lunedì, 26 ottobre 2009



Il dramma e il film


Enrico V è un film del 1989 scritto, diretto e interpretato da Kenneth Branagh. Basandosi sull’omonima opera di William Shakespeare composta tra il 1598 ed il 1599, Branagh costruisce questa sua prima opera come regista con dovizia di particolari.

Il dramma prende spunto dalle vicende di Enrico V d’Inghilterra, re che si distinse per aver conquistato la Francia nel corso della battaglia di Azincourt.

Salito sul trono d’Inghilterra nel 1413, abbandonata una giovinezza scapestrata, Enrico V si dimostra subito un re saggio, deciso e moralmente rigoroso. Nel 1415, seguendo anche il consiglio della Chiesa, dichiara guerra al re Carlo VI di Francia, per rivendicare i propri diritti ereditari su quel regno non riconosciuti dai francesi a causa della legge salica.

Enrico parte e sbarca in Francia con un esercito poco numeroso. Dopo aver assediato con successo la cittadina di Harfleur, il re dà alle truppe ordini inusuali per quei tempi, vietando di infierire sugli sconfitti con saccheggi e brutalità, pena la morte. Nonostante i suoi uomini siano ridotti di numero e stremati, accetta lo scontro con i Francesi, altezzosi e tanto più numerosi. La sanguinosa battaglia di Agincourt finisce inaspettatamente con una strepitosa vittoria degli inglesi, che hanno pochissime perdite, mentre vengono uccisi 10.000 francesi. Il re di Francia accetta le richieste del vincitore e gli concede in moglie la propria figlia Caterina.


La battaglia

Durante la marcia dell’invasore verso Calais, l’esercito francese cercò più volte, senza apprezzabili risultati, di tendere imboscate che indebolissero fino alla distruzione l’esercito inglese, che, arrivato in Piccardia, si trovò di fronte l’armata francese.

Nonostante il parere negativo del duca di Berry, i nobili francesi approvarono, non senza disaccordi, un attacco frontale che annientasse il nemico.

Due araldi vennero inviati ad Enrico dai nobili francesi, essi riferirono al re che dal momento che lui era venuto a conquistare il loro paese, i francesi l’avrebbero combattuto in qualsiasi luogo e momento. Enrico replicò dicendo che avrebbe proseguito la propria marcia verso Calais e che i francesi avrebbero ostacolato la sua marcia a loro rischio e pericolo, poi ricompensò gli araldi con dell’oro e accampò il proprio esercito nella cittadina di Maisoncelles.

All’alba del 25 ottobre 1415, giorno di San Crispino e Crispiniano, i due eserciti cominciarono a schierarsi. I francesi schierarono il loro esercito nella pianura adiacente tra Azincourt (Agincourt) e Tramecourt, come per sbarrare la via verso Calais; ordinato su tre file di uomini, lo schieramento francese prevedeva l’utilizzo di uomini d’arme appiedati al centro, sostenuti da arcieri e balestrieri e, ai lati, formazioni di cavalleria pesante.

Dal canto suo, Enrico V, schierò in tre piccole formazioni gli uomini d’arme capitanate dal duca di York, da Lord Camoys e dal re in persona. Gli armigeri vennero rafforzati dagli arcieri che, in formazioni triangolari, andarono a comporre una linea d’attacco leggermente concava.

Alle undici del 25 ottobre del 1415, si iniziò la battaglia. Al grido “San Giorgio, San Giorgio”, l’esercito inglese iniziò la propria marcia verso lo scontro, d’altro canto, i francesi nettamente superiori per numero, convinti di dettar le regole del gioco, si sentivano ora disorientati. Giunti a 200 metri dalle forze francesi, gli arcieri del re iniziarono a piantare una serie di pali appuntiti nel terreno fangoso e una volta difesi iniziarono a riversare frecce sui francesi. La cavalleria scelta francese provò a controbattere, ma le condizioni del terreno e la pioggia di dardi rendevano nulla la corsa dei cavalieri che, in più, giunti alle palizzate erano facili vittime del nemico. La grande colonna dei cavalieri appiedati invece avanzava molto lentamente nel fango. Solo un attacco frontale andò a segno e fece indietreggiare le linee inglesi, ma per poco. Enrico passò all’offensiva e dopo un’altra ondata di frecce, ordinò una carica generale, alla quale si unirono anche gli arcieri equipaggiati con armature leggere e nell’imbuto che si era creato caddero migliaia di nobili, conti e duchi di tutte le parti della Francia, molti morirono subito, altri vennero catturati e uccisi, oltre che per paura di ritorsioni future, anche e soprattutto per l’instabile situazione che vedeva i pochi inglesi timorosi che, ad un eventuale contrattacco francese, portato da forze fresche o dalla riorganizzazione di quelle in rotta, i numerosi prigionieri potessero raccogliere l’immensa quantità di armi sul terreno e sopraffarli. Una parte del grande esercito francese (composto secondo alcune stime da 10.000 fanti e 8.000 cavalieri, secondo altre di un totale di 25.000 uomini, secondo il Coville di 50.000) infatti, segnatamente la terza linea, disertò ingloriosamente in massa, dopo aver visto il tragico destino delle due linee che la precedevano, e si disperse nella boscaglia. Questo però lasciò agli inglesi il dubbio che potesse trattarsi di una manovra di aggiramento ed il susseguente attacco al campo inglese, in realtà una semplice opera di brigantaggio, priva di qualsivoglia intento tattico, del signore di Azincourt che si impossessò persino della corona di Enrico, fece davvero temere che tale aggiramento fosse in atto. In effetti Enrico, vista l’esiguità delle sue forze ed il grande numero di francesi in rotta, ebbe ancora per diversi giorni il timore di un secondo attacco nemico che avrebbe potuto capovolgere l’esito della battaglia.

Alle quattro del pomeriggio la battaglia era già finita con un disastro francese ove morirono, combattendo per la Francia, dai 7000 ai 15000 uomini tra cui il connestabile di Francia, Carlo I d’Albret, e il fratello di Giovanni Senza Paura, Filippo Conte di Nevers, mentre caddero prigionieri, oltre ad uno dei comandanti sul campo, Jean Le Meingre, il capo della fazione degli armagnacchi, il duca d’Orleans Carlo, e l’altro fratello di Giovanni Senza Paura, Antonio Duca del Brabante, che poi fu ucciso con altri prigionieri francesi. Fu una grande vittoria, ed Enrico V ben presto rivendicò le sue pretese.

La Francia aveva peccato di presunzione sentendosi più forte numericamente, credendo nei suoi uomini più importanti, che poi finirono in rovina, l’Inghilterra si fece lustro grazie all’ingegno di Enrico V, che fu ammirato in tutta Europa, un uomo e un re che vendette cara la pelle anche in battaglia, un eroe per il suo popolo.

Tratto da www.azionetradizionale.com
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giovedì, 30 luglio 2009

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giovedì, 30 luglio 2009

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giovedì, 09 luglio 2009

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categoria:immagini, film, militanza
sabato, 20 giugno 2009
Tratto da augustomovimento.blospot.com

Essi Vivono! (John Carpenter, 1988)



Essi Vivono! Questo il titolo del geniale fantahorror del re del B-movie John Carpenter. Senz’altro il suo film più politico, dalla trama semplice, ma tagliente.

Il protagonista è un certo John Nada, professione vagabondo senza fissa dimora in cerca di lavoro. Tutto bene se non fosse che l’attore che lo interpreta è il wrestler superpalestrato Roddy Piper (attore di pessimi film d’azione e fantascienza di serie B) che ben poco si addice al ruolo, e offre un'interpretazione alquanto sopra le righe.
Il tale John trova lavoro in un cantiere edile e, per caso, entra in possesso di un paio di occhiali neri che di colpo gli fanno scoprire la terribile verità! Il mondo come lo conosciamo è solo una semplice facciata: in realtà televisione, giornali, manifesti, cartelloni pubblicitari sono colmi di messaggi subliminali volti ad influenzare le menti delle persone per dominarle. E - cosa peggiore! - i responsabili sono una civiltà aliena dal volto scheletrico!!!

Tra colpi di scena a volte un po’ telefonati e scene trash colossali (come l’incredibile scazzotata della durata di quasi 7 minuti!!!!!!!) il film ci offre una pesante critica alla società moderna, in particolare quella degli anni '80, anche se le tematiche sono alquanto attuali: una società vuota e priva di valori, tesa al consumismo più sfrenato e all’appiattimento culturale.
Gli alieni funzionano quindi solo da espediente narrativo per mostrare come le persone, ormai piegate all’accettazione passivaignoranza o più semplicemente (cosa ancor peggiore) nella più totale indifferenza.

Ispirato in parte ai film di fantascienza anni '50, la pellicola ancora oggi conserva un certo fascino particolare, dai risvolti amari e beffardi. Un film da riscoprire e che senz’altro merita di più: non a caso è osannato dalla critica, mentre invece all’uscita nelle sale fu un mezzo flop, dovuto in parte alla natura un po’ trash della pellicola - che in fondo è proprio il marchio di fabbrica di John Carpenter, una persona ed un regista decisamente fuori dagli schemi.

Videodrome (David Cronenberg, 1982)

1982! David Cronenberg realizza Videodrome, uno dei suoi film più significativi, che diventa un vero e proprio manifesto del genere cyberpunk. Visionario ed allucinato, definito da Andy Warholviolenta critica alla televisione, vista come mezzo per manipolare le persone, distoglierle progressivamente dalla realtà e “narcotizzarle” provocando la morte del pensiero.

Il film non è proprio convenzionale e quindi risulta un po' difficile da digerire dalla massa abituata ai baracconi hollywoodiani, o peggio ancora allo pseudo-cinema di casa nostra oramai in coma irreversibile da anni.

Tornando alla pellicola, il videodrome è un segnale televisivo pirata capace di formare cancri nel cervello dello spettatore, tumori che confondono la percezione della realtà sino a sostituirla.
Il videodrome è la “video-parola fatta carne”, l’individuo la acquisisce dentro di sé, mutandosi in una nuova forma, in una “nuova carne”.
Max Renn (James Woods) è il proprietario di canale 83, una piccola rete televisiva che diffonde pornografia e contenuti violenti. Un bel giorno il nostro protagonista, sempre alla ricerca di qualcosa che possa aumentare gli ascolti, si imbatte nella trasmissione pirata "videodrome". Piano piano la storia scivola in una dimensione surreale, a tratti onirica, man mano che la “nuova carne” cresce nel corpo di Max, fino a giungere all’allucinato e catartico finale che ci lascia più di un interrogativo e suggerisce che forse la TV non esercita solo un'influenza mentale in senso stretto…

Da vedere! Se non altro perché è stato tra i film che hanno ispirato un filone dal quale sono uscite pellicole come il tanto celebrato Matrix, e perché ha un contenuto decisamente sovversivo e politicamente scorretto.


“La televisione è la realtà, e la realtà è meno della televisione”
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venerdì, 29 maggio 2009
Tratto da www.augustomovimento.blogspot.com

«Ma dici a me? Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Non ci sono che io qui!»



Il primo Martin Scorsese, quello più duro e autentico! Il regista newyorkese ci regala questa perla di grande cinema nel 1976. Taxi driver è la storia di un uomo triste e disperato, un reduce del Vietnam che, tornato alla vita nomale, fa una gran fatica a ritrovare la sua dimensione. Poco sonno, molta solitudine (a tratti veramente claustrofobica). Il malessere interiore di un uomo raffigurato sullo sfondo degli anni settanta. Dura critica alla società moderna, scritto da Paul Schrader (regista nel 1985 del film Mishima: una vita in quattro capitoli con colonna sonora del grande Philip Glass) e vagamente ispirato per lo stile della narrazione ai romanzi di Dostoevskij Memorie dal sottosuolo e Delitto e castigo.

Travis Bickle (un Robert De Niro in quella che probabilmente è la sua migliore interpretazione di sempre) trov
a lavoro come tassistaNew York in lungo e in largo, esplorandone gli angoli più reconditi, e si accorge che anche in una città con più di 7 milioni di abitanti ci si può sentire soli…

Conosce una donna, Betsy, che lo respingerà contribuendo ancora di più alla sua discesa nel baratro. Travis è letteralmente disgustato dalla società che lo circonda, tanto che si trasformerà in un disadattato: un soggetto borderline che gira armato fino ai denti, che ce l’ha a mor
te con neri, hippie, omosessuali, da lui considerati il marcio della società.

Arriverà addirittura a pianificare l’omicidio di un candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ma all’ultimo si tirerà indietro. Vagando senza meta, una sera come tante si imbatte nella giovane prostituta Iris (una giovanissima Jodie Foster), e si mette in testa di volerla salvare a tutti costi dalle grinfie del suo sfruttatore (Harvey Keitel). Ci riuscirà nella scena finale, il momento più ricco di azione di un film riflessivo e dai ritmi molto lenti. Anche Travis avrà quindi il suo momento di notorietà, finendo sulle prime pagine dei giornali.

Ma durerà poco: subito dopo infatti si ritufferà nel vortice della città che non si ferma mai, dove i rapporti sociali sono ormai azzerati, e dove le persone vagano in sarcofaghi di metallo lungo strisce d’asfalto. per occupare le sue notti insonni; ha quindi modo di girare.
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categoria:film
domenica, 03 maggio 2009
Un film di Lexi Alexander. Con Elijah Wood, Charlie Hunnam, Claire Forlani, Marc Warren, Leo Gregory, Henry Goodman, Geoff Bell, Rafe Spall, Kieran Bew, Francis Pope, Christopher Hehir, David Alexander. Genere Drammatico, colore 109 minuti. - Produzione USA, Gran Bretagna 2005.

Clicca sull'immagine per vedere il trailer


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categoria:film
domenica, 19 aprile 2009
Tratto dal film They live (Essi vivono)

 
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categoria:film, video
sabato, 28 marzo 2009
Clint Eastwood è Walt Kowalski, un reduce della guerra di Corea che dopo 50 anni si sente ancora poco reduce.
Kowalski come il nome del protagonista di Vanishing Point, e come nel film-mito del 1971 anche in "Gran Torino" l'altra protagonista è un'automobile. Una Ford "Gran Torino", appunto, tenuta in maniera maniacale e al quale Kowalski ha montato lo sterzo quando era un operaio della catena di montaggio. Ci si chiuderà il film con la "Gran Torino".
Il vecchio quasi ottantenne vive in una classica abitazione americana tutta in legno. Giardino davanti, senza steccato, rimessa dietro piena di ogni attrezzo manuale possibile.
Una casetta persa in un quartiere non definito di una città mai nominata. Un quartiere che ruota e si trasforma attorno al protagonista, alla sua casa, alla sua automobile, divenendo una sorta di ultima frontiera, una sorta di CasaPound, dinnanzi al progressivo ma inarrestabile fenomeno dell'invasione di una moltitudine di, per dirla alla Kowalski, "musi gialli".
E una famiglia di "hmong" - etnia del sudest asiatico che al pari dei Karen è stata scacciata dalle loro terre di origine - sono i nuovi vicini dello scorbutico protagonista, il quale non si trattiene neanche al funerale della moglie dinnanzi alle intemperanze dei nipotini "all american style". Walt ha due figli, molto borghesi, molto villa-al-mare-montagna-campagna e molto poco "americani", secondo il vecchio padre, in quanto viaggiano su auto giapponesi.
Wowalski resta solo pertanto, malato, con il vecchio cane bianco Daisy, un giovane prete cui inseghnerà il vero valore della vita e della morte e le sue lattine di birra svuotate seduto sulla veranda di casa, mentre con sommo disgusto vede le casa dei vicini cadere a pezzi, a differenza della sua, tenuta linda e pinta nonostante la sua veneranda età.
Nessuno dei figli di quel quartiere torna nelle vecchie case dei genitori; ora ci sono le nuove generazioni multietniche tutte melting pot estremo, organizzate in bande razziali secondo il modello d'integrazione che tanto piace ai governanti occidentali. Guerre tra disperati per il controllo di un territorio che in definitiva non è di nessuno, essendosi rotto il legame "blut und boden" che sembra essere rimasto una prerogativa del solo Kowalski.
Ce lo dice la sua bandiera americana insistentemente lasciata fuori a sventolare, ad indicare una guerra tutta personale innanzitutto con se stesso; Walt si porta dietro dai tempi della Corea l'angoscia di un qualcosa che ha fatto e che nessuno gli aveva ordinato, e che rivive in ogni "muso giallo" che gli si para davanti. Ed ora ne vede davvero tanti.
I suoi vicini, i "hmong", sono nonna, mamma, fratello e sorella. Sono molto tradizionalisti, a differenza dei "vecchi" americani ormai in preda a delirio etnico, ed inizialmente hanno poco a che fare con il vecchio scontroso dirmpettaio di veranda e confinante di giardino.
E sarà proprio un'invasione di giardino ad innescare il tutto. Il rampollo dei vicini, Thao, che tanto rampollo non è che Kowalsky chiama appunto "Tardo" stà per essere punito dalla gang del cugino bulletto per non essere riuscito a rubare la Gran Torino del vecchio, e nel punirlo "sconfinano" nel giardino "americano".
Kowalsky non ne ha più; imbraccia il suo vecchio Garand a sei colpi capace di passare dieci persone in fila, e si precipita fuori casa. I bulli svaniscono, il nuove eroe è lui, Walt.
Eroe involontario e soprattutto controvoglia; non ne vuole sapere di tutti quei "musi gialli" che lo omaggiano di doni e cibo. Lui ha le sue birre, le sua carne secca e sotto sale.
Sarà la figlia dei vicini, Sue, a far breccia nel vecchio, quando ancora una volta si ritrova eroe salvandola da una gang di neri. Il giovane ragazzetto bianco della "cinesina", tutto "jo, fratello, jo" se ne stava da una parte, impaurito e timoroso. Walt salva la sua ragazzetta, e caricandola in auto per riportarla a casa, lo apostrofa "vai a casa irlandese, questi non sono e non saranno mai tuoi fratelli. Loro non ti vogliono".
Scena da far vedere nelle scuole.
Il ghiaccio è rotto; Kowalsky è ospitato per una festa tradizionale "hmong" e scoprendo che ha più in comune con i nuovi vicini che con i suoi figli borghesi, si chiude in cucina circondato dalle donne di casa, ad assaggiare tutti quei cibi che aveva fino a quel punto rifiutato. E gli piacciono.
In una escalation narrativa degna del miglior Callaghan, Kowalsky lega con i due fratelli "musi gialli", prendendo in simpatia il giovane "tardo" e capendo che per questi giovani non c'è alcuna speranza e nessun futuro in un quartiere la cui unica legge è quella dettata dalle bande giovanili.
Ora ha dei nuovi amici, oltre al barbiere italiano.
E per Kowalsky l'amicizia è un valore vero. Come il lasciar un mondo migliore ai suoi figli, che ora hanno quel "muso giallo" che non si aspettava.
Le bande diventano cattive con i fratellini "hmong", che non si piegano alle loro leggi e ai loro diktat. A farne le spese è la giovane Sue. Kowalsky passa all'azione, armato com'è di uno zippo e della sua pistola fatta con la mano da puntare in faccia a tutti i suoi "nemici", in alcune sequenze che da sole valgono il prezzo del biglietto.
Un film ed un personaggio definito come razzista dai soliti scribacchini incompetenti a busta paga, si rivela un capolavoro del solito Eastwood. Geniale, politicamente spietato sia vedendolo con l'ottica delle ronde che con quella dell'integrazione buonista.
Sergio Leone sarebbe fiero del suo cow-boy dagli occhi di ghiaccio.
Si chiude con le parole dello Stesso Clint Eastwood, che ad orecchie che sappiano ascoltare, dicono tutto: "C'è un ribelle nel  profondo della mia anima. Quando qualcuno mi dice qual è la nuova tendenza io vado nella direzione opposta. Odio l'idea delle mode e odio le imitazioni, ma rispetto l'individualità. Mi sono sempre considerato troppo individualista per essere sia di destra che di sinistra".
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categoria:film, kulturkampf
martedì, 17 febbraio 2009

Katyn, la coscienza sporca di Togliatti e compagni

Tutti gli italiani di qualsiasi età, a cominciare dal presidente Giorgio Napolitano, dovrebbero vedere il film di Andrzej Wajda, “Katyn”. E’ quasi un dovere, anzi, perché i massacri di Katyn e dintorni, circa 25 mila innocenti assassinati, hanno molto a che fare con la storia d’Italia e con la nostra lunga condizione di plagiati, disinformati, utili idioti.

Katyn in un certo senso ci appartiene, ci fotografa e ci denuda.

Ben prima prima delle rivelazioni di Gorbaciov e delle carte che l’ottimo Boris Eltsin consegnò a Lech Walesa, gli italiani potevano essere messi in condizione di conoscere la verità su Katyn.

Potevamo sapere, quasi in tempo reale, che non si trattò di un crimine nazista, bensì dell’ennesimo fiotto di sangue sgorgato dall’industria comunista della morte.

Non Hitler, ma Stalin e Berija ordinarono il genocidio degli ufficiali e dell’intelligencija polacca, allo scopo di cancellare per più di una generazione le temutissime classi dirigenti di una nazione cristiana, cattolica, contadina, culturalmente aliena dal delirio marxista-leninista.

Ebbene, uno scienziato napoletano, Vincenzo Mario Palmieri, già autorevole membro della Commissione medica su Katyn, sapeva chi fossero i veri carnefici, solo che nel primo dopoguerra Stalin e Berija erano i punti di riferimento del socialcomunismo italiano.
Così, la menzogna prese il posto della verità.
Non a caso, dal Kremlino partì l’ordine di far tacere Palmieri.
Fu lanciata, con la regìa di Mario Alicata e dei massimi dirigenti del Pci partenopeo, la demonizzazione del docente di medicina legale all’Università di Napoli.
Chissà se il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rammenta quella virulenta campagna contro Palmieri; in caso affermativo, potrebbe, oggi, aggiungere particolari sconosciuti su quella terribile infamia commessa dai suoi compagni del Pci.
Napolitano, certo, sa che il docente non poté più tenere le sue lezioni, essendo insultato, contestato, minacciato, accusato di connivenza col nazifascismo.
Soltanto un fascista, gli urlavano gli attivisti comunisti, avrebbe potuto denigrare la santissima Armata rossa, insomma gli eroi di Stalingrado, attribuendole non opere di bene, bensì la strage di Katyn.
Palmieri, che aveva moglie e figli, scelse la vita e, spaventato a morte, seppellì la relazione finale della Commissione Naville, contenuta in una scatola di scarpe, in un terreno di sua proprietà presso Cassino, proprio là dove millecinquecento soldati polacchi erano morti per liberare dai tedeschi l’ingrata Italia disinformata dai togliattiani.
Diedero del nazista a chi poteva rivelare, già nel 1947-1948, la verità sui tentativi di soluzione finale ai danni del popolo polacco che Molotov aveva definito “il bastardo di Versailles”.
Eppure, a diffamare furono proprio i complici di Togliatti, il quale, nel 1939 -1940, scrisse parole di aperto sostegno al Terzo Reich e ad Hitler, vittima, secondo lui, degli imperialisti inglesi e francesi.
Il film di Wajda disvela alla maggioranza degli italiani non solo un segmento dell’orribile mattatoio messo su dai comunisti, ma evoca anche la vergogna di chi ci ha negato per mezzo secolo la possibilità di conoscere la storia, da Katyn sino alle foibe.

Giancarlo Lehner

Tratto da Azione Tradizionale

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categoria:film, storia, anti-antifa
venerdì, 30 gennaio 2009
Appartenente alla generazione di giovani registi destinati a cambiare per sempre il volto di quella New Hollywwod dei primi seventies (Coppola, De Palma, Spielberg, Lucas, Scorsese...), John Milius (1946) è forse il più misconosciuto filmaker americano dotato degli ultimi trent'anni.
Ottimo sceneggiatore prima ancora che regista, grande estimatore del cinema western di John Ford, Milius è fondamentalmente narratore.

Il respiro epico-narrativo di gran parte della sua opera rende alcuni suoi film dei veri e propri piccoli e grandi capolavori del cinema americano degli anni '70 e '80, opere oggi forse superate nei contenuti e nello stile, probabilmente non valorizzate appieno da critica e pubblico al momento dell'uscita, in parte rivalutate poi.


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categoria:film, kulturkampf
mercoledì, 31 dicembre 2008

La scorsa stagione cinematografica e’ stata marchiata dalla presenza di film decisamente deprimenti e pessimisti. I critici e gli esperti hanno attribuito le fosche tinte delle ultime tendenze hollywoodiane alla situazione di crisi che gli Stati Uniti stanno vivendo e che si riflette in una politica estera aggressiva - o difensiva, a seconda dei punti di vista -, in un disagio economico piu’ che palpabile e nel terrore della fine delle risorse energetiche e, con esse, dello stile di vita americano. Lo dimostrano pellicole come No Country for Old Men, There Will Be Blood, ma anche il nuovo horror ambientalista The Last Winter. E lo dimostra questo noir diretto e prodotto da Darren Aronofsky, che tempo fa scrisse e diresse quel capolavoro che fu Requiem for a Dream.

RBN Canada

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categoria:immagini, film, rbn
mercoledì, 10 dicembre 2008

 

«Hanno ucciso l’Uomo ragno, chi sia stato non si sa. Forse quelli della mala, forse la pubblicità». Era il 1992, e Max Pezzali dava così un senso al crollo dei miti e delle certezze che investiva i giovani della fine degli anni ‘80 e dei primi anni ‘90. Cadeva il muro di Berlino, veniva disintegrata la Prima Repubblica, moriva persino Spiderman e «non si sa neanche il perché, avrà fatto qualche sgarro a qualche industria di caffé». Passano gli anni, viene l’11 settembre e la crisi finanziaria. I supereroi finiscono per morire davvero. E’ accaduto pochi giorni fa a Batman, ad esempio. Il mitico uomo pipistrello ci ha lasciato (forse…).

La notizia si rincorreva nei media da giorni, artatamente fatta circolare in mille varianti, la più accattivante delle quali prevedeva che la mano assassina fosse quella del “chiacchierato” sodale Robin. Subito scatenati i bookmaker: l’uccisione dell’eroe di Gotham da parte del fido compagno in calzamaglia rossa, gialla e verde era data a 5, quella per mano di Joker a 4, il ritiro volontario dalle scene a 2. E’ stato invece un incidente aereo a sancire la fine del cavaliere oscuro. Nell’ultimo numero del fumetto, il 681 (”Batman R.I.P.”), Batman è alle prese con “Black Glove”, ultimo di una interminabile serie di nemici che ha preso d’assalto la villa di Bruce Wayne e distrutto la BatCaverna. Quando però l’elicottero dell’eroe si schianta a terra, c’è ben poco da fare. Apparentemente, perché la modalità scelta per la dipartita lascia intendere che un ritorno in scena del pipistrello sia tutt’altro che impossibile. Un po’ come accadde a Superman, ucciso nel 1992 dall’alieno Doomsday ma tornato in vita nelle serie successive. Anche Capitan America, del resto, fu colpito a morte da un cecchino nelle strade di New York.

Anche i supereroi muoiono, insomma. C’è da credere che per i semplici uomini le cose si mettano davvero male, allora. Provaci tu a tirare avanti la carretta, ad arrivare alla fine del mese, a schivare le minacce terroristiche e proteggerti dal riscaldamento globale se anche Batman soccombe alle forze nemiche soverchianti. La scoperta della dimensione della fragilità anche nell’universo tutto muscoli, superpoteri e decisioni irrevocabili dei personaggi di Marvel e Dc Comics ha del resto tutta una sua storia. Vedi a questo proposito i famosi “supereroi con superproblemi” creati da Stan Lee e Jack Kirby a partire dagli anni sessanta. E certo questa caratterizzazione ben si confà alla personalità e al carattere della gioventù postmoderna, che ha sete di miti, non di favole, che cerca un senso, non una certezza consolatoria. Non è vero che oggi il mondo non abbia bisogno di eroi. Ne ha, invece, più che mai. Solo che anche l’eroe ha bisogno di una sua credibilità. L’epoca delle storie piatte, moralmente definite in modo monolitico, con il Bene luminoso e vincente da una parte e il Male oscuro e sconfitto dall’altra è terminato. Non si può continuare a parlare ai ragazzi dell’epoca liquida il linguaggio della Guerra Fredda. Bisogna dargli dei miti, ma che abbiano uno spessore e una personalità, che salvino ancora il mondo, ma in una missione che ha il sapore acre della tragedia, in un’epica che scardina i riferimenti usuali. Proprio Batman sembra allora essere l’eroe che fa al caso nostro.

Altro che Superman, il collega buonista e mezzo sbirro, quello che se la fa con i potenti, che è applaudito dalle folle. Il bravo cittadino americano in salsa superomistica, insomma. Oddio, anche l’eroe di Metropolis non nasce propriamente con questa caratterizzazione istituzionale. Come ha fatto notare Alessandro Di Nocera, infatti, nel momento del suo esordio sulle scene «l’Uomo d’Acciaio non nasconde alcun simbolismo recondito [...]. Superman non rappresenta affatto, come è stato detto, la “dimensione interiore” del cittadino americano [...] e nemmeno lo “spirito di forza” della factory o della macchina bellica statunitense. Si tratta di osservazioni superficiali, di carattere esteriore, sorte a posteriori, secondo chiavi di lettura collegate al personaggio in modo incidentale. La creatura di Siegel e Shuster è, nei suoi semplici e fondamentali attributi, la naturale evoluzione dei vari tipi di superuomo scaturiti dalle pagine degli scrittori popolari dell’Ottocento e dei primi del Novecento» (Supereroi e superpoteri, Castelvecchi, Roma 2006, pp. 393, 20€). Che, tuttavia, con gli anni l’alter ego di Clark Kent abbia finito per interiorizzare il messaggio autoassolutorio a stelle e strisce appare evidente.

Batman no. Batman è nero, dentro e fuori. La gente ne ha bisogno, ma ne ha allo stesso tempo timore. I volti di Joker e dell’uomo pipistrello si confondono, nei pastoni confusionari dei tg. Chi è il buono, chi è il cattivo? Bruce Wayne, decisamente, non è un granché come Pr di se stesso. La distanza da Superman non potrebbe essere più ampia. Clark Kent è figlio di un’America contadina ma liberal, ottimista, dove la mattina si fa colazione con sorrisi e buoni sentimenti. Batman agisce per vendetta, per placare la sete innominabile di una giustizia che va al di là delle procedure e che non verrà ricompensata. Il genio di Franck Miller metterà i due eroi a confronto in Il ritorno del cavaliere oscuro. Qui un Bruce Wayne invecchiato e inacidito si decide a riprendere il costume da pipistrello nonostante un’ordinanza governativa proibisca l’attività dei supereroi. Ecco allora intervenire un Superman ormai asservito al potere per dissuadere il collega da folli propositi. Finirà male, per l’uomo di Metropolis. Che oltre a prenderle di santa ragione si sentirà sputare in faccia l’amara verità: «Ci hai svenduti, Clark. Hai dato a loro il potere che avrebbe dovuto essere nostro. Proprio come i tuoi genitori ti hanno insegnato. I miei genitori mi hanno dato una lezione diversa. Per terra, in mezzo al sangue. Tremando e scuotendosi nell’agonia. Morendo senza un motivo».

E’ così, Batman. Non le manda a dire. Fa ciò che deve essere fatto, ma non vuole medaglie. Quando arrivano i giornalisti lui è già volato via. Magari diranno che a sgominare i cattivi è stato qualcun altro. Magari diranno che lui era un complice dei malviventi. Ma che importa? La vita di un cavaliere oscuro è tragica, non c’è posto per i flash dei fotografi. Il volto perennemente spaesato di Michael Keaton nel Batman di Tim Burton rende bene l’idea. Ma anche l’ultimo avatar del supereroe, quello che ha il volto di Christian Bale, mette bene in luce l’ambiguità morale ed esistenziale del personaggio. Lo stesso Joker - ormai reso immortale dalla delirante e cattivissima performance del compianto Heath Ledger - appare come una figura che è quasi più di un semplice villain. E’ un’altra metà della sua anima. E’ cattivo dove Batman è buono (forse), è sorridente dove lui è serio. Nella versione di Burton è proprio Joker - interpretato da un Jack Nicholson particolarmente a suo agio nella parte - ad uccidere i genitori di un Bruce ancora bambino e convinto della bontà del mondo. In un certo senso, quindi, è Joker il vero padre di Batman. E’ lui che l’ha generato, rompendo l’incantesimo di una realtà fatata come può essere quella che circonda un bambino miliardario. Il male, insomma è all’origine del bene. E allora non scandalizziamoci se il bene può morire, così, senza un perché. Il colpevole? Forse quelli della mala. Forse la pubblicità.

Adriano Scianca

Il Fondo Magazine

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categoria:film, kulturkampf, goliardia
martedì, 11 novembre 2008

Si dice che ogni Stato che si rispetti abbia, alle sue origini, un mito archetipico. L’Italia è l’unico Stato che risulta fondato, invece che su un mito, su una mitomania. Sono sessant’anni che ogni 25 aprile ci martellano i cosiddetti con le mendaci giaculatorie partigiane, e per sessant’anni ci hanno inculcato nel cervello la ridicola panzana di un manipolo di eroi senza macchia e senza paura che, confinati sulle montagne e mimetizzati tra le scoscese balze dell’Appennino, hanno dato filo da torcere al più temibile esercito che la storia ricordi. Cazzate. Andate a raccontare a un calabrese o a un abruzzese, a un pugliese o a un sardo, che l’Italia è stata “liberata” per merito della resistenza: se vi andrà bene vi guarderà con patetica commiserazione. Se non fosse stato per lo sbarco in Sicilia e per il tritolo dei B52 a stellestrisce il 25 aprile sarebbe rimasta sempre e solo la festa di San Marco.

Ora finalmente qualcuno ha avuto l’ardire di gettare più di un macigno in quella morta gora che era diventata l’intangibile leggenda della guerra di liberazione. A rompere per primo la crosta di ghiaccio del conformismo italiota era stato, nell’ormai lontano 1997, il regista Renzo Martinelli, che con Porzus aveva pugnalato alla schiena le vestali del purismo “frontista” rivelando con un colpo basso come un gruppo di gappisti comunisti, comandati dal macellaio rosso Mario Toffanin, sterminò proditoriamente ed “eroicamente” un intero reparto della brigata Osoppo, agli ordini di tal Francesco de Gregori, zio del celebre cantautore. Tra le vittime, “colpevoli” di non prostrarsi al feroce verbo titino e di opporsi all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia, Guido Pasolini, fratello minore del degenerato Pierpaolo di “Salò”.

Dovevano passare però diversi anni, fino al 2008, affinché un altro “capitano coraggioso” del ciak, Marco Tullio Giordana, col suo “Sanguepazzo“, andasse a gettare scompiglio nell’ordinato gregge del conformismo narrando a fosche tinte il cupo episodio del massacro della celebre coppia del jet-set italiano d’anteguerra, il duo Osvaldo Valenti-Luisa Ferida. Grazie a un Luca Zingaretti e a una Monica Bellucci al massimo delle loro capacità interpretative, per la prima volta la nostra generazione ha appreso dello spietato linciaggio di due personaggi - lei era pure incinta - gratuitamente sacrificati dalla furia partigiana sull’altare del moloch antifascista in quanto colpevoli di avere incarnato alla perfezione i sogni e le aspirazioni di una comunità nazionale che nel tanto deprecato regime aveva visto una formidabile opportunità di riscatto e di catartico rinnovamento dopo decenni di fosco annichilimento antinazionale.

Subito dopo “Sanguepazzo”, la situazione, per i nostalgici della storia guardata dallo specchietto retrovisore è andata scivolando rapidamente verso la più drammatica delle “rupture”. Infatti, sempre nel corso del fatidico 2008, alla coppia Martinelli-Giordana si è aggiunto, a fare da inaspettato tris iconoclasta, l’affabulatore Pupi Avati del Papà di Giovanna, che nel dipanare abilmente la drammatica vicenda del fallimento di un genitore nel suo rapporto con l’amata, fragile figliola, fa lampeggiare da par suo i lividi bagliori della Bologna di fine guerra, un tragico Grandguignol dove il sangue dei fascisti scorre a fiumi, tra torbide vendette e squallidi tradimenti.

Il poker d’assi è sopraggiunto improvvisamente da un “fronte” che nessun gendarme della memoria resistenziale si aspettava di dover presidiare: gli Usa. E’ stato il regista statunitense Spike Lee, nero di Georgia e di estrazione liberal, che con un bel lungometraggio, Il miracolo a Sant’Anna, ha spazzato via come un furioso, catartico nubifragio, una montagna di luoghi comuni e di confezioni scadute di paccottiglia paleoresistenziale politicamente corretta, che usavano dipingere i tedeschi come i soliti Sturmtruppen di Bonvi, tetragoni a qualsivoglia moto dell’anima e pronti solo a versare sangue innocente, gli americani tutti Nembo Kid, superpalestrati e belli come indossatori, e i partigiani tanti Blek Macigno, un po’ sfigati, dai nobili ideali ma del tutto privi di mezzi. Bene. Sant’Anna il miracolo l’ha fatto, ma non era proprio ciò che si aspettavano i vopos dei muri rossi. Pochi metri di pellicola e nel teatrino dei pupari del 25 aprile le marionette di Spike Lee hanno fatto un colpo di stato e i crucchi hanno improvvisamente cominciato a salvare i bambini, i partigiani a tradire, gli americani fanno la figura dei nazisti e i neri diventano eroi. L’ha combinata proprio sporca, Spike Lee, agli inflessibili guardiani del Vangelo secondo l’Anpi, attirandosi addosso gli strali di quelli con la bava alla Bocca, i quali hanno subissato d’insulti il regista liberal e tutti coloro che, come lui, hanno osato narrare la storia patria senza impetrare il loro permesso e senza neppure avere il patentino “giusto”.

L’ultimo documento fresco di cinepresa arrivato a completare lo sconvolgente - per i farisei di sinistra - “Pentateuco del ripensamento” è stato Il sangue dei vinti di Michele Soavi, film tratto dal libro omonimo di Giampaolo Pansa. L’opera “cartacea”, edita da Sperling & Kupfer nel 2003, ha portato alla ribalta le diaboliche mattanze perpetrate, a guerra ormai conclusa e ad armi rinfoderate, contro i soldati repubblichini superstiti che ebbero l’ingenuità di fidarsi delle false promesse di perdono dei mendaci giannizzeri di Stalin e di consegnarsi fiduciosi e inermi ai loro boia. Il film realizzato da Soavi nel corrente 2008 e presentato fuori concorso una settimana fa alla Festa del Cinema di Roma, invece, non ha nulla della scrupolosa acribia del libro e declina in romanzo l’agonia della Rsi nella moribonda Italia del 1945. Il commissario di polizia Francesco Dogliani (Michele Placido) deve indagare sull’omicidio di una donna e sui misteri di sua sorella gemella (Barbara Bobulova) e, ossessionato da questa ricerca, lascia la Roma insanguinata dai bombardamenti alleati per andare a “rilassarsi” nel bucolico silenzio delle Langhe piemontesi. Una volta arrivato nell’agreste “ritiro”, tuttavia, scopre con sgomento che anche lì gli odi e le vendette stanno mietendo vittime, ma lui non si schiera come fanno invece i suoi fratelli Ettore (Alessandro Preziosi), partigiano, e Lucia (Alina Nedelea), che si arruola con l’esercito della Rsi. Il romanzo in celluloide di Soavi, insieme al sangue degli sconfitti, mostra pure la bile verde schiumosa dell’odio dei vincitori, l’impassibile flemma della maggior parte degli italiani che tra quel po’ po’ di casino continuavano imperterriti a badare ai cazzi loro, e l’atrabile dei vigliacchi post-otto settembre, i quali, con lo zelo tipico dei voltagabbana, hanno ignobilmente campato di rendita sulle disgrazie della Patria, impancandosi a giudici degli sconfitti dopo essersi comportati da maestri durante gli splendori del regime.

Insomma, il film, che del libro ha ripreso solamente il titolo in quanto il plot narrativo ne esce completamente stravolto, ha mostrato agli immemori del conformismo di maniera l’altra metà del cielo, quella che i corifei del 25 aprile hanno scoperto con terrore essere ricoperta da grigi cumulonembi dai quali è piovuta sulla nostra Patria la mefitica pioggia acida dell’odio verso il nemico sconfitto, l’intolleranza nei confronti dell’avversario politico e delle vendette di classe. Con questo monumento storico - ma già da prima, con i suoi libri - Pansa ha impresso alla storiografia nazionale un’autentica rottura bachelardiana, cogliendo in tal modo l’autentico significato della “missione” dell’intellettuale secondo la lezione di Bobbio: un vero uomo di cultura deve saper seminare dubbi, più che raccogliere certezze. Per questa operazione l’uomo di Casale Monferrato e il regista Soavi, un tempo coccolati e vezzeggiati dalla critica “veltroniana”, ora che hanno cambiato registro si sono attirati addosso gli strali della stessa e dalle pacche sulle spalle ora sono passati a incassare solo calci nel culo.

Risultato: il film è stato boicottato durante la lavorazione e viene adesso ostracizzato nelle sale. A Venezia è stato semplicemente buttato giù in laguna dal ponte di Calatrava. A Roma si sono inventati una serata apposita per lanciarlo, ma di concorrere manco a parlarne. Nei cinema non ne vogliono sapere. In televisione dovrà essere trasmesso ma non si sa quando. Il fatto è che, grazie al duo Pansa & Soavi, la “bolla speculativa” della lotta di liberazione sta scoppiando di brutto come i subprime e gli hedge fund americani, mostrando al mondo le parti “sconce” di quell’episodio della nostra storia che fino a ieri veniva decantato come un poema, ma che si è finalmente rivelato per quello che è sempre stato: una schifosa ameba proteiforme, pronta a crocifiggere Mussolini per leccare il culo a Stalin, Tito, e ai peggiori mostri della falcemartello, ebbra di sangue innocente, saziata con il fosforo e il napalm delle bombe alleate e con le medaglie appuntate sul petto di ignobili personaggi che hanno guadagnato ori e prebende lucrando su infami atti di tradimento e spietate rappresaglie.

 

 

Angelo Spaziano

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categoria:film, storia, video
sabato, 04 ottobre 2008

«Menzogne storiche e offesa recata alla Resistenza. Volevamo incontrare l’autore, ma non è stato possibile»

ROMA — Per i partigiani, non ha fatto la cosa giusta. «Le dichiarazioni di Spike Lee ci indignano, ha fatto un film che non ha presente l’esatta verità di ciò che è avvenuto a Sant’Anna di Stazzema». Il vicepresidente della sezione Anpi di Pietrasanta, Giovanni Cipollini, ha replicato in serata al regista Usa. Lui aveva appena finito di dire che dopo gli attentati i partigiani spesso fuggivano lasciando i civili inermi, soli a vedersela con le rappresaglie dei soldati tedeschi. E poi: «Come regista, non mi scuso con nessuno». Il regista di Fa la cosa giusta avrebbe voluto chiudere così la polemica dei partigiani sul film Miracolo a Sant’Anna, che 01 distribuisce da venerdì in 250 copie.

All’inizio una vecchia sequenza con John Wayne, il simbolo della mitologia del soldato bianco, «per marcare una differenza rispetto agli altri film». Altri italiani nel film, Omero Antonutti nella parte di un fascista e Valentina Cervi che fa sua figlia. Spike Lee con la sua rabbia dentro, la sua forza e il suo limite, risponde alle critiche negative ricevute in Usa, soprattutto quella di Variety, all’impressione di un film a tesi di 144 minuti dove i soldati neri sono tutti bravi fratelli «trattati come schiavi da una nazione che non li vuole». «Faccio questo mestiere da 23 anni, sono un artista che si prende i suoi rischi, non è che a ogni recensione negativa mi taglio le vene o mi butto dall’Empire State Building».

Corriere.it

Ora sono loro, i partigiani, a fare appello a menzogne storiche, quando ci hanno campato per 60 anni. Sono abituati ad avere gli artisti bravi, belli e schierati dalla loro. E quando non e’ cosi, frignano come bambini. Spike Lee non ha avuto paura a definire i partigiani dei traditori (come poi e’ stato in moltissimi casi). E non chiede scusa, nonostante i prevedibili piagnistei. Ecco cosa ha detto il regista: “I partigiani, non erano amati da tutti gli italiani, dopo le imboscate fuggivano e si nascondevano sulle montagne lasciando i civili alle reazioni dei tedeschi. Io non ho inventato nulla”. Volete aggiungere altro? Ci voleva un americano per dire le verita’ nascoste sui partigiani che da 60 anni vengono ripetute incessantemente da chi sa leggere la storia, oltre la patina dell’ideologia democratica.

Azione Tradizionale

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categoria:film, storia, anti-antifa