mercoledì, 21 ottobre 2009

da www.censurati.it

Requisiti per partecipare:

1) scrivere 12 punti da trattare con lo Stato (o chi per lui) RIGOROSAMENTE INATTUABILI
2) spedire rigorosamente fotocopiati, le copie autentiche verranno cestinate.
3) requisito preferenziale, che siano scritti a penna e poi scannerizzati
4) Allegare un post it compromettente per qualcuno
5) spedire anche in altre redazioni (purchè se ne parli)

cosa si vince: una scorta, bella vita, interviste, programmi, ingaggi Corona's Style e una partecipazione garantita a "L'isola dei mafiosi"

inviare tutto a papello@censurati.it

papello n°1

papello n.2 (non c'è storia, non c'è storia)

postato da: dallaltraparte alle ore 13:19 | Permalink | commenti (12)
categoria:antimafia, goliardia
lunedì, 12 ottobre 2009

Dopo gli attacchi neanche troppo velati di Michele Santoro e Annozero agli eroi animafia, ora al Capitano Ultimo, condannato a morte dagli uomini di Cosa Nostra per l'arresto di Totò Riina e per mille altre operazioni, viene tolta anche la scorta. E la Mafia non dimentica!
postato da: dallaltraparte alle ore 14:02 | Permalink | commenti (8)
categoria:video, antimafia
martedì, 01 settembre 2009

Tratta da www.censurati.it

Il capitolo più controverso (e mediaticamente più succulento) è quello relativo al famoso covo di Riina. La famosa villa di via Bernini, può essere definita un covo?

L'abitazione a cui si fa riferimento, era l'abitazione di Ninetta Bagarella dove i bambini ricevevano altri bambini per giocare. Negli atti processuali c'è tutto. Rifarei oggi tutto quello che ho fatto quel 15 gennaio, perchè il covo, la base logistica, non è mai nella casa dove vivono moglie e figli. E dopo la cattura di Provenzano, dovrebbe essere chiaro questo concetto. Lui in un posto (covo), e la moglie in casa con i figli.

Il pm Ingroia: è più grave che abbia rapporti con i mafiosi come l'imprenditore Aiello o il maresciallo Ciuro, talpa di Provenzano, o è più grave che non sapesse, come ha dichiarato, che fossero mafiosi?

Sono gravi entrambe le cose,  e in questi casi capisci quanto erano grandi Falcone e Borsellino e ti rendi conto del  vuoto, della mediocrità, "professionale e morale" che hanno lasciato con la loro scomparsa.

Nel processo sono emersi fatti importanti. Informazioni riservate date in pasto ai giornalisti contravvenendo agli ordini, documenti falsi scritti postumi. Qualcuno è stato indagato per questa mano data a Cosa Nostra?

No, nessuno.

Quando Lei uscì dal Ros, lo fece perchè non c'erano più le condizioni ottimali per il suo lavoro, oppure ha ritenuto la sua missione conclusa?

La missione di difendere la gente dai criminali non ha fine nel mio cuore e finirà insieme al mio cuore. sono andato via con dolore perchè quelli per cui combattevamo erano assolutamente estranei alla lotta e anzi rappresentavano il vero grande ostacolo. ma è una storia patetica da raccontare, per capire meglio basta andare al circo e guardare lo spettacolo dei pagliacci. Alla fine sono andato via quando non capivo più la differenza tra lo spettacolo del circo e il posto dove mi trovavo. Ma capivo chiaramente il dovere morale di non partecipare allo spettacolo con i clown.


Il motivo per cui questa intervista è stata rilasciata a noi e non ai giornali "importanti" è proprio il motivo dell'essenza di Ultimo, che è al fianco dei poveri, non con gli organi importanti di stampa.
Questa intervista è stata rilasciata più di un anno fa, e non abbiamo voluto pubblicarla in qualche modo per "tutelare" Ultimo dentro l'arma, visto che ovunque va, tocca equilibri che nessuno può toccare, non facendo sconti a nessuno. Ma dopo che Arciere (un altro membro del gruppo che arrestò Riina) è finito sotto processo, perchè avrebbe potuto con questa operazione avere un riconoscimento in termini di carriera cioè, arresterebbe criminali recuperando refurtive per farsi bello (il che vorrebbe dire non fare più nessuna operazione, per paura di un arresto), visto il silenzio dell'Arma che "usa osservar tacendo", abbiamo pensato che forse era il caso di ritirare fuori l'intervista. Tanto la punizione è già pagata.

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere. (Giovanni Falcone)

postato da: dallaltraparte alle ore 21:01 | Permalink | commenti
categoria:antimafia
mercoledì, 26 agosto 2009
Nel gennaio 2001, durante il blitz che ha portato all'arresto del boss Benedetto Spera, la squadra mobile di Palermo ha scoperto le lettere che i figli, la compagna e il fratello Salvatore avevano inviato al loro congiunto, Bernardo Provenzano. Alcuni riferimenti erano stati cifrati.

Scrive Angelo Provenzano al padre:

"(…) Per una visita medica: avevo intenzione di contattare, con il tuo permesso, 1012234151512 14819647415218. Acquisto terreni: sono stato un po' disubbidiente su questo argomento in quanto sotto le feste mi sono visto con la persona interessata 512151522 191212154 e siamo rimasti che dopo le feste ci dovevamo vedere per discutere Tu ti ricordi di quel terreno di cui ti ho parlato a Scorciavacche che tu mi hai sconsigliato in quanto terreno brutto, io non ho abbandonato di seguire l'evoluzione dell'affare e mi fanno sapere che il proprietario è disposto a vendere per 400 ml i 38 ettari di cui è composto.

Ora io so che i 400 io non ce li ho e che il terreno non è un granchè però so che ci sono persone che hanno fatto affari con terreni simili e con cifre più grosse, mi riferisco a 1316 942016 18228131316 712 171912242412 e così per vie traverse ho cercato di sapere come si fa e mi viene detto che ci vogliono gli agganci politici per potere farsi finanziare il terreno tramite prestito trentennale per poi realizzarci oltre il prestito l'impianto di bosco che viene finanziato con un contributo a fondo perduto di circa 8/9 ml ogni ettaro; in più si potrebbe sfruttare Agenda 2000 per eventualmente realizzare delle opere di agriturismo finanziate in parte dalla comunità europea a fondo perduto (…)

Ora qui mi nascono i dubbi perché quello che ti ho nominato lo ha fatto e possibilmente se ci vado a parlare di persona potrebbe essere disposto a mettere in pratica la cosa e questa è una strada. Nel frattempo a Paolo della zia Lina l'ho fatto informare con una sua conoscenza e c'è la possibilità di arrivare ad agganciare tramite comunisti il direttore all'ispettorato agrario".

Tratto da http://www.bernardoprovenzano.net/

COMMENTO

Con questo, ovviamente, non vogliamo accusare di niente nessuno, ma proviamo a fare un giochino mentale: se invece dei comunisti  avesse detto "tramite fascisti"? Apriti cielo! Sarebbe stata la prova inconfutabile che i fascisti se la fanno con la mafia! O no??
postato da: dallaltraparte alle ore 14:36 | Permalink | commenti (1)
categoria:antimafia
martedì, 28 luglio 2009

Egr. dott. Bolzoni,

Nel suo articolo pubblicato il 24 luglio 2009 a pag. 11 di Repubblica, dal titolo Dalla svista su Riina a don Vito i misteri del generale-negoziatore”, Lei ritorna per l’ennesima volta sulle insinuazioni, cui ormai abbiamo fatto l’abitudine (soltanto lo scorso mese di marzo pubblicai sul mio blog, a questo indirizzo,  una mia replica a Nicola Biondo dell’Unità che tentava di ricicciare la stessa minestra) riguardanti la cattura di Totò Riina e la mancata perquisizione del suo covo da parte delle forze dell’ordine.In linea generale La inviterei a leggere il mio pezzo citato, perché bastevole, grazie al corredo di documenti e fotografie, ad annichilire la maggior parte delle leggende metropolitane nate su quella vicenda, alcune delle quali Lei purtroppo nel suo articolo riprende puntigliosamente.

 Ma in particolare vorrei contestarle in questa sede, alcune sue affermazioni, per le quali Le sarei grato qualora Lei potesse fornirmi ulteriori chiarimenti.

 Quando Lei parla della mancata perquisizione della villa di Riina, definendola una pesante “ipoteca”, mi pare di doverle ribattere che la sentenza di assoluzione di Mori e Ultimo a Palermo, dovrebbe avere dissolto per sempre questa “ipoteca”, mentre invece continuiamo a leggerne sui giornali.

Dalla sentenza emerge una circostanza semplice e chiara: i documenti eventualmente presenti nella villa di Riina, non si sarebbero potuti salvare neppure con un’immediata perquisizione, i carabinieri lo sapevano, hanno consigliato a Caselli strategie investigative più utili di una perquisizione inutile e che avrebbe “bruciato” ogni altra pista,  e Caselli le ha avvallate ed accettate in piena coscienza e consapevolezza.

Quindi questa storia della mancata perquisizione, è solo fango che qualcuno continua a sollevare.

 Quando Lei, Bolzoni, spiega ai suoi lettori che il giorno della cattura del Boss i CC del ROS “lasciarono a posto tutto il resto”, dimentica di spiegare alcune cose fondamentali, ed una di queste è che non si conosceva l’esatta ubicazione del covo di Riina (il boss fu arrestato ad 1 km di distanza dal suo quartiere di residenza), per cui diventava piuttosto complicato perquisirlo con un blitz repentino (Si trattava di perquisire decine di appartamenti a tappeto, senza sapere esattamente quale di questi fosse il covo del boss), tanto repentino da impedire che i presenti (moglie di Riina e mafiosi attigui) potessero distruggere eventuali documenti compromettenti.

 E questo è scritto chiaramente in sentenza.

 Lei omette di scriverlo, i suoi lettori si fanno un’idea sbagliata.

 Poi Lei parla di «operazione sbirresca», insinuando che non si sarebbe trattata di un’operazione investigativa “pulita”, ma di uno scellerato baratto stipulato da carabinieri senza scrupoli con forze criminali concorrenti di Riina, ai quali l’arresto del boss doveva aprire la strada.

In questa sede io mi limito a rimarcarle che per dire, come ha detto Lei,  che quest’operazione “sbirresca” sia stata “contrabbandata come «più grande successo antimafia» dopo le stragi siciliane del 1992”, (essendo invece qualcos’altro, come ad esempio un baratto), bisogna che ciò sia provato.

Mi pare che Lei stia mettendo il carro davanti ai buoi, perché per il momento, in assenza di prove contrarie, questo E’ E RIMANE IL «PIÙ GRANDE SUCCESSO ANTIMAFIA» DOPO LE STRAGI SICILIANE DEL 1992”, risultando ancora come l’arresto del più pericoloso capo della mafia latitante da decenni. Una robetta da nulla.

 Ma il mondo è pieno di contrabbandieri, può darsi che abbia ragione Lei.

 Quando poi lei rammenta che i giudici della III sezione del tribunale di Palermo hanno scritto che «Il fatto non costituisce reato», dovrebbe però anche rammentare che gli stessi giudici, a fianco di quelle paroline, hanno scritto anche questo:

 “In conclusione, gli elementi che sono stati acquisiti non consentono ed anzi ESCLUDONO OGNI LOGICA POSSIBILITÀ … di affermare che la condotta tenuta dagli imputati nel periodo successivo all’arresto sia stata determinata dalla precisa volontà di creare le condizioni di fatto affinché fosse eliminata ogni prova potenzialmente dannosa per l’associazione mafiosa.”

 Detto in italiano più semplificato, secondo i magistrati Mori e Riina NON HANNO ASSOLUTAMENTE BRIGATO (PERCHE’ E’ ESCLUSA OGNI LOGICA POSSIBILITA’ CHE L’ABBIANO FATTO) AFFINCHE’ FOSSERO ELIMINATE LE PROVE DANNOSE PER LA MAFIA, OVE QUESTE FOSSERO PRESENTI NEL COVO DI RIINA.

 Non l’hanno fatto. D’accordo Bolzoni? E allora perché continuare ad insinuare che l’abbiano fatto? Ah…quanto vorrei saperlo.

 Quindi, nessuna contraddizione, nella sentenza, nessun dubbio. Una assoluzione chiaramente motivata, e con totale sollevazione di responsabilità soggettive da parte del ROS.

 E quando sempre Lei poi scrive anche che i CC “Avevano intrappolato Totò Riina, avevano giurato di «tenere sotto controllo» la villa, dice un’altra imprecisione che alla fine produce il brutto risultato di farci giudicare male il ROS, pensando che sia un’accozzaglia di spergiuri.

 Diciamo la verità, Bolzoni. I carabinieri non potevano aver giurato di tenere sotto controllo “LA VILLA”,  perché non si sapeva dov’era, la villa. Ed infatti rileggiamo il passaggio della sentenza a cui lei fa riferimento, dove si può vedere che la cosa suona diversamente:

 “Nella nota, il Procuratore distingue due momenti diversi, riferendo che “nelle ore successive all’arresto del Riina, vari ufficiali dell’Arma, in particolare del ROS ebbero a manifestare che i vari luoghi di interesse per le indagini, in particolare il complesso Immobiliare (di via Bernini), erano SOTTO costante ed attento CONTROLLO e che era assolutamente indispensabile, per non pregiudicare ulteriori importanti acquisizioni, che dovevano consentire di disarticolare la struttura economica e quella operativa facente capo al Riina, evitare ogni intervento immediato, o comunque affrettato”

 Quindi, Bolzoni, non “la villa”, sotto controllo. Ma “il complesso Immobiliare di via Bernini”.

 Complesso recintato con tanto di cancello d’ingresso. Capisce la differenza? Se si promette di tenere sotto controllo la villa, e poi non si fa per qualche giorno, è grave, perché qualcuno potrebbe portare via dei documenti, o una cassaforte, nel frattempo. Ma se si promette di tenere sotto controllo un complesso immobiliare e poi si interrompe il controllo per qualche giorno perché la zona pullula di giornalisti, non significa nulla né cambia nulla.

 “e invece se n’ erano andati. “

 Perché erano arrivati i giornalisti. Ovvio che se ne siano andati. 

  “Quattro o cinque ore dopo avevano smontato le telecamere intorno al covo di via Bernini,”

 Falso, falso. L’unica telecamera presente era sul furgone-civetta, e non poteva riprendere nulla di utile, perché era esterna al complesso immobiliare, che era recintato (vedi fotografie “Google-map” nel mio articolo). Dopo l’arresto il furgone dovette spostarsi per ovvie ragioni, e per ragioni ancor più ovvie la telecamera se ne andò con lui. Ma NON ERA una telecamera puntata sul covo di Riina, e non RIPRENDEVA NULLA DI UTILE.

ALTRE TELECAMERE, quelle che lei si inventa “intorno al covo di via Bernini” NON NE ESISTEVANO. Lei mente, Bolzoni.

 “avevano assicurato al procuratore Caselli che erano ancora lì, ma per diciannove giorni la villa fu un porto di mare.”

 Mi piacerebbe avere maggiori delucidazioni su queste “assicurazioni” date al procuratore Caselli. Soprattutto perché sul suo quotidiano (Repubblica), l’8 novembre 2005, a pag. 27, io ho letto questo:

L’ ex procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli ha “assolto” il generale dei carabinieri Mario Mori, attuale direttore del Sisde, ed il capitano “Ultimo”, sotto processo per favoreggiamento a Cosa nostra per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina, compiuta 19 giorni dopo il suo arresto nel gennaio 1993. «C’ era e c’ è totale fiducia in Mori», ha affermato ieri Caselli in aula. Caselli dice che dopo la cattura del boss il Ros dei carabinieri suggerì di non perquisire subito la villa e sospendere il controllo. «MORI RIFERÌ – ha sostenuto Caselli – CHE L’ ATTIVITÀ DI OSSERVAZIONE VENNE SOSPESA PERCHÉ IL PERSONALE ERA STATO NOTATO».

Che è esattamente il contrario di quanto ha scritto lei. Carta canta.

  “Entrarono tre o quattro mafiosi che – sereni e tranquilli – lo ripulirono. Perché andarono così le cose? «Una dimenticanza», disse il colonnello. Fu smentito clamorosamente dal «diario» di un procuratore aggiunto, che aveva preso nota di tutti i suoi rapporti in quei diciannove giorni di falso controllo del covo.

Che è quel diario dove quel procuratore aggiunto ha annotato un incontro con Mori in data  27 gennaio 93 a Caltanissetta, ed in cui si leggeva: seppur la procura sollecitasse l’effettuazione di una perquisizione nella villa di via Bernini, l’allora colonnello Mori “sembra non avere urgenza e dice che l’osservazione del complesso di via Bernini stava creando tensione e stress al personale operante, accennando alla sua sospensione”, mentre è stato accertato nei processi, ed è agli atti, che quel giorno Mori non fosse affatto a Caltanissetta, ma nell’aula bunker di Rebibbia, INSIEME AD INGROIA, PER INTERROGARE CIANCIMINO.

Quindi prima di affermare che quel diario sia in grado di “smentire clamorosamente” qualcosa, visto lo sfondone che conteneva, bisognerebbe pensarci due volte, non trova, Bolzoni?

 “Perché si comportarono così quei carabinieri?”

 Glielo spiego io, ripetendole tutte cose scritte in sentenza:

1)      Perché non conoscendo l’ubicazione della villa, per perquisirla avrebbero dovuto prima individuarla, allarmando gli occupanti che avrebbero distrutto i documenti. Più che il rischio di perdere i documenti comunque c’era la certezza. Così è scritto in sentenza. Poteva dare più frutti continuare ad indagare in modo riservato per smantellare l’organizzazione, specialmente controllando i Sansone. Caselli su tutta questa strategia investigativa, fu completamente d’accordo, e dispose in questo modo, pienamente cosciente e consapevole. E’ tutto in sentenza.

2)      Semplicemente nei giorni successivi l’arresto i ROS allentarono la sorveglianza del complesso immobiliare perché a causa di una “soffiata” della territoriale (vedi “Ripollino”, nome che non leggo mai, in certi articoli) questo era stato segnalato ai giornalisti che gironzolavano in zona.  Mi pare che ci fosse anche Lei, Bolzoni, mi corregga se sbaglio.

Per il resto, e vale a dire sulle ipotizzate protezioni date dai ROS  a Provenzano, mi limito a rilevare che per ora procedimenti giudiziari conclusi e già andati a sentenza (vedi QUI), hanno stabilito che se c’era qualcuno che nel 2002 cercava di arrivare a Provenzano mediante sorveglianze telefoniche e soprattutto ambientali del boss Guttadauro e della famiglia Eucaliptus, questo era proprio il ROS, e che se invece c’era qualcuno che avvisava gli stessi Guttadauro ed Eucaliptus della sorveglianza indicandogli dove fossero piazzate le cimici, queste erano “talpe”,  funzionari della Polizia Giudiziaria al servizio negli uffici di quella Procura della Repubblica di Palermo che oggi rappresenta ancora una volta la pubblica accusa del Generale Mori.

 E pensi che scoop, Bolzoni, se ad essere intercettato mentre chiacchierava con l’Ing. Aiello, “darling” di Provenzano, della ristrutturazione della sua casa al mare, non fosse stato il PM Ingroia, ma il Generale Mori. Che cosa ci avrebbero cucito sopra certi giornalisti!

 Come minimo sarebbe diventato  immediatamente un indizio schiacciante del patto scellerato “Mori-Provenzano”. Come minimo.

 Cordialità.

 Enrix

 …vediamo le repliche dei custodi della purezza politica e morale di Repubblica…Bolzò!…fà caldo!

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categoria:antimafia
lunedì, 27 luglio 2009

Aiutateci a diffondere questo articolo!

http://www.censurati.it/?q=node/3885

E' indegno per qualsiasi Paese civile mettere alla gogna un uomo che arresta un mafioso, e chiamare il mafioso stesso ad autocertificarsi sull'estraneità dei fatti.

E adesso avremmo un po' di domande da fare alla gente, e un po' di NOMI E COGNOMI FINORA OMESSI DA TUTTI i giornalisti "perbene", come Travaglio, Bolzoni, Lodato, Lo Biondo, Pennarola. E per ora mi fermo qui.

Andiamo per ordine:
E' mai possibile che nessun giornalista, nessun magistrato, nessun procuratore che si occupi di antimafia, sappia la differenza tra controllo/sorveglianza a breve termine e controllo a lungo termine?
Anche l'investigatore privato del paesino di 500 anime sa che se si deve controllare una persona per 2/3 giorni il medoto è il controllo con ripresa costante, se l'appostamento deve perdurare per settimane/mesi (perchè come dice Ultimo stesso, il fine era di controllare chi entrava e chi usciva da quella casa, quindi seguire i Sansone, e ricostituire i circuiti politico imprenditoriali) la sorveglianza costante metterebbe a rischio di vita chi sorveglia, con l'aggravante di bruciare il posto da controllare. Però ci sarebbero stati dei bei funerali, su cui piangere tanto, magari i giornalisti "perbene" avrebbe fatto un articolo con encomio solenne, avremmo un morto in più e un martire in più. Il fine di Ultimo non era questo, e ora paga lo scotto di aver preferito mettere le manette a chi, latitante per anni, ha messo a ferro e fuoco il Paese, piuttosto che creare un martire da piangere in più.

Che cosa spinge i procuratori di Palermo e i giornalisti "perbene", a COPRIRE i veri responsabili nell'arma dei carabinieri? Cominciamo a fare nomi, cognomi, ruoli ricoperti e falsità dette, sia all'interno delle istituzione che nella stampa servile.

1) Maggiore Ripollino (mai nominato da Travaglio, da Bolzoni, da Lodato, e da tutta quella gente perbene della stampa che segue i processi da casa perchè non hanno tempo da perdere, tanto ci sono le soffiate delle procure), maggiore dei Carabinieri che, contravvenendo all'ordine di non divulgare la notizia sull'ubicazione del covo, preferì bruciare il territorio dando alla stampa la notizia che la Procura INTERA,
Caselli incluso, aveva deciso di non diramare. Non ci risulta nessun provvedimento per preso, nè accuse di favoreggiamento, per questo atto sconsiderato.

2) Vittorio Aliquò, Procuratore aggiunto di Palermo che durante il periodo dell'arresto di Riina fece di tutto per mandare Ultimo e i suoi uomini a sorvegliare un posto CHE NON FOSSE VIA BERNINI, un luogo chiamato Fondo gelsomino, non abitato, non frequentato, ma secondo lui il vero rifugio di Riina. L'unico modo per continuare a sorvegliare via Bernini è stato assicurare ad Aliquò un controllo anche a Fondo Gelsomino, dimezzando così gli uomini a disposizione, i cui turni erano di 18/20 ore di lavoro al giorno. Lo stesso Aliquò durante il processo che si tenne contro Ultimo e Mori, produsse un documento falso, un falso diario, che Ingroia lodò per la "scrupolosa e minuziosa cronaca del dottor Aliquo' in presa diretta", diario in cui si parlava di un incontro con i vertici del Ros avvenuto il 27 gennaio 93, in cui si leggeva: seppur la procura sollecitasse l'effettuazione di una perquisizione nella villa di via Bernini, l'allora colonnello Mori "sembra non avere urgenza e dice che l'osservazione del complesso di via Bernini stava creando tensione e stress al personale operante, accennando alla sua sospensione". Peccato che quel giorno Mori non era affatto a caltanissetta, ma nell'aula bunker di Rebibbia, INSIEME AD INGROIA, PER INTERROGARE CIANCIMINO. Ma non era un errore di data, perchè quella riunione non c'er mai stata. Nonostante tutto questo materiale falsificato per trame che non ci è dato sapere, nessuno avverte la necessità di aprire un fascicolo su Aliquò, un teste che produce documenti falsi in tribunale durante un processo per mafia, non deve essere così interessante, agli occhi di un PM.

3)Il generale dei Ros Sabato Palazzo, che tolse continuamente personale a Ultimo durante le operazioni, lo punì subito dopo l'arresto, smembrò la squadra, e fece di tutto per mandare Ultimo e i suoi uomini lontano dai Ros. Fu colui che diramo' un'ansa in cui mise in chiaro il vero nome di Ultimo per la prima volta rendendo pubbliche le sue generalità. A seguito di un blitz anticamorra a Pozzuoli, è stato chiamato a rispondere a reati quali corruzione, falso, favoreggiamento aggravato e abuso d'ufficio. Questo signore, non è mai stato nominato da nessun giornalista (o siamo più informati di Bolzoni e Travaglio, o questi due OMETTONO VOLUTAMENTE di parlare di questa simpatica gente. Si fa notare, che per quanto riguarda invece la caccia a Provenzano, Cancemi disse al generale Palazzo il posto e l'ora in cui avrebbe potuto trovare il boss, ma non solo non andò lui, ma non fece andare neanche nessuno all'appuntamento. Vietato cacciare Provenzano, quindi, era prerogativa di Palazzo, non di Mori. Ma se aspettate che questi fatti escano su repubblica, diventeremo vecchi rimanendo ignoranti.

4)Antonio Ingroia, il 19 febbraio 2005, dopo la richiesta di archiviazione che fece dopo le udienze preliminari, dichiarò: "per noi sarebbe difficile andare a rappresentare un'accusa alla quale non crediamo". Dopo l'intervento del Gip Vincenzina Massa che ordinò l'invito coatto a procedere (lo stesso GIP che scrisse qualcosa di una cassaforte strappata dalle mura di casa.. quando si vede anche oggi, ancora lì intonsa, non si capisce come fa fare le indagini, questo GIP) cambio' linea e in 15 giorni riformulò l'accusa in base a prove inconfutabili, a suo dire, che però in tribunale non mostrò mai. Non solo, pur ritenendo Ultimo e Mori colpevoli (nonostante chiese l'assoluzione finale), fu deciso di non procedere in appello in tribunale, ma in televisione da Santoro. Il circo si chiude. Ci domandiamo: perchè un uomo che crede così fortemente nelle istituzioni e nella giustizia, decide di proseguire il processo in TV invece che in un'aula di tribunale? E cosa ha mai trovato di così pesante, quei 15 giorni di lavoro, che non avesse potuto trovare prima durante le indagini preliminari e durante l'udienza preliminare, durate anni? Prove inconfutabili, a suo dire, ma mai mostrate in dibattimento. Chi ha convinto Ingroia a cambiare parere?

5) Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica, l'uomo che adesso fa gli scoop su Riina e Massimo Ciancimino. E' lo stesso Bolzoni che balbettava davanti al giudice, chiamato a testimoniare? E' lo stesso Bolzoni che incalzato su alcuni fatti di cui ha scritto in passato è stato in grado di rispondere "non ricordo, non ho riletto il libro"? Come si fa a scordare il contenuto di un libro scritto da se stesso? E' lo stesso Bolzoni che si trincerava dietro il segreto professionale per non rispondere agli avvocati e al presidente di tribunale? Lo stesso Attilio Bolzoni che dopo la sentenza di assoluzione "perchè il fatto non costituisce reato" scrisse su Repubblica che un reato era andato in prescrizione approfittando dell legge Cirami? E' lo stesso Bolzoni che ora scrive che il teste Ultimo è stato assolto per insufficienza di prove? Tranquillo, Bolzoni, ora gliele costruiscono, le prove. A costo di chiamare Riina in soccorso. Ma... a parte lui (e qualche altro collaboratore che poi è stato smentito da altri suoi pari) quel papello, l'ha mai visto qualcun altro?

6)Sandro Provvisionato, è il giornalista che in posta privata si vantò con me per aver sollevato per primo i dubbi sulla perquisizione del covo. Disse che aveva scritto tutto su un libro e che non fu querelato da nessuno, e per questo deve essere vero. Ci sono milioni di persone non querelate mai da nessuno, eppure scrivono un mare di bestialità. Però lo possono fare, sono giornalisti, loro. Sono persone "perbene".

7) Saverio Lodato: giornalista de L'Unità, che davanti al giudice si scusò per aver scritto cose non vere, e chiedeva scusa ai suoi lettori, perchè il periodo di riferimento, gennaio '93, era inesperto e non sapeva ancora molte cose. Il giorno dopo, usci' di nuovo un articolo al vetriolo con infamie, le stesse di cui si scusava davanti al giudice. Era Lodato che scrisse il libro insieme a Travaglio "Gli Intoccabili"? E' sempre sul libro di Travaglio e Lodato che si trovano tutte le informazioni contenute sul diario di Aliquò che poi si scoprì essere un falso? Dobbiamo supporre che la fonte di Travaglio e Lodato sia Aliquò, un teste che ha disperso energie nelle fasi della cattura, che dimezzò la squadra mandandola altrove e che poi produsse in dibattimento un documento falso su cui nessuno fece obiezione neanche dopo che fu scoperto il falso? Il circo si richiude.

Sono sempre loro, si dividono, si riuniscono, ma gli attori protagonisti sono sempre loro: i giornalisti sopra citati, i PM e chi ha lavorato con e per loro.

Ci sono cose che poi non riusciamo a capire. Come mai un pentito ascoltato mentre parla con i suoi durante un'intercettazione ambientale, viene creduto meno di uno che collabora a richiesta e per interessi personali?

Chi è che sta trattando con la mafia, quindi: i giudici di adesso che chiedono l'aiuto di Riina e di Massimo Ciancimino (che è l'unico che è riuscito a far credere di ricordare solo dopo un anno di processo di avere un DISCHETTO con tutti i tabulati dei ROS sulla mancata cattura di Provenzano. E qui non vado oltre, perchè chi sa un po' di informatica sa che la cosa è praticamente impossibile).

Non è trattare con Cosa Nostra, questa ricerca ossessiva di prove per un papello che, a parte Bolzoni, nessuno prima aveva mai sentito nominare? Ne hanno parlato alcuni collaboratori di giustizia perchè (cito testualmente) l'hanno "saputo leggendo Repubblica".

E perchè, se Riina era stato venduto, non l'hanno messo nelle mani dei carabinieri locali, invece di chiamare Ultimo che stava lavorando in tutt'altra zona, all'epoca?

E perchè, se doveva essere consegnato, Aliquò non voleva che si controllasse via Bernini ma spostò l'attenzione su Fondo Gelsomino? Nessuno l'avrebbe arrestato, Riina (come fu per i 30 anni precedenti), se si fosse sorvegliato il posto sbagliato.

Come mai, nel processo di Ultimo, non furono tartassate di domande persone come Caselli, che si limitò a leggere le vecchie relazioni di 15 anni prima, senza tentare neanche di ricordare cosa fosse avvenuto? E perchè Caselli non si presenta nemmeno ai processi chiamato come teste (faccio riferimento al processo Mori Obinu), motivando con "impossibilitato per motivi personali"? Manca solo Bolzoni che dice "a casa la sapevo" e sembra una fiction. E ci sarebbe da ridere, ma non è una comica, è la giustizia italiana, che fa autocertificare il capo della mafia (che negava anche l'esistenza della mafia stessa) della propria innocenza, e che mette alla gogna un capitano dei carabinieri, che per due milioni di vecchie lire al mese, si ritrova dopo la duomo connection, dopo le indagini quotidiane sull'ecomafia, dopo l'arresto di Ganci, di Riina e di innumerevoli altri, ad essere linciato mediaticamente. Proprio come lo fu Falcone a suo tempo. Nessuno ha mai pagato per le infamie, finora. Mi auguro che comincino da oggi, però.

Tutte le dichiarazioni fatte per questo articolo, posso essere verificabili dalle udienze dei singoli testi deposte in tribunale, ormai atti pubblici perchè l'assoluzione è passata in giudicato a da qualche annetto, ormai. Checchè se ne dica in giro, e nonostante le insinuazioni di chiunque. Invito chiunque a un confronto pubblico sul caso, incluso Salvatore Borsellino, che da come parla, sembra molto più informato dei magistrati stessi. Eppure anche lui parla di cassaforte strappata dalle mura. Non sappiamo se informato male (imbeccato, direi) o in buona fede. Difficilmente però si insinua il dubbio con la buona fede e con precise accuse.

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categoria:antimafia
mercoledì, 22 luglio 2009

Stessi pupari, stessi mandanti, stessi obiettivi

Prima le notizie di cronaca. Senza commento sembrerebbero normali. Per esempio quelle dell'articolo che segue e che coincide con l'anniversario dell'attentato a Borsellino.

"Pur ritenendo che sia ancora presto per formulare delle ipotesi sull'inchiesta di Palermo, quello che per la verità mi fa un po' paura è che la soluzione di vicende storiche così importanti dal punto di vista giudiziario vengano affidate all'arbitrio di una persona come Massimo Ciancimino". Lo afferma il consulente informatico Giacchino Genchi ospite di "KlausCondicio", trasmissione condotta da Klaus Davi in onda su 'YouTube', che aggiunge: "Ritengo che siano stati adottati criteri ispirati alla prudenza nella valutazione della testimonianza di Ciancimino e io stesso starei molto attento a lanciare ipotesi di collusioni sulla base delle sue dichiarazioni", sottolineando che "gli investigatori hanno fatto bene ad essere prudenti perché il soggetto merita questo tipo di prudenza".

Per Genchi, comunque, "è folle pensare che dietro le stragi del '92 e del '93 ci sia stata solo Cosa Nostra. Folle e puerile", posto che "i magistrati di Caltanissetta già in passato hanno compiuto diversi approfondimenti sull'ipotesi di mandanti occulti della strage di via D'Amelio. Un dato che era ovvio nel 1992 e che diventa ancora piu certo oggi, è che cercare una sola identità nella matrice di Cosa nostra dietro le stragi del '92 è pura follia".

Secondo Genchi "utilizzando la mafia e utilizzando le azioni della mafia si sono rinforzate coalizioni politiche, candidati eccetera. Quando poi la mafia è risultata scomoda la si è mandata al macero facendole fare delle cose inconsulte come le stragi del 92 e 93 per cambiare regime. Come nel gattopardo se vogliamo che tutto resti come e' ogni cosa deve cambiare".

"Il mio contributo all'indagine di Via D'Amelio parte da un cellulare clonato a una signora napoletana che non c'entrava nulla e che venne utilizzato da Cosa Nostra fin dall'autunno del 1991", rivela Genchi, spiegando che, "quando dopo le stragi noi rileviamo i cellulari clonati dal gruppo dei corleonesi e degli altofontesi, tutti i pentiti diranno che Cosa Nostra iniziò a clonare i cellulari dall'ottobre del 1992. I fatti hanno dimostrato invece che le cosche disponevano di cellulari clonati fin dall'ottobre del 1991. In particolare appurai che un cellulare era in attività fin dal 91 e che le chiamate, effettuate anche dall'estero, di questo telefonino indirizzate anche a numeri che corrispondevano a degli uffici appartenenti a istituzioni si sono arrestate proprio il giorno della strage".

"Sono convinto che se la magistratura avesse fatto autocritica; che se gli organi di autocontrollo della magistratura non avesse sempre adottato una logica di casta ma avesse eliminato le mele marce al proprio interno chiarezza anche anche su questi fatti si sarebbe fatta prima" afferma Genchi che quindi passa a parlare del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza e dell'ex pentito Vincenzo Scarantino.

"Spatuzza parla a orologeria e questo ricordarsi a rate di vicende cosi importanti a distanza di molti anni…. per dare solo un contributo atto a demolire e non a costruire e anche quando si trovasse un riscontro minimale; questo suo modo di testimoniare mi lascia molto perplesso", dice Genchi che afferma: "Ho pagato un prezzo molto alto per non aver creduto a suo tempo anche a Vincenzo Scarantino e alla scarantinizzazione delle indagini su via d'Amelio. La figura di Scarantino è servita a minimizzare l'accaduto. Ammettere che Scarantino avesse partecipato a riunioni così delicate di Cosa Nostra mi pareva già allora poco credibile. Credere a Scarantino significa non conoscere Cosa Nostra e attribuirle una patente di deficienza che non ha".

Per Genchi, infine, "non c'è dubbio che Contrada abbia mafiato. Ma è stato appurato che lo ha fatto non per arricchirsi o per conto all'estero. E non c'è dubbio che Borsellino stava raccogliendo informazioni nei confronti di Contrada e nei confronti di magistrati". Per il consulente informatico, "è questo il punto chiave che molti si ostinano a ignorare: non se si sia incontrato o no con Mancino bensì è importante il tema che è stato discusso da Borsellino, ovvero il coinvolgimento di Contrada. Contrada non deve diventare il capro espiatorio di tutto. Non è giusto che tutto il male venga individuato in Contrada. Contrada è un uomo inserito là, che ha agito sicuramente non per conto proprio ma di apparati e che sta pagando il conto da solo. Non lo ha fatto per soldi ma nel nome di una ragione di Stato sbagliata che qualcuno gli ha inoculato per fare carriera; se non avesse abbassato la sua soglia morale non avrebbe raggiunto le posizione che ha conseguito".

Ora il commento.

L'acqua calda. Ma chi dice mafia dice partito americano e chi dice partito americano dice “Mani pulite”. Ovvero la Mafia fu consapevolmente funzionale a “Mani pulite” che servì a stroncare le riprese ambizioni italiane sul Mediterraneo rilanciate da Craxi.

Oggi perché rivangano? Perché le “mezze rivelazioni” sono minacce e veri e propri ricatti a “coinvolti”, ricatti che si ripercuotono sul CSM prima che la Corte Costituzionale decida del nodo Alfano.

In altre parole i protettori e i mandanti delle stragi mafiose e del golpe togato richiamano, col ricatto, i loro numerosi transfughi perché vogliono ripetere il golpe anti-Craxi contro Belrusconi. Gli stessi pupari, per gli stessi motivi di allora.

Noreporter.org

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domenica, 28 giugno 2009
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categoria:video, antimafia
domenica, 28 giugno 2009
“Esprimiamo soddisfazione per la sentenza che ha assolto il direttore di Telejato, Pino Maniaci, dall’accusa di esercizio abusivo della professione” Lo annuncia in una nota l’associazione CasaPound Palermo ricordando che la Sicilia ha bisogno di uomini coraggiosi come il conduttore dell’emittente televisiva di Partinico per abbattere definitivamente la mentalità omertosa che ancora si alberga tra gli abitanti dell’isola.
“Riteniamo incredibile che chi si erge contro Cosa Nostra, a rischio della propria vita, sia messo sotto accusa con attacchi di natura così ridicola” – afferma Andrea La Barbera, portavoce palermitano di CasaPound – “E’ evidente che c'è chi ritiene più importante attaccare le persone oneste ma scomode per qualcuno, piuttosto che impegnarsi veramente nella lotta alla mafia sul territorio”.
“La nostra associazione si schiera a difesa di chiunque contribuisca eroicamente alla rinascita della nostra terra”.

CasaPound Palermo
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