Il dramma e il film
Enrico V è un film del 1989 scritto, diretto e interpretato da Kenneth Branagh. Basandosi sull’omonima opera di William Shakespeare composta tra il 1598 ed il 1599, Branagh costruisce questa sua prima opera come regista con dovizia di particolari.
Il dramma prende spunto dalle vicende di Enrico V d’Inghilterra, re che si distinse per aver conquistato la Francia nel corso della battaglia di Azincourt.
Salito sul trono d’Inghilterra nel 1413, abbandonata una giovinezza scapestrata, Enrico V si dimostra subito un re saggio, deciso e moralmente rigoroso. Nel 1415, seguendo anche il consiglio della Chiesa, dichiara guerra al re Carlo VI di Francia, per rivendicare i propri diritti ereditari su quel regno non riconosciuti dai francesi a causa della legge salica.
Enrico parte e sbarca in Francia con un esercito poco numeroso. Dopo aver assediato con successo la cittadina di Harfleur, il re dà alle truppe ordini inusuali per quei tempi, vietando di infierire sugli sconfitti con saccheggi e brutalità, pena la morte. Nonostante i suoi uomini siano ridotti di numero e stremati, accetta lo scontro con i Francesi, altezzosi e tanto più numerosi. La sanguinosa battaglia di Agincourt finisce inaspettatamente con una strepitosa vittoria degli inglesi, che hanno pochissime perdite, mentre vengono uccisi 10.000 francesi. Il re di Francia accetta le richieste del vincitore e gli concede in moglie la propria figlia Caterina.
La battaglia
Durante la marcia dell’invasore verso Calais, l’esercito francese cercò più volte, senza apprezzabili risultati, di tendere imboscate che indebolissero fino alla distruzione l’esercito inglese, che, arrivato in Piccardia, si trovò di fronte l’armata francese.
Nonostante il parere negativo del duca di Berry, i nobili francesi approvarono, non senza disaccordi, un attacco frontale che annientasse il nemico.
Due araldi vennero inviati ad Enrico dai nobili francesi, essi riferirono al re che dal momento che lui era venuto a conquistare il loro paese, i francesi l’avrebbero combattuto in qualsiasi luogo e momento. Enrico replicò dicendo che avrebbe proseguito la propria marcia verso Calais e che i francesi avrebbero ostacolato la sua marcia a loro rischio e pericolo, poi ricompensò gli araldi con dell’oro e accampò il proprio esercito nella cittadina di Maisoncelles.
All’alba del 25 ottobre 1415, giorno di San Crispino e Crispiniano, i due eserciti cominciarono a schierarsi. I francesi schierarono il loro esercito nella pianura adiacente tra Azincourt (Agincourt) e Tramecourt, come per sbarrare la via verso Calais; ordinato su tre file di uomini, lo schieramento francese prevedeva l’utilizzo di uomini d’arme appiedati al centro, sostenuti da arcieri e balestrieri e, ai lati, formazioni di cavalleria pesante.
Dal canto suo, Enrico V, schierò in tre piccole formazioni gli uomini d’arme capitanate dal duca di York, da Lord Camoys e dal re in persona. Gli armigeri vennero rafforzati dagli arcieri che, in formazioni triangolari, andarono a comporre una linea d’attacco leggermente concava.
Alle undici del 25 ottobre del 1415, si iniziò la battaglia. Al grido “San Giorgio, San Giorgio”, l’esercito inglese iniziò la propria marcia verso lo scontro, d’altro canto, i francesi nettamente superiori per numero, convinti di dettar le regole del gioco, si sentivano ora disorientati. Giunti a 200 metri dalle forze francesi, gli arcieri del re iniziarono a piantare una serie di pali appuntiti nel terreno fangoso e una volta difesi iniziarono a riversare frecce sui francesi. La cavalleria scelta francese provò a controbattere, ma le condizioni del terreno e la pioggia di dardi rendevano nulla la corsa dei cavalieri che, in più, giunti alle palizzate erano facili vittime del nemico. La grande colonna dei cavalieri appiedati invece avanzava molto lentamente nel fango. Solo un attacco frontale andò a segno e fece indietreggiare le linee inglesi, ma per poco. Enrico passò all’offensiva e dopo un’altra ondata di frecce, ordinò una carica generale, alla quale si unirono anche gli arcieri equipaggiati con armature leggere e nell’imbuto che si era creato caddero migliaia di nobili, conti e duchi di tutte le parti della Francia, molti morirono subito, altri vennero catturati e uccisi, oltre che per paura di ritorsioni future, anche e soprattutto per l’instabile situazione che vedeva i pochi inglesi timorosi che, ad un eventuale contrattacco francese, portato da forze fresche o dalla riorganizzazione di quelle in rotta, i numerosi prigionieri potessero raccogliere l’immensa quantità di armi sul terreno e sopraffarli. Una parte del grande esercito francese (composto secondo alcune stime da 10.000 fanti e 8.000 cavalieri, secondo altre di un totale di 25.000 uomini, secondo il Coville di 50.000) infatti, segnatamente la terza linea, disertò ingloriosamente in massa, dopo aver visto il tragico destino delle due linee che la precedevano, e si disperse nella boscaglia. Questo però lasciò agli inglesi il dubbio che potesse trattarsi di una manovra di aggiramento ed il susseguente attacco al campo inglese, in realtà una semplice opera di brigantaggio, priva di qualsivoglia intento tattico, del signore di Azincourt che si impossessò persino della corona di Enrico, fece davvero temere che tale aggiramento fosse in atto. In effetti Enrico, vista l’esiguità delle sue forze ed il grande numero di francesi in rotta, ebbe ancora per diversi giorni il timore di un secondo attacco nemico che avrebbe potuto capovolgere l’esito della battaglia.
Alle quattro del pomeriggio la battaglia era già finita con un disastro francese ove morirono, combattendo per la Francia, dai 7000 ai 15000 uomini tra cui il connestabile di Francia, Carlo I d’Albret, e il fratello di Giovanni Senza Paura, Filippo Conte di Nevers, mentre caddero prigionieri, oltre ad uno dei comandanti sul campo, Jean Le Meingre, il capo della fazione degli armagnacchi, il duca d’Orleans Carlo, e l’altro fratello di Giovanni Senza Paura, Antonio Duca del Brabante, che poi fu ucciso con altri prigionieri francesi. Fu una grande vittoria, ed Enrico V ben presto rivendicò le sue pretese.
La Francia aveva peccato di presunzione sentendosi più forte numericamente, credendo nei suoi uomini più importanti, che poi finirono in rovina, l’Inghilterra si fece lustro grazie all’ingegno di Enrico V, che fu ammirato in tutta Europa, un uomo e un re che vendette cara la pelle anche in battaglia, un eroe per il suo popolo.
Tratto da www.azionetradizionale.com














Tra colpi di scena a volte un po’ telefonati e scene trash colossali (come l’incredibile scazzotata della durata di quasi 7 minuti!!!!!!!) il film ci offre una
1982! 
«Ma dici a me? Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Non ci sono che io qui!»
a lavoro come





Le bande diventano cattive con i fratellini "hmong", che non si piegano alle loro leggi e ai loro diktat. A farne le spese è la giovane Sue. Kowalsky passa all'azione, armato com'è di uno zippo e della sua pistola fatta con la mano da puntare in faccia a tutti i suoi "nemici", in alcune sequenze che da sole valgono il prezzo del biglietto.
Appartenente alla generazione di giovani registi destinati a cambiare per sempre il volto di quella New Hollywwod dei primi seventies (Coppola, De Palma, Spielberg, Lucas, Scorsese...), John Milius (1946) è forse il più misconosciuto filmaker americano dotato degli ultimi trent'anni.
«Hanno ucciso l’Uomo ragno, chi sia stato non si sa. Forse quelli della mala, forse la pubblicità». Era il 1992, e Max Pezzali dava così un senso al crollo dei miti e delle certezze che investiva i giovani della fine degli anni ‘80 e dei primi anni ‘90. Cadeva il muro di Berlino, veniva disintegrata la Prima Repubblica, moriva persino Spiderman e «non si sa neanche il perché, avrà fatto qualche sgarro a qualche industria di caffé». Passano gli anni, viene l’11 settembre e la crisi finanziaria. I supereroi finiscono per morire davvero. E’ accaduto pochi giorni fa a Batman, ad esempio. Il mitico uomo pipistrello ci ha lasciato (forse…).