mercoledì, 30 settembre 2009
postato da: dallaltraparte alle ore 18:05 | Permalink | commenti
categoria:immagini, casapound palermo
mercoledì, 30 settembre 2009
postato da: dallaltraparte alle ore 16:18 | Permalink | commenti (1)
categoria:video musicali
mercoledì, 30 settembre 2009
postato da: dallaltraparte alle ore 15:12 | Permalink | commenti
categoria:immagini, blocco studentesco
mercoledì, 30 settembre 2009
Palermo, 1 ottobre – “Apprendiamo con sconcerto della morte di una bimba disabile che abitava con i suoi genitori ed altre 24 famiglie in uno dei container di via Messina Montagne – lo afferma Andrea La Barbera, responsabile dell’associazione CasaPound – Ci domandiamo quando capiranno le istituzioni che è giunta l’ora di applicare la proposta di legge del MUTUO SOCIALE per porre fine una volta per tutte alla situazione disumana in cui è costretta a vivere da anni la nostra gente”.

“Riteniamo inutili e umilianti le manifestazioni di solidarietà dei partiti d’opposizione - continua Andrea La Barbera –  Stanno tristemente strumentalizzando una tragedia col solo intento di screditare ulteriormente l’amministrazione comunale senza, al contrario, proporre alcuna alternativa valida all’emergenza abitativa”. “CasaPound già da anni propone l’istituzione del MUTUO SOCIALE che prevede la creazione di un ente regionale che costruisca case e quartieri a misura d'uomo con soldi pubblici e che venda a prezzo di costo queste case a famiglie non proprietarie”. “Si tratta di una rata di mutuo senza interesse che non supera 1/5 delle entrate della famiglia, che viene bloccata in caso di disoccupazione e soprattutto che non passa attraverso le banche”.

“Nei prossimi giorni manifesteremo in piazza per far conoscere meglio alla cittadinanza la nostra proposta di legge e raccogliere le firme necessarie alla sua presentazione – conclude Andrea La Barbera – Per maggiori informazioni segnaliamo il sito http://www.mutuosociale.org da noi creato per rispondere alle questioni più frequenti sul MUTUO SOCIALE”.

CasaPound Palermo
http://www.palermoantagonista.tk
postato da: dallaltraparte alle ore 13:59 | Permalink | commenti (1)
categoria:politica, politica siciliana, casapound palermo
mercoledì, 30 settembre 2009

C'è sempre qualcuno più uguale degli altri

Roman Polanski condannato in Usa per lo stupro consumato e comprovato di una minorenne, o meglio di una bambina, si era sottratto alla legge americana quando era cittadino statunitense. Arrestato in Svizzera ora che è cittadino francese è stato prontamente liberato per la mobilitazione transalpina.
Carlo Parlanti, un cittadino italiano, è stato giudicato e condannato in contumacia, a sua insaputa, perché la sua ex donna americana lo ha accusato di aver abusato di lei. L'accusa fa peraltro acqua da tutte le parti e l'accusatrice aveva già tentato il medesimo colpo ai danni del suo ex marito, americano, ma era stata dichiarata priva di qualsiasi credibilità. Cinque anni fa in Germania Carlo Parlanti venne arrestato, le autorità italiane nulla fecero per impedire che il nostro connazionale fosse consegnato agli Usa così come nulla fanno oggi perché gli vengano assicurate le cure mediche quotidianamente negate. Che sfortuna per Parlanti  oltre all'essere un illustre sconosciuto l'avere anche a che fare con la Farnesina e non con il Quai d'Orsay.

Noreporter.org

postato da: BascoNero89 alle ore 09:09 | Permalink | commenti (3)
categoria:notizie dallestero, il vostro mondo
martedì, 29 settembre 2009

Roma, 29 set. (Adnkronos) - ''Non sapevamo che ci fosse il copyright della sinistra su Che Guevara. E' un segnale molto grave di intolleranza da parte della Fgci attaccare Casapound per la conferenza del 9 ottobre''. Lo afferma Gianluca Iannone, presidente di Casapound Italia, in merito all'incontro in programma venerdi' 9 ottobre alle 21 nello stabile occupato di via Napoleone III, a Roma, per ricordare 'L'altro Che' nel 42esimo anniversario della sua morte in battaglia.

Alla conferenza, intitolata 'Aprendimos a quererte' e incentrata sul saggio di Mario La Ferla 'L'altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante' (Stampa Alternativa), interverranno Gabriele Adinolfi, ex di Terza Posizione, Raffaele Morani, tra i fondatori del Prc ora vicino a Sinistra e liberta', e l'economista Giorgio Vitangeli, che fu uno degli animatori della rivista 'L'Orologio'. Non ci sarà invece La Ferla, ''per espresso divieto della casa editrice'', riferisce Iannone.

''Guevara - sottolinea il leader di Cpi - è un personaggio che appartiene all'immaginario collettivo. E i ragazzotti di casa a sinistra lo dovrebbero sapere, come dovrebbero sapere che negli anni '70 il Che era un'icona della destra movimentista. Una circostanza nota, che peraltro è al centro del libro di La Ferla che verrà presentato nella conferenza del 9 ottobre: un saggio edito da una casa editrice di sinistra, che, voglio ricordarlo, ha impedito all'autore d'intervenire in nome della loro tipica e rinomata 'tolleranza'''.
(Zla/Ct/Adnkronos)

postato da: BascoNero89 alle ore 18:45 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf, anti-antifa
martedì, 29 settembre 2009

Roma, 29 set. (Adnkronos) - ''A furia di dialogare con le opposizioni il nostro sindaco ne ha preso lo stile e la mentalità?''. Se lo chiede il presidente di Casapound Italia, Gianluca Iannone, che in un intervento uscito oggi su ''Libero'' ricostruisce la vicenda dell''invito' rivolto all'associazione dal sindaco di Roma Gianni Alemanno a non partecipare alla fiaccolata contro tutte le intolleranze.

''Il sindaco Alemanno, insieme ai presidenti di Provincia e Regione e all’Anpi, ha imperativamente chiesto a Casapound di non partecipare. Fantastico, quando si vogliono combattere le intolleranze! Ma per il sindaco la nostra cultura politica, che poi è la sua, sarebbe 'intollerante' di per sé. Non lo dice più neppure D’Alema. Pazienza, abbiamo preso atto e obbedito al diktat in stile sovietico - scrive Iannone - Nella stessa serata abbiamo ospitato un incontro-dibattito con il senatore Marcello Dell’Utri, che evidentemente ha un’altra percezione della nostra tolleranza. Presenti diversi giornalisti accreditatisi in precedenza. La signora Gerina, dell’Unità, ha pensato bene che le formalità fossero per la plebe, non per lei che è rappresentante dell’élite intellettuale di questo Paese. Ergo, non è potuta accedere alla sala stracolma. Il che, detto per inciso, non ci spiace avendola già querelata tre volte per diffamazione. E cosa ti combina il nostro sindaco? Dà solidarietà alla Gerina parlando di 'episodio di intolleranza' e di 'limitazione della libertà di informazione'. Un paradosso grottesco visto che Casapound, che non è luogo pubblico ma sede privata, ha tutto il diritto di chiedere l’accredito dei giornalisti mentre nessuno può vietare a liberi cittadini di partecipare a una manifestazione unitaria contro l’intolleranza''.

Alemanno ''subisce un complesso d’inferiorità? E’ lecito il sospetto - sottolinea Iannone - visto che non ha speso una parola quando ci fu l’attacco al Giornale e a Libero durante la loro campagna sulla libertà di informazione. Non una a sostegno del premier Berlusconi quando veniva calunniato proprio dagli stessi giornalisti che oggi asseconda in modo così acritico'' e ''visto che in un anno e mezzo mai ha denunciato alcun finanziamento 'nepotista' alle varie associazioni di sinistra'', mentre ''ha affermato che si ridiscuterà del 'finanziamento' a Casapound'', frutto ''della vittoria di un bando per le politiche sociali conquistato con la nostra proposta del Mutuo Sociale''.
(Zla/Gs/Adnkronos)

ROMA: IANNONE, PARADOSSALE ACCUSARE CPI DI INTOLLERANZA DOPO 'DIVIETO' FIACCOLATA (2)

(Adnkronos) - ''Democrazia sovietica? Nuovo centralismo democratico?'', si chiede ancora Iannone. ''Forse stiamo esagerando un po’ - aggiunge - , ma di certo ora che Fini propone l’intesa con D’Alema e che Alemanno si comporta così viene da chiedersi chi stia rispondendo ancora al mandato degli elettori che, se non vado errato, non era quello di ricostruire il compromesso storico e il consociativismo. O forse sono solo elucubrazioni di una cultura 'intollerante'?''.
(Zla/Col/Adnkronos)

postato da: BascoNero89 alle ore 18:32 | Permalink | commenti
categoria:politica
martedì, 29 settembre 2009
postato da: dallaltraparte alle ore 15:29 | Permalink | commenti
categoria:immagini
lunedì, 28 settembre 2009


Provocatoria azione ieri pomeriggio a Vallo della Lucania da parte degli attivisti dell'associazione culturale "Cilento Futurista - CasaPound Italia" che hanno "innalzato" un castello di carta, simbolo, affermano in una nota, della "vivibilità del Cilento che, finita l'estate, inesorabilmente 'crolla' con i primi venti autunnali". Parola al segretario dell'associazione Guido D'Amore: "Con la nostra 'performance' abbiamo voluto sottolineare l'immobilità della quasi totalità delle pubbliche amministrazioni cilentane che, soddisfatte delle 'abbuffate' di turisti estivi, non mantengono la stessa attenzione per chi il Cilento lo vive 365 giorni all'anno.
Ci si lamenta dello spopolamento della zona, frutto ovviamente della atavica mancanza di lavoro, ma i primi che non si impegnano per creare attività ed eventi che possano creare un circolo virtuoso che rendi il Cilento un luogo dove poter vivere secondo standard europei sono loro. Nel nostro piccolo - continua D'Amore - con la nostra associazione stiamo organizzando conferenze ( la prima svoltasi pochi giorni fa su una importante proposta di legge di CasaPound sul part-time per le neo-madri ), eventi culturali, concerti ed altre interessanti attività che avranno come primi utenti i cilentani, e non chi vede il nostro territorio come una breve parentesi in cui semplicemente riscoprire una cultura e una musica ormai passata. Le tradizioni sono importanti e vanno rispettate e valorizzate, ma la riproposizione sistematica di vecchi clichè per noi ha un solo nome: Passatismo!"

postato da: dallaltraparte alle ore 20:30 | Permalink | commenti
categoria:politica, video
lunedì, 28 settembre 2009


'AL CENTRO DELL'INCONTRO IL SAGGIO DI LA FERLA MA L'AUTORE NON CI SARA' LA CASA EDITRICE GLIELO HA VIETATO'

Roma, 28 set. (Adnkronos) - Nel 42esimo anniversario della morte in battaglia di Ernesto Che Guevara, venerdì 9 ottobre, Casapound ricorda il guerrigliero da sempre icona della sinistra con una conferenza dedicata a 'l'altro Che'. Al centro dell'incontro, intitolato ''Aprendimos a quererte'', ossia ''Abbiamo imparato ad amarti'' dalla notissima canzone di Carlos Puebla dedicata al Comandante, il saggio di Mario La Ferla in libreria per Stampa Alternativa, "L'altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante".

La curiosità è che La Ferla al dibattito non interverrà. E non perche' lui abbia rifiutato l'invito dell'associazione che fa capo a Gianluca Iannone, ma perché la sua casa editrice, racconta proprio Iannone, glielo ha 'vietato'. Non una novità: un episodio analogo era accaduto l'anno scorso, quando Marcello Baraghini, fondatore di Stampa Alternativa, fu costretto a tornare indietro sulla decisione di partecipare a una conferenza su Luciano Bianciardi organizzata nello stabile occupato di via Napoleone III perché, spiegò lui stesso, la decisione ''ha provocato una tale levata di scudi, più o meno motivata, da pregiudicare addirittura l’esistenza della casa editrice che dirigo dalla sua fondazione''.

A Casapound sarà presente invece Raffaele Morani, ex segretario del Prc di Faenza al centro di molte polemiche nel passato per le sue posizioni considerate 'eretiche' uscito dal partito alla fine del 2008 e ora vicino a Sinistra e libertà. ''Sì sono un 'eretico' - dice Morani - Talmente 'eretico' da ritenere il confronto una strada da seguire sempre. Ho ricevuto l'invito a parlare di un personaggio che amo e che ha molto da insegnare e dunque il 9 ottobre sarò a Casapound. Che Guevara per me non è un mito, o una maglietta da portare. Come dire, io ho letto sue opere ma la maglietta con la sua faccia non la porto. E trovo interessante l'idea che persone che dovrebbero odiarlo secondo la vulgata comune 'abbiano imparato ad amarlo' e ne vogliano discutere''. (segue)

(Adnkronos) - ''In conferenza - dice ancora Morani - tenterò di raccontare cose che pochi conoscono. Il Che ci ha insegnato il valore della lotta fino alla fine e dello stare dalla parte degli ultimi. Ci ha mostrato che si può scegliere di essere sempre in prima linea e di non restare nel 'palazzo'. Un esempio per tutti''.

Con Morani a parlare dell''altro Che' ci saranno l'economista Giorgio Vitangeli, che fu uno degli animatori della rivista ''L'Orologio'' e Gabriele Adinolfi, di Polaris, che di La Ferla è stato una sorta di ispiratore: è stato infatti proprio un articolo scritto da Adinolfi in occasione del quarantennale della morte di Guevara, “Lotta e vittoria, Comandante! Perché da fascista lo onoro”, pubblicato su Noreporter nel 2007, a fornirgli lo spunto per iniziare la ricerca che ha prodotto il libro. ''Negli anni Sessanta - spiega Adinolfi - un intero mondo orfano della Rsi, o nato dagli orfani della Rsi, ritrovò nella lotta per l'indipendenza dei popoli contro il colonialismo qualcosa della sua anima e della sua guerra. Il massimo rappresentante politico di quel mondo nel dopoguerra, il Presidente argentino Peron, rovesciato da un golpe reazionario ed esule in Spagna, era l'alfiere della Tercera Posicion in ottica anti-imperialista. Ottimi i suoi rapporti con Fidel Castro e addirittura di collaborazione con Ernesto Guevara detto El Che. Queste sono le ragioni per le quali in Italia i primi a onorare la figura del guerrigliero caduto furono uomini di matrice 'nera', quali Romersa, Bolzoni e Pingitore, e per cui subito dopo la morte del Che il periodico della Federazione Nazionale Combattenti della Rsi scrisse un necrologio agiografico''.

''La Ferla - aggiunge Adinolfi - ha provato a ricostruire interamente lo scenario e gli stati d'animo di allora che appariranno sorprendenti alla luce di stereotipi comuni e sbagliati. In seguito Guevara fu amato dalla destra rivoluzionaria degli anni Settanta anche per la concezione evoliana che premette il fatto esistenziale e guerriero a considerazioni più strettamente politiche''.
postato da: dallaltraparte alle ore 20:27 | Permalink | commenti (2)
categoria:politica, kulturkampf, militanza, casapound palermo
lunedì, 28 settembre 2009
postato da: dallaltraparte alle ore 12:18 | Permalink | commenti
categoria:video musicali
lunedì, 28 settembre 2009


di Pietrangelo Buttafuoco


Non se ne abbia a male Michele Serra ma è fin troppo ovvio che una mascotte dei parà, un cane da impegnare perfino nei funerali solenni nell’Italia di oggi, possa avere per nome Rommel. Fu Erwin Rommel, la “Volpe del Deserto”, a scolpire sulla pietra di El Alamein la sentenza che il Signore dei Mondi bacia con la sabbia, il vento e il silenzio di ogni alba sul deserto d’Iskandria: “Se il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco”.

A sbalordire il comandante germanico c’erano i paracadutisti italiani che scendevano dal cielo nel rabbuffo del piumaggio. E piovevano a grappoli i ragazzi di Bir El Gobi. E come Folgore dal cielo, i soldati della guerra perduta, planavano sul mare di polvere riscattando a mani nude la vergogna di un re in fuga e il tradimento della pregiata Marina (e Dio stramaledica i traditori). Daniele Lembo, che ha scritto per “Latina Oggi” il più bel pezzo sui sei caduti di Kabul, mi ha raccontato di aver incontrato ai funerali un paracadutista di ottantacinque anni. Un ragazzo imprigionato nel corpo di un vecchio, il parà. Un bellissimo giovane raggiante di rughe e capelli bianchi, splendido con la sua divisa coloniale, ancora integra, e con il basco in testa: “Nella Grande guerra”, gli ha detto il venerando guerriero, “si faceva il corpo a corpo. Io, nel deserto, il corpo a corpo non l’ho mai fatto. Quelli venivano avanti con i carri armati e io saltavo fuori da quella buca con la bottiglia di benzina”. Questa è la Folgore. Il coraggio contro l’acciaio. Bisogna capire il vecchio. Ma c’è da capire anche Lembo. Suo padre, per arrotondare il bilancio familiare, teneva la contabilità del cinema, al paese. Nel suo compenso era compreso l’ingresso libero in sala per i figli. Avrà avuto otto anni Lembo quando, eccezionalmente per una località di provincia, Minori, ebbe modo di vedere una pellicola di prima visione: “La battaglia di El Alamein”. La storia di due fratelli, un maresciallo dei bersaglieri e un tenente dei paracadutisti, immersi nella sabbia del deserto coi loro reparti. La scena finale del film mostrava i parà della Folgore nella veste di “cacciatori di carri”. Lembo s’innamorò dei “folgorini” guardandoli saltare fuori dalle buche, armati di bottiglie incendiarie, per dare l’assalto ai carri armati inglesi.

Coraggio contro acciaio, appunto. Fra le sabbie non c’è più il deserto perché ormai ci sono i morti. L’epigrafe del cimitero ad El Alamein è bellissima: “Sono qui di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore, fior fiore di un popolo e di un Esercito in armi. Caduti per un’idea, senza rimpianto, onorati nel ricordo dallo stesso nemico, essi additano agli italiani, nella buona e nell’avversa fortuna, il cammino dell’onore e della gloria. Viandante arrestati e riverisci. Dio degli Eserciti, accogli gli spiriti di quesi ragazzi in quell’angolo di cielo che riserbi ai martiri ed agli Eroi”.

Entrato alle sedici in sala, ora della prima proiezione, Daniele rivide la pellicola fino all’ultima replica di mezzanotte. Oggi, in tutta Italia, un bambino che conosca questa pagina di storia non si trova. La sabbia che ci riempie la testa non è benigna come quella nel deserto di Alessandria e bisogna capire quella preside di una scuola di Roma che non ha voluto fare osservare il silenzio ai suoi scolari – “Piuttosto lo si faccia per i morti nel lavoro”. E bisogna capire pure quel prete in Lombardia che i sei caduti di Kabul li ha sputati – “maschioni mercenari fascistoidi”. L’Italia non esiste più e la Brigata Paracadutisti Folgore, tale è il nome esatto, è un’unità di fanteria leggera d’assalto che si descrive nel basco e basta. Il basco amaranto, uguale in tutto il mondo, è il segno di un’aristocrazia militare che affratella i nemici provenienti da ogni terra, sia essa la più remota. Il parà non conosce l’odio e quella preside e quel prete forse dovrebbero visitare la sede dell’Associazione dei Paracadutisti d’Italia, a Trieste, dove i vecchi soldati custodiscono nelle bacheche – quali cimeli, in ricordo dei gemellaggi – i brevetti scambiati coi loro camerati di ogni esercito: americani, inglesi, francesi, ungheresi, turchi, australiani, russi e tedeschi. Di volta in volta nemici o alleati. Hanno perfino i brevetti dei badogliani, quelli della “Nembo”. E in quella sede si venerano, accanto alle Medaglie d’Oro della Grande Guerra, anche le sacrissime bende del Sol Levante. Quelle dei guerrieri aviotrasportati nipponici. Ho usato la parola “camerata”, chiedo scusa, e se l’Italia non fosse quell’espressione geografica cui s’è ridotta ad essere, farebbe ridere il grande sforzo linguistico dell’eufemistico “commilitone”, invece c’è da piangere le lacrime del ridicolo, non proprio il massimo. Ed è una fortuna che resti una tromba a gridare il Silenzio per i caduti.

Il destino del parà è beffardo, e Salvatore Sottile, che fu paracadutista scelto in quel di Siena, a scanso di retorica, l’epopea parà la spiega al modo guascone: “Il parà è il più vulnerabile in azione, cade se deve cadere, sbriga la propria missione, ci mette sacrificio, dovere e lealtà e torna nei ranghi. Sicuramente non è quello che se ne va incontro agli applausi con la bandiera in trionfo”. I parà del 1978 – quando quelli morti oggi a Kabul non erano nati – si raccoglievano alla spicciolata. Alla visita medica un caporale entrava negli stanzoni della leva e chiedeva: “Chi viene nei paracadusti?”. Uno pronto ad alzare il culo dalla comoda branda della naja si trovava. E fare il parà negli anni ’70 era un modo per certificarsi peggiore gioventù, maschioneria fascistoide per come ancora oggi dice il famoso prete. Ovviamente una stupidaggine, questa: “Il dieci per cento dei Diavoli Neri”, ricorda oggi Sottile, “quelli della 15a compagnia, venivano da Lotta Continua. Per non dire dai Sorci Verdi. Tutti di estrema sinistra”. Fare il parà era anche il modo migliore per imparare qualcosa, anche mangiare due primi, due secondi, due porzioni di dolce e di frutta e però dimagrire di dodici chili tanto era grande il mazzo da fare. Fare il parà era quel sapere fare l’amore con l’MG, la mitragliatrice leggera, l’arma da portarsi nel lancio per buttarsi giù e vedere la terra venire incontro e non il contrario. Fare il parà è fare il lancio: il primo è una liberazione, il secondo è più ragionato, gli altri diventano un’orgia di concentrazione e di misura. Fare il parà ieri ma anche oggi e anche domani significa prendersi tutto quello che gli altri rifiutano: la cattiveria, la sfortuna, la morte (la preghiera del legionario: “Mon Dieu, donne moi ce qui reste…”). Se ci fosse l’Italia ci sarebbe un’Edith Piaf per i parà del tricolore, “Non je ne regrette rien” è il loro blasone preso a prestito dai cattivi, sfortunati e morti ammazzati legionari, ma come ci si presta e ci si scambia il basco tra i paracadusti di ogni dove. Ogni volta che sfilano i parà, dunque, ognuno ricordi questa canzone anche per loro. E’ la canzone che Tomaso Staiti di Cuddia, paracadutista, vuole che venga cantata al suo funerale. Essere parà significa avere un dio diverso e mentre gli altri se ne vanno con la bandiera in trionfo, i parà che possono anche chiedere e ottenere il permesso dal loro capitano di fare H24 per tenere in assedio la discoteca Pussycat zeppa di studentesse di Verona, i parà che per allegria possono – come fanno sempre – saltare dal secondo piano della caserma per ogni cambio di materasso, sono gli unici a sapere che il Col Moschin non è precisamente un colonnello che di cognome fa Moschin, ma il venerato Nono Reggimento d’Assalto, intitolato alla presa del Col(le) Moschin durante la I guerra mondiale. Quello degli incursori.

La peste del parà è la retorica, l’unico impasto che gli compete è la poesia. L’atto del lancio è poetico e Sergio Claudio Perroni, fustigatore di poetastri, già parà in quel di Livorno, interrogato, risponde. “Di poetico, ricordo:

- l'allora capitano Roberto Martinelli (poi generale comandante della Forza Multinazionale nel Sinai), che a ogni lancio si augurava che il paracadute incontrasse una corrente capace di tenerlo «in aria per sempre»;

- l'inno Baschi rossi e fregi d'oro, all'epoca cantato di nascosto in quanto vietato per sospetta apologia del fascismo («Siamo arditi, paracadutisti, e dal cielo ci lanciamo...»). Ma più poetico ancora era Paracadutista tu: "Pa-raca-dutista tu / che scendi di lassù so-prà l'infè-rno / Tu, conqui-sti ciò che vuoi / a fianco degli ero-i, che so-no ete-rni.")

- i lanci dalla torre del sergente Toma, unico che in piazza d'armi sapesse lanciarsi «a x» dall'altezza massima, cioè diciotto metri (la «x» era la figura acrobatica più artistica e più pericolosa);

- l'allora tenente Marco Bertolini (oggi vicecomandante delle forze di coalizione a Kabul), che, per contare i sei secondi prima di verificare l'apertura del paracadute principale, anziché il conteggio di prammatica («1001, 1002 ... 1006») ci suggeriva di recitare il mantra «sesso selvaggio a sassuolo» (anzi, essendo lui di Parma: «scescio scelvaggio a sciasciuolo»). Può sembrare prosaico, ma a metterlo in atto, appena schizzati fuori dall'aereo e ignari per quei secondi se il paracadute si sarebbe aperto o no, era poeticissimo;

- i parà schierati lungo il perimetro della piazza d'armi della caserma Vannucci a Livorno, per l'ultimo saluto a due commilitoni saltati in aria durante un'esercitazione: il silenzio glaciale rotto via via dal singolo schiocco delle mani sulle gambe di ogni parà che scattava sull'attenti al passaggio dei feretri;
- le meravigliose figlie del colonnello Malorgio”.

Nel poetico si annida anche il fattuale. E perciò il Perroni fattualizza: “Non è vero che la Folgore fosse una sentina di camerati. La domanda per parà la facevano molti ragazzi che, non potendo o non volendo schivare la leva, anziché passare quei dodici mesi a morir di noia in qualche casermaccia stantia preferivano farsi un po' di sano mazzo con attività fisiche e sportive; non è vero che ci si menasse continuamente con la popolazione rossa di Livorno (o di Pisa, quand'eravamo alla SMIPAR, la scuola di paracadutismo, per prendere l'abilitazione al lancio): loro se ne fottevano di noi, noi ce ne fottevamo di loro o, al massimo, cercavamo – perlopiù invano – di fottergli le donne; molti paracadutisti, anche tra gli ufficiali di complemento, erano entrati nella Folgore solo perché si buscava paga più alta rispetto a quella degli altri corpi: c'erano in più l'«indennità di lancio» e l'«indennità di mensa» (quest'ultima era una specie di risarcimento in cibo per le energie profuse in tanta attività fisica; pagato mensilmente in quote alimentari di roba nutriente tipo parmigiano, cioccolata fondente, ecc.). Indennità che, per i raffermati, potevi mantenere solo facendo un numero minimo di lanci all'anno: ragion per cui in certi periodi vedevi i maresciallazzi panzoni e poltroni che diventavano improvvisamente operativi e andavano a far su e giù lanciandosi dall'elicottero per mettersi in pari con la quota minima”.

Ancora un po’ di poesia: “Un po' della poesia del ‘basco rosso’ se ne andò, almeno per noi, quando fu consentito di portarlo a tutti i militari della Folgore, non solo ai paracadutisti: ossia anche ad autieri e altri soldati che non avevano mai messo piede su un aereo né mai se n’erano lanciati. Quando scoppiò lo scandalo degli Hercules, ossia i C-130 Lockheed, nella Folgore serpeggiò il terrore che sospendessero le consegne dei tanto sospirati C-130 costringendoci a continuare a lanciarci da quelle che davvero erano ‘bare volanti’, ossia i C-119: aerei che spesso ci mettevano tre o quattro tentativi prima di riuscire a decollare col loro carico di parà da lanciare”.

Altro che maschioni mercenari fascistoidi per come dice il bravo prete (Dio stramaledica i buoni propositi). Non c’è stipendio in grado di convincere una persona a saltare dall’aereo, perché nessuno ha la sicurezza che il fiore bianco, quel paracadute, con tutto il scescio scelvaggio a sciasciuolo, si aprirà. E poi: quando ci sia arruola in un reparto di assalto, prima o poi quell’assalto si farà.
postato da: dallaltraparte alle ore 11:50 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf
domenica, 27 settembre 2009
postato da: dallaltraparte alle ore 21:17 | Permalink | commenti
categoria:immagini
domenica, 27 settembre 2009
postato da: dallaltraparte alle ore 20:37 | Permalink | commenti (1)
categoria:video
domenica, 27 settembre 2009


La Chiesa di San Giovanni degli Eremiti
è situata nel centro storico di Palermo, nei pressi del Palazzo dei Normanni.

Giulio Carlo Argan scrive: “I Normanni che instaurarono la loro dinastia in Sicilia nel 1072, distruggono i monumenti, non la tradizione dell’architettura bizantina e araba. San Giovanni degli Eremiti a Palermo (1132) è araba nel nitido rapporto tra i corpi cubici e le cupole emisferiche”.


Storia

Certamente più che a quella di una chiesa cristiana questa chiesa rimanda alla concezione spaziale delle moschee islamiche e tale richiamo all’Oriente viene ancor più enfatizzato dalle cupole di colore rosso acceso.

La chiesa, le cui origini risalgono al VI secolo, subì la trasformazione in moschea prima di essere ricondotta all’antico culto da Ruggero II che, intorno al 1136, affidò la costruzione ai discepoli di San Guglielmo da Vercelli.

Pesantemente manomessa nel corso dei secoli è stata ripristinata intorno al 1880, dall’architetto Giuseppe Patricolo.


Descrizione

La chiesa, a tutti nota per le sue caratteristiche cupole di colore rosso, appoggiata con un fianco ad un corpo quadrato anteriore (forse una moschea) e realizzata a croce divisa in campate quadrate su ciascuna delle quali poggia una semisfera. Il presbiterio, terminante in nicchia, è sormontato da una cupola, come quella dei due corpi quadrangolari che la fiancheggiano e di cui quello di sinistra si eleva a campanile. Il chiostro, abbellito da un lussureggiante giardino, è la parte meglio conservata del convento antico; spiccano per bellezza e leggerezza le colonnine binate con capitelli a foglie d’acanto che reggono archi ogivali a doppia ghiera. Vi si trova inoltre una cisterna araba.

F. Elliot – in Diary of an Idle Woman in Sicily (1881) – descrive San Giovanni degli Eremiti come “una chiesa normanna vicino al palazzo reale e alla Porta di Castro… riparata in un incavo, è del tutto orientale, e con le sue cinque cupole starebbe benissimo a Baghdad o a Damasco. Accanto, il campanile gotico a quattro ordini di logge è sormontato da un’altra cupola, singolare adattamento di costruzione araba ad un costume cristiano. La pianta della chiesa è a croce latina con tre absidi, la navata è divisa in tre campate ognuna delle quali è sormontata da una cupola con pennacchi, necessari perché la torre su cui poggiano è quadrata, le pareti sono in pietra intagliata come spesso se ne vedono nei monumenti arabi senza decorazione alcuna e l’insieme è illuminato da finestre ad arco acuto”.

Oggi l’edificio presenta, invece, una nuda cortina muraria fatta con conci di tufo squadrati; l’interno ha tre absidi semicircolari ed è suddiviso in cinque campate quadrate coperte da cupolette che si raccordano alle pareti tramite nicchie.
postato da: dallaltraparte alle ore 14:47 | Permalink | commenti
categoria:kulturkampf