martedì, 10 novembre 2009
È vero che tutte le belle donne sono occupate e bisogna sempre sottrarle a qualcun altro? Qual è il segreto della virtuosa che a Catania ammicca per le strade in un gioco continuo di seduzione? Per sedurre una donna di sinistra bisogna davvero, come vuole una legge non scritta, liberarla dall'essere di sinistra? E lei, Carla Bruni, è la malafemmina che trasforma gli uomini in porci o è la conquistatrice di fascino che ha saputo stregare anche quella canaglia di Sarkò?
Pietrangelo Buttafuoco mette in scena un omaggio irriverente, impudico e appassionato alla donna, dando vita a un teatro dove si intersecano trame seducenti e dove le fimmine giocano il ruolo di protagoniste. Si parla di Brigitte Bardot, la bionda belva di Saint-Tropez, e Leni Riefenstahl, che trionfò sui palcoscenici con bellezza ambigua e maledetta, ma anche di Franca Florio, che della sua vita fece un mirabile romanzo di appendice, e di tutte le donne che con gli stratagemmi più antichi sanno rendere prigioniero il cuore di un maschio.
A fare da comprimari non mancano però i grandi seduttori dell'epoca, Porfirio Rubirosa, immortalato negli anni del suo trionfo di amateur, Walter Chiari con il suo turbinoso amore per Ava Gardner, Tomaso Staiti "il terrore dei mariti". E sullo sfondo del palcoscenico brillano le luci mondane e sensuali delle feste scatenate del secolo scorso, i flash postmoderni delle feste ai Parioli e il brio luccicante delle passerelle di Parigi, fino al chiarore meridiano dell'orizzonte in un caldo pomeriggio del Sud, in cui è facile smarrirsi negli equivoci dell'amore.
Con la grazia e l'ironia dello scrittore sagace, Pietrangelo Buttafuoco compone un vero e proprio prontuario che insegna come conquistare una fimmina con divertita leggerezza, savoir-faire e un briciolo di "galanteria talebana".
Tenendo a mente che la prima regola per sedurre una donna è quella di farsi sedurre.

qui il primo capitolo:

http://www.librimondadori.it/web/mondadori/mediabox/sfoglialibro?_SfogliaLibro_WAR_SfogliaLibro_idScheda=ISBN_978880459490
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martedì, 10 novembre 2009

Roma, 10 nov. - (Adnkronos) - Un Mussolini (quasi) inedito, autore di un romanzo storico d'appendice. Torna in libreria dopo decenni di assenza il 'feuilleton' ''L'amante del cardinale. Claudia Particella'' che l'allora giornalista Benito Mussolini scrisse all'eta di 27 anni. Riproposto solo un paio di volte nel corso del Novecento, in edizioni pressoche' introvabili, ora la Salerno editrice presenta ''L'amante del cardinale'' (pagine 216, euro 13) in una veste curata dal professor Paolo Orvieto, ordinario di storia della letteratura italiana all'Universita' di Firenze e noto specialista del Rinascimento.

Il romanzo d'appendice del futuro dittatore fascista fu pubblicato a puntate sul giornale socialista ''Il Popolo'' nel 1910. Il libro racconta la scandalosa vicenda del travolgente rapporto amoroso tra il principe-vescovo Emanuele Madruzzo e Claudia Particella. La storia della devastante passione del cardinale per la femme fatale dagli ''occhi che sapevano la malia delle velenose passioni'' e' realmente accaduta a Trento nel XVII secolo e ben documentata. Mussolini, gia' arrestato per aver offeso alcuni esponenti del clero e autore di incandescenti articoli (che firmava col nome di ''Vero Eretico'') contro la Chiesa romana, non ripropone pero' nel 'feuilleton' quel feroce e fanatico anticlericalismo e se la prende con il malcostume e la corruzione delle alte gerarchie ecclesiastiche.

Il romanzo, osserva il curatore Paolo Orvieto, non lascia trasparire soltanto le idee politiche e anticlericali del Mussolini di allora (socialista rivoluzionario e ''catastrofico'', come si autodefiniva), nonche' le sue idee sulla femmina - corrotta e corruttrice, capricciosa e incontrastata vincitrice sul maschio -, ma colpisce perche' svela un Mussolini poco noto: autore affascinante, per certi versi, ambiguo, che proietta sui suoi personaggi le proprie pulsioni eversive, le idiosincrasie e le frustrazioni sessuali. Uno scrittore, aggiunge Orvieto, ''tutt'altro che sprovveduto, che cita con disinvoltura Dante e Virgilio, san Francesco e le Sacre Scritture, Machiavelli e Cervantes''.

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sabato, 24 ottobre 2009
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sabato, 26 settembre 2009
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giovedì, 03 settembre 2009

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martedì, 01 settembre 2009


La verità di settant'anni fa e le mistificazioni di oggi

Danzica era città tedesca a statuto speciale sottoposta a controllo polacco. Sobillati dagli anglo-francesi i polacchi si misero a massacrare la popolazione tedesca con intensità sempre crescente. Provocando ed esasperando i tedeschi intendevano attirarli in trappola sicuri come erano di sconfiggerli facilmente e di poter annettere la Prussia Orientale. Dopo mille e mille rinvii, il 1 settembre 1939 la Germania andò a soccorrere Danzica e i cittadini tedeschi. Quarantotto ore dopo, il 3 settembre, Inghilterra e Francia dichiararono guerra alla Germania per la salvaguardia territoriale della Polonia (ma Danzica non era polacca…). Non fecero altrettanto contro l’Urss che pure attaccò la Polonia da est. Dunque la salvaguardia territoriale polacca non c’entrava nulla con la guerra…

La Germania provò in tutti i modi a evitare il degenerare del conflitto o a raggiungere con Londra un accordo di pace che fu sempre rigettato oltremanica.

Benché i tedeschi che cadevano prigionieri dei polacchi venivano orribilmente massacrati (occhi cavati, lingua tagliata) Hitler si rifiutò di far bombardare Varsavia colma di civili e rallentò le operazioni per tre settimane. La sua magnanimità non sortì effetto.

Da: Quel domani che ci appartenne, edizioni Barbarossa, Milano settembre 2005

Oggi ci raccontano, ovviamente, che il 1 settembre scoppiò la Seconda Guerra Mondiale (ma non è vero, scoppiò il 3), che questa fu dichiarata dalla Germania (ma non è vero, fu dichiarata da Francia e Inghilterra ALLA Germania) e che avvenne perché la Germania invase la Polonia (ma non è vero, andò semplicemente in soccorso della popolazione massacrata quotidianamente di una CITTA' TEDESCA che soltanto l'infame trattato di Versailles aveva staccato dalla madre patria).

Poi ci sono altri luoghi comuni campati in aria tipo quello della volontà hitleriana di conquistare e dominare il mondo. Propaganda da quattro soldi made in Chaplin e ovviamente sostenuta dai guerrafondai e dagli usurai che portarono la morte e la devastazione ovunque prima di riuscire ad imporre il sistema internazionale vigente fondato sul Crimine Organizzato e sulla complicità servile con esso delle oligarchie di ogni genere e natura.

Gabriele Adinolfi

 

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lunedì, 17 agosto 2009
Johann Kaspar Schmidt, detto Max Stirner, (dal tedesco “stirn” = “fronte alta”, ovvero: il soprannome che gli affibbiarono da bambino), nacque Bayreuth il 25 ottobre 1806 e morì a Berlino il 26 giugno 1856. Per il suo contributo al pensiero dell’occidente non riscosse in vita né fama, né soldi: morì praticamente in miseria dopo essere finito due volte in prigione per debiti…

Stirner, appartiene a quella schiatta di scrittori-filosofi che sono passati alla storia del pensiero per aver scritto un solo libro (tipo: Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, per esempio…). Nel suo caso (di Stirner) il libro ha il titolo appropriato di: Der Einzige und sein Eigentum (L’Unico e la sua proprietà), pubblicato a Lipsia nel 1844. Un libro con il quale furono chiamati a fare i conti, per un verso o per l’altro, riconoscendone o meno il debito di origine, le teste più pensanti fra la seconda metà dell’800 e il ‘900 tutto: da Marx-Engels a Søren Kierkegaard, da Friedrich Nietzsche a Carl Schmitt, fino ai Situazionisti.

«Ho riposto la mia causa nel nulla.» Con questa frase, proprio in chiusura de L’Unico e la sua proprietà, Max Stirner segna l’orizzonte di un esistenzialismo che tronca, definitivamente, ogni legame fra l’uomo e il trascendente. Almeno, con il trascendente religiosamente inteso. “L’unico”, infatti, è il principio d’individualità che non chiede più ad un orizzonte metafisico di indicargli il senso della sua esistenza. Il senso è rimesso all’uomo stesso: al suo essere, appunto, per il nulla.

Nichilismo, quindi.

Ora, su questo termine, “nichilismo”, la confusione resta molto alta. Come capita spesso, un giudizio dipende dal punto di vista culturale di chi lo esprime. Per esempio, per un buddhista il “nulla” è l’estinzione di ogni brama, propedeutico, perciò, al raggiungimento del Nirvana ed ha, quindi, una connotazione “positiva”. I pessimi critici di Stirner, Nietzsche e Dostoevskji, ai quali una storia frettolosa del pensiero novecentesco fa risalire in maniera erronea il “nichilismo”, danno al “nulla” (quindi, al nichilismo…), il segno di una deriva psico-etico individuale e, in quanto tale: negativa.

A mio modesto avviso, invece, credo che la “negatività” del nichilismo sia data da chi, da Platone in poi, ha inteso deporre in un al di là, del tutto ipotetico ed indimostrabile, la ragione dell’essere, assegnando all’al di qua il carattere di una mera rappresentazione illusoria, per altro falsa, colpevole e dolorosa, di quel “mondo vero” che va dall’iperuranio delle “idee platoniche”, al “regno dei cieli” cristiano.

Se il vero mondo non è questo, questo diventa necessariamente un luogo virtuale di preparazione e di ascesi (se non di espiazione…) per altro e più alto ed eccelso stato dell’essere. Riporre la propria causa nel nulla, in quel nulla con cui la logica platonico-cristiana pretende di definire l’esistenza, è, nell’ottica stirneriana, un ribaltamento per nulla provocatorio di questa logica: non nell’al di là ma sull’al di qua che l’io fa la sua scommessa. E se l’al di qua è il nulla - come voi pretendete che sia - è sul nulla che io ripongo la mia fede nella vita, piuttosto che nella morte (o nel suo post…).

Ci vuole poco a sentire nelle pagine iniziali dello Zarathustra nicciano gli echi di questo virile discorso interamente umano: «Amo colui che non si perde dietro le stelle, ma lavora la terra per prepararla all’arrivo del superuomo».

Rinunciando alle bretelle della metafisica celeste, Stirner non ebbe riserve a rinunciare anche a quelle stampelle che sono gli “ismi” terreni: egualitarismo, liberalismo, statalismo, socialismo, comunismo, umanesimo, etc… Se su un “ismo” l’uomo deve proprio fondare il senso della sua esistenza è se stesso: un “io” che rinuncia a cullarsi nelle illusioni delle ideologie. Un “ego-ismo”, quindi, di sana imperturbabilità nei confronti dei mutevoli flussi delle ere psico-cosmiche.

“Anarchia Univa Via”, sembra enunciare bene l’approdo di una tale deriva (che non è un naufragio). Il che, per esempio, impegnò a fondo Marx nella confutazione di un messaggio che negava, alla radice, il suo (di Marx) sostenuto. Un’impresa improba e per molti versi abortita nell’impropero: «Stirner è un miserabile» che, però, non sortì l’effetto di eliminare il fascino del suo richiamo da generazioni di anarco-socialisti, anarchici-individualisti e perfino di chi anarchico non fu: come tal Mussolini Benito, per esempio (il quale - detto per inciso - forse per questo suo debito formativo, non impedì mai, da duce, la pubblicazione e la circolazione in Italia dell’opus “Unico” stirneriano, come testimonia a sufficienza la copertina dell’edizione a fianco, uscita ai tempi della Rsi…).

Del resto, debiti stirneriani hanno contratto perfino autori ascrivibili totalmente e nobilmente alla cultura di destra. Come Ernst Jünger che, in Der Waldgang (Il ribelle) e Eumeswil (Heliopolis), traccia il profilo dell’anarca a cui non è assolutamente estranea la paternità dell’Unico. O come lo Evola del periodo filosofico di Teoria e Fenomenologia dell’individuo assoluto…

Può sorgere il dubbio se una opzione così estrema di rimessa a se stesso non conduca ad una apolitia assoluta, ad una assoluta rinuncia ad intervenire nel mondo inteso come storia. Ma questo è solo un altro dei molti fraintendimenti per cui il nichilismo non gode di buona fama. Il nichilismo è, in concreto, un atteggiamento interno all’uomo, che non esiterei a definire finanche “spirituale” se, pure in questo caso, non temessi gli equivoci che intorno allo “spirito” sono sorti da millenni di abuso religioso. Insomma, in termini appropriati, se si vuole parlare di nichilismo a ragion veduta è del tutto inadeguato pensarlo come regressione verso il degenerato, l’in-forme o il de-forme…

In realtà, “essere per il nulla”, anziché essere, che so? per la carriera, per dio, per il denaro, per il potere, per il successo, per la piccola o grande fama, culle di ogni narcisismo, consente all’uomo una libertà interiore che non gli impedisce di immergersi nella storia e nelle vicende del proprio tempo.

In questo, può soccorrerci il detto di un poeta che di nichilismo si intendeva: Gottfried Benn. È lui che, nella sua opera autobiografica dal significativo titolo di Doppelleben (Doppia Vita), così si pre-scriveva nelle sue medesime parole:

«Riconosci la situazione e rapportati ad essa. Ma senza farti coinvolgere. Collabora pure alle convinzioni del mondo, alle sintesi in tutte le direzioni della rosa dei venti, se istituti ed uffici lo richiedono. L’importante è che tu tenga libera la testa in cui deve sempre esserci spazio libero per l’immaginazione. Qui il reale si concentra, si modella e sorgono le forme…».

http://www.mirorenzaglia.org/?p=8903
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venerdì, 10 luglio 2009
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giovedì, 02 luglio 2009

"Uccidi gli italiani" era la parola d'ordine dei paracadutisti britannici durante l'operazione Husky che diede inizio, nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943, all'assalto alla Fortezza Europa. Nel dopoguerra fu accreditata l'immagine di un'occupazione quasi pacifica della Sicilia, una marcia trionfale dei liberatori acclamati dalla popolazione. Le cose andarono diversamente, e queste pagine raccontano, ora per ora, la battaglia di Gela: l'accanita e determinata resistenza dei reparti italiani impegnati contro le forze da sbarco statunitensi, le incertezze e gli errori dei tedeschi, la violenza, spesso cieca e brutale, delle truppe del generale Patton. Un affresco non abbastanza conosciuto di quella lontana estate che determinò la crisi del fascismo e pose le premesse per l'armistizio dell'8 settembre.

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martedì, 30 giugno 2009


"Volontarismo. Sdegno del tran-tran mediocre, in cui non si rischia nè si guadagna troppo. Passione per l'emozione, per il pericolo, per la lotta. Personalità, iniziativa, fantasia, accortezza di animale predace. Spirito d'avventura e spirito di corpo. Guasconismo di fatti più che di parole. Romanticismo di uno sfondo nerissimo, sul quale guizzano muscolature da acrobata. Intellettualità assetata di gloria, generosità capace di un'estetica raffinata. Mafia insolente del valore consapevole. Fusione perfetta di pensiero-bellezza-azione. Eleganza di un gesto primitivo, infantile, subito dopo un gesto di eroismo inverosimile. Tutti gli slanci, tutte le violenze, tutte le impennate di cui trabocca l'anima italiana.
Aristocrazia, dunque, di carattere, di muscolarità di fede, coraggio, di sangue, di cervello, Patrizi scesi da cavallo, aviatori scesi da veivoli, intellettuali usciti dalle ideologie, raffinati fuggiti dai salotti, mistici nauseati delle chiese, studenti ansiosi di vita e giovinezza, giovinezza, giovinezza, che vuol conquistare o perdere tutto, che vuol dare con pienezza, con salute, con energia i suoi diciannov'anni generosi e innamorati dell'Italia, di tutte le cose belle d'Italia, delle belle donne d'Italia, dell'avvenire d'Italia che intuiscono meraviglioso".

Mario Carli, Noi Arditi.
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martedì, 02 giugno 2009

Bene, tralascio le considerazioni sulla fiducia e sul rispetto mal riposto nel giornalista autore del libro “Oltre Nero”. Perché mai dovrei piegarmi al suo stesso errore? Entrare nell’intimo quando si parla di politica. Fare l’analisi psicologica, lo studio antropologico… sociologia d’accatto...

Dunque. Necessito di approfondire un paio di questioni riguardo quanto riportato nella mia intervista su “Oltre Nero”.

Anzitutto, l’intervista è frutto di una chiacchierata durata un paio di ore. Un paio di ore in cui si è parlato di tante cose. In cui si è parlato tanto anche di politica. Di economia, di globalizzazione, di sfruttamento del lavoro, di immigrazione, di Mutuo Sociale, di proprietà, di comunicazione… un paio d’ore in cui sono state raccontate tante azioni in giro per l’Italia, dai manichini impiccati contro l’emergenza abitativa, alle statue incappucciate in memoria dei morti sul lavoro.

Un paio di ore il cui contenuto mai leggeremo sul libro. L’autore ha preferito sottolineare altri aspetti. In maniera superficiale per altro.

Parto dalle sciocchezze, anzi dalla bugia.

“Se non ci fosse stato internet ci saremmo già sciolti”

Perfetto. Mai detto. Ho detto al contrario

“Se non ci fosse stato internet ci AVREBBERO già sciolti”

… la differenza non è da poco credetemi. La mia affermazione era articolata e faceva riferimento ai fatti di piazza Navona. Dove la nostra capacità di diffusione di verità tramite la rete ha dimostrato una preparazione e una tenacia in grado di contrastare il sistema di diffusione della menzogna messo in piedi dall’antifascismo militante. E il sistema mediatico dell’antifascismo militante è un gigante, che parte dal bamboccio pacioccone col culo piazzato dentro facebook, e passa dal giornalista blasonato (appunto) e ultra pagato di quotidiani in mano a gruppi finanziari potenti. Molto potenti.

Ecco, noi quella battaglia l’abbiamo vinta. Se non l’avessimo vinta, avrebbero sciolto CASAPOUND. Questo è il mio parere e la mia opinione ben riferita a chi annotava le mie parole.

“L’unico errore del Fascismo furono le leggi razziali”. Mi è stato chiesto “per te le leggi razziali furono un errore?” La risposta, per me è si, furono un errore. Ma io osservo le cose a 60 anni di distanza. 60 anni fa la discriminazione razziale era la prassi. Esistevano leggi di discriminazione razziale in quasi ogni Stato del mondo. Partendo dagli Stati Uniti e arrivando all’Unione Sovietica. Due stati che alleati hanno vinto la seconda guerra mondiale, mantenendo le loro leggi di discriminazione ben oltre il conflitto.

Senza scomodare la “Dottrina del Fascismo” parto da considerazioni meramente storiche: gli ebrei italiani hanno partecipato in maniera convinta alle vicende del Fascismo. Vi sono stati ebrei combattenti sul fronte della prima guerra mondiale, ebrei reduci, ebrei squadristi. Ebrei martiri della Marcia su Roma. Ci sono state ebree fra le amanti di Benito Mussolini e vi sono stati ebrei ministri al governo durante il regima Fascista. Vi sono stati ebrei combattenti per la Repubblica Sociale.

Quindi, per me, di errore si trattò: si esclusero molti Fascisti che fino a quel momento erano stati fedeli alla causa. Quindi quando parlo di errore, lungi da me di cercare una “riabilitazione morale” del Fascismo, scaricando la questione delle “leggi razziali”. Il Fascismo non ha proprio niente da farsi riabilitare se confrontato nel suo contesto storico con qualsiasi altra forma di governo. Dalla democrazia al comunismo. E tantomeno deve chiedere scusa a nessuno. Poiché fra l’altro le nostre “leggi razziali” furono dettate da contingenze e strategie politiche, mentre al contrario altrove, ad esempio negli Stati Uniti, erano dettate effettivamente dall’idea diffusa che una razza fosse superiore all’altra esclusivamente per “diritto genetico”.

Sono Fascista. Io credo nelle razze, credo che la differenza sia un valore. Credo che i popoli siano legati in maniera assoluta e definitiva alla terra che abitano da millenni. Un legame di sangue. E che il valore di ogni singolo uomo non sarà mai dettato da qualcosa di materiale. Che sia la proprietà o il codice genetico. Il valore di ognuno di noi è dato dalle nostre scelte, dalle nostre azioni e dal nostro sacrificio. E laddove, con questi criteri, si dimostri un valore superiore ad un altro, chi è superiore non ha diritto a nulla, se non ad essere esempio per gli altri.

In ultimo… “disoccupato per scelta”… io ho scelto di “non essere occupato”. Il che non vuol certo dire che ho scelto di bighellonare tutto il giorno, senza curarmi del destino della mia famiglia. Ho scelto nei limiti del possibile, di non lavorare per un salario. Per avere tempo da dedicare alla mia causa (che è la nostra causa), al cui destino è legata la mia vita. Per altro, saltuariamente lavoro anche io. In nero, sottopagato, senza contributi e ferie pagate. So cosa vuol dire lavorare per un salario… conosco la fatica e il sudore. Sono un privilegiato rispetto a chi vorrebbe dare di più, ma deve lavorare. E di questo privilegio sento il peso e la responsabilità.

Simone Di Stefano

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sabato, 30 maggio 2009

http://www.ideodromocasapound.org/index.php?option=com_content&view=article&id=137:oltregrigio&catid=52:pendieri-di-casapound

OltreNero

Si fa presto a dire nero. Un colore così compatto, così assoluto, eppure con tante sfumature al suo interno. Già perché ci sono almeno due tonalità di nero, totalmente diverse fra loro, praticamente opposte.

La prima è quella di un nero che ha in sé tutti i colori. Che riesce ad essere allegro, vitale, solare, goliardico. Che – in una visione organica e completa dell’esistenza – parla di morte affermando la vita, in una logica uguale e contraria a quella che vuole i partiti che fanno della vita un “valore” semplici carcasse in putrefazione. E’ la stessa ragione per cui lo Sein-zum-tode heideggeriano non è pulsione di morte ma esistenza vissuta pienamente.

E poi c’è un nero che è assenza di colore, quasi un grigio scurissimo. Un nero che non ha futuro, che non dice nulla, che non va da nessuna parte. Un nero muto, cieco, sordo.

Oltrenero, il reportage su CasaPound appena uscito per i tipi di Contrasto e firmato da Alessandro Cosmelli e Marco Mathieu, si occupa solo di quest’ultima tonalità del nero. Non ne vede altra tonalità e già da subito contraddice il suo stesso titolo. No, “oltre il nero” – un nero cupo e ansiogeno – non si va. Per lo meno non in questo libro.

Nere sono le foto di Alessandro Cosmelli. Bellissime, eleganti. Ma sempre brumose, tetre, scure. Non si ride quasi mai, non c’è gioia né entusiasmo. Gli spazi sono spesso chiusi e quando sono aperti hanno un qualcosa di malinconico e nebbioso. I volti della migliore gioventù italiana sono avvolti dal nero, definiti dal nero. Spesso c’è un elemento di carisma, di attrazione che comunque emerge. Ma non senza un alone nichilista. Sono volti potenti, duri, affascinanti. Ma sempre di quel fascino borderline, un po’ mala londinese, un po’ banda della Magliana. Qualcosa tra The Snatch, Trainspotting e La Haine. Persino le maschere di carnevale perdono ogni carattere goliardico e diventano elementi di ciò Freud avrebbe chiamato il “perturbante”. E, in un paio di casi, si gioca chiaramente sull’equivoco, ritraendo immagini che –  per aver colto il personaggio “giusto” o l’angolazione furba – impressionano ma poco o per nulla sono rappresentativi dell’ambiente che si voleva ritrarre.

Nere, tuttavia, sono anche le parole con cui Marco Mathieu incornicia quelle foto. Curiose, certo. “Dialoganti”. Ma senza che il limite di sicurezza venga mai oltrepassato. Spetterà ovviamente agli intervistati stabilire il grado di veridicità di quanto riportato nel libro. Un paio di passaggi, tuttavia, gridano già vendetta. Ma non è questo il punto. Il punto non è nemmeno nel fatto che, dopo essersi affacciato su una realtà a lui distante, Mathieu ne abbia tratto un certo giudizio piuttosto che un altro. E’ nel suo diritto, è nelle cose. Ad un osservatore si deve chiedere l’onestà dell’analisi, non la direzione obbligata delle sue valutazioni. Anche se qualche giudizio appare gratuitamente velenosetto (suvvia, ci vuol tanto a capire che gli slogan urlati nella notte di capodanno da tizi in scaldamuscoli fucsia e occhiali da sole giganti sulle note del “Ballo di Simone” non esprimono “esibizionismo” o “nostalgia” ma solo pura e semplice goliardia?). E certo qualche stilettata frettolosa verso chi non ha il taglio di capelli, la stazza, l’abito o il tatuaggio giusto sembrerebbe – come dire? – “razzista” se applicato ad altri gruppi umani. Ma, di nuovo, la lacuna principale del libro, il suo peccato originale non è lì.

L’errore di fondo è un altro. E’ nell’aver ritratto staticamente un popolo che invece è in marcia. E’ nell’aver voluto cogliere solo il lato intimistico e sociologizzante di una comunità che rimane avanguardia politica. E’ nell’aver privilegiato “le storie” su “la storia”. E’ nell’averci ascoltato senza averci fatto parlare di ciò che abbiamo da dire. E’ nell’aver scambiato i primi di domani per gli ultimi di ieri. Per dirla più semplicemente: chi apprende dell’esistenza di CasaPound da questo libro arriverà all’ultima pagina senza aver capito che cos’è CasaPound. Perché l’essenza di CasaPound è altrove. Il tutto è sempre più della somma delle sue parti. Oltrenero, invece, dà voce a Gianluca, Manolo, Francesco, Mari, Priscilla, Paolo, ma non fa parlare CasaPound. Non nomina il “mutuo sociale” o “tempo di essere madri”. Non parla di conferenze o di Teatro non conforme. Non va a fondo in nessun testo di nessuna canzone. Non cita articoli, testi, riviste in cui viene fissato il magma culturale di questo movimento. Non parla di un sito dove “corrono le idee”. Non cita l’avanguardia turbodinamista né il manifesto dell’Estremocentroalto.

E cosa rimane di CasaPound al netto di tutto ciò? La tribù. Un aspetto che è reale, beninteso. Ma se la tribù è inquadrata in un contesto politico, dinamico, in un percorso di crescita, allora si sublima, diventa agorà, centro pulsante di una rivoluzione che è in atto nel centro stesso del mondo. Se la tribù è invece ritratta con lo sguardo miope e il fiato corto, allora rimane la sottocultura. A ciò si aggiunga un tocco mefistofelico a base di svastiche e cinghiate ed ecco che il gioco è fatto: la sottocultura diviene “banda nera”, ultima  perversa mutazione mediatica. Quello che voleva essere un dialogo finisce per essere un appello alla vigilanza, l’ennesimo. Della serie: attenti, vivono tra noi.

Si potrà obiettare che qui si sta rimproverando a Oltrenero il fatto di essere ciò che il libro non ha mai voluto essere, ovvero un trattato politico, un’analisi ideologica. D’accordo. Si voleva far parlare gli uomini, le persone. Ci sta. Ma cosa rimane degli uomini dopo che si è troppo disinvoltamente sorvolato su ciò che costituisce la trama stessa delle loro esistenze? Cosa si capisce di noi se non si va a sviscerare il nucleo di senso fondamentale di ciò che, solo, dà significato alla nostra altrimenti inutile parabola terrena? Quei ragazzi che alla fine del 2003 decisero di forzare il portone di uno stabile in via Napoleone III numero 8 non erano solo militanti che negli anni si sono distinti per coerenza, intransigenza, volontà. Erano e sono, anche e soprattutto, degli artisti. Gente che ragiona per immagini, visioni. Che voleva creare qualcosa di grandioso e, perdio, ci sta riuscendo. La prima occupazione non conforme non era ancora stata messa a segno eppure c’era già chi dedicava musica ai suoi futuri inquilini. Perché CasaPound è un’idea. Un’idea lanciata nell’avvenire in una direzione che può non piacere, forse, ma che deve comunque essere raccontata in tutto il suo dinamismo, in tutta la sua carica immaginifica, in tutto il suo disperato amore. Altrimenti è inutile. Altrimenti si perde di vista, nel nero, ciò che è realmente e radicalmente Oltrenero.

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sabato, 09 maggio 2009
Régis Debray che fu guerrigliero in Bolivia col Che ha rotto con la sinistra

L'altro Che

Régis Debray partecipò alla spedizione del Che in Bolivia. Catturato, fu condannato a trent'anni. Uscito di prigione per intervento del governo francese, una dozzina d'anni più tardi fu designato da Mitterrand a presiedere il Consiglio di Stato.

Nessuno quanto lui può essere considerato l'icona della sinistra contestatrice e rivoluzionaria francese. Eppure oggi ha rotto con la gauche.

Secondo Debray la sinistra, ancor prima della morte del marxismo, in Francia e in Occidente ha rinnegato quell'essenza comunitaria e religiosa che i culti accesi della République giacobina e della Révolution operaia le avevano trasmesso nel XIX secolo, finendo col convertirsi all'individualismo moralizzatore dell'ideologia dei Diritti dell'Uomo.

Così essa ha consumato, con una soddisfazione tanto più oscena in quanto palese ed ostentata, la sua doppia riconciliazione con i valori borghesi da una parte e con il neo-imperialismo americano dall'altra.

Quel che Debray non perdona alla sinistra, post o anti marxista, è la sua aggregazione incondizionata ed entusiastica a quella che egli definisce come ROC (Religione dell'Occidente Contemporaneo).

Il Roc, per Debray, è un miscuglio di cecità antropologica, di arroganza imperialistica e d'incultura rivendicata come arma di comunicazione di massa. Ma è soprattutto una religione, ovvero un corpus di credenze comuni, costituitesi in un sistema di potere, incarnato e definito da dogmi tra i quali il primordiale è la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo, dichiarazione dedotta dall'habeas corpus delle rivoluzioni inglese e americana, che ha sacralizzato l'autonomia individualistica e che oggi costituisce una legge che, di diritto e di fatto, DEVE essere applicata da tutte le società e da tutti gli uomini della Terra.

Da questo dogma scaturisce come automatismo la giustificazione morale delle guerre d'aggressione che si perpetrano contro la Serbia, il Mondo Arabo, l'Afghanistan e gli obiettivi prossimi venturi.

Nel suo recente Moment Fraternité Debray scrive, nell'ultimo capitolo, che non può esistere fratellanza senza la presenza di un sostrato etnico.

Antimondialista, antiatlantista, differenzialista: Debray non è poi tanto lontano da Le Pen.

Così l'ultimo degli uomini del Comandante: non sbagliò di molto il mondo nazionalrivoluzionario a parteggiare per lui nella Sierra!

Pierre-Paul bartoli (Choc du mois)

Queste esternazioni avvengono in straordinaria coincidenza con l'uscita, in Italia, del libro imperdibile "L'altro Che" di Mario La Ferla, edizioni Stampa Alternativa, 211 pagine, 14 euro

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martedì, 05 maggio 2009

Una lettura imprescindibile. Mario la Ferla, edizioni Stampa Alternativa. 211 pagine, 14 euro

Che Guevara fu amato dalla destra radicale prima ancora di essere ucciso e di divenire leggenda? Assolutamente sì. Lo attesta senza alcun possibile equivoco il saggio-inchiesta di Mario La Ferla, giornalista de L'Espresso, “L'altro Che”, stampato per i tipi di “Stampa Alternativa”. Partendo dal ricordo tributato al Comandante da Gabriele Adinolfi nel quarantennale della sua uccisione, La Ferla si addentra  nella passione per Guevara che allora accomunò Peron, Bolzoni, il Bagaglino, i Reduci della Rsi, Giano Accame e L'Orologio ben prima che Jean Cau ne cantasse la figura.
Un libro assolutamente avvincente che ha il raro pregio di mettere a fuoco, nella sua autenticità, il mondo nazionalrivoluzionario che visse tra la fine degli anni Cinquanta e l'esaurirsi della rivolta generazionale e che si nutrì del sogno di liberazioni nazional-popolari. Un'importante testimonianza storica che ci restituisce l'immagine reale di quella generazione così spesso “avanguardista”, come la definisce lo stesso La Ferla. Una generazione di cui abbiamo troppo spesso recepito lo stereotipo stravolto impostoci dalla vulgata comunista e ripetuto pappagallescamente da molti che vennero dopo e che ignoravano chi li precedette. Ignorandoli dettero troppo spesso per vero quello che la propaganda avversa aveva distorto e, posizionandosi in tal senso, lo avvalorarono stolidamente e incoscientemente. Invece la generazione nazionalrivoluzionaria che si espresse negli anni del Rock, dell On the Road, della Contestazione e della sfida agli imperialismi aveva molto da dare e molto da dire. Come La Ferla conferma in modo esauriente. Una lettura appassionante e davvero imprescindibile.

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venerdì, 13 marzo 2009

di Daniele Lembo. MA.RO. Editrice - 192 pagine – 28 euro

Nell’anno 2001, la MA.RO. Editrice editava il volume “I Servizi Segreti di Salo’ – Servizi Segreti e Servizi Speciali nella Repubblica Sociale Italiana” di Daniele Lembo. Il libro esplorava, come d'altronde affermava lo stesso autore in prefazione, un argomento poco conosciuto e che mai, fino a quel momento, aveva trovato una trattazione organica in un unico saggio. Il lavoro del 2001, traeva spunti e trovava fonti principalmente di tipo bibliografico, anche in considerazione del fatto che gli interpreti di quei fatti ancora viventi erano restii a rilasciare dichiarazioni sugli avvenimenti che li avevano visti protagonisti. Scriveva, infatti, in prefazione l’autore “Nel corso del mio lavoro ho tentato di contattare alcuni reduci dei servizi segreti della R.S.I. per intervistarli ed ottenere così notizie di prima mano. I personaggi individuati sono stati molto pochi, anche in considerazione del tempo che è passato, che fa si che il più giovane di loro sia abbondantemente ultrasettantenne. Ho potuto constatare che la maggior parte di loro mantiene la consegna del silenzio ad oltre cinquant’anni di distanza dai fatti in trattazione, E’ da precisare che, più che di consegna del silenzio, in molti casi, si tratta di un “salutare riserbo” mantenuto per paura del fatto che lo spettro di processi e condanne, che si presentò cinquant’anni fa, potrebbe riaffacciarsi alla porta dopo il rilascio di un’incauta intervista.” A distanza di otto anni, sempre per i tipi della casa editrice MA.RO., Daniele Lembo pubblica “I Servizi Segreti nella Repubblica Sociale italiana” E’ bene precisare che non si tratta di una semplice riedizione o di una rivisitazione del precedente volume. Otto anni di ricerche e di raccolta di testimonianze, hanno consentito all’autore di produrre un lavoro completamente nuovo, arricchito di numerosi capitoli, contenenti notizie talvolta inedite. Lembo non entra subito nel vivo dell’argomento, ma dedica alcuni capitoli alla storia dei Servizi Segreti italiani dall’inizio del conflitto fino all’8 settembre 1943. In questa parte del lavoro, oltre all’organizzazione e all’organigramma dei Servizi, sono narrati i principali successi operativi del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) ma anche gli smacchi subiti.

Si passa poi alla trattazione del S.I.D., il Servizio Segreto della Repubblica Sociale Italiana. Il S.I.D., secondo una circolare a firma di Graziani, avrebbe dovuto avere caratteristica di unicità, essendo deputato ad essere l’unico Sevizio Segreto della R.S.I.. In realtà, questo non avvenne mai e, nei seicento giorni che durò la Repubblica di Salò, vi fu al Nord un vero fiorire di Servizi Segreti autonomi, collegati in vario modo ai tedeschi. Anche questo argomento viene affrontato in maniera esaustiva dall’autore che ne tratta ampiamente. Oltre alla storia dei vari Servizi Segreti e Speciali, Daniele Lembo ha inteso dedicare spazio anche alle storie dei singoli agenti segreti, inviati oltre nelle linee nell’Italia occupata. Sono narrate le avventure degli uomini del Kommando Kora, dei Nuotatori Paracadutisti inviati al Sud, degli uomini Gamma della Decima impiegati come agenti speciali e delle donne del Gruppo Speciale Autonomo di Tommaso David (l’Allevamento delle Volpi argentate). Un capitolo è destinato alla disamina dei rapporti tra Servizi Segreti e guerra psicologica, mentre ampio esame trovano i ventilati rapporti tra la Decima Mas e la banda del bandito Giuliano. Nella nuova opera di Lembo non si tratta solo dei Servizi italiani, ma anche dei Servizi Segreti tedeschi, operanti in Italia (l'Abwehr e il Sicherheitsdienst) e del Controspionaggio Angloamericano attivo sulla Penisola. Il volume si conclude con le vicende degli agenti speciali fucilati dagli Alleati, nonché affrontando il tema della preparazione dei Servizi Segreti all’immediato dopoguerra. Si tratta di un’opera d’interesse non solo per gli appassionati del settore Storico Militare ma per chiunque abbia voglia di conoscere, in maniera più approfondita, la nostra storia nazionale.

I SERVIZI SEGRETI NELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA di Daniele Lembo

MA.RO. Editrice (tel. 0382 968151 - 0382 968152 ) - 192 pagine – costo 28 euro

PER CONTATTARE L’AUTORE: danielelembo@email.it

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