domenica, 04 ottobre 2009

Questa volta il Trattato di Lisbona è stato plebiscitato

Il Sì ha vinto il referendum irlandese sul Trattato di Lisbona con il 67,1% dei voti. Il No ha avuto il 32,9%. Sono i dati definitivi. Lo ha annunciato la tv pubblica Rte. L'affluenza è stata del 58%. Il passaggio di voti dal No al Sì è stato del 20,5%, rispetto al 2008, quando i contrari erano stati il 53,4%. (Dati ansa)

Il Trattato di Lisbona fa schifo ma può essere cambiato. Sempre che qualcuno dei “radicali” di destra o di sinistra presenti a Strasburgo abbia la volontà di mettersi a lavorare anziché riempirsi la bocca di slogan vuoti.
Il Trattato di Lisbona fa schifo ma lo avevano osteggiato, anche finanziariamente, gli americani per rallentare il processo di unificazione politica europea
Il Trattato di Lisbona fa schifo ma alle sfide planetarie o ci si presenta come Europa o si diventerà la pattumiera degli Usa e della Cina sparendo dalla faccia della storia.
Il Trattato di Lisbona fa schifo ma le “sovranità nazionali” che dovremmo difendere contro di esso (che del resto le minaccia molto meno di quanto si creda) sono state tutte esautorate nel 1945. E la sovranità potrà riproporsi solo a dimensioni continentali e su base di potenza.
Il Trattato di Lisbona fa schifo ma fino a quando non lo muteremo è sempre meglio attenerci a questo che avviarci all'estinzione. A meno che non si preferisca guaire alla luna con la catena al collo, attaccati alla cuccia dove campeggia un nome battagliero che non ci siamo meritati affatto.

Orientamenti e Ricerca

postato da: BascoNero89 alle ore 17:21 | Permalink | commenti
categoria:geopolitica, notizie dallestero
venerdì, 02 ottobre 2009

Incontro nazionale Polaris 27-29 novembre. Come iscriversi

III incontro nazionale di Polaris

Dal 27 novembre, ore 19, al 28 novembre ore 13

Struttura: E' un hotel sul litorale romano nella zona nettunense.

Costi: 95 euro a persona.

I costi includono: pensione completa con due cene, un pranzo e due colazioni; sala convegni; spese organizzative; parcheggio; alloggio in stanza doppia o tripla. Singole disponibili; costo inclusivo della stanza singola (secondo disponibilità): 120 euro 

Questo il programma dell'incontro nazionale. Verrà aggiornato non appena avremo definito esattamente gli intervenenti alle tavole rotonde in ultimazione.
 
PROGRAMMA DELL'INCONTRO
 
Capitani coraggiosi prendono la rotta
Fil rouge
L'avvenire è di chi lo edifica. Superando le fobie, le psicosi e i condizionamenti di una società matrigna impostata sulla psicoanalisi freudiana.
Obiettivi
Tracciare le rotte, offrire le soluzioni, consolidare il Centro Studi, scrivere la rivista.
 
Programma nel dettaglio (seguirà l'aggiornamento con i partecipanti alle tavole rotonde)
 
Venerdì 26 novembre
ore 19: Benvenuto
ore 20,30: Cena
ore 21,30: L'officina delle idee
ovvero: I think tank e la politica odierna. Il ruolo cui assurge il Centro Studi. L'intelligenza che incide
 
Sabato 27 novembre
ore 10: Crisi di panico
ovvero. Geopolitica, economia, energia: il mondo che cambia e il terrore usato per frenarne il cambiamento (terrorismo, fondamentalismi, minaccia nucleare, epidemie). Le aspettative oltre il timore
TAVOLA ROTONDA
 
ore 15: Laboratorio di comunicazione politica  

ore 18,30: A colpi di Stato
ovvero: Localizzazioni, autonomie, ristrutturazioni, guerra alla burocrazia, questioni etiche: ciò richiede un ruolo statale per contrastare i rischi opposti dell'atomizzazione e del proibizionismo. E lo Stato siamo noi.
Società, sanità, morale, cultura: agire nei tessuti di una nazione che in politica estera prova a riacquistare un senso ma ha pochi margini di manovra decisionale in politica interna.
TAVOLA ROTONDA
 
Dopo cena: serata ludica in riva al mare
 
Domenica 29 novembre
ore 10: La redazione ventura
Preparazione della rivista
ore 11,30: L'agenda del 2010
ore 12,30: Chiusura lavori

 

PRENOTAZIONI

Alle poste. Si consiglia di effettuarle per tempo per avere la certezza di essere registrati.

Inviare 25 euro di caparra (o, nel caso si fosse certi dell'arrivo, l'intera somma così da risparmiare un viaggio alle poste) sulla postepay intestata a Gabriele Adinolfi al numero di postepay 4023 6004 6099 0197

ATTENZIONE: poiché con questo genere di pratica non risulta altro che il luogo dal quale è partito il pagamento avvertire della prenotazione, non appena si è effettuato il versamento, con una mail a ga@gabrieleadinolfi.it  o telefonando al 3391262293

 

postato da: BascoNero89 alle ore 11:47 | Permalink | commenti
categoria:politica, kulturkampf, geopolitica, militanza, luci allorizzonte
venerdì, 18 settembre 2009

Bava e lacrime fanno peggio delle mine

I combattenti vanno onorati. Non vanno pianti quando muoiono perché è offensivo: vanno onorati. Senza riserve: non ha senso subordinare il rispetto per loro alle considerazioni politiche, questa è una stortura dei tempi. Lo dico tanto a quelli che non intendono celebrarli in quanto sostengono che sono partiti per una causa sbagliata sia a coloro che, al contrario, li onorano perché credono che quella guerra sia giusta.

Dirò di più. Le persone che provano rabbia e fastidio per la loro esaltazione, li denigrano forse meno di quelle che per onorarli li ricoprono di frasi ipocrite. Sono coloro che più li celebrano ad offenderli maggiormente oggi perché non rendono onore a loro ma sciorinano retoricamente il vocabolario di un comune, “condiviso”, rassicurante, immaginario mediocre.

Si dice, si tace, si contraffà

E' lecito non sapere o fingere d'ignorare che in Afghanistan siamo al rimorchio angloamericano per la razionalizzazione del mercato dell'oppio ma davvero nessuno è all'oscuro del fatto che facciamo parte di una missione che contende a russi e cinesi il controllo geopolitico di un'arteria strategica per conto esclusivo di Washington. Siamo lì da subalterni, obbligati a fare gli interessi di chi ci domina: è palese. Ma non lo si dice se non da parte di chi intende condannare i Caduti. Lo si dice, insomma, solo per denigrarli mentre per onorarli lo si tace, si contraffà la verità. Come se fosse oramai impossibile capire che chi muore sotto la nostra bandiera debba essere onorato per sé e per un senso compiuto del noi. Non per le ragioni dei mandanti e men che meno per retoriche d'accatto. Non è dignitoso sofisticare la realtà per renderla più appetibile ai palati borghesi abituati al gusto delle spezie che nascondono quello della selvaggina. Perlomeno non dovrebbe essere consentito quando si celebra chi ha fatto la scelta di vita – e di morte - di difendere nel suo essere un fondo di magnifica autenticità barbara anziché confondersi con le ombre e le larve nella nebbia artificiale dei civilizzati.

La storia delle società borghesi è contrassegnata dal secolare ostracismo dei guerrieri, utili sì a difendere i commerci dei benestanti, ma relegati ai confini lontani, espulsi in qualche modo dalla società “per bene”, allontanati fisicamente e pure dialetticamente mediante le storture che li trasformano in impiegati estremi dell'ideologia dominante. E la società di oggi, forse già post/borghese ma di sicuro malaticcia, non fa eccezione nella violenza ai forti.


Servono uomini


Sostenere, come fanno più o meno tutti, che uomini partiti per la guerra siano morti “in missione di pace” e “per la democrazia” è più offensivo che trattarli da scherani. Qualunque cosa si pensi della democrazia e del diritto di esportarla malgrado il parere degli importatori, è impossibile non rendersi conto che esistono intere zone del pianeta in cui a nessuno interessa imporla: perché quelle regioni non hanno valore geostrategico, fonti energetiche o piantagioni di oppio. Ritenere che chi ha fatto una scelta d'armi sia partito per imporre una democrazia di cui non si sa bene cosa realmente pensi, in luoghi dove mafie e multinazionali ne abbisognano non è di sicuro un epitaffio alla sua altezza.

Pretendere poi che siamo lì in missione di pace sarà anche politicamente corretto ma è un'assurdità, spingendo il concetto all'estremo sarebbe un po' come dire che una pulizia etnica è una missione di regolamentazione demografica. E sostenere che chi è andato a combattere in un focolaio e, così facendo, ha contribuito ad alimentare le fiamme, è soprattutto una mezza bestemmia. Chi ha scelto il mestiere delle armi è un guerriero e in quanto tale va onorato, specie nella morte. Ma per onorarli servono uomini, una specie sempre più rara. Cui appartenevano coloro di cui parliamo e che sono morti compiendo il loro dovere, che non richiede adesione politica ma fermezza esistenziale. Ma mi chiedo di cosa parlo e a chi.

Gabriele Adinolfi


postato da: BascoNero89 alle ore 10:33 | Permalink | commenti
categoria:geopolitica
lunedì, 14 settembre 2009

Obama può spingere involontariamente Teheran e Tel Aviv a scontrarsi. Ma sarebbe anche un po' la Nemesi di Saddam

 Procede un po' ovunque la linea di Obama atta a instaurare dialoghi distensivi volti in realtà a mostrare che c'è sì buona volontà ma che bisogna contemporaneamente armare per dissuadere. Servono delle scuse per imporci gli scudi anti-missile. Urgono in Asia, in Europa e in Vicino Oriente.

In quell'area da qualche anno in qua la cooperazione sostanziale tra Usa e Iran, in Iraq come in Bosnia, ha modificato il quadro. Prima esisteva un'intesa praticamente esclusiva tra Tel Aviv e Teheran che non ha mai cessato di rifornire di petrolio lo stato ebraico. Ambo le potenze anti-arabe per quasi trent'anni hanno cooperato di fatto, pur insultandosi, e sono state reciprocamente funzionali. Quasi esaurita la fagocitazione anti-ba'at e anti-kemalita operata da entrambi, i due paesi animati da fanatismo del Libro e attraversati sia pure in proporzioni diverse da tentazioni teocratiche, rimossi gli ostacoli intermedi, si sono ritrovati di colpo ad avere più motivi di diffidenza reciproca che non di cooperazione. L'avvicinamento Obama-Ahmadinejad e l'ipotesi che l'Iran possa munirsi di un arsenale nucleare (cosa che gli israeliani non possono concedere a nessun paese dell'area), ha improvvisamente raffreddato di fatto le relazioni tra i due oscurantismi espansionistici. Non si parla ovviamente qui degli slogan rodomontici e pagliacceschi che hanno caratterizzato la pluridecennale commedia recitata dai protagonisti, ma della modifica dei dati sostanziali che incidono, per dirla alla leninista, sugli equilibri di potenza allorquando il reciproco co-interesse cessa di prevalere sul reciproco conflitto d'interessi.

Se i due Stati del Libro si scontreranno ne vedremo delle belle e ovviamente delle motivazioni geopolitiche c'indurranno a scegliere il campo dell'Europa e della Russia.

Ma se ci sarà davvero conflitto, cioè se Obama si dimostrerà un apprendista stregone del tutto incapace, se quindi israeliani e iraniani andranno a massacrarsi, il primo pensiero andrà alla Nemesi che avrà vendicato Saddam, capo legittimo di un popolo occupato sia dagli uni che dagli altri invasori e mandato al patibolo, perché ultimo Capo di Stato non schiavo. Saddam fu assassinato dagli uni e dagli altri insieme. Pur di nutrire speranze in qualcosa o in qualcuno la gente spesso preferisce dimenticare, non rilevare, lasciar correre, sminuire, attenuare, sdrammatizzare, ridurre, minimizzare, oppure fa addirittura finta di niente, pur di puntare su tizio o su caio. Io non condivido. E non scordo.

Gabriele Adinolfi

postato da: BascoNero89 alle ore 18:12 | Permalink | commenti
categoria:politica, geopolitica, notizie dallestero
sabato, 05 settembre 2009

I capitali americani per il no all'integrazione europea

A rischio il sì dell'Irlanda al Trattato di Lisbona. Un sondaggio del giornale di Dublino, Irish Times rivela che sono scesi sotto il 50 per cento i sì . L'appoggio al trattato è sceso di otto punti percentuali raggiungendo quota 46 per cento, rispetto all'ultimo sondaggio. Il 29 per cento dei partecipanti al sondaggio ha detto che voterà contro il trattato nel referendum: un punto percentuale in più rispetto allo scorso maggio. Ma quello che è più cresciuto (sette punti percentuali) è stato il partito degli indecisi, che ha raggiunto il 25 per cento. Il referendum viene riproposto agli irlandesi dopo che hanno già respinto il trattato in una prima votazione nel 2008.
Il "sì" dell'Irlanda al Trattato Ue non sarà facile. Ad ammetterlo è stato il ministro degli Esteri, Michael Martin, che in un'intervista a un'emittente locale ha spiegato che "si tratta di una grande sfida e di una campagna molto difficile che chiederà risorse, convinzione, politica e passione di tutti". "Non mi sono mai fatto illusioni - ha aggiunto il ministro - sarà difficile ma penso che possiamo farcela". Il referendum irlandese, il 2 ottobre è atteso in tutta Europa per riuscire finalmente a sbloccare l'impasse' del nuovo Trattato.
In Europa, il trattato di Lisbona potrà entrare in vigore solo se ratificato da tutti i 27 paesi membri. Oltre all'Irlanda che ha scelto la via referendiaria, il Trattato deve ancora essere ratificato da Germania, Repubblica Ceca, e Polonia.


CHE COS'E' IL TRATTATO DI LISBONA. Il Trattato di Lisbona (noto anche come Trattato di riforma) è il trattato redatto per sostituire la Costituzione europea bocciata dal 'no' nei referendum francese e olandese del 2005.
L'accordo recepisce gran parte delle innovazioni contenute nella Costituzione europea. Rispetto a quel testo, sono state approvate a Bruxelles le seguenti modifiche:
- non esisterà un solo trattato (come la Costituzione europea), ma saranno riformati i vecchi trattati. Il Trattato di riforma modificherà quindi il Trattato sull'Unione europea (TUE) e il Trattato che istituisce la Comunità europea (TCE). Il primo manterrà il suo titolo attuale mentre il secondo sarà denominato "Trattato sul funzionamento dell'Unione europea" (TFUE). Ad essi vanno aggiunti la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e il Trattato Euratom (quest'ultimo non era stato integrato nella Costituzione europea);
- è stato tolto ogni riferimento esplicito alla natura costituzionale nel testo: sono stati eliminati i simboli europei e si è ritornati alla vecchia nomenclatura per gli atti dell'UE: tornano "regolamenti" e "direttive" al posto delle "leggi europee" e "leggi quadro europee";
- il "ministro degli Esteri" europeo tornerà a chiamarsi "alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune (PESC)", benché con i poteri rafforzati indicati nella vecchia Costituzione: sarà anche vicepresidente della Commissione europea;
- vengono meglio delimitate le competenze dell'UE e degli Stati membri, esplicitando che il "travaso di sovranità" può avvenire sia in un senso (dai Paesi all'UE, come è sempre avvenuto) che nell'altro (dall'UE ai Paesi);
- il nuovo metodo decisionale della "doppia maggioranza" entrerà in vigore nel 2014 e, a pieno regime, nel 2017;
aumentano i poteri dei Parlamenti nazionali che hanno più tempo per esaminare i regolamenti e le direttive;
- la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea non è integrata nel Trattato, ma vi è un riferimento ad essa. Il Regno Unito ha ottenuto una "clausola di esclusione" ("opt-out") per non applicarla sul suo territorio al fine di preservare la Common law. Lo stesso è stato concesso alla Polonia ma con l'elezione a premier di Donald Tusk quest'ultimo si è impegnato a non far valere l'"opt-out" ottenuto;
- il Regno Unito e l'Irlanda hanno ottenuto (per chiunque lo voglia utilizzare) un meccanismo ("opt-out") per essere esentati da decisioni a maggioranza nel settore "Giustizia e affari interni";
- viene specificato che la PESC ha un carattere specifico all'interno dell'UE e che non può pregiudicare la politica estera e la rappresentanza presso le istituzioni internazionali degli Stati membri.
- la concorrenza non è più ritenuta un obiettivo fondamentale dell'UE, ma viene citata in un protocollo aggiuntivo;
- viene introdotta l'energia nella clausola di solidarietà in cui gli Stati membri si impegnano a sostenere gli altri in caso di necessità;
- viene specificata la necessità di combattere i cambiamenti climatici nei provvedimenti a livello internazionale;
- viene introdotta la possibilità di recedere dall'UE (fino ad oggi, infatti, vi si poteva solo aderire).
Valéry Giscard d'Estaing, il presidente della Convenzione europea, ha dichiarato che le differenze tra i testi della Costituzione europea e del Trattato di riforma sono solo "cosmetiche" e che rendono quest'ultimo meno comprensibile rispetto al primo mentre il "think tank" euro-scettico "Openeurope" si è spinto fino all'analisi dettagliata, notando che il Trattato di riforma è per il 96% identico alla Costituzione europea.


Un pessimo trattato, il conservatorismo endemico delle masse, lo scetticismo generale, i capitali americani per il no (la statunitense Ryanair finanziò la campagna contraria lo scorso anno). Ecco la miscela per condurci nell'impasse. Il gioco Usa è chiaro: rallentare e ostacolare il più possibile il processo di concentrazione continentale, quello contro cui le talassocrazie e le caste finanziarie si sono sempre battute dai tempi di Napoleone a quelli dell'Asse. E contro cui le caste finanziarie e le potenze navali si batterono anche durante l'Evo Medio.

Il primo trattato, quello di Maastricht, data già di diciassette anni. Da allora le cosiddette “forze nazionali”, più propriamente le debolezze teatranti della destra terminale, cosa hanno saputo offrire, contrapporre, controproporre per sposare giustizia, fierezza, indipendenza e potenza? Niente, solo lamenti da bar o da struscio paesano. E con quel medesimo spirito non hanno esposto alcuna alternativa al trattato di Lisbona cullandosi negli auspici di una miopia reazionaria trinariciuta benchè sappiano – e lo sanno! - che i rallentamenti non solo servono a chi ci domina ma non impediscono in ogni caso lo sviluppo di un processo in corso che, se non viene modificato – MODIFICATO NON OSTEGGIATO – perderà le sue enormi potenzialità positive. Ora magari alzeranno il calice insieme ai loro padroni yankees che non hanno avuto neppure bisogno di metterli sul libro paga visto che fanno sempre quello che vogliono loro. In nome della “difesa” di “valori” ovviamente. Sui quali “valori” e sul come i teatranti li vivano è molto meglio non indagare. Bevete su, è tempo di pippe e gazzosa.

Noreporter.org

postato da: BascoNero89 alle ore 11:53 | Permalink | commenti
categoria:politica, geopolitica, notizie dallestero
mercoledì, 02 settembre 2009

III incontro nazionale dal 27 al 29 novembre 2009

Data: Dal 27 al 29 novembre

Luogo: Italia centrale, vicino Roma. Stiamo scegliendo il posto esatto e seguiranno dettagli precisi

Condizioni: le abituali; calcolare circa 90 euro per iscrizione, due notti di pernottamento e tutti i pasti inclusi

Temi e obiettivi: La situazione generale. La composizione e il ruolo del Think Tank. Redazione e lancio della rivista. Il programma del 2010

Il numero: Sarà chiuso, come di consueto

Le prenotazioni: Vanno effettuate quanto prima. A giorni seguiranno dettagli. Intanto si può manifestare la disponibilità scrivendo a ga@gabrieleadinolfi.it

postato da: BascoNero89 alle ore 12:29 | Permalink | commenti
categoria:politica, eventi, kulturkampf, geopolitica
venerdì, 21 agosto 2009
di Gabriele Adinolfi

Le autorità occidentali e la stampa hanno cantato vittoria perché in Afghanistan la democrazia avrebbe sconfitto il terrorismo e la gente sarebbe andata a votare in massa.
Ogni fonte riprende e amplifica la tesi che, acriticamente, passa così come reale, come corretta. Ma lo è davvero?

Cosa dicono in realtà le fonti afghane? Che avrebbe votato tra il quaranta e il cinquanta per cento degli elettori. In Occidente si prende con estrema disinvoltura per buona la cifra estrema e si dà così per scontato che un afghano su due abbia detto no ai talebani. Di fatto, considerato il controllo capillare e assoluto che il regime ha sulle elezioni, sui seggi, sugli spogli, sulle commissioni, la cosa più probabile è che nemmeno la cifra minore della forchetta, ossia il quaranta per cento, sia stata raggiunta: l'affluenza sarà stata di gran lunga al di sotto, forse imbarazzante. Ma prendiamo per buono il gioco all'asta dei media e financo il raggiungimento di quel 50% che persino a Kabul si vergognano di sostenere. Ebbene, anche questa sarebbe una sconfitta del regime se teniamo conto di quanto, solo pochi giorni prima, il generale Jean affermava sul Messaggero, stabilendo che al di sotto del cinquanta per cento si sarebbe registrato un fallimento politico del regime.

Fallimento che era nell'aria, tant'è che per mettere le mani avanti la propaganda ha insistito particolarmente alla vigilia sulle minacce talebane contro i votanti fingendo di credere che costoro siano, laggiù, degli individui-consumatori che vanno motivati o demotivati e non piuttosto degli uomini e delle donne organici a clan, tribu ed etnie che votano, o non votano, in blocco a seconda degli accordi tra i capi.

Letta inq uest'0ttica, che è l'unica vera, dobbiamo convenire che il 20 agosto si è registrato un fallimento mastodontico se si considera che nel 2004 i votanti furono il 74%.

Non è un problema di numeri o di democrazia. Laggiù come ovunque essa è la maschera dell'arbitrio dei potenti, laggiù come ovunque essa non esiste, quantomeno non come ci viene presentata; laggiù come ovunque la libertà e la partecipazione nascono dall'alleanza tra il Cesare e il popolo. Non è, ripeto, un problema di numeri o di democrazia: laggiù come ovunque tra brogli e media una potente minoranza antipopolare può governare indefinitamente simulando un consenso che non ha. Il fatto è che lo scarso numero di votanti attesta qualcosa di molto più significativo, e cioè che le alleanze tra capi clan, capi tribu, capi etnie sono in crisi, che cinque anni di occupazione militare straniera non hanno fatto progredire ma regredire le possibilità di dialogo tra le componenti autoctone.
Questo significa ancora qualcos'altro: che la strategia ufficiale di Obama che sarebbe quella di preparare una riduzione dell'impegno internazionale favorendo una maggior partecipazione afghana all'azione guidata dagli Usa sembra utopica.
Ovviamente la strategia ufficiale vale come tutto ciò che è ufficiale: è uno specchietto per le allodole. Nulla di quanto viene realizzato dagli americani risponde, mai, a quello che hanno precedentemente proclamato, né a quello che continueranno a raccontare poi.
Ma anche sulla strategia reale oggi possibile c'è da porsi delle domande.
Lo scopo strategico che ha portato gli americani e il partito atlantico in afghanistan è palese.

Esso consiste in:
- impedire (dicasi impedire) che venga interrotta la produzione di papavero da oppio
- mantere una zona di alto livello di destabilizzazione al fine di alzare i proventi del narcotraffico e controllare arterie energetiche
- mantenere la presenza militare nei pressi della cerniera geostrategica del mondo da cui gli Usa vorrebbero estromettere Russia e Cina.

Questa triplice partita strategica contiene poi, come in una matrioska, vari conflitti intestini per il controllo regionale e per la conquista delle rotte strategiche. La partita vede anche in contrasto tra loro diversi alleati degli americani (Inghilterra, Francia, Israele); la partita vede anche in conflitto accanito due poli islamici: l'Iran che sostiene apertamente Karzai e l'Arabia Saudita che tifa per i talebani; la partita vede anche più di una potenza mondiale o regionale fare lì il doppio gioco o almeno giocare su più piani (Russia, Cina, Pakistan, Israele).
Insomma l'Afghanistan è un immenso groviglio e il test elettorale del 20 agosto, esattamente all'opposto dei tronfalismi giornalistici, ha dato un solo verdetto: è sempre più aggrovigliato.
postato da: dallaltraparte alle ore 16:36 | Permalink | commenti
categoria:geopolitica
mercoledì, 15 luglio 2009

Si può essere contrari alla guerra in Afghanistan ma onorare Alessandro Di Lisio e ammirare i soldati

Non confondiamo sempre tutto e leggiamola su ogni piano.

Piano generale:
è una guerra fatta a sostegno dell'oppio e dei signori dell'oppio nonché a difesa del controllo occidentale di rotte strategiche internazionalmente contese. Va da sé che è una guerra sballata.

Piano statalistico:
Berlusconi, come Prodi o D'Alema (non c'è in questo differenza) mantiene una presenza. Dal punto di vista "assoluto" ha(nno) torto perché noi vorremmo un'azione anti-imperialista. Dal punto di vista della real-politik di un piccolo satellite la cosa è un po' diversa. Non solo perché più ci si ritira meno briciole si ottengono ma perché si perderebbe anche quel minimo di considerazione internazionale che, ad esempio, ci rende interlocutori tra Russia e Ue e in parte tra Russia e Usa. Per acquisire peso Cavour inviò le truppe a farsi massacrare nella sbagliatissima guerra di Crimea. La guerra fu sbagliatisssima ma per le mire piemontesi ebbe un senso ed è passata alla storia per questo. Certamente le cose stanno un po' diversamente ma si deve tener conto anche di ciò.
Da che mondo è mondo la politica si fa anche così. Il fatto che non sia la nostra politica non significa automaticamente che sia solo servilismo; c'è anche un minimo di pragmatismo. C'era con Prodi e c'è adesso.

Piano ideale:
è sbagliato immischiarci negli affari afghani ed è giusto favorire l'autodeterminazione. Lo sostengo e lo sottolineo, a patto però di non farne un'astrazione idologica perché altrimenti, per estensione, diventa sbagliato anche l'Impero Romano, il Barbarossa aveva torto e i tedeschi pure. Inoltre non dimentichiamoci che la "decolonizzazione" ha fatto più danni al Terzo Mondo di quanti ne fece il colonialismo e che ha portato, per dinamica compensativa, all'invasione europea da parte degli immigrati. La natura e la storia non accettano il vuoto. Sono le nostre astrazioni ideologiche che producono cristalli immaginari ma si rivelano spesso vuote. Non è la stessa cosa perseguire, concretamente, la nascita di un polo internazionale alternativo, come ai tempi di Nasser e Peron e tifare per una sorta di "fronte del sud" contro l'occidente. Un meno non è un più: sovente il nostro posizionamento risente dell'incapacità di cogliere i mutamenti che si sono verificati. Per me è molto più importante operare sul fronte delle "relazioni di potenza" e verso un rafforzamento euro-russo che tenga conto delle autodeterminazioni che non accettare la versione di lotta di classe rivista e corretta nel piano dei conflitti internazionali. E che si rivela poi irrealistica in quanto quasi ovunque le faide sono tali che gli schieramenti sono più immaginari che reali.

Piano di potenza:
i popoli dominanti spesso si fanno menar per il naso (per gli inglesi è accaduto sovente in quest'ultimo secolo) ma si distinguono dai popoli dominati per il loro saper fare quadrato comunque sulle emozioni basilari (il loro esercito, la loro bandiera, il loro marchio). Si guardi per esempio ai giapponesi.
Sono i dominati che premettono le considerazioni e i sentimentalismi ai sentimenti forti. Si può ribattere che chi lo fa è più intelligente ma questo può valere a livello d'individui o di piccoli gruppi, quando ci si allarga a livelli di popolo l'assunto si rovescia e si scopre che è spesso molto sciocco essere "intelligenti".

Piano strettamente politico:
l'approccio alla questione afghana dovrebbe tener conto di tutto quanto precedentemente espresso ed esprimere una soluzione alternativa e non una sorta di puntiglio ideologico para-pacifista come abbiamo preso l'abitudine a fare, magari senza rendercene conto, nell'ultimo trentennio.

Piano esistenziale:
che dovrebbe precedere tutti gli altri. Chi cade in guerra non va stimato secondo per chi o per che cosa abbia fatto la guerra. Vale per tutti, anche per i nemici valorosi; sono demenze bibliche estese fino al comunismo che inducono a odiare o a disprezzare gli uomini che non fanno le stesse scelte di campo di chi li giudica. Questo non solo non lo condivido ma lo rigetto.
Il soldato va onorato non per le ragioni per cui è andato in guerra o per chi si nutre vampiristicamente del suo sangue ma per la scelta di vita e di morte che ha compiuto. Vale per i soldati e valeva per i mercenari.
E non regge il fatto di dire che si stanno additando proprio i vampiri. Esistono vari piani e vari momenti nella vita e nella morte. Chi parte per la guerra, parte per la guerra e chi cade, cade. Mettere l'accento su chi ha profittato della sua morte inconsapevolmente svaluta IL gesto (perché è l'unico davvero che conta in una vita) ed è lesivo. Chi muore in guerra muore in guerra perché ha scelto di fare il soldato e di andare in guerra, non per chi approfitta del suo sacrificio. E' centrale tenerlo a mente, sia da un punto di vista di gerarchia valoriale sia da quello di analisi politica. Se non lo si facesse si dimenticherebbe la sfera del sacro e si sarebbe, comunque, alter/comunisti o alter/liberali. Cosa che avviene sovente.

Per questo sono più che convinto che i tempi e i modi dell'imprescindibile critica alla missione afghana dovrebbero essere diversi e che non dovremmo  lasciarci invischiare dal sensazionalismo di oggi. Il cosa (ovvero la critica alla misisone in Afghanistan) è fuori discussione, quello che va rivisto è il come ma è proprio il come che esprime la qualità, la specifictà, il modo di pensare, di sentire. E' il come che ci qualifica e ci differenzia.
E torniamo al punto per me cardinale: siamo stati infettatati dalla contiguità con ideologie estranee e dobbiamo praticare una completa rivoluzione culturale fascista.

Gabriele Adinolfi

postato da: BascoNero89 alle ore 17:34 | Permalink | commenti (1)
categoria:politica, kulturkampf, geopolitica, notizie dallestero
sabato, 04 luglio 2009

Sei missili coreani nell'Independence Day. Per gli Usa sono un regalo gradito

La Corea del Nord ha effettuato il test di sei missili, proprio nel giorno della festività Usa dell'Independence Day. I primi due vettori balistici, ha reso noto l'agenzia Yonhap, citando fonti del governo di Seul, sono stati lanciati alle ore 8 locali (all'una di notte in Italia) ed erano del tipo Scud, ''con una gittata stimata di circa 500 chilometri''. Successivamente, a distanza di poche ore, ne sono stati lanciati altri due, presumibilmente dello stesso tipo, da una base vicino Wonsan, nella provincia di Gangwon: sono caduti nel mar del Giappone dopo aver coperto una distanza di circa 400 chilometri. Il quinto missile, a corto raggio, è stato fatto esolodere intorno alle 14.50 locali, le 7.50 in Italia. Il sesto missile a corto raggio è stato lanciato intorno alle 16.10 locali (le 9.10 in Italia).

''Il test missilistico di Pyongyang del 2 luglio è stato condotto nell'ambito di esercitazioni di routine - ha aggiunto la fonte all'agenzia sudcoreana - ma oggi sembra che l'iniziativa abbia una natura politica, considerando che negli Usa ricorre la festa dell'Indipendenza''. I vettori odierni sono stati lanciati all'inizio della fascia oraria di bando alla navigazione annunciata da Pyongyang nei giorni scorsi, che dovrebbe terminare in serata alle ore 20 locali (le 13 in Italia).
Il Paese comunista, che è solito fare leva sui missili nei momenti di massimo attrito con la comunita' internazionale, è stato colpito da nuove sanzioni Onu a seguito della risoluzione 1874, approvata dal Consiglio di sicurezza come risposta al secondo esperimento nucleare del 25 maggio scorso.
A Pyongyang è stato vietato, tra l'altro, il commercio di armi, fonte di preziosa valuta estera per il regime. Il Consiglio ha autorizzato i Paesi che aderiscono all'Onu ad ispezionare i cargo riconducibili alla Corea del Nord, con la possibilità di sequestrare e distruggere le merci spedite in violazione alle sanzioni.

E la sceneggiata è completa. In realtà I missili coreani, congiuntamente alla “minaccia nucleare” iraniana, forniscono il destro all'industria degli armamenti per continuare a strappare finanziamenti miliardari malgrado la crisi e per mantenere in piredi il progetto degli “scudi stellari”. Inoltre la minaccia regionale serve da monito a Giappone, Indonesia e Corea del Sud affinché non siano eccessivamente tentati nello sviluppo delle alleanze regionali con la Cina. Gli Usa vogliono infatti mantenere la corsia preferenziale con Pechino. E la Corea del Nord, probabilmente consapevole, ha fatto a Washimgton un bel regalo per le feste.

Noreporter.org

postato da: BascoNero89 alle ore 13:55 | Permalink | commenti
categoria:politica, geopolitica, notizie dallestero
martedì, 23 giugno 2009

L'ultimo numero dell'agenzia stampa di Polaris, come scaricarlo da internet o riceverlo via mail

E' uscito un nuovo numero di Mondo Cane, l'agenzia stampa di Polaris, supplemento a Orientamenti & Ricerca. Si può scaricare in versione pdf da internet all'indirizzo www.centrostudipolaris.org oppure si può richiedere per mail, inviando - se non lo avete già fatto in passato - una mail a marte.rea@gmail.com

Chi lo richiede entrerà automaticamente a far parte della mailing list e, sempre gratuitamente, riceverà anche i successivi numeri di Mondo Cane e di Orientamenti & Ricerca nonché comunicazioni dal Centro Studi Polaris.

postato da: BascoNero89 alle ore 14:27 | Permalink | commenti
categoria:politica, kulturkampf, geopolitica, notizie dallestero
domenica, 14 giugno 2009

Israele ha sperato nella rielezione di Ahmadinejad. Tra di loro insulti e minacce ma fanno sempre piedino

I dirigenti di Gerusalemme, scriveva venerdì Maariv, tifavano per Mahmoud Ahmadinajed colui che ha negato l'Olocausto e auspicato che Israele sia cancellato dalle mappe- “Se Ahmadinejad sarà sconfitto – lamenta l'opinionista israeliano Ben Caspit – lo rimpiangeremo”. Paradossale? Secondo Maariv, con il suo atteggiamento Ahmadinejad ha anche “rappresentato il più bel dono dell'Iran a Israele” aiutando a convincere il mondo della minaccia legata ai progetti nucleari iraniani. Su Yediot Ahronoth, l'esperto Soli Shavhar osserva che con Moussavi l'Iran sarebbe uscito dall'isolamento ma si sarebbe avvicinato pericolosamente alla bomba atomica”.

Sono decenni che Teheran e Tel Aviv si sostengono vicendevolmente con una fitta rete di relazioni commerciali che hanno anche compreso la cessione di armi israeliane all'Iran e che vedono tuttora il paese degli ayatollah rifornire lo stato ebraico di petrolio via Amsterdam. Insieme hanno partecipato alla spartizione dell'Iraq. Si scambiano continuamente insulti e minacce con toni esaltati ma poi fanno regolarmente piedino. Un giorno litigheranno davvero e proveranno a farsi male? E' possibile ma quel giorno di sicuro non è oggi.

Noreporter.org

postato da: BascoNero89 alle ore 21:16 | Permalink | commenti
categoria:politica, geopolitica, notizie dallestero
sabato, 13 giugno 2009

Tra mascherate e sarabande la visita del patron libico a Roma sullo sfondo di un conflitto angloitaliano


Un buffo personaggio che sembra il figlio di Renato Zero e Peppino di Capri è giunto in Italia improvvisando una performance da baraccone, con tanto di foto appesa al collo.

L'uomo, che ci dicono si creda il capo di stato libico, è venuto a Roma a definire la vendita del suo paese, nostra ex colonia, ai capitali nostrani.

L'acquisto, mascherato sotto la voce “Riparazioni” è fruttuoso per noi. In primo luogo ci ha già permesso di avere dall'altra sponda del Mediterraneo un partner che vigila per ridurre le ondate di clandestini e che ci permette anche di rimandarglieli indietro. Questo innervosisce tutti coloro che sul traffico di schiavi mangiano a piene ganasce, in primis le associazioni “umanitarie” cattocomuniste. Nel pacchetto vendita , come ha esplicitamente affermato, Gheddafi ha inserito anche l'assoluta priorità italiana, se non addirittura l'esclusiva, nell'utilizzo delle risorse del governatorato libico. E non è finita. C'è soprattutto la ricostruzione della terra di cui è ras da quarant'anni, e che praticamente è all'abbandono, che vedrà occupate le ditte italiane.

Qui Peppafi Zero è stato chiaro: “il popolo libico ha fatto la rivoluzione contro il colonialismo, ma anche contro la corruzione. Sotto questo aspetto siamo molto sensibili". Molto sensibili? Molto QUANTO, signor governatore?

Questa è la domanda giusta, l'unica che ha un senso porsi, senza coinvolgerci nella sarabanda di questi giorni, con tanto di "Onda " (sì e no una leggerissima increspatura) che accusa il signore in questione di essere “fascista”. Con tanto di opposizioni che si scandalizzano per la presenza di uno che finché ci minacciava di guerra – ma pagava la Fiat – andava bene ma ora che ci fa da cuscinetto rispetto alle invasioni dal mare diventa cattivissimo. Una sarabanda con tanto di alti toni antitaliani e anticolonialisti adoperati non ad uso nostro ma interno e rivolto anche all'intero mondo arabo. Dello stile: mi sono venduto ma salvo la faccia.

Sullo sfondo di queste pagliacciate di serio c'è soltanto il fatto che la Libia è stata comprata dall'Italia e che l'Inghilterra, che perde colpi nel Mediterraneo, è furiosa. Per questo Murdoch è venuto allo scoperto attaccandoci proprio in questi giorni.

E questa è l'unica nota importante, e preoccupante, del momento. Quando l'Italia agisce sul Mediterraneo, sotto qualsiasi forma, Londra suscita destabilizzazione, terrorismo e guerre civili. Sono centocinquant'anni che va così. E' di questo che dovremmo preoccuparci o perlomeno occuparci. Il resto è patetica messinscena da avanspettacolo.

Gabriele Adinolfi

postato da: BascoNero89 alle ore 21:22 | Permalink | commenti (4)
categoria:politica, geopolitica
giovedì, 28 maggio 2009

Domani inizia a Roma il G8  sui temi della sicurezza e dei fenomeni migratori. Vi parteciperanno i ministri della Giustizia e degli Interni degli otto Paesi membri. Sull’evento, abbiamo posto  tre domande a diverse personalità: giornalisti, scrittori, saggisti, critici, militanti e no. Di seguito, le risposte di: Gabriele Adinolfi, Giorgio Ballario, Francesco Boco, Giovanni Di Martino, Alessandro Grandi, Mario Grossi, Francesco Mancinelli, Miro Renzaglia, Luca Leonello Rimbotti,  Adriano Scianca, Antonio Serena, Stefano Vaj.


La redazione de Il Fondo

LE DOMANDE

1) Come giudichi l’abbinamento tematico del prossimo G8?  Ovvero: sicurezza e immigrazione sono fenomeni strettamente collegati tanto da dover essere trattati nella medesima sede? Perché sì o perché no?

2) Politiche sicuritarie e politiche migratorie-anti-migratorie sono o no, secondo te, funzionali alle politiche liberiste e capitaliste? E in che modo lo sono o non lo sono?

3) Condividi le ragioni di chi andrà in piazza, cioè le ragioni del movimento no-global? Perché sì o perché no?

LE RISPOSTE


g81_fondo-magazineGabriele Adinolfi

1) Per l’opinione pubblica sì. E poi questa convinzione è fondamentale per mantenere quella “coesione da timore” operata continuamente sulla gente: una  pratica propria alle oligarchie democratiche, una dittatura psicologica che tanto bene ha definito il sociologo svizzero Eric Werner. In realtà si tratta di due fattori distinti che si tende a mescolare tra loro con il solo risultato tangibile di chiudere in un vicolo cieco qualsiasi critica costruttiva allo tsunami immigrazionista. Che con l’aumento esponenziale di desperados nelle nostre nuove bidonville cresca anche la delinquenza è comunque vero, ma circoscrivere lo studio di un dramma socioculturale immenso in questo solo contesto è assurdo. È assurdo ma paga perché spinge le masse individualizzate e disancorate ad aggrapparsi alle classi dirigenti in carica e perché allontana la critica all’immigrazione da tutti gli elementi strutturali, impedendo, ad esempio, che ci sia una mobilitazione per togliere l’otto per mille alle chiese e il cinque per mille alle associazioni di negrieri buonisti. Così gli immigrati, anche se criminalizzati, restano un grande business per gli internazionalisti - cristiani, laici e materialisti - che sono gli schiavisti di oggi.

2) Affermare di sì sarebbe semplicistico. Tutto quello che viviamo oggi è frutto della vittoria dei mercanti sui popoli, del trionfo nel 1945 del Crimine Organizzato  che ha costituito il sistema di capitalismo multinazional-globale che conosciamo. Le politiche di calmierato che vengono proposte da alcuni governi, come il Berlusconi in carica, hanno di certo le gambe corte perché servirebbe invece un’alternativa di sistema e di potenza. Non credo che i tentativi condivisibili di calmierato - che, pur pessimista, io auspico continuativi - siano funzionali alle logiche liberiste. Siamo oramai al paradosso in quanto più di un rappresentante del  liberismo si rende conto che l’immigrazione in Europa è eccessiva, tanto che dei rappresentanti della Commissione Trilateral, quali Kissinger e la stessa Boniver, provano a espolorare altre strade se non a proporre vere e proprie inversioni di tendenza . È invece il cosiddetto capitalismo sociale, con in prima fila la chiesa cattolica e le protestanti a non accettare discussioni. Vuol chiudere il cerchio riproponendo la sua radice ambrogiana ed imporre così il comunismo oligarchico nemico di ogni forma e di ogni identità. Il mostro globale, che ha prodotto a valle migrazioni di massa da paesi depauperati a monte non si spiega soltanto con le logiche liberiste di cui si nutre;  si sublima nell’orrendo tramite le ideologie e le strutture clerical-comuniste sempre più aggressive e prepotenti. È la guerra mondiale che prosegue.

3) No. Da quando la sinistra estrema si è avvitata su se stessa - il che è significativamente coinciso con il momento in cui ha assunto il termine “antagonista” - si è allineata alla ghettizzazione della destra terminale e si è così avviata alla pura e semplice messinscena di sé. Siamo  all’hooliganismo politico e all’avanspettacolo, le stesse cose che ho incondizionatamente respinto della destra post-neo-post-fascista che mi sono ritrovato davanti al mio ritorno in Italia nove anni fa e che per fortuna ha subito strappi e lacerazioni vivificanti in particolare grazie a CasaPound. Gli “alterglobal” che si mettono in scena di fronte al G8 non hanno ancora goduto di questa terapia. Non sono poi assolutamente d’accordo sulle loro controproposte, che sono ancora più global e liberticide di quello che contestano, ma questo è un dettaglio. Il fatto centrale è che le presunte aree antagoniste - eccezion fatta delle loro avanguardie culturali, artistiche e sociali - sono entrate a pieno titolo nel “paese dei balocchi”; e così, pur confermando la loro piena inutilità  e incapacità politica, si mettono spettacolarmente in vetrina solo per potersi poi rispecchiare su internet e youtube. Siccome vogliono farlo in modo trasgressivo  finiscono con l’essere qualcosa che assomiglia un po’ troppo alle puttane di Amsterdam. Venere ed Eros non hanno più nulla a che vedere con tutto ciò.

g81_fondo-magazineGiorgio Ballario

1) Non sono necessariamente collegati fra loro, ma in questa fase storica dell’Europa e dell’Italia mi sembra tutto sommato inevitabile. Non perché tutti gli immigrati siano delinquenti o potenziali criminali, è ovvio. Ma perché i numeri e le modalità dell’immigrazione clandestina (gestita dalle mafie) impongono un coordinamento con le politiche anti crimine. Anche se la risposta al fenomeno, nella sua complessità, non può essere solo di tipo poliziesco.

2) Le politiche sicuritarie sono funzionali a qualsiasi tipo di governo, purché sia un governo forte (cioè in grado di gestire le riforme in prima persona senza farsele imporre dai gruppi sociali non governativi). La sicurezza è sempre stato un fiore all’occhiello anche dei regimi comunisti e socialisti, quindi non è strettamente legata al sistema liberal-capitalista. Viceversa l’immigrazione risponde a una precisa esigenza di fornire forza lavoro (possibilmente a buon mercato, poco sindacalizzata e facilmente controllabile) all’industria, per cui è funzionale al modello liberal-capitalistico. Che ovviamente si disinteressa degli squilibri provocati dallo spostamento sul territorio di milioni di persone di altra cultura e altri costumi: già i fenomeni migratori interni all’Italia negli anni Cinquanta e Sessanta rappresentano un esempio in questo senso. L’immigrazione clandestina e disperata, invece, risponde più che altro alle esigenze della piccola imprenditoria rapace ( artigiana e agricola) e in buona misura agli interessi delle mafie, soprattutto nel Sud Italia.

3) Condivido pienamente il pensiero no-global, però non lo ritengo rappresentato - se non in parte - dai classici manifestanti di piazza che si definiscono no-global. Anzi ho l’impressione che questi ultimi siano in prevalenza dei super-global, e cioè aspirino ad ampliare e accelerare i fenomeni della globalizzazione, non limitandoli solo agli aspetti economici. Chi auspica la libera e piena circolazione non solo delle merci, ma soprattutto delle persone - anzi, degli individui - ipotizzando il raggiungimento di una sorta di melting pot culturale, a mio avviso non può definirsi contro la globalizzazione. Gli antiglobalisti (o antimondialisti, come si diceva in altri tempi) pensano ad un modello politico, economico e culturale completamente diverso dal melting pot di stampo americano. In cui, caso mai, ci dovrebbero essere dei precisi paletti sia alla circolazione delle merci che delle persone. Il che non significa adottare una visione da fortezza-Europa, come invece fanno alcuni.

g81_fondo-magazineFrancesco Boco

1) Non credo che sicurezza e immigrazione siano argomenti legati tra loro, o almeno non dovrebbero esserlo. Quando si parla di immigrazione bisogna in primo luogo porsi il problema delle identità, del radicamento e del ritorno. Il problema della sicurezza è una questione che sorge solo in un secondo tempo, quando i numeri dell’immigrazione si fanno così imponenti da trasportare nei paesi accoglienti  persone legate alla criminalità o comunque uomini e donne non inseribili nella società per mancanza di lavoro e risorse. Penso che sia un circolo vizioso, per cui all’arrivo di disperati si associa inevitabilmente il confluire della gran parte di essi nelle file dei disoccupati e della criminalità. La colpa non va comunque data all’immigrato in sé, ma a un sistema globalizzato che, per realizzare il modello del mondo ideale dove tutti sono uguali (tranne alcuni), segue con precisione i voleri delle multinazionali e delle lobby di potere che puntano, per i propri interessi, alla distruzione delle identità e delle differenze. È il sogno utopico e nichilista della fine della storia che piano piano prende piede. Associare in modo così evidente il tema della sicurezza a quello dell’immigrazione è oggi necessario, ma distoglie dal fulcro fondamentale del problema, che è e resta quello dell’appartenenza a una comunità storica e antropologica definita. Non ci si pone cioè il problema di come inserire lo straniero nella società in modo attivo, senza però snaturarne la specificità e senza dissolvere quella del paese accogliente. I flussi migratori, che finiscono col provocare conflitti sociali e instabilità, non fanno che spingere a un ulteriore perfezionamento del sistema di controllo globalizzato, che mira cioè a mantenere lo status quo evitando il sorgere di alternative e dissensi effettivi. Il tema della sicurezza da necessità sociale diventa un boomerang che indebolisce la popolazione accogliente, disabituandola a difendersi e a tenere testa alle offese, e dall’altro lato prepara un mondo dove la libertà individuale è sempre più limitata fino ad arrivare al “paradiso in terra” dove pace e uguaglianza saranno finalmente diffusi ovunque.

2) Le politiche sicuritarie a mio avviso fanno indubbiamente il gioco di politiche capitaliste egualitarie e anti-comunitarie. Dove c’è un popolo, e dove questo popolo sa difendere il proprio diritto, la propria terra e la propria identità, sono certo che non è necessario parlare di sicurezza, e non si pone neppure il problema dell’immigrato lavoratore. Insistere sul tema sicurezza serve a gente debole per affidare le proprie cose e finanche la propria vita a uno Stato che, purtroppo, si rivela sempre più inadatto al compito. Questo governo sta facendo delle cose che giudico positive, però insistere, come fanno i media, in modo irresponsabile e irrazionale sulla sicurezza, come fosse la soluzione a ogni problema, mi sembra una trovata superficiale. Le politiche migratorie, come detto, fanno gli interessi del capitale e delle multinazionali; è un dato di fatto dimostrato dalle carte geopolitiche di Le Monde Diplomatique che, proprio dai pesi poveri dove la presenza di multinazionali è più forte, partono anche i numeri più grossi dell’immigrazione (v. quaderno Polaris immigrazione). Per quanto riguarda le politiche anti-migratorie: tendo a pensare per affermazioni, quindi sarebbe più importante e proficuo parlare di politiche identitarie e comunitarie. È necessario oggi più che mai ricreare un legame col territorio e la propria comunità, il proprio ambiente, tornare a vivere in modo autentico il proprio tempo e la propria dimensione politica. Così non è, e si riescono solo a pensare politiche che demonizzano l’immigrato in modo aprioristico, senza proporre valide soluzioni al grave problema dell’immigrazione. Un passo importante e positivo è comunque venuto dal governo italiano, ritengo che l’accordo tra Italia e Libia e quello che sembra prendere piede tra il nostro paese e la Grecia s’inseriscano in un’ottica mediterranea e strategica di contrasto all’invasione.

3) Generalmente non condivido l’impostazione mentale di chi costruisce la sua azione sulle negazioni. I no global, già per il semplice fatto di definirsi così, hanno fallito in partenza e dimostrano di essere facilmente manipolabili. La loro visione delle cose è viziata da una mentalità moralista e non aderente alla realtà, dettata in fondo dal fatto di rimanere e ristagnare nello stesso linguaggio e discorso dei globalizzatori che pretendono di contrastare. Dimostrazione ne è il fatto che i no global non sono affatto contrari all’immigrazione, non sono contrari alla distruzione delle culture e delle identità, non sono quindi contrari alla tratta di esseri umani, ma semplicemente chiedono che questo processo venga realizzato in modo diverso. Se i no global fossero veramente tali e coerenti con le premesse, vista la loro cieca esaltazione, ritengo che dovrebbero essere dei beceri sciovinisti tardo ottocenteschi. Invece no, come per Marx il paradiso in terra doveva essere il consolidarsi della dittatura del proletariato e il livellamento di tutta l’umanità, così, per questi personaggi, il paradiso in terra è il mondo globale in cui esistono soltanto cittadini del mondo e in cui finalmente verranno meno le differenze che distinguono un europeo da un africano. E allora non potranno più gioire alla vista di una donna africana vestita nel suo coloratissimo abbigliamento tradizionale, potranno invece provare grande piacere a vederla vestita con jeans Levi’s e scarpe di fabbricazione americana.  Tempo fa uscì un libro che tutti dovrebbero conoscere, A destra di Porto Alegre, dove emerge la verità storica di un mondo culturale, a cui appartengo, che, ben prima dei no global, e ben prima che s’iniziasse a parlare di globalizzazione, si era posto il problema di porre un freno all’omologazione globale. Bisogna rendersi conto che oggi la vera ribellione sta nell’affermare e nel costruire, e soprattutto nel rivendicare una storia, un’identità e un destino. I no global, per uscire dall’ottica bislacca e distorta che ne vanifica l’utopismo, dovrebbero prima di tutto scardinare le proprie gabbie mentali e le definizioni consolidate, per procedere poi alla formulazione di proposte concrete in grado di garantire agli italiani di tornare a essere un popolo-comunità e anche di conservare nell’armonia le particolarità dello straniero.

g81_fondo-magazineGiovanni Di Martino

1) L’abbinamento tematico è frutto dei tempi, e dei politici attuali. Sicurezza e immigrazione sono gli unici temi sui quali i politici di oggi hanno qualcosa da dire. Qualcosa di brutto, ma almeno è qualcosa. Mica come sulla crisi, che è il “grande evento” dell’imperatore, del quale tutti parlano, ma che nessuno sa bene cos’è da cosa deriva come si può affrontare eccetera. I politici di oggi non sanno collocare l’Afghanistan sulla carta geografica, ma ne hanno votato il finanziamento della missione militare, cosa vuoi che capiscano della crisi, anche volendo. Ma sulla sicurezza e l’immigrazione qualcosa da dire ce lo hanno anche i deputati e i senatori italiani, come anche gli amici del bar. O si è del tutto tolleranti e quindi refrattari ad ogni discorso sensato, oppure si è del tutto intolleranti e quindi si va dalla critica agli extracomunitari che sporcano, ci rubano il lavoro, vogliono colonizzarci, farci crescere la barba e mettere il velo alle nostre donne. Direi che oggi si va in quest’ultimo senso. In Italia ci va la destra, moderata ed estrema (con buona pace dello sfruttamento della mano d’opera extracomunitaria da parte dei piccoli imprenditori che la votano), ma quel che è più grave è che ci va anche la sinistra. Perché vince Berlusconi? Non solo perché lui promette tutto e gli altri si limitano a dire che non manterrà le promesse, senza però rilanciare, ma anche perché in Italia, come negli Stati Uniti, la sinistra rincorre la destra sul suo territorio, e lì si fa male e forte. Hai visto i manifesti del PD? Più polizia, più sicurezza eccetera, roba su cui la Lega Nord lavora da venti anni e ti mangia in testa (e sulla gente, se si parla di sicurezza e immigrazione, fanno populisticamente più presa la faccia congestionata di Calderoli, la voce luciferina di Gentilini e le parolacce di Borghezio, che non la giacca e la cravatta del Franceschini di turno). Ma d’altronde se si pensa i modelli di questa sinistra sono dei cazzari tipo Lula, Obama o Zapatero (che con i clandestini si è comportato peggio del più grande sogno di Borghezio), i conti tornano. In conclusione secondo me, sono due ambiti che possono intersecarsi e quando si intersecano devono essere trattati insieme, ma quanto avviene da un po’ di anni è un’altra cosa. Si tenta e con successo, perché la gente ci casca, di far derivare la mancanza di sicurezza dall’eccessiva immigrazione. E su questo non sono d’accordo. Aggiungo anche che a me della sicurezza, intesa come libertà del singolo di poter portare il cane dopo cena a fare i propri bisogni, interessa abbastanza poco, perché nella maggior parte dei casi ho toccato con mano che ripulito un quartiere dalla malavita, questa si spostava in un altro e gli abitanti del primo si dedicavano ai bisogni dei propri animali con la ritrovata sicurezza, senza interessarsi di quello che poteva succedere altrove. Senza prima un ordine sociale (e un ordine delle coscienze), non ci può essere un vero ordine pubblico. A meno di intendere per ordine pubblico la presenza di camionette ed autoblinde dell’esercito per le strade come c’è ora. Sai meglio di me che nella Roma antica non c’era nemmeno il diritto penale inteso come lo intendiamo oggi, tanto era interesse della comunità il mantenimento dell’ordine pubblico.

2) Sono funzionali al capitalismo (ed alle dinamiche di sfruttamento che gli fanno da corollario), ovviamente. L’immigrazione non è una causa, ma un effetto. È l’effetto di una politica mondiale squilibrata. Se uno a casa propria ci sta bene ci resta eccome. Ma siccome il mondo è squilibrato non si sta bene a casa di tutti, e così nascono le migrazioni, quelle dei meridionali prima, quelle degli stranieri poi. Altro che invasione islamica o roba simile. Le migrazioni, anche di interi popoli, ci sono da sempre, mica solo da dopo la legge Martelli. Allora di chi è la colpa? Io dico di chi regge il sistema a livello mondiale, non certo di chi lo subisce. Torino è strapiena di immigrati, per esempio, ma il vero problema è il degrado, tant’è che i marocchini, i primi ad arrivare, se ne stanno andando (alcuni pure tornando in Marocco), primo perché la città fa troppo schifo pure per loro, e secondo perché da fare non c’è più niente. Non c’è niente di peggio di una città operaia indietro con la terziarizzazione e nella quale chiudono le fabbriche. È spettrale. Lascia perdere le olimpiadi del 2006, per le quali si sono scopate le briciole sotto il letto e sfrattati a tempo i barboni dalle panchine di fatto recludendoli. Una città così ha bisogno di tante cose, ma non che vengano presi fischi per fiaschi, come ci fanno credere Borghezio e i suoi: c’è la crisi, occorre trovare un nemico da additare come colpevole, prima erano i meridionali, ora sono i marocchini, ma ora che se ne stanno andando magari se la prenderanno coi i mutanti.

3) In linea di principio sì. Ma solo in linea di principio. Non condivido le loro analisi, alimentate di pacifismo ad oltranza con tentativi di mettere fiori dentro i cannoni sempre più alti che si costruisce il nemico, e non condivido nemmeno le tecniche delle frange estreme che spaccano vetrine assicurate rendendosi impopolari agli occhi della gente, che in realtà la globalizzazione la subisce e quindi dovrebbe stare dalla loro parte.

g81_fondo-magazineAlessandro Grandi

1) Sono fenomeni collegati perché una quota sempre più rilevante dei reati è commessa da immigrati. Certo, non è la maggioranza degli immigrati a commetterli, ma l’incidenza dell’immigrazione sulla criminalità è evidente. Ovviamente il tema criminalità riguarda anche gli italiani e non si può ignorare anche questo aspetto, così come i problemi legati all’alleanza tra mafie interne e criminalità internazionale.

2) Più aumenta la manodopera a disposizione e più è possibile mantenere bassi i salari. E i disperati in arrivo dall’estero sono disposti a rinunciare a regole salariali, a tutele ambientali, a diritti sindacali pur di ottenere un lavoro qualsiasi. In Italia si favorisce l’arrivo di manodopera priva di qualsiasi qualifica e specializzazione per avere manodopera di bassa qualità. Ma non si fa nulla per frenare la fuga dei cervelli italiani verso l’estero, dove le retribuzioni sono decisamente superiori. Si tende a specializzare ogni singolo Paese in un’ottica globale: l’Africa servirà per produzioni alimentari Ogm, l’Italia per la produzione industriale a basso costo destinata all’Occidente, la Germania per la qualità superiore, la Cina per i prodotti di massa destinati ai poveri dell’Occidente, sempre più numerosi.

3) Non condivido la protesta perché serve solo a spalancare porte che devono rimanere il più chiuse possibile. In Italia non c’è posto per tutti. Manca il lavoro e mancano persino gli spazi. Abbiamo gli stessi abitanti della Francia con metà della superficie. E con  più montagne. La conseguenza è la povertà diffusa e l’inquinamento in costante aumento.

g81_fondo-magazineMario Grossi

1) Trovo strumentale sovrapporre o accostare i due fenomeni di sicurezza e immigrazione. L’immigrazione non porta con sé direttamente l’insicurezza. E poi mancanza di sicurezza per chi? La sicurezza è vista sempre come un bene necessario per il cittadino italiano. Io contesto questa impostazione. La sicurezza è un bene per tutti. È necessaria per il cittadino italiano ed è forse ancor più necessaria per colui che entra in Italia come immigrato. Il punto è che il fenomeno dell’immigrazione è un problema complesso ed imponente che non si riesce a governare con i reticolati e con i muri. Ci vuole altro. In primo luogo bisogna definire chi può e chi non può entrare, tutelando con una maggiore scurezza proprio l’immigrato ammesso che fuggendo dalla sua miseria originaria cerca un riscatto in Italia e che spesso non viene tutelato proprio a causa dell’insicurezza in cui è costretto a vivere. E questa insicurezza è provocata, da una parte, dagli immigrati giunti per delinquere, da un’altra dalle frange più accese che utilizzano la facile e mistificante equazione extracomunitario = criminale per coprire gli atti di violenza gratuita e dall’altra ancora dallo Stato che non assicura agli aventi diritto uno status umano. Un esempio banale. Nel mio paese burino Nagi è un egiziano titolare di un bar. È in Italia da 30 anni, dà lavoro a qualche ragazzetto di zona che si paga gli studi o le vacanze. È sicuramente un immigrato che si è guadagnato i galloni sul campo. Gli immigrati clandestini o gli extracomunitari spacciatori fanno più male a lui che non a un italiano. Se poi ci metti che fa pure un ottimo cappuccino, capisci bene che il suo modo di essere immigrato non può essere accostato ad un problema di sicurezza se non nei termini che sopra ho accennato. Lui l’insicurezza la subisce, non ne è fonte.

2) Credo che la speculazione in atto sia assolutamente funzionale alle politiche liberiste e capitaliste. Da un lato si vuole tranquillizzare il “parco buoi” nostrano. Lavoratori spaventati di perdere il posto o vederselo sfilato da un immigrato che si accontenta di molto meno di lui sono più facilmente governabili (nel senso di sfruttabili). La paura è un potente antidoto alla ribellione e deprime tutte le richieste anche le più legittime (ad esempio la sicurezza sul lavoro). Poi le politiche securitarie che additano l’immigrato come delinquente da colpire vanno a vellicare la pancia del lavoratore autoctono che trova soddisfazione alle sue frustrazioni scaricando le responsabilità di tutto questo sul più facile dei capri espiatori. Dall’altro, l’ingresso di disperati, volutamente clandestini, è utile per avere sempre più manodopera paraschiavizzata e sempre più a basso costo. Questo permette di accrescere indebitamente e a dismisura i profitti senza dover oltretutto riconoscere allo Stato, in termini di contributi, IVA e tasse, nulla. Il cerchio poi si chiude perché l’ingresso dei clandestini alimenta un altro sporco mercato che è quello delle famiglie “bene”. Avere a disposizione colf filippine o badanti russe a prezzo d’accatto genera la falsa illusione di essere dei gran signori. Tipico dei parvenue e degli snob (quelli che superano il “vorrei ma non posso” con delle scorciatoie oscene). Se uno vuole un maggiordomo se lo deve pagare. Una volta lessi un articolo sulla scuola rigidissima per maggiordomi (credo che sia a Londra) ed appresi che  per un maggiordomo a pieno servizio la paga annua lorda minima si aggira sui 40000 €. Per me uno dei problemi è proprio questo, qualcuno per mancanza assoluta di sobrietà, per spocchia, per alterigia vuole servizi e privilegi non pagandoseli correttamente ma riducendo alla fame ed alla schiavitù persone che ovviamente, spinte dal bisogno, accettano. Questo è il modo classico di drogare il mercato a scapito di tutti i lavoratori, per primi gli italiani. I sostenitori di questa necessità sono in malafede e rendono un pessimo servizio proprio alla loro causa, perché il mercato dovrebbe vivere di regole certe ed il competere deve essere fatto sulla capacità, a parità di condizioni, d offrire il meglio al prezzo più contenuto. Se io impiegando clandestini ho costi più bassi è evidente che deformo il mercato ed estrometto proprio coloro che stanno alle regole. Questi imprenditori con le loro mogli (ma non solo) quando adottano uno schema simile sono i primi promotori dell’insicurezza.  Poi c’è la balla delle badanti che se non ci fossero sarebbe la catastrofe nazionale! Questo non significa che bisogna schiavizzare romene e russe. Bisogna che chi ha disponibilità se le paghi e che la paga sia onesta. Chi non ne ha la possibilità le riceva gratuitamente dallo Stato.

3) Sì le condivido! Il movimento no-global credo sia un patrimonio per tutti e credo che tutti coloro che da una parte o dall’altra si impegnano contro la globalizzazione o contro un certo tipo di globalizzazione possano trovare motivo di apprezzamento. Io preferisco forme che alcuni hanno definito Glocal, nel senso di locale e radicato ma aperto anche ad esperienze globali, piuttosto che no-global integrali, ma penso tuttavia di poter trovare anch’io voce in questo movimento. Il problema è, come sempre, un altro. Tutti gli ambienti di sinistra anche i più moderati si sono espressi favorevolmente (anche se con diverse sfumature e talvolta strumentalmente al fine di ottenere del facile consenso) su questo movimento. Gli ambienti cosiddetti di destra, se si eccettuano alcuni gruppi non rappresentati in Parlamento (e pertanto oscurati), si sono sempre espressi in maniera violentemente critica, spesso ricorrendo al più becero “Ordine e Globalizzazione”. Così, come sempre, chi, come me, guarda da una posizione ritenuta non conforme viene preso per un provocatore, per un pazzo, per uno fuori luogo. Una volta mi è capitato di partecipare ad una serie di incontri sulla salvaguardia delle riserve idriche (l’acqua per me è una fissazione) indetti dalla locale cellula di Rifondazione Comunista. La prima volta che andai fui guardato come uno zombie (nei paesi sanno chi sei). Riuscii a spezzare quella tensione solo con una battuta delle mie dichiarando “Sono venuto perché anche i fascisti hanno sete!”. Devo dire che fui accolto bene (avevo già i capelli bianchi e forse per questo non me ne fu torto nemmeno uno). Bisogna battere questo ostracismo ed andare oltre la visione corta del cosiddetto centro-destra che qui come in innumerevoli altre occasioni dimostra una cecità atavica (vedi ad esempio l’esperienza dei centri sociali o i temi ambientali).

g81_fondo-magazineFrancesco Mancinelli

1) Agli occhi della pubblica opinione i due fenomeni combaciano perfettamente. Peccato che nessuna capisca che proprio il G8 (mondialismo e globalizzazione) ne è la causa fondante. Io credo comunque che non sia possibile “ricomprendere e collegare” sempre i due fenomeni e le conseguenze. Significa dire che ogni fenomeno migratorio ed a ogni latitudine porta con sé sempre problemi “di sicurezza” :  nel corso della storia non sempre è stato così. Alcuni fenomeni migratori (di conquista ?) possono essere considerati al contrario come portatrici di ordine sociale e di rifondazione antropologica su precedenti tessuti sociali ” in dissoluzione” (es. le migrazioni indoeuropee).

2) Le politiche securitarie e anti-immigrazione provengono spesso da una semplice reazione di matrice nazional-populista che si sente “accerchiata ed impaurita” dalle ristrutturazione del neo-mercatismo liberista e dalla nuova tratta degli schiavi voluta dalle politiche neo-capitaliste. Sarebbe opportuno trasformare la deriva plebea nazional-populista, arroccata ed impaurita in “avanguardia rivoluzionaria” una avanguardia cosciente e “all’attacco” anziché in difesa, una avanguardia che sappia trarre dalla crisi una opportunità di emancipazione e di rilancio,  contro la causa scatenante (globalismo e mondializzazione). Rimane sempre aperta l’opzione di una Europa alleata strategicamente del terzo mondo contro il Mondialismo. Siamo in grado di fare quello che faceva Roma,  che conquistava e non si lasciava mai conquistare ?

3) Chi va in piazza,  spesso non è un no-global, ma è semplicemente un “new-global”:  ovvero gli attori giovanili della contestazione sono forse contro il mondialismo ( cioè il modo di gestire i processi globalizzanti)  ma sono paradossalmente favorevolissimi alla globalizzazione ed ai suoi devastanti effetti ; favorevoli quindi alla proletarizzazione delle masse, al meticciato culturale, alla perdita di qualsiasi identità e di forza ideologica, alla negazione di qualsiasi tipo di appartenenza e di specificità etnica e territoriale. Proprio quello richiesto a gran voce e praticato da “chi” dirige i mercati  (quello sistema per uccidere i popoli che i new global credono di combattere). Pasolini scrisse parole profetiche a riguardo.

g81_fondo-magazineMiro Renzaglia

1) Non ci sarebbe alcun problema a trattare questi due temi nella medesima sede, se non per il fatto che abbinandoli si coltiva nell’immaginario collettivo un paradigma abbastanza infondato: immigrati = criminalità. Il fatto che gli immigrati siano portatori ANCHE  di criminalità, è vero… Ma è altrettanto vero che il loro prodotto di “insicurezza”, nel contesto della nostra società, incide in misura veramente minima sulla produzione autarchica del crimine, di gran lunga preponderante… Nello specifico, da scrittore quale sono (perdonate l’immodestia…), credo che il messaggio sottinteso dall’ordine del giorno congressuale abbia un valore subliminale che serve a sviare su episodi  marginali la realtà di un paese, il nostro, che da decenni non riesce ad arginare fenomeni di criminalità organizzata e diffusa ben più preoccupanti, come quelli della mafia e della camorra… Da qui, il mio dissenso sull’abbinamento…

2) Assolutamente, sì. Sia le politiche sicuritarie che quelle migratorie o anti-migratorie sono l’esatto risultato della politica del maggior profitto liberista o capitalista tout court. L’esercizio di rapina compiuto nei confronti dei paesi del Terzo mondo, serbatoio dell’esodo biblico cui assistiamo, è di quest’ultimo la causa scatenante: gli scafisti sono solo l’ultimo anello della filiera che produce schiavitù a basso costo e massimo profitto. Le politiche sicuritarie, dal canto loro, sono la solita risposta repressiva che, anziché affrontare il male alla radice, propone l’antipiretico per abbassare la febbre… Sennonché, l’antipiretico pure ha costi da cui qualcuno sicuramente trae profitto… Finché il capitalismo, ormai in fase terminale, anche se non sappiamo ancora quanto questa fase avrà da procurar danni, non esalerà l’ultimo mortifero sospiro, avremo poco giovamento da respingimenti, CPT, fili spinati alle frontiere e pratiche di  isolazionismo etnico e culturale…  Chi spera in questi palliatavi per arginare il fenomeno migratorio resterà sovranamente deluso…

3) Sì, sia pure con molte obiezioni…  La principale, per esempio, risiede nella loro incapacità di vedere che sostenere i fenomeni migratori in maniera acritica va esattamente nel segno di quella globalizzazione che si impegnano a contestare. Proprio in tal senso, sono deluso dal fatto che le avanguardie politiche della cosidddetta “galassia nera”, almeno quelle più avvedute ed evolute,  non abbiano organizzato, per l’occasione, un loro corteo di protesta per manifestare il proprio dissenso contro un vertice di cui si conoscono bene progetto e finalità. Progetto e finalità che non coincidono in alcun modo con ciò che, dal nostro punto di vista,  da anni andiamo contestando in termini di anti globalità e mondialismo… E, allora - mi chiedo - perché non siamo anche noi lì, in piazza, con le nostre ragioni e la nostra criticità differenziata?

g81_fondo-magazineLuca Leonello Rimbotti

1) Sicurezza e immigrazione sono sicuramente correlati. E’ un fatto che la maggior quota di delinquenti è rappresentata da immigrati. Eppure, su questo si innesta la speculazione simmetrica di destra e sinistra. La prima cavalca la protesta che sorge spontanea dal basso e dà vita ad aborti del tipo della legge Bossi-Fini (di fatto sorella della Turco-Napolitano) e veicola equivoci viventi come Fini, che sponsorizza il voto agli immigrati. La seconda si accoda, finge di adeguarsi alla pericolosità sociale, ma nei fatti fa passare come ineluttabile il multiculturalismo. E quindi mina alle fondamenta l’esistenza del popolo che accoglie e l’identità stessa degli accolti. Che, in quanto sradicati, perdono preso o tardi la loro cultura, la loro peculiarità. Il problema non è a mio parere tra immigrazione clandestina e regolare, ma tra immigrazione-sì e immigrazione-no. I flussi migratori, controllati o meno, costituiscono secondo me una sciagura epocale per tutti. Chi riceve questa massa vede sfaldarsi il proprio mondo, nel momento stesso in cui l’immigrato - qualunque tipo di immigrato - perde progressivamente la sua dignità di uomo con retaggi e appartenenze, diventando un individuo derubato della sua identità. Esattamente ciò che vogliono le agenzie internazionali che gestiscono la tratta dei migranti, a cominciare dalla Caritas, che sulla disintegrazione dei popoli ci campa non meno delle multinazionali finanziarie.

2) Il capitalismo liberale è nato schiavista e si è sempre nutrito di masse spostate a forza da un continente all’altro. Gli immigrati sono funzionali all’economia capitalista di sfruttamento, non solo a quella sommersa. Costano poco, non sono sindacalizzati, possono essere facilmente ricattati dal padronato grande e piccolo. E domani saranno un ottimo bacino elettorale. La sparizione del proletariato occidentale viene surrogata con l’introduzione forzata e ben studiata di queste nuove vittime dello sfruttamento programmato. Il multiculturalismo non è affatto ineluttabile  e strutturale, come viene definito a destra e a sinistra. Ed è un falso acclarato che gli immigrati servano per fare i lavori umili che i nostri giovani non vogliono più fare. Questa è propaganda. Per fermare non l’immigrazione clandestina, ma ogni sorta di immigrazione, basterebbe una semplice volontà di decisione politica. Arrestato il fenomeno, ecco che l’ineluttabile sarebbe che non esiste più un problema immigratorio. Il processo migratorio è fatale e inevitabile soltanto nella testa di chi trova positivo che le culture perdano valore e  riconoscibilità, e che muoiano per affastellamento. A questi tristi fenomeni di pilotaggio verso lo sfruttamento, sarebbe facile oppore politiche di crescita economica e sociale in loco, nei paesi del Terzo Mondo.

3) Condivido i metodi, ma non i fini. Nel senso che una contestazione radicale, mediaticamente visibile, della congiura - poiché di congiura si tratta - multiculturalista sarebbe ottima base di partenza per un rovesciamento delle posizioni: rianimare le masse borghesi oggi narcotizzate dall’apatia e dal martellamento massmediale, dare vita a avanguardie politiche  e culturali in grado di opporre al fenomeno le ragioni culturali e sociali che impongono la difesa della differenza e della specificità dei popoli. Di tutti i popoli, quelli  ricchi e quelli poveri. Di fatto, i no-global lavorano per le multinazionali, di cui condividono l’ideologia mondialista di fondo. I “disobbedienti” in realtà non vogliono meno, ma più liberismo, non meno, ma più mondialismo. Questo cosmopolitismo dal basso è perfettamente simmetrico a quello dall’alto dei consigli d’amministrazione. L’uno e l’altro sono una promessa di morte per i popoli. A un mondo di popoli e di culture, alla ricchezza che è nel relativismo delle appartenenze e dei legami, alla varietà delle tradizoni e dei retaggi, si oppone infatti la visione fobica e neo-illluminista di un mondo popolato da un’unica plebe mondializzata, facile preda dell’economia di sfruttamento. Il “cittadino del mondo” è una scoria individualista che non potrà mai opporre nulla ai gestori del fenomeno di assimilazione mondiale dell’economia del profitto come legge di vita.

g81_fondo-magazineAdriano Scianca

1) L’immigrazione di massa cui assistiamo in questi anni è un fenomeno che mette in gioco problematiche demografiche, etniche, culturali, sociali ed economiche. Tra le dinamiche sociali messe in moto dall’immigrazione c’è sicuramente anche un problema di sicurezza e ordine pubblico. Non è l’unica dimensione che assume questo problema, ma certo è una dimensione ben presente e ha per lo meno il merito di rendere il problema visibile. E’ inoltre l’aspetto che più preoccupa il popolo il che - anche al netto della demagogia, degli stereotipi e della logica del capro espiatorio - genera comunque una domanda cui la politica deve rispondere (a meno che non ci si voglia adagiare sul razzismo etico e classista del Pd, per cui i problemi del popolo “basso” sono sempre espressione di xenofobia fascistoide e berlusconiana). Si può poi ritenere (a ragione) che il legame immigrazione/insicurezza si collochi nell’ambito degli effetti e non in quello delle cause. Giusto. Il problema va inquadrato senza miopie e corti respiri. A patto, però, che l’operazione non consista in un rimando all’infinito, retorico e sociologizzante, alla ricerca di più ampi contesti e più antiche radici, senza che si giunga a formulare rimedi concreti.

2) Le politiche immigrazioniste sono non solo funzionali al liberalcapitalismo, ma ne costituiscono il cuore pulsante. L’immigrazione selvaggia, schiavistica e destrutturante è il sogno cosmopolita realizzato, la globalizzazione nel suo lato più concreto. Il meccanismo economico è abbastanza evidente e consiste nel fare degli immigrati il marxiano “esercito industriale di riserva”, ovvero una massa praticamente infinita di disperati che per la loro sola presenza tendono a far abbassare i salari e le garanzie sociali per tutti i lavoratori. Gli immigrati sono una risorsa. Lo sono per Confindustria, Vaticano, mafie, volontariato cattocomunista e partiti di sinistra. L’immigrazionismo è inoltre funzionale all’azzeramento delle culture tanto degli “ospiti” che degli “ospitanti”, il che sta in effetti particolarmente a cuore ai padroni del vapore. Quanto alle “politiche securitarie”, esse sono funzionali al potere nella misura in cui si limitano ad un controllo spettacolare (nel senso della “società dello spettacolo”) ma fattivamente nullo del fenomeno. Credo tuttavia che qualsiasi governo - di destra o di sinistra, liberale, comunista o fascista - debba necessariamente provvedere a “politiche securitarie”, nel senso di provvedimenti atti a mantenere la sicurezza dei cittadini.

3) Il cosiddetto “movimento no-global” non si definisce così da tempo, preferendo piuttosto la qualifica di “new-global” o “alter-golbal”. La semantica non è innocente. L’abbandono della definizione originaria è stato infatti determinato dalla necessità di rimarcare una sorta di “riformismo” rispetto alla globalizzazione. Che è cosa buona e giusta, ma che - per costoro - manca di un aspetto importante: la libera circolazione degli uomini accanto a quella delle merci, dei capitali e delle informazioni. Va da sé che questa impostazione mette semplicemente i brividi. Il tempo del “popolo di Seattle”, delle manifestazioni certo hyppeggianti, ma comunque trasversali e “glocal”, con vaghe colorazioni identitarie è passato. L’attuale sinistra antagonista - perché di questo si tratta - è di fatto il settore più retrivo, reazionario, paranoide e fossilizzato dello scacchiere politico. Facile immaginare il contesto umano e comunicazionale delle manifestazioni anti-G8: antiberlusconismo paranoico, antifascismo talebano, retorica alterglobal, odio e repulsione per tutto ciò che è forma. Credo che gli unici che possono “condividere” certe manifestazioni sono gli schiavisti di professione, ovvero la bella gente di cui sopra: Confindustria, Vaticano, mafie, volontariato cattocomunista e partiti di sinistra.

g81_fondo-magazineAntonio Serena

1 - 2) Il sistema imperialista, dopo aver assoggettato l’Europa in seguito agli esiti  del secondo conflitto mondiale, sta da tempo espandendosi in altre parti del mondo per riuscire a mantenere in piedi il suo insostenibile modello di sviluppo. L’ ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, organismo dell’ONU, ci informa che nel mondo circa un miliardo e mezzo di persone vive con meno di due dollari al giorno. Un dato, questo, che direbbe poco all’interno di un’economia basata sull’autoproduzione e I’autoconsumo qual era quella in auge nel pianeta fino all’Alto medioevo. II fatto è che l’economia partorita dalla rivoluzione industriale, divenuta modello di sviluppo dell’Occidente verso il 1870, ha disgregato anche tutte le economie di sussistenza del Terzo Mondo integrandole nella nuova economia monetaria e facendo sprofondare quelle popolazioni nella miseria più nera. Osserva a ragione Massimo Fini: «Un conto è se un agricoltore africano pachistano vive sul suo e del suo, sulla propria terra, altro è se lo stesso individuo vive in una città di cinque milioni di abitanti come Nairobi o di dodici come Karachi dove due dollari sono appena sufficienti a sfamarsi… D’altra parte nemmeno l’agricoltore terzomondista che rimanga sul suo campo si salva. Lo spopolamento delle campagne e la globalizzazione economica gli impediscono quel minimo di interscambio, con i vicini e con la città, che prima integrava e rendeva possibile la sua economia di sussistenza. In Mongolia, un Paese che ha vissuto per migliaia di anni dei latticini locali, gli empori sono pieni di burro tedesco. In Kenya il burro importato dall’Olanda costa la meta di quello locale. Il Venezuela è stato sempre un gran produttore di carne, oggi la importa per più della metà del fabbisogno e l’eventuale minor prezzo dei prodotti importati non compensa minimamente la disgregazione complessiva portata nei Paesi del Terzo Mondo dall’intrusione del modello economico occidentale». E’ evidente, dato questo che non ha potuto venir ignorato dallo stesso capo della Chiesa cattolica, che i sistemi partoriti dalla società industriale - capitalismo e collettivismo - hanno fallito, non riuscendo nemmeno a sanare le disuguaglianze all’interno dei cosiddetti Paesi sviluppati, spingendoli verso una prevedibile implosione. Ciononostante si continua ad operare per estendere sempre più capillarmente questa modello di sviluppo a tutto il pianeta. In un rincorrersi di cause ed effetti ormai inarrestabile e destinato alla catastrofe planetaria.

3) E’ fuor di dubbio che sia da promuovere ed appoggiare ogni politica tendente a promuovere un sistema di sviluppo sostenibile. Ma l’alternativa alla semplice protesta non può essere né una decrescita insapore né la riproposizione pura e semplice di modelli anch’essi già bollati dall’economia e dalla storia.

g81_fondo-magazineStefano Vaj

1) Sicurezza e immigrazione sono questioni certamente legate. L’immigrazione, che al contrario di quello che suggeriscono oggi i media si distingue dalla migrazione (stile quelle degli indoeuropei, dei longobardi, dei visigoti, dei vichinghi in Islanda…) perché non coinvolge comunità “con armi e bagagli”, ma singoli individui sradicati dal proprio tessuto sociale e culturale di partenza, è intrisecamente criminogena quando ha per oggetto ampie masse di diseredati, per ragioni ovvie, e non fa nessuno differenza che si tratti di italiani all’estero o di stranieri in Italia. D’altro parte, il G8 ha probabilmente poco da dire sull’argomento, posto che quello che è stata chiamata “la nuova tratta degli schiavi” è direttamente figlia della globalizzazione già anticipata con grande preveggenza da libri come Il sistema per uccidere i popoli di Guillaume Faye, ma accelerata drammaticamente sulla base dell’entente cordiale in tal senso prodottasi tra i paesi membri di tale club almeno a partire dalla caduta dell’Unione sovietica.

2) Se il mondialismo è l’altra faccia della globalizzazione, esiste sicuramente anche il sospetto che il deficit di sicurezza provocato a tutti i livelli dalla seconda, a partire dalla microcriminalità per finire con la grande criminalità organizzata, la corruzione ed il riciclaggio, venga oggi a farsi alibi di una crescente trasformazione dei paesi occidentali in stati di polizia, in cui continua ad essere ridicolmente represso il trattamento privato dei dati personali dei cittadini, e finanche delle persone giuridiche, intanto che si installano sistemi di controllo sociale sempre più pervasivi, invadenti e transnazionali.

3) Il movimento no-global perde tragicamente di rilevanza, e prima ancora di interesse, nella misura in cui è ben avviata la sua trasformazione in movimento neo-global o alter-global, e nel momento in cui della globalizzazione continua a criticare le conseguenze pratiche, ma ne rimette ben poco in discussione i presupposti ideologici, in vista in particolare della riaffermazione delle sovranità popolari, del principio di non ingerenza, dell’autodeterminazione collettiva, delle identità culturali. La perdurante egemonia in tale ambito dell’ideologia etnocida dei “diritti dell’uomo” e l’idea di contrastare il potere di alcuni paesi attraverso il richiamo ai formalismi di agenzie internazionali che pure sono soggetti attivi del processo di globalizzazione, come l’ONU, mi pare siano eloquenti in tal senso.

xxhttp://www.mirorenzaglia.org/?p=7719

postato da: BascoNero89 alle ore 20:56 | Permalink | commenti
categoria:politica, kulturkampf, geopolitica, il vostro mondo, anti-antifa
venerdì, 27 marzo 2009

obamaGli U.S.A. a colloquio con la giunta birmana. la Thailandia si propone come mediatrice in un negoziato tra Karen e governo militare. Prima o poi doveva accadere. Lo avevamo previsto e quindi non ci sorprendiamo. Nel mondo governato dalla logica dei poderosi flussi economici e commerciali, in questo "grande gioco" da villaggio (e mercato) globale, era soltanto questione di tempo. Un paese come la Birmania, demonizzato a parole da buona parte dei governi democratici occidentali, descritto come una fucina di nefandezze e di soprusi ai danni di movimenti libertari e di monaci buddisti, riceve ora le lusinghiere proposte del Dipartimento di Stato americano, e l"utile collaborazione del governo tailandese, per risolvere il problema del suo futuro assetto politico. Stephen Blake, direttore della sezione Sud Est Asiatico del ministero per gli affari esteri statunitense, ha compiuto due giorni fa una visita ufficiale nella nuova capitale del Myanmar, incontrando il suo omologo birmano per una serie di colloqui. I giornali governativi birmani descrivono l"incontro "cordiale e fruttuoso, inteso al
deciso miglioramento dei rapporti bilaterali tra Myanmar e Stati Uniti". Pare si sia parlato di una lista di questioni di interesse comune tra i due governi, in vista delle elezioni in Myanmar, previste per il 2010. E" dello stesso giorno la proposta avanzata dalla Thailandia alla leadership della KNU (Unione Nazionale Karen) per l"avvio di negoziati con la giunta militare di Rangoon per il raggiungimento di un cessate il fuoco dopo 60 anni di conflitto. Ricordiamo che negli ultimi sei anni la Thailandia ha strangolato la resistenza Karen esercitando lungo i suoi confini un capillare controllo sui flussi di viveri ed equipaggiamenti diretti ai reparti dell"Esercito di Liberazione, arrestando comandanti militari e rappresentanti politici, consentendo alle milizie filobirmane coinvolte nel traffico di stupefacenti di sconfinare ripetutamente per colpire alle spalle i reparti della guerriglia, e infine espellendo dal paese tutti gli iscritti alla KNU. Una manovra diretta chiaramente all"indebolimento della resistenza contro i Birmani, con i quali Bangkok ha stretto negli anni accordi commerciali di grande importanza. Ora, con i Karen oramai allo sbando, la proposta tailandese suona come un ultimatum: o accettate il dialogo (a condizioni
facilmente immaginabili) oppure ve la vedete con l"esercito birmano, senza più poter contare su una base logistica arretrata da cui poter, sebbene faticosamente, rifornire i resistenti. Era previsto, dicevamo. Lo si capiva da come la guerriglia Karen non avesse mai, e ripetiamo mai, ricevuto alcun supporto da qualsivoglia governo, tanto meno da quello statunitense, nonostante quello che sostengono improvvisati "esperti" di Birmania di cui abbiamo letto ultimamente supponenti analisi. Abbiamo letto dei Karen descritti come il braccio dell"imperialismo USA, come un cuneo inserito nel costato della Cina, ultimo baluardo contro l"omologazione planetaria diretta da Washington. Chi ha voluto andare a vedere con i propri occhi quel che succedeva in quella parte del mondo (mettendosi uno zaino in spalla e introducendosi clandestinamente in Birmania) ha avuto modo di capire quanto lontane dalla realtà siano a volte certe teorie, perfette soltanto se rimangono nell"alveo di uno studiolo, o nelle noiose sale che accolgono interminabili convegni di geopolitica. Cina, Stati Uniti, India, Russia, Thailandia, Israele, Singapore, Giappone, Gran Bretagna, Australia, Germania: questi paesi sono oramai parte del gioco birmano. Con le
loro connessioni, le pressioni commerciali e diplomatiche esercitate in diversi modi sulla giunta di gerontocrati al potere a Rangoon, con le consegne di armi, gli accordi di importexport , le aziende multinazionali, sempre astute e fameliche, a riempire di regali i generali e i loro famigliari. Con l"enorme affare della droga, sempre più business per governi in cerca di liquidità. Fuori dai giochi,paradossalmente dovremmo dire se non conoscessimo invece come funziona il mondialismo, quelli che noi consideriamo i legittimi difensori dell"intoccabile diritto all"autodeterminazione. Quei Karen che avevamo deciso di aiutare sulla base della condivisione dei motivi della lotta da essi condotta: difesa dell"identità, rifiuto di ogni droga, preservazione del territorio dei Padri, tutela dei figli, mantenimento delle tradizioni. Oggi i Karen vengono sacrificati sull"altare degli equilibri economici. Non contano nulla. Anzi, disturbano gli operatori del mercato. Rallentano il progresso e la realizzazione delle "grandi opere". La pace che viene loro proposta, ammesso che di pace vera si tratti, implicherà una serie di rinunce rispetto agli ideali da essi perseguiti. E già all"interno della resistenza si acuiscono le differenze che opponevano l"ala politica a quella militare. Vi sono comandanti dell"Esercito di Liberazione che non vogliono sentir parlare di accordi.
Non per ottuso rifiuto di alternative alla lotta armata. Ma perché sanno che i negoziati vanno condotti da posizioni di forza, e non quando si ha un cappio stretto intorno al collo. La rabbia nei confronti dei tailandesi monta tra i reparti Karen. Alcune unità sarebbero desiderose di combattere su due fronti: contro i Birmani e allo stesso tempo contro i soldati di Bangkok. La leadership politica, abituata a vivere lontana dai campi di battaglia, comodamente ospitata (finora) nelle cittadine tailandesi, spesso sorda nei confronti delle richieste dei combattenti, pare abbia invece un forte desiderio di concludere in qualche modo sessanta anni di esperienza rivoluzionaria. Il nuovo ordine mondiale sta sistemando anche questa faccenda. Tutti contenti, tutti con la loro fetta di torta. Tutti, tranne chi ha lottato armi in pugno, inutilmente, per 60 anni, per degli ideali fuori moda. Anzi, fuori mercato.

Franco Nerozzi- Comunità Solidarista Popoli

postato da: BascoNero89 alle ore 14:42 | Permalink | commenti (2)
categoria:politica, geopolitica, notizie dallestero, il vostro mondo
venerdì, 13 marzo 2009

Le basi politiche Karen cacciate dalla Thailandia per compiacere i signori della droga e l'alleanza tra Cina e Usa

L' Unione Nazionale Karen, organismo politico della resistenza alla giunta militare birmana, ha ricevuto ufficialmente la notizia che le autorità di Bangkok non consentiranno più la permanenza in territorio tailandese dei suoi membri. Il diktat risale allo scorso 11 febbraio, ma è stato reso noto soltanto oggi. Le autorità tailandesi hanno dato perentorie istruzioni affinché tutti gli appartenenti alla KNU e al suo braccio militare, il KNLA (Esercito di Liberazione Nazionale Karen), si trasferiscano al più presto in territorio birmano. Di fatto, per la prima volta nella storia del conflitto tra regime birmano e minoranza Karen, resistenza viene privata della fondamentale retrovia rappresentata dalle regioni di confine tailandesi, dove sorgevano uffici politici e amministrativi del movimento. Ambienti della resistenza Karen sono convinti che la decisione del governo tailandese sia conseguenza delle pressioni esercitate su di esso dalla giunta militare di Rangoon al recente meeting dei paesi aderenti all'ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico). Le speranze in un radicale cambio di atteggiamento da parte del nuovo esecutivo di Bangkok nei confronti del regime birmano sembrano naufragare di fronte a questa decisione. “Ci stanno strozzando per consegnarci ai Generali di Rangoon” ha commentato amaramente un ufficiale dell'Esercito di Liberazione Nazionale Karen. “E tutto questo per fare del business”.

Al di là di lucrosi contratti firmati tra Thailandia e Birmania per lo sfruttamento di risorse energetiche e per la costruzione di dighe sui principali corsi d'acqua del Myanmar (in collaborazione con la Cina), in gioco potrebbe esserci il riassetto dell'intera area, alla luce della nuova politica nei confronti di Rangoon annunciata dal Segretario di Stato USA Hillary Clinton. C'è già chi pensa di togliere il divieto posto in passato a nuove aziende statunitensi di investire in Birmania (la Chevron è già presente con ingenti investimenti). Secondo diversi osservatori, l'attuale crisi mondiale obbliga USA e Cina ad accelerare i  tempi della loro cooperazione economica. Il Sud Est Asiatico è un piatto che interessa ad entrambi. La Cina è il principale sponsor di Rangoon. Si pensa che in cambio di un ammorbidimento da parte della giunta militare nei confronti del movimento per la democrazia guidato da Aung San Suu Khyi (sostenuta da numerosi ambienti statunitensi), Thailandia e USA siano disposti a concedere mano libera ai generali nella questione delle minoranze etniche in lotta con il regime.

Qualcuno la chiama realpolitik. Noi continueremo a chiamarlo Mondialismo. Saranno più tranquilli ora anche coloro che temevano che i Karen potessero mettere in crisi il fantomatico fronte eurasiatico. Nessuna paura: la Cina potrà continuare a fare affari sulla pelle dei Popoli, ma questa volta con un partner altrettanto famelico. Quegli Stati Uniti che di sterminio e vessazione di minoranze etniche ben s'intendono. Nonostante la tanto trendy “abbronzatura” di Obama.

Franco Nerozzi- Comunità Solidarista Popoli

postato da: BascoNero89 alle ore 17:54 | Permalink | commenti
categoria:politica, geopolitica, notizie dallestero