venerdì, 30 ottobre 2009

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Trentaquattro anni fa veniva assassinato, sedicenne, da un commando rosso all'ingresso della sezione romana del Msi Prenestino.
Uccidere un fascista non è reato.
Nemmeno se si tratta di un fanciullo.


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categoria:in memoriam
mercoledì, 28 ottobre 2009
Erano nati sulle trincee,
rigenerarono l'Italia, in marcia
Erano nati sulle trincee.

Avevano sopportato stoicamente ogni pericolo, ogni terrore, ogni privazione. Nel freddo, nella fame, nell’orrore, nel confronto con la paura animale, con l’appetito animale, con la bestia dentro di sé, avevano prevalso, si erano dominati e, dunque, si erano conosciuti e scoperti.
Giunti all’estremo limite avevano compreso che non esistono limiti invalicabili se non quelli che ci costruiamo da noi: così nell’elementarità e nella precarietà più assoluta avevano appreso la saggezza, la serenità, la calma e l’incorruttibilità.

Erano combattenti di trincea, travolti da quelle tempeste d’acciaio che Jünger ha immortalato in maniera impareggiabile. Chi riusciva a superare la lacerazione, la follia, la disperazione, raggiungeva stadi olimpici. Come i combattenti francesi di Verdun presi in foto nella pausa tra un’inutile offerta sacrificale alla mietitura dell’artiglieria tedesca ed un’altra ma così serafici nell’assurda attesa della pioggia di fuoco che di lì a poco li avrebbe quasi tutti smembrati e sepolti per l’eternità da infondere un senso di pace ancora oggi a chi li osserva in effige.

Alle spalle si erano lasciati il proprio alter ego, il gemello inferiore che ognuno porta in sé, e con lui tutti i pescecani del mercato nero, i politicanti da strapazzo, gli affaristi piccoli piccoli, gli invidiosi di ogni razza e stampo, gli scrivani, gli intellettuali, i ruffiani e tutti coloro che vendono se stessi, corpo ed anima, e non esitano a svendere gli altri.
Quando la vittoria mutilata o la pugnalata alle spalle li obbligarono a rinunciare ad un palmo di patria, essi non tornarono al calore della casa paterna o muliebre ma combatterono a Fiume o sul Baltico, senza un soldo, con poche speranze ma in nome di un imperativo che sentivano superiore ad ogni altra cosa.

Quando tornarono infine furono linciati da plebaglia vile quanto idiota che non sopportava di vedere in loro la grandezza di chi col proprio sacrificio ne aveva indirettamente smascherato la meschinità; vennero sminuiti nella dignità da autorità civili e militari pusillanimi e arroganti, Si guardarono intorno e trovarono ovunque speculazioni ignobili, cinismo, ingiustizia sociale, miseria d’animo e di sentimenti.
Di fronte a tanto sfacelo non potevano e non vollero starsene con le mani in mano. Trovarono un capo, o almeno lo trovarono in Italia ed in Germania, e così marciarono alla volta di un nuovo destino, che volevano più giusto.

Così nacquero i fascisti.

Con loro l'Italia di Vittorio Veneto rigenerò l'Italia intera in quell'alba dell'ottobre del 22.
Non fu una passeggiata perché, negli scontri con le truppe, le camicie nere contarono una quarantina di Caduti ma presero Roma e la restituirono a se stessa.
In Marcia sfilano gli uomini!

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categoria:kulturkampf, in memoriam
domenica, 25 ottobre 2009

Sessantasette anni fa la drammatica epopea di El Alamein

“Scrivo in ricordo della battaglia di El Alamein iniziata venerdi 23 ottobre 1942, alle 20.45. Nomi carichi di storia antica scompaiono accanto a nomi meno illustri. Le fanterie della Pavia avevano un secolo, o poco più, ma risalivano ai reggimenti savoiardi dai nomi transalpini; la Brescia era nata dai volontari delle cinque e dieci giornate, la Bologna dagli arruolamenti veneti e romagnoli del 1859.
Non ne rimane nulla delle divisioni corazzate adolescenti Ariete e Littorio, nulla della Folgore paracadutista e neonata, che ha pagato il diritto alla fine con il più pesante tributo.
Catastrofe ingiusta, umiliazione di impotenza, simile all’angoscia del formicaio travolto dall’inondazione. Formicaio italiano è il deserto con pochi tedeschi. Ma rivivono anche pagine meno gloriose : le occasioni perdute, le deficienze dei comandi italiani e certi immeritati onori attribuiti al maresciallo Montgomery che  sconfisse Rommel a El Alamein.
La vera morte della Folgore è cominciata alle ore 2 del 3 novembre, con l’ordine notturno, improvviso, inatteso : abbandonare la linea Deir Alinda – Deir El Munassib – Quota 125 – Haret el Himeimat, quindici chilometri a ponente.
Il nemico non incalza subito, ma già al 4 le artiglierie tempestano le nuove posizioni. Alle 14 il tiro è sospeso, compaiono tre autoblindo con potenti altoparlanti che offrono l’onore delle armi e le lodi per il valore dimostrato, ma chiedono la resa e minacciano l’annientamento. I paracadutisti rifiutano e sparano. Il ripiegamento è ripreso. I pezzi sono trainati a braccia, molti camminano scalzi, si combatte per aprirsi la strada, crescono le perdite : si abbattono nella sabbia i feriti, i morti, gli assetati che non possono più camminare. All’inizio di ogni sbalzo molti non si rialzano più. All’alba del 6, nella regione di Deir el Serir, il IV battaglione viene annientato. Ormai il nemico è molto più avanti. Gli avanzi della divisione si stringono attorno ai battaglioni II, VII e IX. Il II è ridotto a 4 ufficiali e 40 uomini. Scorte esaurite, munizioni finite. Non un drappo bianco, non un braccio è stato alzato. La truppa passa in riga piangendo : ma è il pianto dei forti. Il ten. col. Mario Zenninovich, di antica famiglia dalmata, comandante del II battaglione, presenta la divisione schierata al colonnello Luigi Camosso, comandante del 187° reggimento, e, dopo l’attenti, dà la forza : ufficiali 32, truppa 272.
Il nemico rende l’onore delle armi ai prigionieri. Sono le 14,35 di venerdi 6 novembre 1942. I tre reggimenti, 185° artiglieria, 186° e 187°, vennero decorati di medaglia d’Oro al Valor militare.“


Arrigo Curiel c.c.IX Btg. 187° Rgt Divisione Folgore


Questa lettera è stata pubblicata sul quotidiano triestino Il Piccolo di venerdi 23 ottobre nella rubrica Segnalazioni, dedicata agli interventi dei lettori, da uno degli ultimi reduci dei giorni di El Alamein. Merita rilievo e rispetto questo Leone (vivo) della Folgore, la cui testimonianza, intrisa di un’epica vera e virile, traduce la realtà ed i valori di una generazione, o almeno della parte migliore di essa, la quale a sua volta generò la nostra. Nelle parole semplici di questo Junger de noantri, ormai quasi novantenne, non c’è retorica, ma dramma . Il tempo sembra non aver spento quel fuoco interiore che oggi, chi tenta di rimanere ancora vivo, continua a cercare.

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categoria:storia, in memoriam, video musicali
sabato, 10 ottobre 2009

All'erta nella grotta non sta più sentinella

Quest'anno non ho scritto nulla in occasione della tua morte, Comandante Guevara.
Quest'anno no, perché ho lasciato che il libro di Laferla, involonariamente ispirato proprio dai miei costanti omaggi alla tua figura, facesse di più. Ha fatto molto direi; ma più per me, più per noi, più per il nostro passato nazionalrivoluzionario che per te, Comandante Guevara.
Me ne sono reso conto in questa tre giorni che siamo riusciti ad animare: tre giorni di omaggio a te, Don Chisciotte della Sierra, tre giorni di confronto trasversale.
Il 7 ottobre ad Anzio, organizzata da Libertà e Azione, insieme con la giovanissima Virginia Bellucci, alla Casa delle Associazioni ti abbiamo ricordato, l'ex comandante  brigatista rosso Valerio Morucci ed io.
L'8 al Teatro Cassia, con il Movimento per l'Arte, insieme ad Andrea Purgatorio in qualità di padrone di casa e di docente di comunicazione, hanno parlato di te i direttori di giornali opposti, ed eredi di fronti opposti, Luciano Lanna (Secolo d'Italia) e Piero Sansonetti (L'Altro). E c'era Pier Franceso Pingitore colui cui venne immediatamente in mente, quarantadue anni fa quando ti uccisero, quella bellissima ballata in tuo nome che compariva sull'altra faccia del disco dedicato al mercenario di Lucera. Il nove, infine, nell'anniversario del tuo sacrificio, introdotti da Adriano Scianca, ti abbiamo ricordato Giorgio Vitangeli, esponente da sempre di quella “sinistra nazionale” di filiazione Rsi, Raffaele Morani, a lungo dirigente di Rifondazione e dichiaratamente comunista ed infine ancora io. Ti abbiamo onorato da tutte le angolazioni cosa , pensavo,  più che sufficiente.

Ti abbiamo sacrificato

Mi sbagliavo, non è sufficiente Comandante Guevara. Non può essere sufficiente se nel mondo che  dovrebbe rifarsi a te perché, come te, si vuole comunista, non c'è stato alcun impegno nel celebrarti. Non è sufficiente perché nessuno intende effettuare uno scambio di quadriglia così come può apparire da questa tua celebrazione “nera” del 2009, così assente, ovunque altrove, il mondo del Fronte Rosso. Nessuno infatti voleva e tanto meno vuole limitarsi a portare te,  Cristo di Mantegna come ti vide Jean Cau, nel nostro Pantheon vibrante e multicolore. E soprattutto, non vogliamo con ciò incoraggiare l'apostolo a rinnegarti tre volte, che dico, cento volte. “Padre nostro” insegnò ai fedeli Colui che tanto ti somiglia secondo l'intuizione devozionale del pagano Cau. Ma che il Nazareno si fosse sacrificato “per noi” apparve ai più sufficiente e di fatto si misero a pregare il Padre, oramai Suo, e a sentirsi soddisfatti del sacrificio - da Lui - compiuto su cui vivere per intercessione e di rendita. “Vai avanti tu che mi scappa da ridere.”
E anche tu Guevara ti sei sacrificato per loro e basta così, hai visto mai che dovessero essere chiamati a fare i conti con se stessi per mostrarsi all'altezza dell'uomo nuovo? Dovessero mai essere chiamati a riflettere sulla tua frase “La vera rivoluzione deve cominciare dentro di noi”?
Sansonetti lo ha spiegato chiaramente: Guevara è un mito pericoloso, ci piace – dice lui – perché ha riununciato al potere che sporca ma il suo esempio è insidioso perché bellicoso; abbandoniamolo, facciamo la marcia della pace, entriamo cioè nella sinistra americana insieme al clero progressista e violentemente non-violento. Tu, Che, ci sei d'impaccio. Hai spinto gente alla perdizione e la violenza l'hai combattuta senza mostrare l'altra guancia e ciò genera mostri. Ci obbliga ad essere uomini.

Siamo diventati tutti saggi

Non è più tempo di miti pericolosi e men che meno di leggende, Che. Così dicono in tanti e tra i tanti così dicono i tuoi fedeli; o meglio i fedeli di quell'icona che han posto nel loro sacrario di loghi e tra i tatuaggi dei loro muri. Oggi siamo tutti più buoni, come direbbe l'ultimo uomo di Zarathustra, saltellante come una pulce. Ieri sbagliammo e mettemmo a rischio il nostro vivacchiare tranquillo ma oggi abbiamo appreso finalmente la virtù che impicciolisce. “Noi mettemmo la seggiola nostra nel mezzo a uguale distanza dai gladiatori morenti e dai porci beati” - mi dite - “ma questa è mediocrità sebbene la chiamiate moderazione”. Una moderazione intrisa di saggezza d'autoconservazione tanto che il nostro passato lo riscriviamo, come aveva ben compreso Orwell. Al punto che Veltroni  scopre di non essere mai stato comunista e Alemanno di non essere mai stato fascista; e probabilmente ci credono perché il processo psichico è terribilmente verace.
Oggi non cadiamo più in tentazione, Comandante. “Io servo, tu servi, noi serviamo”.   Perfino i guerriglieri sono altro da quelli dei tempi tuoi, sono diventati miliziani della droga. Oggi non c'è più il sogno – pericolosissimo ci dicono – di libertà, d'indipendenza di anti-imperialismo e stiamo così tutti meglio. Moderati, mediocri, servili, servi.
Si muore, a milioni, di droga, si muore, a milioni, per lo sterminio quotidiano determinato dal business delle multinazionali farmaceutiche  fondato sulla ricerca e sulla terapia e soprattutto sulla certezza dell'incurabilità che è ciò che le rende miliardarie: sul genocidio. Lo sfruttamento poi è integrale; quell'Africa in cui t'incrociasti con il Mercenario di Lucera non appartiene ora  a quelli per cui combattesti tu e neppure a quelli per cui combatté lui ma alle multinazionali che l'hanno ridotta a  monoculture e l'hanno così sprofondata nella fame quando, allora, che pure stava  in condizioni indecenti, almeno sopperiva al suo fabbisogno alimentare per il novantotto per cento. Ora non ci sei più tu a combattere per i popoli né ci sono i mercenari a combattere te per i popoli. Ora tutto è libero, resta da liberare solo Cuba come continuo a leggere ovunque. E non non si riferiscono a quello che a Cuba è  occupato, la base di Guantanamo, né a quello che lì dentro viene consumato ogni istante ad opera dei democratici americani contro la dignità umana e il più basilare diritto. No, Guantanamo non guasta, non fa ombra alla virtù che impicciolisce.

Dovrai morire solo

“Non eri come loro, dovrai morire solo” così recitava la ballata del Bagaglino che Pingitore compose insieme al musicista Gribanovski e che fu affidata alla voce di Gabriella Ferri che l'immortalò. Il problema però è che sei solo anche dopo, solo nella mistificazione strumentale della tua immagine, solo nell'oblio. Sembra che tutti coloro che si richiamano a te lo vogliano fare da lontano, bene attenti a non avvicinarsi alla tua fiamma che scioglierebbe la loro cera tremula. “Per non lottare – scrivesti - ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!” E ancora “L'unica battaglia che ho perso è stata quella che ho avuto paura di combattere”.  E oggi, Comandante, hanno perso quasi tutti perché quasi tutti hanno paura.
“Rivoluzione significa trasporre nella vita di tutti i giorni i valori della guerriglia” avesti a dire, ed è una frase che mi è scolpita nella mente e nel cuore da sempre. Essa non vuol dire che si deve vivere d'imboscate ma significa che bisogna essere autentici e sempre in lotta con se stessi, non protetti da atteggiamenti o finzioni che non possono celare quello che davvero siamo e che nessuna maschera protegge di fronte alla prova. Ma qui, Comandante, i più hanno rovesciato persino la rivendicazione storica della guerriglia impregnandola dei valori comodi e vili di tutti i giorni. Non sono guerriglieri loro, sei asservito, svuotato di energie, imborghesito tu.

Aprendimos, Comandante

Non avevo scritto nulla in occasione della tua morte, Comandante Guevara, perché pensavo che questo mio compito si potesse considerare concluso. Ma mi sono reso conto che non è ancora così. “Quando si sogna da soli  - dicesti ancora – è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà”.
Ebbene chi come me crede che il sogno possa e debba trasformare la realtà, chi come me crede che è la leggenda che fonda la storia e che è il mito che forma la realtà, non può che scrivere ancora su di te, almeno per cercare di lacerare la cappa del silenzio e del grigiore e affinché la tua solitudine, così come quella di Merlino e del Barbarossa sia un'attesa mistica, un preludio al risveglio. Che passa per i monaci guerrieri e non per coloro che fondano ecclesie su di un sacrificio di cui non sono non dico all'altezza ma neppure così umili e onesti per ammettere che non sono all'altezza.
Ci sono ancora, o quanto meno ci saranno ancora monaci guerrieri, Comandante? A prescindere dai colori delle camicie e dai simboli che scelgono, ci sono, o ci saranno ancora uomini che amano l'avventura e odiano la prepotenza o sono diventati tutti saggi, tutti seduti su seggiole poste nel mezzo? Quien sabe!
Aprendimos a quererte Comandante Che Guevara, l'imparammo e non smetteremo di farlo. All'erta nella grotta tornerà la sentinella e chiunque essa sia, qualunque simbolo abbia nel cuore, è a lei che inviamo ancora segnali, Comandante.
E perdonaci di sopravvivere.

Gabriele Adinolfi

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categoria:kulturkampf, storia, in memoriam
giovedì, 08 ottobre 2009

Simone Neri, 28 anni, sottocapo di prima classe della Marina.

Quella sera, quel tragico giovedì, Simone era riuscito a scampare alla frana e al fango, mettendosi in salvo sul tetto della sua casa a Giampilieri, mentre intorno tutto moriva, inesorabilmente.

Sentendo le lancinanti grida di aiuto intorno a lui, non ha resistito. E allora ha cominciato a darsi da fare.
Prima ha salvato un vicino che urlava disperato dalla sua casa crollata. Poi è corso ad aiutare una donna intrappolata tra le macerie. L'ha presa in braccio e l'ha portata in salvo sopra il tetto sicuro. Poi è toccato ad un'amico sulle spalle. Avanti e indietro per otto volte. Alle 21.00 l’ultima telefonata alla sua ragazza, «C'è un bambino che piange, vado a salvarlo. Qualsiasi cosa succeda, ricordati che io ti amo». Ma la sua corsa questa volta si è fermata.

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categoria:in memoriam
lunedì, 05 ottobre 2009

Un Ricordo di Nanni De Angelis, 05/10/1980-05/10/2009

6 ottobre 1980
Lunedi mattina, ore 07,35: la radio-sveglia si accende con il notiziario Rai già incominciato. Stanno appena dando la notizia del ritrovamento del cadavere di Nanni appeso il pomeriggio precedente in una cella di Rebibbia.
Non ho mai creduto alle coincidenze ma non mi sono mai spiegato perché QUEL giorno dovesse iniziare per me con QUELLA notizia. In trance, salto giù dal letto, mi vesto prendo la moto e mi scapicollo nell'unico posto che in quel momento mi viene in mente: vado all'Azzarita, il liceo vicino a Piazzale delle Muse che Nanni aveva frequentato, a pochi metri da casa sua.
Non ricordo il tragitto, lo faccio automaticamente; non ricordo i pensieri, non potevo (così come non posso ancora oggi) capacitarmi che Nanni, il Fratellino (così ci chiamavamo scherzando), si fosse tolto la vita a due giorni dall'arresto.
Sono tutti di fronte alla scuola, in un silenzio assolutamente irreale, impietriti, congelati in sguardi che non dimenticherò mai. Qualche lacrima di un dolore ancora non compreso sino in fondo, le prime di una lunga serie, quelle che sarebbero venute dopo. Maurizio, prima di tutti, appoggiato ad una macchina, che guarda il portone di scuola senza vederlo, con il suo fisico imponente da mediano di mischia che in quel momento sembra invece una bambola di pezza. Cecio, Daffi, le ragazze.... già le ragazze: quelle che prima o poi si erano invaghite di lui, quelle con cui Nanni aveva avuto una storia, quelle che gli volevano bene e basta. Emanuela mi corre incontro, si, proprio quella Emanuela del diario, con cui, insieme a M., ad altri amici ed a colei che sarebbe poi diventata mia moglie avevamo trascorso il famoso fine settimana a Lavinio, guardandoci in faccia senza parlare, preoccupati per le sorti di un amico, di un Fratello, che due giorni prima sapevamo essere stato arrestato a Piazza Barberini. A quei tempi il cellulare non esisteva ancora, l'autopsia ancora non era stata fatta ma già girava la voce che Nanni e Luigi ne avessero prese tante, ma tante. Il resto è storia... ed ancora dubbio.
La mia mente però va a qualche giorno prima, una splendida giornata di fine settembre.
Ho custodito per 29 anni gelosamente questo episodio, anche perché da un lato non avrebbe mai avuto alcuna rilevanza giuridica in qualunque sede (se mai ve ne fosse stato bisogno), dall'altro perché era una sorta di "patto di sangue" stretto in un momento particolare, ed il patto in sé, al contrario, una rilevanza giuridica avrebbe potuto averla, eccome. Ne ho parlato per la prima volta una ventina di giorni fa con qualcuno che con l'allora TP ha avuto molto a che fare, e reputo giusto, oggi, condividere quello che per me è un fatto, oltre che una promessa.
Sto tornando a casa, in moto, Lungotevere, altezza Ospedale Santo Spirito: mi sento chiamare, rallento, mi volto e dietro di me Nanni, sulla sua MV 125, già abbondantemente ricercato che ride, come sempre, e mi fa cenno di accostare.
Scendiamo e ci mettiamo a parlare. Inizialmente di cose "leggere", vista la sua situazione, e poi con lui la risata è sempre stata facile (è riuscito a farmi ridere persino durante uno scontro...). Poi le facce si fanno serie e si comincia a parlare di Bologna, è inevitabile.
La convinzione diffusa e la nostra, in particolare, è che nessuno di "noi" avrebbe mai compiuto quel gesto, anche se quell'ignobile strage era già targata "di chiara marca fascista", come tutte le cose peggiori questo mondo, allora.
Ma non volevamo, non potevamo credere che un camerata, si un camerata, per quanto esaltato, per quanto fuori di testa, per quanto sotto pressione in anni in cui ancora si rientrava a casa con qualcosa in tasca, semplicemente per avere la certezza di tornare a casa, avrebbe mai potuto avere la più pallida idea di far saltare in aria una stazione dove avrebbe potuto trovarsi chiunque. La logica del terrorismo, anche il più improvvisato, non è mai stata uguale a quella dello stragismo. Il terrorista individua il bersaglio, lo segue, ne controlla gli spostamenti e le abitudini, agisce. Lo stragista, come oggi sappiamo bene, più morti fa e meglio è. E quella fu strage, una cosa di cui non avevamo mai sentito neanche parlare in ipotesi, a differenza di altre azioni dichiarate (o spacciate) come terroristiche, come “atti di giustizia”, come azioni dimostrative.
Rimaneva però un dubbio: erano ancora anni in cui una certa politica (in realtà un’area vasta degli ambienti politici di destra) era inquinata da infiltrazioni, da strani soggetti di cui non si capiva la provenienza ma di cui si avvertiva invece la costante presenza, da ceffi che non si capiva esattamente di cosa vivessero, ma che in compenso ci trovavamo tutti i giorni seduti al bar di Piazzale, e che ogni tanto sparivano con quelli che in qualche modo consideravamo "pericolosi marginali" fra di noi.
Parliamo con Nanni di queste persone, nomi, cognomi, facce ancora perfettamente impresse nella mente.
Forse qualcuno di loro… di quelli che inquinano, di quelli che non capiamo cosa ci stiano a fare eppure ci stanno…
Il nostro incontro, in mezzo alla strada, non può protrarsi più di tanto, ma la decisione è presa, in un attimo, prima di abbracciarci e lasciarci: se mai avessimo la prova certa che questa porcata ha visto coinvolto qualcuno di noi, beh… ci facciamo giustizia da soli. E’così che le cose vanno in questi giorni. Ci salutiamo, riprendiamo le moto e ripartiamo. La questione era aperta.
Non ho più visto Nanni, il Fratellino, se non nei miei ricordi quotidiani. Non c’è una mattina che, svegliandomi con i notiziari, non riviva quel terribile destarsi di 29 anni fa.
Sei anni dopo leggo sui giornali che Piccolo Attila sarebbe stato coinvolto nella strage: incredibile, vergognoso, schifoso. Certo, con un morto è facile prendersela, non può più difendersi. E’ sempre stato evidente che i magistrati non immaginassero che senso comunitario, vincoli di fratellanza, onore e rispetto fossero ancora di casa.
Con Maurizio ci sentiamo, parliamo, lui è in contatto con la famiglia.
Improvvisamente la notizia: quella della famosa partita di football giocata a Castel San Giorgio. Ci sono degli articoli, delle foto, le composizioni delle squadre, i touch down realizzati.
C’è un amico al Messaggero, nella redazione romana, è di sinistra ma persona onesta. Andiamo da lui, portiamo le carte, comunichiamo che ben pochi di quelli che giocarono la partita sono pronti a testimoniare, ma qualcuno c’è.
Per lui è sufficiente: pubblica il giorno dopo. La magistratura archivia immediatamente l’inchiesta, in punta di piedi e senza far rumore; Maurizio, che aveva svolto il servizio nell’Arma, viene convocato in luogo abbastanza noto (ma non ai più) nei pressi di Via Barberini, dove qualcuno gli ricorda che Carabiniere è per sempre e gli pone domande sul perché di questo suo comportamento “deviante” (ma come!). Io, al contrario, non ricevo nessuna comunicazione, formale o informale, ma in compenso vengo a sapere che qualcuno sta rimestando nel mio fascicolo per trovare qualcosa. Non è mai accaduto nulla, non c’era più ragione, ormai il martire si era pienamente difeso e la menzogna crollata.
E’ solo un episodio, piccolo piccolo, ma che racconta un pezzo di storia e, forse, lascia dietro di sé alcune spiegazioni: oggi sappiamo bene che le cose non sono mai andate come hanno voluto farci credere; sappiamo che chi è stato condannato per l’ignobile strage è innocente; sappiamo quanto gli apparati dello Stato si siano mossi ad ogni livello per mascherare la realtà.
Ma in me, ogni giorno, rivivono due ricordi: quello di un Fratello che si allontana sulla moto, un Fratello che non avrei più rivisto, e quello di una promessa fatta, e fortunatamente mai mantenuta perché superata dalla storia.

A Nanni, nel 29° anniversario della sua libertà, ed a Maurizio, che se n’è andato qualche anno fa su un campo da rugby, la sua eterna passione.

Stefano Cortini

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categoria:immagini, in memoriam
domenica, 20 settembre 2009

Centotrentanove anni fa la Capitale fu restituita alla Patria

Il 20 settembre del 1870 attraverso la breccia di Porta Pia i bersaglieri entravano in Roma sollevandola dall'occupazione pontificia e la riunivano alla Madre Patria.
In quel corpo scelse di servire Benito Mussolini. Gli avrebbe fatto poi erigere, proprio in prossimità della breccia, una statua impreziosita dall'omaggio di una poesia del Vate D'Annunzio. Il Duce ebbe sempre cara quella data e, prima ancora, la meravigliosa epopea della Repubblica Romana del 1849, cui dedicò onori ed opere durante il Ventennio e dalla quale derivò l'intera iconografia e simbologia epica della Rsi.


Ventuno anni prima dell'entrata dei bersaglieri, la Repubblica Romana era stata proclamata in una splendida alba di entusiasmo popolare. Aveva conosciuto indici di adesione immensi come raramente se ne registreranno nella storia. Solo quasi un secolo più tardi le proporzioni nei plebisciti delle regioni tedesche chiamate a pronunciarsi sul ritorno alla Patria saranno simili a quelle che attestarono l'entusiasmo per il Triumvirato del Campidoglio.  In nessun altro luogo italiano il Risorgimento fu così popolare e godè del pressoché totale consenso. Il fermento unanime di popolo produsse un esperimento accompagnato da diffuso entusiasmo che fu schiacciato da un esercito di occupazione, quello francese, scagliatosi contro la giovane Repubblica.  Fu una lotta impari e insostenibile ma combattuta dai romani, dai cittadini pontifici  e dai volontari italiani accorsi da ovunque, tra i quali ci piace ricordare Goffredo Mameli, l'autore del nostro inno nazionale, così eroicamente che il nome di Roma tornò, dopo secoli, a coprirsi di gloria universale.

A chiamare l'esercito straniero per restaurare il pieno potere temporale era stato lo stesso Papa, cui poco importava se la Francia della IIème République era zeppa di massoni che avrebbero ucciso  migliaia di cattolici e alcuni preti che alla Repubblica avevano aderito con calore. Si strinsero, questi, in foltissimo numero principalmente intorno alla figura del triumviro Carlo Armellini, già ministro pontificio, avvocato della Curia, che insieme ad Aurelio Saliceti scrisse la Costituzione della Repubblica assediata. Il motto della Repubblica fu Dio e Popolo. Ma che importa tutto questo? Si è massoni o no a seconda di quel che più garba a chi scomunica. E ad essere scomunicata fu solo la Repubblica Romana perché aveva osato commettere il peccato più grande: essere viva, gioiosa ed avere avuto fiducia in se stessa e negli uomini.

A chiamare i francesi per macellare coloro che, a causa del noto falso della “donazione di Costantino”, erano i suoi sudditi, era stato quello stesso Pio IX che si trovava ancora a Roma in quel radioso settembre. Ma i francesi non potevano più intervenire al suo sanguinoso richiamo: erano bloccati a combattere – e perdere rovinosamente – contro i prussiani di Bismarck che, in un colpo solo, con quella guerra, avrebbe riunito la Germania e permesso la riunificazione finale dell'Italia con la restituzione ad essa della sua Capitale. Italia e Germania: un millennario  destino ghibellino che ne accomuna la sorte nelle vicende essenziali e che anche allora si manifestò fatalmente. E fu dietro le piume al vento dei bersaglieri che il Fato sorrise gioioso.

Centotrentanove anni fa Roma fu restituita a Roma.

Gabriele Adinolfi

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categoria:storia, in memoriam
giovedì, 17 settembre 2009

Sei paracadutisti italiani caduti e quattro feriti in Afghanistan

Chi muore in missione di guerra non muore per Obama, per la Nato e per il narcotraffico. Che tutti questi beneficino del suo sacrificio non rende il sacrificio in sé meno onorevole. Presente!

Noreporter.org

LA FOLGORE NON SI ARRENDE MAI!!

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categoria:in memoriam, notizie dallestero
giovedì, 17 settembre 2009

Riceviamo il giusto sfogo e gli diamo voce

L'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia si è indignata perché nel sessantaduesimo anniversario del ritorno di Monfy all'Italia viene presentato in provincia di Gorizia un libro scritto da Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoj che cerca al contempo di negare e di minimizzare le foibe in cui sarebbero state sacrificate solo persone meritevoli di quel supplizio. Ogni commento è superfluo.

Noreporter.org

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categoria:storia, in memoriam
domenica, 13 settembre 2009

Novant'anni fa l'Italia nata a Caporetto si esaltava nell'impresa di Fiume

L'impresa di Fiume, intrapresa novant'anni fa, non è da iscriversi alla semplice diatriba tra nazioni per il dominio di un territorio, ma rappresenta l'atto poetico-militare col quale D'Annunzio ed i suoi Legionari restituirono ai fiumani la loro dignitá.

Con la medesima chiave di lettura va interpretata tutta la questione d'Istria e Dalmazia, terre italiche che i governi postbellici, codardi e servili, abbandonarono al loro destino.Come il mare, che corrode le rive urbanizzate sino a distruggerle e reimpadronirsene, così pure, il Genio Italico corroderá la cultura imposta, reimpadronendosi di quel luogo che il Fato affidò alla Nostra Gente.

Ricordare il 12 settembre del 1919 non é solo la dovuta rimembranza del nostro irredentismo, rappresenta anche l'omaggio "maximo" a Gabriele D'Annunzio e a tutti i Legionari che caddero in nome del piú puro ideale d'Amor Patrio.

A CHI LA GLORIA?

N.B. Fu nell'entrata a Fiume che D'annunzio ripropose il grido di guerra e vittoria greco alalà, proveniente da un antico verbo comune all'intero mondo indoeuropeo presente anche nel mondo persiano. La proposta venne accettata con entusiasmo da chi accompagnava il Vate, tra cui i granatieri di Sardegna che esclamarono sì in sardo, ovvero eja. Nacque così l'immortale eja eja eja alalà.

Marco Stella- Noreporter.org

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domenica, 06 settembre 2009
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giovedì, 03 settembre 2009

Esattamente settant'anni fa i cavalieri dell'apocalisse scatenavano la guerra mondiale

Il 3 settembre 1939, settant'anni fa esattamente, l'Inghilterra e la Francia, per conto della Finanza internazionale e del Crimine Organizzato, dichiaravano alla Germania quella che sarebbe passata alla storia come la Seconda Guerra Mondiale.

Un pugno di gangsters e di usurai non esitarono a gettare il mondo nel baratro, causando, in una spirale feroce, ben ventidue milioni e mezzo di morti in poco meno di sei anni. La guerra fu dichiarata con il pretesto grottesco di “salvaguardare l'integrità territoriale della Polonia” quando i tedeschi si erano limitati a liberare Danzica, città tedesca occupata dagli sterminatori polacchi ,e quando l'Unione Sovietica, che senza ragioni qualche giorno dopo avrebbe invaso la Polonia dall'est annettendo 463.000 chilometri quadri e 23 milioni di uomini , non solo non si vide comunicare alcuna dichiarazione di guerra dagli anglofrancesi ma meno di due anni dopo avrebbe goduto della loro alleanza militare.

I risultati della guerra, a regia americana (il Cfr la preparava ostentatamente e senza farne mistero fin dal 1933) furono il dominio del dollaro e delle banche internazionali, il varo dell'economia multinazionale fondata sul traffico di uomini, armi, stupefacenti e la sottomissione delle nazioni del Terzo Mondo avviate a monoculture che le hanno ridotte alla fame, alle epidemie e a milioni incalcolabili di morti.

Settant'anni fa squillarono le trombe dei cavalieri dell'apocalisse.

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martedì, 01 settembre 2009


La verità di settant'anni fa e le mistificazioni di oggi

Danzica era città tedesca a statuto speciale sottoposta a controllo polacco. Sobillati dagli anglo-francesi i polacchi si misero a massacrare la popolazione tedesca con intensità sempre crescente. Provocando ed esasperando i tedeschi intendevano attirarli in trappola sicuri come erano di sconfiggerli facilmente e di poter annettere la Prussia Orientale. Dopo mille e mille rinvii, il 1 settembre 1939 la Germania andò a soccorrere Danzica e i cittadini tedeschi. Quarantotto ore dopo, il 3 settembre, Inghilterra e Francia dichiararono guerra alla Germania per la salvaguardia territoriale della Polonia (ma Danzica non era polacca…). Non fecero altrettanto contro l’Urss che pure attaccò la Polonia da est. Dunque la salvaguardia territoriale polacca non c’entrava nulla con la guerra…

La Germania provò in tutti i modi a evitare il degenerare del conflitto o a raggiungere con Londra un accordo di pace che fu sempre rigettato oltremanica.

Benché i tedeschi che cadevano prigionieri dei polacchi venivano orribilmente massacrati (occhi cavati, lingua tagliata) Hitler si rifiutò di far bombardare Varsavia colma di civili e rallentò le operazioni per tre settimane. La sua magnanimità non sortì effetto.

Da: Quel domani che ci appartenne, edizioni Barbarossa, Milano settembre 2005

Oggi ci raccontano, ovviamente, che il 1 settembre scoppiò la Seconda Guerra Mondiale (ma non è vero, scoppiò il 3), che questa fu dichiarata dalla Germania (ma non è vero, fu dichiarata da Francia e Inghilterra ALLA Germania) e che avvenne perché la Germania invase la Polonia (ma non è vero, andò semplicemente in soccorso della popolazione massacrata quotidianamente di una CITTA' TEDESCA che soltanto l'infame trattato di Versailles aveva staccato dalla madre patria).

Poi ci sono altri luoghi comuni campati in aria tipo quello della volontà hitleriana di conquistare e dominare il mondo. Propaganda da quattro soldi made in Chaplin e ovviamente sostenuta dai guerrafondai e dagli usurai che portarono la morte e la devastazione ovunque prima di riuscire ad imporre il sistema internazionale vigente fondato sul Crimine Organizzato e sulla complicità servile con esso delle oligarchie di ogni genere e natura.

Gabriele Adinolfi

 

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giovedì, 27 agosto 2009
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sabato, 01 agosto 2009


Palermo 19 Ottobre 1944, i soldati del primo governo del CLN sparano sulla folla che chiede pane e lavoro. E' una strage: 30 morti e 150 feriti.


Articolo del Trimestrale "San Marco", periodico dell'Associazione Fanteria di Marina San Marco della R.S.I. 02 4153445


E' uno degli avvenimenti della storia italiana di cui non si parla mai, ed è stato cancellato anche dalla memoria dei palermitani allora viventi. Non esiste una lapide, una corona di fiori non viene mai posta davanti al portone della Prefettura, in via Maqueda, dove i fucili e le bombe a mano dei soldati del 139° reggimento di fanteria compirono il massacro. Da alcuni giorni era in corso uno stato d'agitazione dei dipendenti comunali che chiedevano di ottenere la concessione di un'indennità di carovita analoga a quella concessa ai dipendenti dello stato, per cercare di far fronte al continuo aumento dei prezzi di tutti i generi di prima necessità, provocato dall'inflazione e dagli speculatori. Uno sciopero indetto per il giorno 18 ottobre 1944 era stato sospeso nell'attesa dei risultati di un incontro con il commissario prefettizio, barone Merlo, ma la risposta di questi era stata negativa: il Comune non aveva soldi.

Il giorno 19 quindi una folla di circa 400 dipendenti comunali si era recata in corteo davanti alla Prefettura, in via Maqueda, chiedendo che il Governo di Roma prendesse qualche provvedimento a loro favore. Ai dimostranti si erano presto uniti altri cittadini palermitani, affluiti dai quartieri più poveri del centro storico, in maggioranza donne, ragazzi, bambini. Quella che doveva essere una manifestazione di categoria divenne in pochi istanti una protesta di popolo. La folla gridava le sue pene, le sue sofferenze di anni, al grido di “pane e lavoro”, chiedeva l’aumento dei salari, la lotta al caro vita, e l’intervento delle autorità contro gli speculatori, che provocavano infiniti disagi alle classi a reddito fisso. Quel giorno a Palermo mancavano tutte le autorità più elevate: l’Alto Commissario per la Sicilia Aldisio era a Roma, assenti pure il prefetto ed il questore. Unico in sede era il vice prefetto Pampillonia. Questi si era limitato a richiedere, a scopo precauzionale, la consegna in caserma di circa 400 soldati del 139°
Reggimento di Fanteria, Brigata Sabaudia, in servizio d’ordine pubblico. Davanti all’ingrossarsi della folla le forze di polizia che erano di guardia alla Prefettura si ritirarono all’interno chiudendo il portone, ma dalle cronache dei giornali non risulta vi siano stati tentativi d’assalto al palazzo.

Non si riuscì nemmeno ad appurare chi avesse richiesto l’intervento dei militari. Una sessantina di questi, al comando di un sottotenente furono fatti salire su due autocarri ed inviati in Via Maqueda. Tutti erano armati di moschetto 91, 21 di loro erano stati forniti di un caricatore e di due bombe a mano di tipo non precisato, gli altri 35 di due caricatori. Quando furono vicini al luogo della manifestazione, l’ufficiale ordinò di caricare le armi. Al momento in cui il primo autocarro s’inoltrò in mezzo alla folla, si udì un’esplosione presso il primo automezzo, cui seguì da parte di militari l’apertura generale del fuoco. Nessuna inchiesta riuscì a stabilire chi avesse sparato per primo, né se la prima esplosione fosse stata provocata dai dimostranti. Risultò però che 11 militari erano stati feriti da schegge di bombe a mano, probabilmente le stesse che avevano lanciato, considerando la strettezza degli spazi in cui operavano. La folla si disperse subito nelle stradine circostanti e nei portoni, e sul selciato rimasero a decine i morti ed i feriti. La popolazione si diede da fare adagiando i morti ed i feriti su tavole, scale, carrettini a mano ed altri mezzi di fortuna per 1 di 4 trasportarli verso gli ospedali ed i posti di pronto soccorso. Le autorità fecero porre in azione gli idranti, e i getti d’acqua cancellarono le tracce sanguinose del massacro compiuto.

Un primo immediato bilancio fu di 16 morti e di un centinaio di feriti, di cui 18 gravissimi, ma alla fine i morti risultarono 30, e i feriti 150 (inchiesta del CLN). La maggior parte dei morti e dei feriti era  costituita da minori, impressionante è l’elenco riportato il giorno 20 da “Il Giornale di Sicilia”: Frannotta Francesco di anni 10, ragazzo non identificato dell'età apparente di anni 10, Cordone Domenico di anni 15, Damiani Michele di anni 12, Di Gregorio Andrea di anni 15, bambino non identificato dell'età apparente di anni 7, Balistreri Gaetano anni 11, Bisanti Oreste anni 11, Coppola Pietro anni 11, Esposito Bartolomeo anni 16,  Romano Simone anni 12, Ciamba Giuseppe anni 10,  Pierano N. anni 8,  Reina Luigi anni 11,  Nuccio Salvatore anni 16,  Rotondi Dorotea anni 10,  Morici Gioacchino anni 13,  e così via. Non sembrerebbe una folla particolarmente pericolosa quella che si accalcava intorno agli autocarri dei militari, e su cui certamente si era diretto il fuoco dei soldati, i quali, dopo la sparatoria, si erano a loro volta chiusi nella Prefettura. Considerando il numero dei colpi a disposizione (91 caricatori da 6 colpi uguale a 546 colpi, ma probabilmente nessuno dei 35 militari che disponeva di due caricatori usò il secondo, perché la gente nel frattempo era fuggita, quindi il numero dei colpi esplosi realmente dovrebbe essere stato intorno ai 300) il risultato dei 30 morti e 150 feriti è indicativo di una sparatoria ravvicinata e mirata per colpire. Proprio come prescritto dalla circolare Roatta del 26 Luglio 1943 riconfermata integralmente il 31 agosto 1944 dal generale Taddeo Orlando. Ma di questo, naturalmente, nessuno fece parola.

Ed iniziò invece subito la danza delle accuse reciproche: da Roma Aldisio accusò i manifestanti di avere assalito dei camion di farina che attraversavano la città, cosa che nessun’altra fonte riporta, se non citando l’Aldisio stesso.
Il CLN accusò i separatisti ed i fascisti, chiedendo un’accentuazione dell’epurazione, i repubblicani accusarono i monarchici, il Risorgimento Liberale “la folla ingrossata da elementi estranei provenienti dai bassi strati della popolazione”, i separatisti tutti gli altri partiti, l’Avanti chiedeva di “colpire spietatamente i separatisti…. Che armano la mano dei sicari per provocare le repressioni sanguinose”. La Voce Socialista se la prese con i lavoratori in sciopero che gridavano, si agitavano e occupavano le strade, accusandoli di incoscienza e mancata organizzazione. Fu insomma il solito spettacolo cui assistiamo da allora. Altri erano i commenti della popolazione che emergono dai dati raccolti dagli uffici della censura nelle lettere dei cittadini palermitani, riportate nel volume di Sandro Attanasio “Gli anni della rabbia, Sicilia 1943 – 1947” (Ed. Mursia, Milano, 1984) da cui abbiamo ricavato la maggior parte delle notizie qui riportate. Tra le tante vi riportiamo quella della signora Teresa Morvillo, Via Nigra 7, Palermo, che così scriveva il 21 ottobre, a Franca Morello, via Crati 10, Roma: “noi dalle finestre dell'ufficio abbiamo assistito ad una fase di esso se tu avessi visto! La maggior parte era costituita da bambini dai 10 ai 12 anni! C'erano giovanotti imberbi, qualcuno più grande gridando si sono messi a fare gran baccano dovunque: insomma sciopero. Ma nessun bastone o arma era nelle loro mani il gruppo più grosso si trovava a reclamare pane e pasta dinnanzi il Palazzo della Prefettura, nient'altro che questo faceva. Quando meno se l'aspettava ha visto arrivare un camion con un gruppo di badogliani, sardignoli, i quali, non si sa perché, appena giunti in mezzo ai dimostranti hanno buttato bombe a mano e sparato con fucili mitragliatori, Hanno fatto circa duecento tra morti e feriti, la maggior parte bambini, giovanottini e, come sempre, altre vittime innocenti che non prendevano pare alla dimostrazione ma o guardavano o si trovavano là vicini!!! Ciò ha prodotto la generale indignazione, e l'indomani mattina sono apparsi manifestini con scrittovi che la cittadinanza era a lutto per le vittime del piombo sabaudo”.

Ma una conseguenza ci fu, ed immediata: il giorno 23 ottobre il capo dei separatisti, Andrea 2 di 4 Finocchiaro Aprile, s’incontrò a Catania con Antonio Canepa, nome di battaglia Mario Turri, da poco rientrato dalla Toscana dove aveva guidato una formazione partigiana secondo alcuni a sinistra del PCI, e lo incaricò di organizzare l’E.V.I.S. (Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana). Questo diede inizio ad un’altra pagina dolorosa della storia italiana, che continuò per anni oltre la morte del Canepa stesso, ucciso mesi dopo in un agguato, e forse non finì del tutto nemmeno con la morte di Salvatore Giuliano, ma questa, come si dice, è un’altra storia. L’ufficiale, i tre sottufficiali ed i 21 soldati che avevano avuto in dotazione le bombe furono deferiti al tribunale militare, per strage ed omicidio colposo.

Il processo fu trasferito a Taranto per legittima suspicione, e la sentenza si ebbe solo dopo quasi tre anni, nel febbraio del 1947. Le imputazioni erano state derubricate a “eccesso colposo di legittima difesa”. Gli storici (vedi c. Oliva “I vinti e i liberati”) si diffondono oggi sui morti provocati dalle repressioni avvenute durante i 45 giorni del governo badoglio, ma glissano su quanto avvenuto al Sud durante il governo Bonomi, che comprendeva i rappresentanti dei partiti del CLN. Notizie su quei fatti possono essere trovate oltre che nelle collezioni dei giornali dell’epoca, (e sul Corriere della Sera che ne parlò pochi giorni dopo gli avvenimenti) nel già citato libro di Sandro Attanasio da cui abbiamo largamente attinto, inoltre nel volume “Una rivoluzione mancata 1940 . 1946” di S. Barbagallo. Più recentemente queste notizie sono state riprese con un breve accenno negli Atti del convegno di studi storici su “Il dissenso clandestino nelle regioni meridionali occupate dagli angloamericani”, ISSES, Napoli, 1999, da cui è partita questa ricerca. Per concludere mi sembra corretto accennare alla situazione generale della regione, come emerge dalle cronache di allora e dalla memorialistica.

Lo stato della Sicilia dopo l’occupazione angloamericana era drammatico, per la difficoltà dei trasporti, la mancanza di lavoro, l’inflazione altissima, il brigantaggio nelle campagne era condotto da quanti erano evasi dalle prigioni al momento dell’invasione, la scomparsa della maggior parte dei funzionari dei gradi più elevati, l’epurazione di molti funzionari accusati di fascismo spesso per ragioni non avevano nulla a che fare con la politica, il ritorno nei loro paesi dei capimafia precedentemente al confino. La decisione era stata presa dal governo Mussolini nel 1942, per ragioni umanitarie, anche se sembra assurdo il fatto che si siano voluti riportare in una regione retrovia della guerra dei sicuri nemici del paese. Sempre nello stesso anno il governo volle trasferire i funzionari d’origine siciliana al Nord, e li sostituì con altri provenienti dalle province settentrionali, che al momento dell’invasione abbandonarono le loro sedi per non essere tagliati fuori (per dare un esempio, in tutto il Compartimento Ferroviario di Palermo, era rimasto un solo ingegnere). Le motivazioni vere di queste due scelte non sono chiare. L’Attanasio scrive che l’unico in grado di darne una spiegazione era il prefetto Vicari, allora capo gabinetto al Ministero degli Interni, che poi fece una lunga carriera nel dopoguerra e fu per molti anni Capo della Polizia.

Resta che i siciliani si sentirono abbandonati ancora una volta, e la tragedia di Palermo si ripeté pochi mesi dopo, tra il dicembre 1944 ed il gennaio 1945, quando scoppiò nelle province orientali, il movimento dei “non si parte”, a protesta contro la chiamata alle armi delle classi di leva. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

Alberto Codecasa
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