giovedì, 03 dicembre 2009
Tratto da AugustoMovimento

Le poche righe che seguono non vogliono essere la minuziosa ricostruzione storica delle vicende che videro protagonista Bettino Craxi, ma semplicemente offrire una visione “altra” dell’ex leader socialista, al di là delle grida indignate delle legioni travagliane, ma anche delle rivalutazioni di comodo effettuate sia dal centro-destra (con Berlusconi che ne condivide l’aspra avversione alla magistratura) che dal centro-sinistra (penosamente alla ricerca di identità).

Craxi si avvicinò alla politica grazie alla militanza antifascista del padre durante la Seconda Guerra Mondiale, entrando di lì a poco nel Partito Socialista e non uscendone più sino al 1994, a causa dei ben noti scandali di Tangentopoli.

Negli infuocati scontri universitari dei suoi anni giovanili cominciò a maturare quella che sarà una costante del suo bagaglio politico: la gelosia per l’autonomia, del suo Paese e del suo partito. I socialisti in Italia infatti, vivevano costantemente all’ombra del PCI, schiacciati dalla forza elettorale e culturale del partito egemone della sinistra italiana. L’inversione di tendenza cominciò proprio con l’elezione di Craxi a Segretario del Partito Socialista, datata 1976. Bettino nel frattempo aveva maturato una notevole abilità ed esperienza, guadagnandosi la prima elezione in parlamento e svolgendo diversi incarichi di rilievo in Italia e all’estero, oltre a divenire il “delfino” di Pietro Nenni.
Eppure l’opinione pubblica conosceva poco o niente di questo giovane catapultato agli onori delle cronache, tanto che fu definito «signor Nulla» in un articolo di Fortebraccio sull’Unità. I “colonnelli” del PSI, come Giacomo Mancini, pensavano di poterlo controllare e manovrare dall’alto, ma sbagliarono clamorosamente i calcoli. Craxi favorì sin da subito le nuove leve del partito, dando inizio a quel ricambio generazionale che è stato definito «la rivoluzione dei quarantenni», che portò nuova linfa ai socialisti. Ad animare il rinnovato protagonismo di questi ultimi fu il fermento culturale acceso dalla rivista «Mondoperaio» di Federico Coen e da Norberto Bobbio, impegnati ad emancipare la sinistra italiana dal marxismo-leninismo.
Craxi si inserì perfettamente in questo contesto, plasmando un PSI indipendente e dalle solide e rinnovate radici culturali. Esse furono descritte nel saggio datato agosto 1978 intitolato Il Vangelo Socialista, da molti considerato l’atto di definitiva rottura dei socialisti con il comunismo. Partendo da Proudhon ed arrivando a Bobbio, passando per Rosselli, Gilas e Russell, il leader socialista tracciò il profilo di una dottrina democratica, laica e pluralista, in contrapposizione con la lezione marxista ed i concetti di libertà collettiva e di egemonia gramsciana.

In quello stesso anno, durante i 55 giorni del sequestro-Moro, fu uno dei pochi politici a spingere per l’apertura di trattative con le Br, contro la «linea della fermezza» espressa dai maggiori partiti del paese: DC e PCI. Questa inaspettata dimostrazione di coraggio ed indipendenza portò il leader democristiano a rivolgersi direttamente a Craxi in alcune lettere dalla prigionia, chiedendogli di fare il possibile per mobilitare la classe dirigente italiana, che però rimase sorda. Una fermezza pericolosamente vicina all’essere un colpevole disimpegno, come ribadito da recenti inchieste giornalistiche (vedasi ad esempio quella ad opera di Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato, culminata nel libro del 2008 Doveva morire).

Nel 1979 arrivò l’ennesimo “strappo” all’ortodossia ideologica della sinistra, con l’assenso all’installazione degli «euromissili» di matrice americana sul suolo italiano, in risposta allo schieramento degli SS20 da parte dell’URSS, che esponevano l’Europa a rinnovate e pericolose minacce. Una presa di posizione che fu subito bollata dai comunisti come la conferma dell’asservimento di Craxi agli USA e della “mutazione genetica” dei socialisti sotto il nuovo segretario. Ma queste facili letture verrano smentite dal tempo: il politico milanese dimostrerà che la scelta atlantica non impedisce al PSI di mantenere ampi margini di manovra su diversi fronti, che verranno rafforzati con la clamorosa elezione di Craxi a Presidente del Consiglio, datata 1983. Il caso più emblematico è ovviamente quello di Sigonella, il momento più alto di tensione tra Italia ed Usa di tutto il dopoguerra, in cui la concezione di sovranità nazionale imposta dal capo del governo risulta inaspettatamente vincente.

Inoltre fortissimo fu l’impegno per l’accelerazione del processo di integrazione europea, da costruirsi in opposizione al «vento di destra» di marca tatcheriana e liberista. Egli criticò sempre quelli che definiva «burosauri dell’europeismo, fautori di un’Europa tecnocratica, socialmente indifferente e moralmente assente», antitesi della sua visione del continente prima di tutto “politica”, marcatamente sociale ed espressione reale dei cittadini. Craxi vinse gli strenui tentativi d’ostruzione al processo di integrazione di Margaret Tatcher, riuscendo nel Consiglio Europeo di Milano del 1985 ad ottenere la convocazione di una conferenza intergovernativa dei primi ministri da cui discendono l’Atto Unico Europeo, la moneta unica e la lunga marcia verso la Costituzione.
Il suo terreno privilegiato d’impegno però fu quello mediterraneo, volto alla creazione di un vero e proprio asse commerciale e culturale con i paesi arabi. Incentivò collaborazioni ed interventi dell’IRI e dell’ENI nei paesi della zona, guadagnandosi ampio credito, come testimoniato dalla vicinanza delle autorità tunisine nei suoi ultimi anni di vita. Anche Arafat fu un suo grande amico, vista l’opera craxiana di opposizione alla «visione di un grande Israele, installato anche su territori che sono abitati ed appartengono a popolazioni arabe e palestinesi», come disse nel 1982, proprio dopo un incontro con il leader palestinese.
Ma l’apice venne raggiunto nel dibattito parlamentare seguente al succitato caso-Sigonella, dove giunse ad affermare: «Io contesto all’OLP l’uso della lotta armata non perché ritenga che non ne abbia diritto, ma perché sono convinto che la lotta armata non porterà a nessuna soluzione. Non ne contesto la legittimità, che è cosa diversa» [guarda il video], portando ad esempio le lotte risorgimentali italiane, necessariamente violente nell’ottica dell’indipendenza nazionale. Craxi fu un profondo conoscitore e cultore del nostro periodo risorgimentale, divenendo nel tempo uno dei massimi collezionisti di cimeli garibaldini. Oltre a Mazzini, infatti, egli ammirava l’«eroe dei due mondi», non a caso fautore di un socialismo gradualista e riformista, in netta opposizione con Marx. Le relazioni congressuali del leader socialista verranno spesso arrichite con appassionati richiami a quelle lotte e quegli ideali, patrimonio da riscoprire in una società come la nostra, preda di «malattie moderne» e sempre più sommersa da «dubbi, disagi e terapie neuro-psichiatriche».
I congressi del PSI divennero nel tempo sempre più fastosi, grazie alle coreografie dell’architetto Filippo Panseca, visto che Craxi dimostrò ben presto di voler dare un’idea fortemente modernizzatrice di sé e del suo partito, sfruttando in pieno l’immagine ed i mass-media. L’attenzione si concentrò ben presto quasi esclusivamente su di lui, che aveva spazzato via poco democraticamente le correnti interne al PSI, e si era proposto al paese quale leader nuovo e credibile. La sua strategia fu premiata con la nomina a capo del governo, ma le critiche si erano succedute ininterrotte: Biagio De Giovanni parlò di tendenza ad «americanizzare la vita italiana», mentre Bobbio gli contestò aspramente il meccanismo di elezione per acclamazione e la scarsa dialettica interna al partito. Anche Enzo Biagi ed Indro Montanelli non furono teneri. Craxi ovviamente ribatté alle accuse parlando di un partito che aveva trovato l’unità, facendone l’arma per agire più efficacemente.
Nei quattro anni come Primo Ministro (1983-1987), difatti, non mancarono gli eventi significativi: il primo da segnalare è il raggiungimento del quinto posto tra i paesi industrializzati dellItalia, superando la Gran Bretagna, nel gennaio 1987. «Il maggior successo della storia repubblicana» secondo Giano Accame, intellettuale di destra autore del libro Socialismo Tricolore.

Una definizione calzante per la politica craxiana, che mentre promuoveva il progressismo, portava a termine il nuovo concordato Stato-Chiesa, valorizzava come non mai il Made in Italy, ammetteva Almirantecombatteva le droghe leggere, rifiutava la tesi dello stragismo fascista, riscopriva il garofano quale simbolo e concludeva i congressi al grido di: «Viva l’Italia!».
Inoltre, secondo l’acuta lettura dello storico Marco Gervasoni, il governo-Craxi «evitò ogni privatizzazione» e «cercò sempre il coinvolgimento dei sindacati nella politica della concertazione. Il risanamento passò anche dall’intervento sulla scala mobile. (…) Le politiche economiche dei governi di quegli anni recavano il segno di una sensibilità sociale. Certo si può obiettare che la riduzione dell’inflazione fu facilitata dal mini-boom e si potrebbe dire che tale sensibilità era più il frutto dell’uso politico della spesa pubblica a fini di consenso. Ciò non toglie che gli interventi di allora furono incisivi e costituirono un precedente per gli esperimenti di aggiornamento delle policies socialiste in un periodo di sfide tutto nuovo».
Ma ovviamente ci furono anche aspetti negativi, in primis la crescita esponenziale del debito pubblico, venti punti percentuali secondo gli accurati dati dello Studio Ambrosetti.
Ma ciò che più gli costò fu la mancata attuazione del suo cavallo di battaglia: La «Grande Riforma»«Non è il paese in ritardo con la Costituzione antifascista, ma la Costituzione fatta all’indomani del trauma della dittatura ad aver disegnato un’attività istituzionale in ritardo sulle esigenze di legiferare e governare», chiarì il giornalista e politico del PSI Ugo Finetti).
Così proprio lui, il più grande fautore del cambiamento, rimase schiacciato dal tacito e convergente interesse alla staticità politica di concorrenti dotati di numeri più pesanti.
Terminata la fruttuosa esperienza di governo a guida socialista, i partiti storici del paese iniziarono un periodo di declino, accompagnato dall’emergere di nuovi fenomeni come quello della Lega Nord (da Craxi aspramente criticata quale movimento «qualunquista e razzista»).

Nel 1989 il crollo del Muro di Berlino e del sistema sovietico diede definitivamente ragione alle battaglie anticomuniste di Craxi, che sin dagli anni giovanili era stato accanto al mondo dei dissidenti di quei paesi. Le sue opere in questo senso furono innumerevoli: dalla candidatura al Parlamento Europeo dell’esule cecoslovacco Jiri Pelikan, alla promozione della «Biennale del dissenso» del ’77 (alla quale fu l’UNICO capo di partito italiano a partecipare), fino alla vicinanza culturale e finanziaria ai movimenti d’opposizione al sistema. Per capire la dimensione della sua opera, basti ricordare le parole di Lech Wałęsa (foto), leader di Solidarność: «Non saprei dire oggi come sarebbero andate le cose se non ci fossero stati leader della portata di Craxi».
È soprattutto per queste azioni che il PCI vide Craxi come fumo negli occhi, poiché il partito di Botteghe Oscure veniva da lui costantemente messo davanti alle proprie contraddizioni. Le legnate del leader socialista non risparmiarono nessuno: dal “padre nobile” Togliatti fino a Berlinguer, con cui si aprì uno scontro all’insegna della diversità politica, d’immagine e di carattere. Tanto austero il sardo quanto spregiudicato e giovanile il milanese, e basti qui citare il cosiddetto periodo della «Milano da bere».
E siamo arrivati ora a Tangentopoli. Craxi fu sicuramente uno dei maggiori responsabili dell’acuirsi della pratica tangentizia, anche per via della sua sfrenata ricerca di spazi politici (la stessa che lo portò a favorire smaccatamente l’imprenditore amico Silvio Berlusconi). Ma l’esito di quel periodo di inchieste non può che lasciare interdetti. Intere parti politiche furono praticamente risparmiate, ed il PCI, parimenti colpevole e per di più finanziato dall’URSS, ne uscì lindo e pulito.
Nel suo libro Il Caso C., Craxi denunciò tutte le anomalie ed abusi di stampa e magistratura (“contro” la quale aveva già promosso il refendum per la responsabilità civile dei giudici, che ebbe esito favorevole ma rimase lettera morta), che lo portarono a sospettare un «complotto» ai suoi danni. Ma l’atto più clamoroso del leader socialista fu sicuramente il discorso pronunciato alla Camera il 3 Luglio 1992, in cui accusò tutti i politici presenti di essere al corrente del finanziamento illegale ai partiti, sfidando chi dissentisse dalle sue parole ad alzarsi. NESSUNO lo fece. [guarda il video]

Nonostante questo Craxi passò come capro espiatorio, mentre altri esponenti della prima repubblica torneranno sulla scena di lì a poco.

Il fatto poi che il polverone si alzò dopo le elezioni del ’92, che, seppur in un clima di sfiducia popolare, avevano visto Craxi affermarsi come unico candidato possibile alla Presidenza del Consiglio, ha portato Finetti a sostenere che «il ritorno di Craxi a Palazzo Chigi è visto con avversione, si configura come la riaffermazione di una centralità del potere politico e di riflesso dello Stato. Alla sua pretesa di “dialettizzare” i vertici imprenditoriali sostenendo l’emergere di nuovi soggetti si aggiunge la riluttanza che sempre più manifesta alla cessione di porzioni strategiche che sono in mano pubblica. In un paese come l’Italia ogni smottamento è frutto di una pluralità di concause. Per i più – magistrati, uomini d’affari, operatori culturali – l’anticraxismo è stato molto semplicemente un’opportunità professionale. Nel rifiuto di assurde dietrologie non bisogna negare l’evidenza e cioè il fatto che Craxi è stato colpito per via extraparlamentare, da forze extraparlamentari e che all’epoca in Italia la più consistente opposizione a Craxi non era nel mondo politico, ma in quello economico-finanziario».

Una tesi che fa il paio con le ricostruzioni di Sergio Romano e Francesco Cossiga, che videro lo zampino della finanza inglese (nazione per di più da sempre ostile ad azioni indipendenti italiane sul Mediterraneo) nello scompaginamento del panoramana politico italiano, per poter approfittare della svendita del patrimonio pubblico. L’incontro del panfilo Britannia tra banchieri della City ed esponenti del mondo economico italiano è stato descritto in lungo e in largo, e la concezione di politique d’abord di Craxi era ciò che di più scomodo potesse esserci a questo disegno. Complottismo? Quello che è certo è che mai come nel periodo seguente a Tangentopoli si è assisto a privatizzazioni continue (proprietà del Ministero del Tesoro, come: Telecom, Seat, Ina, Imi, Eni, Enel, Mediocredito Centrale, Bnl; dell’Iri come Finmeccanica, Aeroporti di Roma, Cofiri, Autostrade, Comit, Credit, Ilva, Stet; dell’Eni: come Enichem, Saipem, Nuovo Pignone; dell’Efim e di altri enti a controllo pubblico, come: Istituto Bancario S. Paolo di Torino e Banca Monte dei Paschi di Siena; di enti pubblici locali, come Acea: Aem, Amga. Solo per dare l’idea...). Mentre la corruzione e l’incapacità della classe politica non sembrano minimamente estirpate. Anzi…
postato da: dallaltraparte alle ore 22:56 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf
giovedì, 03 dicembre 2009


"Il Fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: Non importa se il nostro programma concreto, non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro".

[Benito Mussolini in Diario della volontà]
postato da: dallaltraparte alle ore 13:37 | Permalink | commenti
categoria:immagini, kulturkampf
martedì, 01 dicembre 2009
postato da: dallaltraparte alle ore 14:32 | Permalink | commenti
categoria:eventi, kulturkampf, casapound palermo
lunedì, 30 novembre 2009

Il III incontro nazionale di Polaris, le sue tavole rotonde, i progetti in cantiere, i prossimi obiettivi

Dal 27 al 29 novembre si è tenuto sul litorale romano, a Lavinio, il III incontro nazionale del Centro Studi Polaris.
All'ordine del giorno lo stato di avanzamento lavori del Centro Studi e gli aggiornamenti sulla situazione internazionale e nazionale.
Una tavola rotonda, “Crisi di panico”, ha messo in luce le evoluzioni in atto sullo scenario internazionale e ha fornito il quadro delle crisi e delle trasformazioni sul piano finanziario, su quello degli investimenti esteri, su quello geopolitico e su quello sociologico.
In particolare si è messo l'accento sul male principale che attanaglia l'Europa: ovvero l'assenza di vitalismo, di entusiasmo, di volontà.
Alcune ricette meccaniche e dinamiche sono state comunque delineate  sul piano della politica estera,  di quella energetica e di quella economica. Ivi comprese le possibilità d'intervento da parte di minoranze organizzate e qualificate.
Una  seconda tavola rotonda, “A colpi di Stato”, ha affrontato le patologie esistenziali e psicologiche che, sulla falsariga delle pandemie e delle fobie, forniscono alle oligarchie il supporto per mantenere in questo stato e per meglio gestire una stabilità collettiva inerte, una vera e propria stanzialità di massa.
Le testimonianze dirette e lette in parallelo del come sono vissute le atmosfere di terrore e di precarietà in Abruzzo e in Palestina hanno offerto lo spaccato di quali siano i mali da noi in Europa, dove l'idea di comunità di destino è stata soppiantata da quella del contratto sociale, con tutte le catastrofiche conseguenze del caso.
Dal punto di vista economico, psichiatrico, socioculturale e politico si è analizzato il livello
di epidemia di quell'aids ideologico e culturale che ha accompagnato i nostri popoli nel declino biologico e demografico e che li sta letteralmente disintegrando.
Si è messo poi l'accento sulle novità più interessanti e significative in controcorrente che vanno dall'interventismo sociale e politico, alla crescita di ruolo del fenomeno centro studi, fino al grado di vitalità assunto da varie espressioni artistiche e sociali non-conformi. Quelle, per intendersi, che hanno saputo interpretare una cultura del margine, viva, innovativa “dal” margine, da cui fanno irruzione anche con proposte di legge e con modelli aggregativi, e che socioculturalmente si distinguono sempre più dai fenomeni terminali delle tribu urbane che invece esaltano la cultura, del tutto diversa, sia politicamente che psicologicamente, dell'emarginazione.
La dinamica creativa e affermativa che si sta registrando, e cui si sono riconosciute ampie possibilità di crescita, è stata letta nel contesto delle trasformazioni sistemiche statali. L'interventismo infatti acquisisce sempre maggior efficacia e potenzialità specie dove lo Stato e i suoi filtri regolatori abdicano ricordandoci che, in fondo, lo Stato siamo noi.
Nel concerto tra autonomia, sinergia, interventismo, autorità e comunità di destino si è intravista la via per l'acquisizione d'indipendenza e di potenza. D'altronde è l'insieme di quei concetti che sta permettendo alle potenze emergenti o reattive, come la Cina e la Russia, di crescere mentre le potenze classiche, e in particolar modo l'Inghilterra, stanno declinando.
Ribadita la vocazione del Centro Studi, che è quella di suscitare questo concerto e di parteciparvi attivamente, si è confermato il ruolo che Polaris intende andare ad assumere: a cerniera tra il lobbismo e la qualifica delle élites.
A questo punto si è  descritto come intende esprimersi e funzionare la rivista del Centro Studi, il cui varo è previsto nella prossima primavera.
A questo scopo si è avuta una  messa a punto sulla comunicazione, seguita da una riunione redazionale.
Infine si è tenuto un gruppo di lavoro tra i gestori del futuro club di noreporter destinato, tra l'altro, a favorire sinergie lavorative e professionali, oltre che geografiche, tra i lettori del quotidiano web.
Su ambo le novità concrete – rivista e club noreporter – vi aggiorneremo.


Riassunto tecnico
A “Crisi di panico” hanno partecipato: un professore universitario di  economia e finanza, due operatori finanziari internazionali, un esperto di investimenti esteri e un laureato in  lingue esperto di geopolitica.
“A colpi di Stato” ha riunito: un giornalista economista, uno psichiatra, un professionista nella comunicazione e un imprenditore artistico, oltre ai testimoni dei citati casi palestinese ed abruzzese.
La messa a punto sulla comunicazione è stata effettuata da un docente universitario.

www.noreporter.org - www.centrostudipolaris.org

postato da: BascoNero89 alle ore 19:36 | Permalink | commenti
categoria:politica, kulturkampf, geopolitica, militanza
martedì, 24 novembre 2009

Novembre 2009
di Graziella Giangiulio

C'è sempre qualcuno che punta il dito: “in Italia a occuparsi di cultura-politica sono sempre i soliti”: Ed invece non è vero, basta cercare; tra le iniziative annoveriamo quella di Polaris.
Al suo fondatore Gabriele Adinolfi abbiamo chiesto chiarimenti


Che cos'è Polaris? (Breve storia)

Polaris è un centro studi nato qualche anno fa, su mia iniziativa, al fine di produrre una mutazione dei metodi d'intervento politico, nel segno di una vera e propria rivoluzione culturale.
Controcorrente rispetto all'abitudinario esibizionismo, abbiamo preferito privilegiare il sostanziale alla vetrina.
Non abbiamo fatto annunnci trionafli ma abbiamo proceduto all'acquisizione graduale di risorse umane e intellettuali. Al momento è difficile definire il numero preciso di coloro che collaborano al centro studi, non essendovi un tesseramento né pretese di esclusiva, a occhio e croce il numero si colloca a cavallo tra le due e le trecento unità, ma poi bisogna aggiungere  gli utenti effettivi dei nostri prodotti e la stima diventa davvero ardua.
Abbiamo edito diversi dvd, quasi tutti oramai esauriti. “Comunicazione”, “Storia dei poteri forti dopo Jalta”, “Capitalismo e Multinazionali”, “Droga e Petrolio”.
Tre quaderni, frutto di studi approfonditi. “Geopolitica di droga e petrolio”, “L'immigrazione”, che è un prodotto di 148 pagine in cui si analizzano cause ed effetti del fenomeno suggerendo soluzioni contro corrente che hanno consenso bipartisan, “Terremoti”, ovvero l'analisi delle crisi mondiali in atto dal 2008.
Ogni stagione dell'anno mandiamo online la rivista “Orientamenti & Ricerca”.
Dal 2010 passeremo ad un trimestrale in formato cartaceo.


Dal 27 al 29 novembre a Lavinio, sul litorale romano, c'è un incontro nazionale dal titolo
“Capitani coraggiosi”: di che si tratta?

E' il nostro terzo incontro nazionale al quale da varie regioni d'Italia affluisce  una parte dei nostri collaboratori. Soprattutto esperti in comunicazione, finanza, economia, geopolitica.
Quest'anno lo scopo che ci siamo prefissi è di salire di un gradino nella scala della nostra crescita.
Il che significa due cose: dare una veste inconfondibile al centro studi e organizzare la redazione e la diffusione della rivista.

Che s'intende per veste inconfondibile da dare al Centro Studi?

E' mia convinzione da  anni che nella società post-partitica il ruolo dell'intellighenzia diviene prioritario. In Usa i principali elementi (meta)politici li chiamano Think Tank, in Germania hanno addirittura avuto la forza di supplire alle mancanze dello Stato. Da noi sono giunti da poco, ovviamente in ritardo, e si tratta perlopiù di vetrine personalistiche dietro le quali i diversi leaders politici cercano di coprire il vuoto lasciato dalla scomparsa di correnti e partiti, al fine di mostrare comunque una  visibilità. Se invece un centro studi lo s'intende come qualcosa che, diversamente, si ponga come un vero e proprio sistema operativo, si può accedere al ruolo di avanguardia al contempo irradiante e interventista, in quanto si offrono soluzioni a chi non ha la fantasia né il tempo di cercarle.

Quindi un centro studi organico a partiti di governo/opposizione?

Non necessariamente; un sistema operativo funziona appunto creando sistemi, chi ne sia l'utente momentaneo conta fino ad un certo punto,  importa quale soluzione e quale idea del mondo si vanno a imporre nella scia delle soluzioni suggerite, ma anche in quella dell'analisi che non è mai estranea alle premesse da cui parte, e quindi alla sua vera matrice. L'albero è nel germoglio!
A noi non interessano gli orticelli e neppure i poderi della politica ma l'azione organica per cambiare le cose nella polis.
Riuscire a modificarle in modo che ci aggrada è positivo, galleggiare con qualche banderuola in uno stagno insalubre è negativo. Come ho premesso non c'interessa l'esibizionismo che purtroppo è un vizio diffuso nelle sacche che si definiscono pomposamente antagoniste.

Il centro studi non è quindi neutro?

Nulla è neutro. Un centro studi secondo il mio intendimento deve avere un ruolo strategico.
Sono anni che vado ripetendo che, ad eccezione delle cerchie dominanti,  il modo di porsi e di proporsi in politica è sfasato. Ci si continua a mettere in scena con l'immaginario degli anni Sessanta e Settanta che già allora era anacronistco in quanto copiava malamente schemi buoni per la società e il potere di quarant'anni prima. Oggi  coloro che non sono parte integrante delle oligarchie sono definitivamente spiazzati nel tempo, nello spazio, nelle forme e nelle prospettive.
Chi, come me, ha una spiccata sensibilità fascista, quindi interventista, inclusiva, mobilizzatrice, deve approntare una strategia avanguardistica.

Che consiste?

Nella creazione continua e capillare di un insieme a rete che operi su tre livelli:
intervento sociale diretto, formazione di lobby di popolo, anche in senso professionale ed economico, e investimento delle élites.
Ne parlo abbondantemente in uno dei miei libri “Nuovo Ordine Mondiale tra imperialismo e Impero” edito nel 2002 per Barbarossa e anche nel mio più recente documento politico “Sorpasso Neuronico” scaricabile in formato pdf dal sito
www.noreporter.org, terza icona nella colonna di sinistra.
Ovviamente il centro studi per sua natura prova a porsi a cerniera tra il secondo e il terzo livello (formazione di lobby e investimento di élites).
 
L’Italia oggi vive in balia della globalizazzione, dall’acqua privata alla finanza creativa
Ma abbiamo veramente bisogno di questo?

No, ma contano solo i gruppi di potere: questo è il senso ultimo della democrazia che da sempre è smobilitazione del popolo, consegnato inerte e disarmato nelle mani dei potenti.
La democrazia è una forma elegante e sosfisticata di oligarchia e di crimine organizzato.
Oggi che abbiamo varato la videocrazia, la politica pura è meno sofisiticata nella cura delle forme e così si nota di più che decidono tutto gli Al Capone.

L’Islam è nemico o amico?

In assoluto non può essere un nemico; fermo restando che ha le pretese intolleranti proprie a tutte le religioni monoteiste del Libro, un credo volto al metafisico non può comunque essere considerato nemico da nessuno.
Le stesse riletture storiche di scontro secolare e irriducibile tra Islam e Cristianesimo sono parziali e forzate. Tolleranza e intolleranza si sono alternate ancor più nel mondo musulmano che in quello cattolico, per non parlare poi del protestante.
Altra cosa sono le letture politiche, talune autentiche talaltre artificiali, legate al cosiddetto integralismo islamico, ma bisogna distinguere con attenzione perché sono ambigue e pilotate.

Come le distinguiamo?

In primis tenendo conto dell'utilizzo mirato, e distorto, da parte della Casa Bianca delle teorie di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà. Nel faticoso tentativo di applicare la dottrina Brzezinski per cercare di dominare un mondo non più bipolare, gli Usa hanno favorito, foraggiato e armato diversi fondamentalismi al triplice scopo di: rompere le relazioni politico-economiche tra le due sponde del Mediterraneo; destabilizzare i governi arabi a tinta socialnazionale; instaurare una psicosi collettiva che facilitasse il controllo degli individui atomizzati.
La cooperazione tra Casa Bianca e integralismi islamici è palese, soprattutto in Bosnia e Kosovo. Se ne deduce che l'integralismo islamico è funzionale al dominio americano e lo si nota particolarmente nella dorsale balcanica ove viene utilizzato anche e soprattutto per impedire il nostro avvicinamento alla Russia.

L'Islam è quindi un focolaio di conflitti?

I cosiddetti fondamentalisti islamici sono un supporto di Wall Street, così come fu il caso delle bande partigiane. Questo genere di guerriglieri finiscono immancabilmente con l'essere gli ascari di quello che definiscono il “Grande Satana”.
I fondamentalisti non sono  così rappresentativi dell'Islam come lo si pretenderebbe sui media occidentali e soprattutto fanno, quando la fanno, una guerra all'Europa per conto terzi.
Non è corretto pertanto parlare di minaccia islamica, vieppiù se lo si fa quando in Afghanistan e in Iraq ci siamo noi, per cause non proprio gloriose e con risultati davvero imbarazzanti. L'Iraq al tempo di Saddam era florido e solido, le chiese e le sinagoghe erano aperte e frequentate liberamente. Oggi l'abbiamo sprofondato in ogni genere di guerre di religione, in particolare tra sunniti e sciiti, e di odi tribali, bella prova! E parliamo di “invasione musulmana”?


E l'immigrazione?

L'immigrazione islamica non è preponderante, in Italia rappresenta sì e no il 12% dei flussi. Né si può sostenere che sia l'Islam che spinge ad emigrare; non fu il Cattolicesimo che indusse gli italiani e gli irlandesi a migrare nel passato, fu la povertà.
Tra gli immigrati nelle grandi metropoli, specie a Londra e Parigi, gli integralisti che tanto ci spaventano sono minoritari e quasi tutti di seconda generazione, cioè privi d'identità; le comunità islamiche invece sono molto moderate.
L'immigrazione è un problema fondamentale ma non è un fatto religioso, quelle atea, buddista , cristiana sono drammatiche comunque, talvolta anche di più.
Il processo s'inverte nella cooperazione e, quindi, come condicio sine qua non, nell'acquisizione di potenza da parte nostra, che paghiamo ancora gli effetti dell'ultima guerra.
Il vero problema risiede nel fatto che noi europei non siamo potenti e, per giunta, siamo attanagliati da pensieri e ideologie proprie alla decadenza che hanno la funzione dell'AIDS: creano immunodeficienza e quindi uccidono, dall'interno.
Come  i tumori o le polmoniti sono conseguenze solo terminalmente letali dell'AIDS che di fatto uccide gli organismi, la maggior parte dei problemi che ci assillano dipendono dalla nostra disintegrazione intima e non sono risolvibili se non si parte dalla radice.

Parlerete di questo dal 27 al 29 novembre?

Anche; soprattutto della potenza e dell'immunodeficienza ed andremo a fare degli aggiornamenti sulla situazione nazionale e internazionale, oltre ovviamente a fare il nostro lavoro.

E' ancora possibile per chi lo si volesse iscriversi per partecipare?

Resta, al momento, qualche disponibilità ma sono  poche. In  ogni caso ci siamo attrezzati per accogliere nella giornata-clou, cioè sabato 28 novembre, con pranzo incluso ma senza pernottamento, alla quota di 30 euro a persona. Per iscriversi è però necessario prenotarsi o scrivendo a
ga@gabrieleadinolfi.it o telefonando al 339 1262293.

I vostri riferimenti?


Il sito www.centrostudipolaris.org e soprattutto quello del nostro quotidiano online www.noreporter.org  oltre, ovviamente alla mia mail.

postato da: dallaltraparte alle ore 12:49 | Permalink | commenti
categoria:politica, kulturkampf
lunedì, 16 novembre 2009

Dunque. Cominciamo col dire che negli ultimi tempi CasaPound ha attirato molto pubblico, e molti mass media, con le sue serate di incontri, letterari e culturali in genere. Vogliamo ricordare la serata con l'ex brigatista Morucci a parlare di carceri, con Nicolai Lilin a parlare del suo romanzo 'Educazione Siberiana', con Marcello Baraghini, editore di Stampa Alternativa, la cui presenza è saltata per le minacce ricevute dai soliti agitatori della filosofia “anti”. Poi la serata per rileggere il Che, Kerouac... avete intenzioni serie?

Purtroppo lo stato della cultura in Italia è talmente desolante che quando qualcuno dimostra un minimo di vitalità ci si chiede: ma dove vuole arrivare? Ma come si permette? L'idea di instaurare un dibattito realmente libero, di fregarsene delle etichette, di parlare con chi vuoi di ciò che vuoi, senza chiedere il permesso, suona quasi blasfema. Rispetto ai santoni e ai saltimbanchi dell'industria culturale italiota noi ci “prendiamo gioco”. L'espressione, riflettici un attimo, ha una duplice lettura: significa deridere i questurini del pensiero ma anche, letteralmente, “impadronirsi” (con la sola forza delle idee) del gioco, mirare ad un'egemonia altra e alta rispetto a quella di chi fino ad ora ha dettato legge. Come vedi siamo serissimi. Ma sempre con il sorriso. Ricordi Lorenz? Etologicamente il sorriso è il mostrare i denti prima dell'attacco....

E se qualcuno decidesse di rileggere un autore considerato di destra in chiave 'sinistra' e scoprisse elementi dell'opera che vanno in direzione opposta a quella fin lì accettata, lo invitereste ugualmente a parlare?

Non si può essere liberi e non conformi a senso unico, quindi ti dico che le porte di CasaPound sono aperte per chiunque abbia qualcosa da dire e voglia dirla con onestà ed educazione. Recentemente, ad esempio, un gruppuscolo di estrema sinistra ha organizzato a Roma una conferenza su Mario Carli e l'arditismo fiumano “vu de gauche”. Ottimo. Significa che l'esempio di CasaPound è “liberante”, aiuta tutti – avversari compresi – a liberarsi dei fardelli mentali. Lo psicodramma che ne è seguito fra i “compagni” mi fa comunque pensare che da quelle parti abbiano ancora molta strada da fare prima di poter superare la loro atavica maleducazione spirituale.

Libri. Che strani oggetti. Ce ne dici cinque che, mettiamo la Terra sia destinata ad essere ingoiata da un buco nero, vorresti fossero lanciati nello spazio per far raggiungere loro un pianeta sicuro e preservare la memoria umana (indifferente: saggistica, narrativa, favole e quant'altro)?

L'Iliade, canto aurorale della civiltà europea; i Cantos di Pound, la “buona pietra” su cui costruire civiltà nuova; il Così parlò Zarathustra di Nietzsche, grammatica fondamentale della lingua dell'avvenire; Essere e tempo di Heidegger, un tesoro filosofico ancora da scoprire; un'antologia di articoli di Berto Ricci (ad esempio La rivoluzione fascista, Seb) per illustrare che il fuoco interiore, il talento, la libertà di spirito, la coerenza e la disciplina militante possono coesistere.

Panorama letterario italiano contemporaneo. Dolenti note, nulla assoluto o non riusciamo a vedere che capolavori incompresi escono di continuo?


Esiste un problema a monte e uno a valle. Da una parte esiste una mafia editoriale che fa da filtro ad ogni voce dissonante. Dall'altra c'è un fastidioso ripiego (constatabile anche nel nostro cinema) degli autori stessi verso il banale, l'intimistico, il personale, il quotidiano. Ed ecco che anche Fabio Volo può passare per uno scrittore...

Tre cose che faresti, se avessi potere decisionale a livello istituzionale, per (ri)accendere (o mantenere inalterata chissà) la voglia di lettura del pubblico, soprattutto ragazzi e ragazze.

Non credo, francamente, che la cultura passi per imposizioni dall'alto o consigli paternalistici. E' questione di Zeitgeist. Esistono epoche di fuoco, in cui D'Annunzio è in cima alle classifiche di vendita, il massimo agitatore culturale è Marinetti e si va in trincea con in tasca Stefan George. Esistono invece periodi tiepidi in cui “cultura” è un gioco di società amministrato dagli Eugenio Scalfari e dagli Ascanio Celestini. E allora se i giovani vanno a cercare la vita altrove non facciamogliene una colpa. “Leggete libri di ferro”, diceva Majakovsky. Diamo a questa gioventù dei libri di ferro e vedrete che tornerà a divorare volumi...

Ezra Pound. Su internet gira un filmato di Pasolini che intervista il poeta, vecchio e stanco, e legge il suo testamento spirituale. Una scena di una poesia monumentale. Come lo spiegheresti, Pound, a un giovane studente del liceo?

Gli metterei in mano l'Ulisse di Joyce e la Terra desolata di Eliot e gli direi: “Li vedi? Senza Pound non esisterebbero o sarebbero molto diversi da come sono”. Gli parlerei dei Cantos, la Divina Commedia del '900. Gli racconterei del più grande poeta del mondo che, sessantenne, viene rinchiuso per tre settimane in una gabbia da zoo a cielo aperto, fino ad avere un collasso. Lo porterei a Piazza Affari e farei decantare in lui il disgusto, spiegandogli che tutto ciò ha un nome, Usura, e un accusatore, Ezra Pound.

Mi hai detto che hai una formazione filosofica. Tre filosofi da leggere assolutamente senza addormentarsi né cadere in preda a convulsioni esistenziali. E perché.

Eraclito, il custode del fuoco eterno. Perché polemos è ancora il padre di tutte le cose. Nietzsche, l'urlatore del grande sì alla vita. Perché bisogna avere il coraggio di pensare “al di là del bene e del male”. Gilles Deleuze, il coltivatore di rizomi. Perché sublimò l'epoca dell'uguale insegnando la differenza (e infatti ci fu chi lo prese per fascista).

Non ero ancora nato ma ho visto che una volta (anni' 60 del secolo corso) in Rai c'era Ungaretti che leggeva, oggi abbiamo Fabio Fazio e Augias (l'unica cosa che ci consola è che nemmeno loro vinceranno mai il Nobel). Ti danno un palinsesto di una rete televisiva nazionale e ti dicono che puoi metter su un bel programma culturale da mandare in prima serata (mai disperare, magari succede davvero). A chi lo affidi? Libri, cinema, musica, danza, pittura... di che si parla?

A Pietrangelo Buttafuoco. Cultura, ironia, carisma. Una mosca bianca nel panorama culturale italiano, l'unico che saprebbe fare cultura senza annoiare. Quanto agli argomenti, darei carta bianca a Pietrangelo, consigliandogli però amichevolmente di non essere troppo indulgente con monoteismi vari, unica cosa che bonariamente rimprovero al suo genio.

Sabato sera. Piove, sei solo, single, un po' triste, tutti escono in coppia, il tuo pub preferito è chiuso. Playstation, anticipo di serie A o libro (o altro)?


Per prima cosa rifletterei sulla tristezza della mia vita. La cultura deve impreziosire la vita, non sostituirla. Detto questo, nell'ipotesi da te prospettata credo che mi regolerei così: anticipo di serie A e doppio malto gelata. Al termine, qualcosa di Heidegger e cognac spagnolo.

E se lo stesso scenario si ripete domenica pomeriggio?

Lo stesso, ma con meno cognac.

L'Italia è un Paese candidamente esterofilo pure in letteratura (non si muove foglia che non si traduca anche l'ultimo sfigato scrittore, meglio se ebreo, trendy e newyorkese, e te lo dice uno che adora la letteratura amerikana col k). Le librerie sono invase da quelli considerati 'capolavori' gialli, thriller 'mozzafiato', 'intense' storie d'amore d'ogni genere e da ogni latitudine (meglio se di donne islamiche castigate dai feroci saladini contemporanei). Sano ritorno all'autarchia letteraria o lasciamo fare al mercato che ne sa sempre una più di tutti noi?

In libreria, come al cinema, scontiamo ovviamente il fatto di essere una provincia dell'impero. Provincia nell'anima, prima che nello stato di cose politico. Detto questo, guai agli alibi: se esistesse un nuovo Céline italiano lo sapremmo. La verità è che la cultura italiana ed europea è, semplicemente, decadente. Che decada, allora...

Grazie, buon lavoro. Vuoi aggiungere qualcosa che non ti ho chiesto?

Ricambio il ringraziamento e vi invito alla prossima conferenza a CasaPound. Per il resto no, non aggiungo altro. Chi parla troppo ha sempre torto

http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=intervista&Chiave=115

postato da: BascoNero89 alle ore 10:57 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf, casapound palermo
domenica, 15 novembre 2009
aquila1nq9.jpg

La strada terminava di fronte a lui. Uno steccato rinforzato impediva di proseguire, ma ai lati dell’ostacolo partivano due strade divergenti. Per continuare il cammino doveva solo scegliere: destra o sinistra?

Scelse la “dritta via”, percorrendo per chilometri e chilometri la strada di destra, fino ad arrivare ad una torre altissima, priva di aperture se non per la piccola porta che si apriva sotto l’insegna “il nido d’avorio”. Guardò dubbioso la torre: forse una volta era stata d’avorio, ma ora lo strato eburneo era sommerso da una coltre di polvere e sporcizia che faceva apparire l’edificio vecchio e cadente.

“Benvenuto forestiero, qui potrai proteggerti dal marciume che ci assale in questi tempi”. A parlargli era stato un vecchio cameriere cadente, con una divisa impolverata e uno spesso paio di occhiali che gli rimpiccioliva innaturalmente gli occhi. Ringraziò. Effettivamente, era proprio da quel marciume senza nome che ammalava e uccideva la Terra che cercava di fuggire. Nessuno sapeva da dove venisse né quale fosse la sua causa. C’era e basta e tutti cercavano di sfuggirgli per non venirne travolti e infettati. Il vecchio maggiordomo lo accompagnò lungo l’interminabile scala a chiocciola che saliva per tutta l’altezza della torre. Lungo le pareti il forestiero osservò inorridito gli uomini immobili imprigionati sotto strati antichissimi di polvere ragnatele, esseri resi vecchi dal loro stato che scrutavano pesantissimi libri e il cui unico segno di vita era il muoversi occasionale delle pupille. Le scale terminavano con un pesantissimo cancello. Il cameriere lo aprì inondando il corridoio di una luce fortissima, in contrasto con la pesante oscurità che avvolgeva l’interno della torre. Erano all’esterno, sulla sommità dell’edificio. Da lì il forestiero poteva vedere tutta la radura circostante il cui marciume si estendeva a vista d’occhio cercando di raggiungere la torre senza tuttavia arrivarvi. Vide alle sue spalle la strada che aveva percorso ma la sua attenzione fu attirata alla sua sinistra da una luce fortissima che ardeva all’orizzonte. Doveva essere su per giù sull’altra strada del bivio, quella che aveva rifiutato.

“Benvenuto” disse una voce morente e agghiacciante alle sue spalle. Il forestiero si girò e subito si sentì come trafitto da una lancia di ghiaccio. Al centro della terrazza c’erano una dozzina di vecchi imbozzolati in enormi ragnatele che li rendevano un corpo unico con il tavolo attorno a cui erano disposti. “Sei venuto ad unirti a noi, che fuggiamo dal Marciume Innominabile: qui non ci può attaccare, rimane sempre al di fuori” disse il vecchio a capotavola con la sua terribile voce atona e immobile come il suo corpo. “Noi riviviamo i Fasti Antichi, riscopriamo i Valori Eterni attraverso libri che sono custoditi nella nostra dimora eburnea. Rifacciamo vivere il passato glorioso mentre il mondo esterno, cadente e assassino, rimane estraneo. Unisciti a noi, straniero”.

Il forestiero rabbrividì d’orrore. “Ma come fate a vivere così?”

“Viviamo grazie a Loro. Loro ci conservano, dandoci tutto ciò di cui abbiamo bisogno”. Fu allora che il forestiero vide Loro: esseri grigi, vestiti come uomini d’affari con tanto di valigetta e bombetta, ombre dal colore cinereo e dalle fattezze umane tranne che gli occhi alieni. Stavano aggrappate alle spalle dei vecchi come avvoltoi e li nutrivano tramite siringhe e cannucce; ogni volta che qualcuno degli uomini veniva nutrito, sembrava che altre ragnatele si aggiungessero a quelle che già lo ricoprivano, mentre una luce demoniaca sembrava accendersi negli occhi degli esseri grigi. Il forestiero fuggì inorridito e spaventato. Il Marciume Innominabile che per qualche ragione non poteva attaccare la Torre, era invece riuscito a entrare, perché quegli uomini che cercavano di sfuggirlo lo portavano in realtà dentro di loro.

Ripercorse tutta la strada fino a tornare al bivio. Questa volta scelse la strada sinistra.

Dopo qualche chilometro vide che la strada terminava in una serie di profonde buche piene di fango.

“Benvenuto straniero. Unisciti a noi nella nostra lotta contro il Marciume Innominabile”. La voce proveniva da quello che forse una volta era stato un ragazzo, a giudicare dagli occhi vispi e pieni di vita, ma che ora era ridotto a una semi-belva ricoperta di fango, dalla barba e dai capelli talmente sporchi e ispidi da farlo sembrare un cavernicolo. Era armato di un piccolo lanciafiamme con il quale bruciava tutto ciò che gli stava intorno. “Vieni anche tu, noi distruggiamo tutto ciò che è marcio. Noi distruggiamo. Noi distruggiamo.” E come in un satanico coro, altri cavernicoli uscirono dalle buche cantilenando “noi distruggiamo” dando fuoco a tutto, non a ciò che era già stato contaminato ma viceversa a tutto ciò che ancora cercava di resistere alla Malattia, rendendo così inutile ogni sua difesa. “Ma perché fate tutto questo, non vedete che state uccidendo tutto?”.

“Noi non facciamo come coloro che sono vecchi dentro. Noi non fuggiamo, noi vogliamo combattere. E l’unico modo per combattere, è distruggere” e la cantilena continuava terribile. Il forestiero cercò di avvicinarsi ai cavernicoli, quando si accorse che dentro le buche c’erano gli stessi esseri grigi della Torre, ancora più sorridenti, i cui occhi infernali mandavano lampi ogni volta che un lanciafiamme uccideva qualche forma di vita. Anche qui il Marciume Innominabile aveva trovato le sue pedine, ancora più pericolose di quelle della Torre.

Il forestiero si accasciò esasperato. Non sapeva più cosa fare. All’improvviso la sua attenzione fu attirata alla sua destra: una luce ardeva in lontananza, la stessa che aveva visto dalla Torre. E capì.

Corse via lungo la strada che aveva percorso. Tornò al bivio. Ma questa volta non prese nessuna delle due strade. Si avventò invece contro lo steccato mandandolo in pezzi e lo superò. Non c’era nessuna strada dietro di esso, ma il forestiero non se ne curava. La sua strada era la sua volontà. Corse per chilometri e chilometri finché non arrivò in uno spiazzo. A destra in lontananza poteva vedere la Torre. A sinistra intravedeva la fila di buche nel fango. Al centro dello spiazzo un grande fuoco ardeva imponente, tenendo lontano la Malattia Senza Nome che affliggeva la terra. Ai piedi del fuoco, un enorme volatile dall’aspetto regale fissava direttamente le fiamme. Il volatile si girò verso il forestiero che si avvicinava, guardandolo con occhi che riflettevano una saggezza di un’età senza tempo. “Chi sei?” chiese il forestiero.

La risposta riecheggiò direttamente nella sua testa: “Io non sono l’ala destra, io non sono l’ala sinistra: io sono l’Aquila”. E il forestiero capì: si avvicinò alle fiamme e vi entrò. E il Fuoco fu dentro di lui. A quel punto accadde ciò che non poteva essere previsto. La Torre cominciò a risplendere, dissolvendo la polvere che la ricopriva. Al suo interno gli uomini si liberarono delle ragnatele e i libri che leggevano smisero di essere pesanti mattoni ma divennero parte della loro essenza. La vita tornò a scorrere in loro e con essa la consapevolezza che la Malattia non poteva più nuocere. E uscirono tutti in marcia verso il Fuoco.

Le buche di fango si trasformarono all’improvviso in enormi trincee. I cavernicoli tornarono ad essere i giovani liberi e ribelli che erano stati un tempo, l’odio cieco e la rabbia che trasparivano dagli occhi si trasformarono ben presto in ardore e coraggio. Abbandonarono i lanciafiamme per cambiarli con baionette. E andarono anch’essi in marcia verso il Fuoco. Da una parte e dall’altra gli esseri grigi, passando dalla preoccupazione al terrore, cercavano di trattenere quelli che una volta erano i loro schiavi, ma ben presto rinunciarono e cominciarono a scappare. Lungo la marcia, il Marciume regrediva e la Terra ricominciava a vivere e fiorire. E quando da una parte e dall’altra la marcia raggiunse il Fuoco, gli esseri grigi cominciarono a dissolversi, tornando ad essere il fumo che componeva la loro essenza.

Per Loro era la fine. Per gli Uomini era solo l’inizio.

http://www.ideodromocasapound.org/index.php?option=com_content&view=article&id=195:io-sono-laquila&catid=52:pendieri-di-casapound

postato da: BascoNero89 alle ore 14:47 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf, militanza, luci allorizzonte
giovedì, 12 novembre 2009

Un discorso sull'islamofobia

islamprayerra5.jpg

L' 11 novembre a Parigi sono intervenuto nell'incontro internazionale organizzato dalla rivista Synthèse Nationale, dall'insieme dei piccoli partiti francesi, con ospiti da Portogallo, Spagna, Italia (io) e Germania.
Dalla Germania il partito anti-moschee e dalla Catalogna quello anti-Islam.
La tiritera era la solita. Il mio intervento è andato controcorrente.
In sintesi ho detto:

"L'immigrazione non è prodotta dall'Islam e non è neppure maggioritariamente islamica. L'immigazione è voluta, in alto, da Usa e partito atlantico in chiave anti-europea e, in basso, dall'associazionismo clerico-marxista. Ed è risolvibile solo con la cooperazione euro-araba meglio se con ambienti a logica Baat. In ogni caso che sia la cooperazione la strada efficace lo attestano le scelte governative con la Libia e i risultati che iniziano a produrre.

L'integralismo islamico è utile a Usa e Israele per la fandonia dello scontro di civiltà ma non è da confondersi con la religione islamica. Quattro anni fa (11 novembre) moriva qui un grande uomo che fu musulmano, Arafat. Musulmano era uno dei più grandi rivoluzionari del dopoguerra, Nasser.
Saddam, uomo da cui tutti abbiamo da imparare, è morto da grande con il Corano in mano. Mi rifiuto di considerare la religione islamica in sé come un nemico. Né capisco perché ve la prendiate tanto con le Moschee e non battiate ciglio con le Sinagoghe.

Non è che vi state facendo manipolare ancora una volta dagli americani? Cosa fate e dite per l'Europa?
Quando ero giovanissimo la gioventù del Msi, non ancora inquinata dai monarchici, aveva uno slogan in tre parole: Fascismo, Europa, Rivoluzione.
Ora che corrisponde ad una realtà possibile perché abbandonarlo alla ricerca di scenari impossibili, perdenti e dettati dal nemico?
Ribadisco: Fascismo, Europa, Rivoluzione!"

Immaginavo di scatenare reazioni furiose ma pochi sono stati i mugugni e, soprattutto, mi hanno dato ragione gli oratori, in particolare quelli che si battono in chiave anti-islamica a Colonia e Barcellona.
Dal che deduco che la battaglia culturale, psicologica e politica per riscattare un mondo dai condizionamenti che gli hanno imposto i suoi dirigenti incapaci, agenti inconsapevoli, spesso e consapevoli, talvolta, degli americani, non è perduta.

Gabriele Adinolfi

postato da: BascoNero89 alle ore 18:06 | Permalink | commenti
categoria:politica, kulturkampf, notizie dallestero
martedì, 10 novembre 2009

Roma, 10 nov. - (Adnkronos) - Un Mussolini (quasi) inedito, autore di un romanzo storico d'appendice. Torna in libreria dopo decenni di assenza il 'feuilleton' ''L'amante del cardinale. Claudia Particella'' che l'allora giornalista Benito Mussolini scrisse all'eta di 27 anni. Riproposto solo un paio di volte nel corso del Novecento, in edizioni pressoche' introvabili, ora la Salerno editrice presenta ''L'amante del cardinale'' (pagine 216, euro 13) in una veste curata dal professor Paolo Orvieto, ordinario di storia della letteratura italiana all'Universita' di Firenze e noto specialista del Rinascimento.

Il romanzo d'appendice del futuro dittatore fascista fu pubblicato a puntate sul giornale socialista ''Il Popolo'' nel 1910. Il libro racconta la scandalosa vicenda del travolgente rapporto amoroso tra il principe-vescovo Emanuele Madruzzo e Claudia Particella. La storia della devastante passione del cardinale per la femme fatale dagli ''occhi che sapevano la malia delle velenose passioni'' e' realmente accaduta a Trento nel XVII secolo e ben documentata. Mussolini, gia' arrestato per aver offeso alcuni esponenti del clero e autore di incandescenti articoli (che firmava col nome di ''Vero Eretico'') contro la Chiesa romana, non ripropone pero' nel 'feuilleton' quel feroce e fanatico anticlericalismo e se la prende con il malcostume e la corruzione delle alte gerarchie ecclesiastiche.

Il romanzo, osserva il curatore Paolo Orvieto, non lascia trasparire soltanto le idee politiche e anticlericali del Mussolini di allora (socialista rivoluzionario e ''catastrofico'', come si autodefiniva), nonche' le sue idee sulla femmina - corrotta e corruttrice, capricciosa e incontrastata vincitrice sul maschio -, ma colpisce perche' svela un Mussolini poco noto: autore affascinante, per certi versi, ambiguo, che proietta sui suoi personaggi le proprie pulsioni eversive, le idiosincrasie e le frustrazioni sessuali. Uno scrittore, aggiunge Orvieto, ''tutt'altro che sprovveduto, che cita con disinvoltura Dante e Virgilio, san Francesco e le Sacre Scritture, Machiavelli e Cervantes''.

postato da: dallaltraparte alle ore 14:07 | Permalink | commenti
categoria:libri, kulturkampf
lunedì, 09 novembre 2009

di Adriano Scianca     

http://ideodromocasapound.org/index.php?option=com_content&view=article&id=194:ma-il-muro-e-cosa-loro&catid=38:storia

Antifaschistischer Schutzwall. Muro di protezione antifascista. Così, nell’agosto del 1961, i burocrati stalinisti della DDR chiamavano la barriera di filo spinato – ben presto sostituita da fortificazioni in cemento armato – destinata a separare la Berlino occupata (sì, occupata…) dalle truppe occidentali da quella conquistata dai sovietici. L’antifascismo: era questa la motivazione ufficiale. Eppure nelle ipocrite rievocazioni del ventennale della caduta nessuno ne ha fatto menzione. C’è poco da fare, viviamo in un’epoca meschina: sono sempre i massacratori di ieri a spiegarti, oggi, quanto fossero brutti quei massacri, dicendoti che magari è pure colpa tua. Aguzzini che si riciclano moralisti: così, senza vergogna.

Perché parliamoci chiaro: il Muro di Berlino era cosa loro. Non lo dicono, creano cortine fumogene parlando a casaccio di “libertà” e “democrazia”. Tanto chi se ne frega, metà degli spettatori della farsa non sanno nemmeno chi l’ha tirato su, questo maledetto Muro. E certo i media stanno bene attenti a non pronunciare quella parola (“antifascismo”) che suona come il loro peccato originale, la loro eterna colpa. E allora diciamolo noi: il Muro di Berlino era antifascista. Per volontà di chi l’ha costruito e per significato storico. E antifascista erano le guardie che pattugliavano entrambi i lati della infame barriera, divise da un gioco delle parti attuato sulla pelle dell’Europa, ma unite nel sottomettere quest’ultima.

Adriano Romualdi, non a caso, lo definiva l’unico, vero monumento alla vittoria alleata durante la seconda guerra mondiale. E invitava la gioventù europea a concentrare i suoi sforzi rivoluzionari verso il suo abbattimento anziché verso cause più esotiche e più infantilmente romantiche. Aveva come al solito ragione lui. Il Muro di Berlino è stato in effetti per anni il monumento più rappresentativo d’Europa. Rappresentativo di un continente spossessato del duo destino e del suo ruolo, dello stupro dei suoi popoli, del regno del crimine organizzato instauratosi sulle macerie fumanti di una civiltà. Se i costruttori di storia e gli eroi fondatori sono tali nel momento in cui tracciano confini, dando in questo modo ordine al caos, chi erge muri come quello che per anni ha deturpato il corpo e lo spirito di Berlino compie esattamente l’operazione inversa. E’ alfiere del caos contro il cosmos. Tesse la trama della devastazione, non dell’ordinamento. Umilia un popolo, anziché “metterlo in forma”.

I confini – per carità: sempre porosi e mobili, sempre dinamici ed eternamente da riconfermare – appartengono alla vitalità della storia e alla dialettica dei popoli. I muri, invece, sono roba loro. Appartengono alla loro concezione del mondo. I muri ce li hanno nell’anima, loro. Come il muro di Padova, costruito da un’amministrazione di centrosinistra in una periferia degradata per tentare di tamponare le falle di un sistema che loro stessi hanno costruito, foraggiato, alimentato, giustificato. Come la “barriera di separazione” costruita da Israele in Cisgiordania, 700 km di infamia rispetto al quale i “buoni” che oggi festeggiano hanno speso tante parole e zero fatti. Come il Muro di Gorizia costruito nel 1947 e collocato lungo la frontiera italo-jugoslava all’interno della città per separare l'abitato goriziano rimasto italiano dai quartieri annessi alla Jugoslavia.

Ma tutto ciò è molto meno cool di una comparsata berlinese per cianciare a sproposito di libertà. Sono vecchi, grigi, scassati come Trabant, eppure si riciclano come alfieri della libertà. La loro viltà è il cemento con cui sono stati impastati tutti i muri della storia. Sono antifascisti: il muro è cosa loro

postato da: dallaltraparte alle ore 19:19 | Permalink | commenti (1)
categoria:kulturkampf
lunedì, 09 novembre 2009

Il volontariato internazionale arte marziale per una filosofia guerriera

Riuscitissima la quattro giorni dei Popoli in lotta al Circolo Futurista di Casalbertone.
I popoli in lotta per la propria sopravvivenza e la propria identità che hanno aderito alla festa: Karen, Tibetani, Palestinesi e Somali.
Rappresentanze ufficiali dirette o per delega sono state espresse dal principe Abucar e dal presidente del parlamento Mohamed Umar Dalha per la Somalia,  Francesca Santi per la Palestina,  Riccardo Oliva (Memento Naturae), Maria Vittoria Cattania (Laogai foundation),  Yaakar Gelek per il Tibet e Nerdah Mya per i Karen.
Il volontariato a sostegno delle lotte per la sopravvivenza e l'indipendenza di popoli minacciati di genocidio per gli organizzatori è intesa anche in un'ottica geopolitica incentrata sul risveglio europeo e sulla realizzazione di un terzo polo internazionale che ci consenta di non cedere alla forbice dell'alleanza imperialistica Usa-Cina.
Un volontariato che va inteso come un modo disarmato di combattere, un po' come furono le arti marziali per i Samurai dopo l'editto che tolse loro le armi.
Al Circolo Futurista i monaci tibetani hanno regalato un Mandala realizzato durante la festa.

www.noreporter.org

postato da: BascoNero89 alle ore 10:08 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf, militanza, notizie dallestero
venerdì, 06 novembre 2009
di http://augustomovimento.blogspot.com/

Il passo ulteriore del pensiero di Jünger, dopo la fine della guerra e la distruzione della Germania, che lo portarono a prendere irrimediabilmente atto della natura nichilista e distruttiva della modernità nelle forme fino ad allora proposte, fu elaborare un’alternativa al totalitarismo liberaldemocratico imperante.
Se non era più possibile un’azione collettiva, come quella prospettata dalla mobilitazione totale, rimaneva però una via di fuga individuale, quella del «passaggio al bosco» (Waldgang), descritta nel saggio del 1951 Il trattato del ribelle (Der Waldgang), edito in Italia da Adelphi.

Sul titolo va operata una precisazione etimologica. Il Waldgänger («colui che passa al bosco») – qui tradotto come «ribelle» – era, nell’antica cultura germanica, il proscritto, colui che bandito dalla comunità per aver commesso un delitto, se ne purificava vivendo nella foresta (Wald), non gli attuali boschi ormai antropizzati e coltivati, ma l’originaria foresta vergine che copriva l’Europa. In Jünger questa figura assume un significato simile, anche se meno letterale.

Infatti, in un’epoca come la nostra, le domande sono sempre più semplici e drastiche, e prendono la forma di una sorta d’interrogatorio da parte di chi detiene il potere. Tanto più la libertà di dire «no» è sistematicamente intimidita e limitata, quanto più però questo rifiuto acquista una forza maggiormente eversiva. Questa presa di posizione, anche non dovesse scuotere il nemico, ha l’indiscutibile effetto etico però di mutare chi la compie. Si afferma così una terza figura: il Ribelle, la cui scelta di passare al bosco esprime la libertà, tanto più preziosa quanto essa conferisce un senso umano alla necessità storica. Questo singolo uomo su cento, forte del proprio coraggio e della nozione del diritto, è in grado di mettere in pericolo lo Stato dittatoriale, esso stesso tanto più in pericolo, quanto più brutale, proprio perché la maggioranza consenziente, essendo docile, è inaffidabile, mentre la minoranza ribelle, essendo decisa, è irriducibile.

In epoca di Guerra Fredda, il passaggio al bosco, contrapposto alla nave/Stato, reso più difficile dall’attuale dipendenza della vita del singolo dalle strutture collettive, è possibile in ogni parte della terra, ed è in grado di restituire la sovranità al singolo e far crollare i Titani. Mentre la necessità, infatti, è più che altro una prova, la libertà invece, pur richiedendo sacrifici, è l’autentico motore della Storia.
Chiaramente, l’imminenza della catastrofe apertamente preparata dal sistema moderno, non fa che rendere più urgente questa scelta di campo. Di qui non deriva che l’immaginazione debba staccare l’uomo dalla realtà, bensì che essa debba ricostruire, tramite il bosco, un’alternativa di quiete all’immagine ambigua del Titanic/Leviatano (comfort/terrore) che rappresenta invece la modernità. Il Ribelle deve affrontare anche la paura, un sintomo del nostro tempo, che si svela appieno qualora l’automatismo del Potere si mostri nella sua fatalità. Liberare l’uomo da questa paura, metterlo in dialogo con essa, sgombera le maschere imposte dalla tecnica ed apre la via al «passaggio al bosco», in cui il potere del singolo, dell’uomo creato libero da Dio si afferma appieno.

Il Ribelle, quindi, date queste premesse, non può limitarsi certo all’indifferenza, ma deve ridefinire la sua libertà. Egli deve dunque evitare sia un’azione esclusivamente interiore che un’azione esclusivamente concreta, resistendo al potere con ogni mezzo, ma mantenendo il contatto con quell’energia primigenia e quelle radici profonde, ancor oggi presenti nell’uomo comune, cui conferiscono un’innata saggezza. Nel bosco l’uomo ritrova e riconosce la propria essenza interiore. Qui egli affronta e supera, come in un’iniziazione, la paura della morte. Le Chiese possono offrire oasi nel deserto che cresce, ma l’uomo deve saperne essere autonomo, perché di fronte a questa decisione si trova ad essere solo. Questo non toglie, tuttavia, che vitale sia l’opera del teologo e delle Chiese nell’aiutare l’uomo a prendere consapevolezza della sua condizione, fornendogli gli adeguati strumenti d’orientamento spirituale. Questo incontro con se stesso fa sì che egli debba saper fare a meno della medicina corrente, del diritto moderno, e conservare anche in questi ambiti, come pure nella scelta degli armamenti di cui servirsi, la libertà della sua scelta. Fondamentale è quindi che egli non perda il contatto con l’essere, il luogo da cui sboccia il Verbo che, trascendendo la lingua, diviene potenza creatrice.

In sintesi, si può vedere come il Ribelle sia incentrato sul tema della sovranità del singolo, data dal contatto con territori vergini da cui può scaturire l’Assoluto, per cui il passaggio al bosco è per Jünger la giusta e necessaria risposta ai tentativi di tagliare questo contatto e spogliare l’uomo della propria libertà di scelta. Perciò, nonostante il Ribelle sia un uomo della modernità, posto in contrasto con l’ordine politico moderno, affonda le sue radici in un terreno primigenio e astorico, traendo di qui la libertà e la sicurezza di sé necessarie a liberare se stesso dalla paura e dalla rassegnazione verso il fatalismo e l’automatismo del potere e conferirgli la legittima sovranità nei campi del diritto, della teologia, della medicina, dell’etica. Ne consegue che l’opposizione vitale e vincente al totalitarismo non può essere basata su fondamenta meramente materiali e moderne, bensì deve essere inevitabilmente connessa alla sfera spirituale ed eterna.
postato da: dallaltraparte alle ore 18:45 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf
giovedì, 05 novembre 2009

Roma, 3 novembre - “Dopo cinque anni di evoluzione, di battaglie, di sogni e di conquiste, CasaPound torna alle origini, celebrando il poeta che le ha dato il nome”. Così CasaPound Italia spiega in una nota il progetto “Pound and the four Elements”, ciclo di conferenze articolato sui prossimi quattro anni e che sabato 7 novembre vedrà il suo evento “numero zero”, "Pound in elements", nell’edificio di via Napoleone III 8, a partire dalle ore 21.

“L’idea – chiarisce l’associazione che fa capo a Gianluca Iannone – è di dar vita ad una analisi estensiva dell'uomo Ezra Pound nei suoi componenti: aria, terra, acqua, fuoco. Ovvero aspetto economico, politico, artistico e spirituale. Un progetto, quindi, che si articolerà in quattro grandi eventi a scadenza annuale che proietteranno CasaPound Italia nel cuore della cultura internazionale degli studi poundiani in particolare. Per la conferenza di presentazione in programma sabato vedremo già all’opera un parterre di assoluto rilievo: prenderanno la parola Gianfranco De Turris, giornalista e saggista, Andrea Marcigliano, scrittore pubblicista, Daniele Lazzeri, economista e studiosio del Centro Studi Vox Populi, e Vitaldo Conte, critico d'arte e organizzatore di eventi culturali ‘non conformi’''.

''‘Pound and the four Elements’ – continua la nota di Cpi – è un progetto ideato e costruito in collaborazione con il Centro Studi Vox Populi e che vedrà anche la partecipazione del Teatro Non Conforme Filippo Tommaso Marinetti, autore di ‘incursioni’ artistiche imperniate sulla lettura delle pagine più significative del grande poeta americano”.

"Non è la prima volta, del resto, che CasaPound si confronta con l’opera poundiana: “Già nel febbraio del 2004 – spiega Gianluca Iannone – celebrammo, a neanche due mesi dalla occupazione dello stabile di via Napoleone III, la figura del poeta insieme, fra gli altri, al compianto giornalista, intellettuale ed economista Giano Accame, che da poco ci ha lasciato. Cinque anni dopo, l’idea di ritornare a parlare di Pound si è imposta con assoluta ovvietà e naturalezza''.

''In un’epoca di intellettuali stipendiati e di pensiero unico, è naturale tornare a parlare di chi fu imprigionato in una gabbia a cielo aperto per tre settimane a causa delle sue idee - conclude il leader di Cpi -  In un’epoca di crisi finanziaria e bancaria è ovvio tornare ad ascoltare il fustigatore dell’usura. In un’epoca di inaudita volgarità, non possiamo che tendere l’orecchio a chi ha tracciato la via della bellezza, della conoscenza, della ricerca spirituale”.

www.casapounditalia.org
contatti: 3495444819

postato da: BascoNero89 alle ore 20:19 | Permalink | commenti
categoria:eventi, kulturkampf, rbn
lunedì, 02 novembre 2009
"Si distingue subito alla corte di Ranjit Singh, un nano pazzo, feroce e sanguinario. Come? Superando in ferocia e determinazione colui che lo ha assoldato. E’ in questo momento che gli inglesi, che stanno ancora gettando le basi della futura colonia, cominciano a stimarlo e a considerarlo un punto di riferimento. Freddo, gentile, compassato, usava alzarsi da tavola tra una portata e l’altra per “ristorarsi” assistendo brevemente a qualche tortura.

Avitabile non andò mai in Afghanistan. Si limitò a dare una mano agli inglesi di Jalalabad, che temevano l’assalto finale degli afghani dopo la disastrosa strage della marcia di Kabul, una delle più gravi sconfitte dell’Impero inglese. Tutto si svolse a Peshawar, una città dell’attuale Pakistan abitata dai patani, che sono afghani. Afghani di confine, i più bellicosi. Fu nominato governatore della città .

Di sicuro, i suoi metodi furono risolutivi: “Andando a Peshawar aveva fatto spedire centinaia di pali e un certo numero di corde e i patani, gli afghani e khyberees, gente del Khyber Pass, non riuscendo a comprendere l’utilità di quei pali e funi, ridevano della pazzia dei feringhi, gli europei. Fucili e sciabole, dicevano, erano i soli mezzi per governare Peshawar, non funi e bastoni. Poi un giorno trovarono appiccati alle corde e ai pali cinquanta dei peggiori soggetti della città e lo spettacolo venne replicato ogni giorno fino a quando briganti e nemici cominciarono a scarseggiare”.

Non si limitò a questo. I ladri sparirono, i rapinatori furono squartati, gettati dai minareti o impiccati agli alberi fuori le mura e i cittadini benestanti torturati finchè non gli cedevano le loro ricchezze.

Siccome aveva, questo sì come tutti i napoletani, il senso dello spettacolo, fece tagliare anche le cime dei minareti della moschea di Mahabat Khan, affinchè fosse più agevole scaraventare giù la gente. E le torture erano sempre più atroci e spettacolari. Fece sterminare eserciti, usò trucchi crudeli e inganni ignobili, ma la sua fama aumentò parallelamente alla stima di cui godeva. Insomma, la cosa che fa pensare è che là , nei posti dove il destino del mondo si decideva, nelle corti e nella considerazione degli uomini di potere di tutta Europa, Avitabile era l’unico “italiano” che godesse di totale rispetto, considerazione e stima. Era decisamente sensibile al fascino femminile e il suo harem era molto affollato.
In poche parole, in un’epoca di ferocia, lui si distinse senza fatica, con naturalezza ed efficacia."
postato da: dallaltraparte alle ore 00:02 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf, storia
domenica, 01 novembre 2009

Di Carlomanno Adinolfi

Li chiamavano Anni Bui.

Li chiamavano Anni Bui perché iniziarono al tramontare dell’Età Antica, oscurando la luce che quell’età aveva portato in tutti i campi del sapere e del vivere.

Li chiamavano Anni Bui perché le guerre erano senza fine e combattute unicamente per difendere gli interessi o il capriccio del vassallo più importante.

Li chiamavano Anni Bui perché non vi era più sovranità se non quella dei signorotti e dei ricchi mercanti.

Li chiamavano Anni Bui perché non vi poteva essere uno Stato forte e sovrano che potesse essere indipendente dalla Chiesa Universale che tutti aveva sotto di sé.

Li chiamavano Anni Bui perché chi osava contrastare la Religione veniva tacciato di eresia e arso vivo.

Li chiamavano Anni Bui perché chi si metteva contro la Santa Inquisizione non aveva possibilità di difendersi.

Li chiamavano Anni Bui perché ogni scoperta tecnologica, medica o filosofica utile all’uomo andava contro il Dogma e per questo messa a tacere.

Li chiamavano Anni Bui perché le Scritture erano sacre ed immutabili, e il cercare di rivederle in qualunque modo era passibile di arresto se non di pena di morte.

Li chiamavano Anni Bui perché la vita spirituale era ridotta a mero Culto e alla sola Preghiera.

Li chiamavano Anni Bui perché il Guerriero era sottoposto al sacerdote, al prete e all’uomo di lettere.

 

Li chiamavano Anni Bui.

L’Età Antica, quella dei Grandi Imperi d’Europa con simboli solari nei loro vessilli, era stata soffocata nel sangue.

La Chiesa Universale, chiamata Mercato Globale, era padrona di tutti i cittadini.

La Religione, quella della Democrazia, era l’unica concessa e dichiarava Guerra Santa a tutti gli infedeli.

La Santa Inquisizione, detta Tribunale Internazionale, si ergeva a Sovrana della Giustizia, si riteneva infallibile e pertanto ogni accusato era automaticamente reo e condannato senza difesa né attenuante.

Il Dogma che impediva agli uomini di guarire, di vivere senza catene e di poter vedere le stelle con il cuore oltre che con la mappa dei pianeti, si chiamava Scienza.

Le Scritture, o Storia come venivano chiamate dai dotti del tempo, erano state redatte dai massacratori dell’Età Antica; esse erano state dichiarate sacre e i suoi nemici o anche coloro che cercavano di reinterpretarle erano considerati criminali peggiori di stupratori e assassini.

Lo spirito era soffocato e incatenato nel Culto del Denaro: l’unica salvezza per l’uomo, secondo i teologi, chiamati Banchieri, stava nel pregare continuamente affinché avessero la grazia di entrare a far parte degli eletti, i “ricchi”.

L’inversione dei valori era completa a tal punto che l’uomo retto, il guerriero, colui che aveva trasformato la propria vita in lotta per superare se stesso, aveva lui stesso accettato di prendere ordini dagli studiosi e dai preti della guerra, chiamati i primi “intellettuali” e i secondi “politici”.

 

Li chiamavano Anni Bui perché avevano gettato l’umanità in un baratro senza fondo.

Li chiamavano Anni Bui, quelli cominciati in quel 1945, anno maledetto da Dio e dagli uomini.

Speriamo che non ritornino mai più.

postato da: dallaltraparte alle ore 18:04 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf, il vostro mondo