmato da Alessandro Cosmelli e Marco Mathieu, si occupa solo di quest’ultima tonalità del nero. Non ne vede altra tonalità e già da subito contraddice il suo stesso titolo. No, “oltre il nero” – un nero cupo e ansiogeno – non si va. Per lo meno non in questo libro.
Nere sono le foto di Alessandro Cosmelli. Bellissime, eleganti. Ma sempre brumose, tetre, scure. Non si ride quasi mai, non c’è gioia né entusiasmo. Gli spazi sono spesso chiusi e quando sono aperti hanno un qualcosa di malinconico e nebbioso. I volti della migliore gioventù italiana sono avvolti dal nero, definiti dal nero. Spesso c’è un elemento di carisma, di attrazione che comunque emerge. Ma non senza un alone nichilista. Sono volti potenti, duri, affascinanti. Ma sempre di quel fascino borderline, un po’ mala londinese, un po’ banda della Magliana. Qualcosa tra The Snatch, Trainspotting e La Haine. Persino le maschere di carnevale perdono ogni carattere goliardico e diventano elementi di ciò Freud avrebbe chiamato il “perturbante”. E, in un paio di casi, si gioca chiaramente sull’equivoco, ritraendo immagini che – per aver colto il personaggio “giusto” o l’angolazione furba – impressionano ma poco o per nulla sono rappresentativi dell’ambiente che si voleva ritrarre.
Nere, tuttavia, sono anche le parole con cui Marco Mathieu incornicia quelle foto. Curiose, certo. “Dialoganti”. Ma senza che il limite di sicurezza venga mai oltrepassato. Spetterà ovviamente agli intervistati stabilire il grado di veridicità di quanto riportato nel libro. Un paio di passaggi, tuttavia, gridano già vendetta. Ma non è questo il punto. Il punto non è nemmeno nel fatto che, dopo essersi affacciato su una realtà a lui distante, Mathieu ne abbia tratto un certo giudizio piuttosto che un altro. E’ nel suo diritto, è nelle cose. Ad un osservatore si deve chiedere l’onestà dell’analisi, non la direzione obbligata delle sue valutazioni. Anche se qualche giudizio appare gratuitamente velenosetto (suvvia, ci vuol tanto a capire che gli slogan urlati nella notte di capodanno da tizi in scaldamuscoli fucsia e occhiali da sole giganti sulle note del “Ballo di Simone” non esprimono “esibizionismo” o “nostalgia” ma solo pura e semplice goliardia?). E certo qualche stilettata frettolosa verso chi non ha il taglio di capelli, la stazza, l’abito o il tatuaggio giusto sembrerebbe – come dire? – “razzista” se applicato ad altri gruppi umani. Ma, di nuovo, la lacuna principale del libro, il suo peccato originale non è lì.
L’errore di fondo è un altro. E’ nell’aver ritratto staticamente un popolo che invece è in marcia. E’ nell’aver voluto cogliere solo il lato intimistico e sociologizzante di una comunità che rimane avanguardia politica. E’ nell’aver privilegiato “le storie” su “la storia”. E’ nell’averci ascoltato senza averci fatto parlare di ciò che abbiamo da dire. E’ nell’aver scambiato i primi di domani per gli ultimi di ieri. Per dirla più semplicemente: chi apprende dell’esistenza di CasaPound da questo libro arriverà all’ultima pagina senza aver capito che cos’è CasaPound. Perché l’essenza di CasaPound è altrove. Il tutto è sempre più della somma delle sue parti. Oltrenero, invece, dà voce a Gianluca, Manolo, Francesco, Mari, Priscilla, Paolo, ma non fa parlare CasaPound. Non nomina il “mutuo sociale” o “tempo di essere madri”. Non parla di conferenze o di Teatro non conforme. Non va a fondo in nessun testo di nessuna canzone. Non cita articoli, testi, riviste in cui viene fissato il magma culturale di questo movimento. Non parla di un sito dove “corrono le idee”. Non cita l’avanguardia turbodinamista né il manifesto dell’Estremocentroalto.
E cosa rimane di CasaPound al netto di tutto ciò? La tribù. Un aspetto che è reale, beninteso. Ma se la tribù è inquadrata in un contesto politico, dinamico, in un percorso di crescita, allora si sublima, diventa agorà, centro pulsante di una rivoluzione che è in atto nel centro stesso del mondo. Se la tribù è invece ritratta con lo sguardo miope e il fiato corto, allora rimane la sottocultura. A ciò si aggiunga un tocco mefistofelico a base di svastiche e cinghiate ed ecco che il gioco è fatto: la sottocultura diviene “banda nera”, ultima perversa mutazione mediatica. Quello che voleva essere un dialogo finisce per essere un appello alla vigilanza, l’ennesimo. Della serie: attenti, vivono tra noi.
Si potrà obiettare che qui si sta rimproverando a Oltrenero il fatto di essere ciò che il libro non ha mai voluto essere, ovvero un trattato politico, un’analisi ideologica. D’accordo. Si voleva far parlare gli uomini, le persone. Ci sta. Ma cosa rimane degli uomini dopo che si è troppo disinvoltamente sorvolato su ciò che costituisce la trama stessa delle loro esistenze? Cosa si capisce di noi se non si va a sviscerare il nucleo di senso fondamentale di ciò che, solo, dà significato alla nostra altrimenti inutile parabola terrena? Quei ragazzi che alla fine del 2003 decisero di forzare il portone di uno stabile in via Napoleone III numero 8 non erano solo militanti che negli anni si sono distinti per coerenza, intransigenza, volontà. Erano e sono, anche e soprattutto, degli artisti. Gente che ragiona per immagini, visioni. Che voleva creare qualcosa di grandioso e, perdio, ci sta riuscendo. La prima occupazione non conforme non era ancora stata messa a segno eppure c’era già chi dedicava musica ai suoi futuri inquilini. Perché CasaPound è un’idea. Un’idea lanciata nell’avvenire in una direzione che può non piacere, forse, ma che deve comunque essere raccontata in tutto il suo dinamismo, in tutta la sua carica immaginifica, in tutto il suo disperato amore. Altrimenti è inutile. Altrimenti si perde di vista, nel nero, ciò che è realmente e radicalmente Oltrenero.