venerdì, 31 luglio 2009
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giovedì, 30 luglio 2009

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giovedì, 30 luglio 2009


La Palazzina Cinese, detta anche Casina Cinese, è situata a Palermo a margine del Parco della Favorita, ai confini della Riserva di Monte Pellegrino.

Fu realizzata da Giuseppe Venanzio Marvuglia nel 1799 su commissione di Ferdinando IV di Borbone che aveva acquistato dall’avvocato Lombardo una casa in stile cinese in legno insieme a terreni confinanti ad alcuni locali. Il Marvuglia realizzò l’opera mantenendo lo stile orientale: il corpo centrale termina in alto con un tetto a pagoda, sorretto da un tamburo ottagonale. Al piano terreno si trovano porticati ad arco ogivali e nei due fianchi ci sono torrette con scale elicoidali a giorno, opera di Giuseppe Patricolo. La costruzione presenta curiosi elementi: i campanelli della grata di ingresso, le travi in legno intagliato delle terrazze e gli smerli.

Gli appartamenti sono distribuiti su tre piani. Nel seminterrato si trovano la sala da ballo e la saletta delle udienze decorate tutte da Velasquez. Si sale al primo piano con una scala esterna, là si trovano il salone dei ricevimenti in stile cinese con pannelli in stoffa dipinti anche dal Riolo, la sala da pranzo con l’ingegnosa “tavola matematica” del Marvuglia e la camera da letto del Re con la volta dipinta in stile cinese dal Codardi e dal Velasquez.

Al secondo piano si trovava l’appartamento della Regina Maria Carolina con due salette di ricevimento e la camera da letto con lo spogliatoio. All’ultimo livello si trova una grande terrazza di forma ottagonale coperta a pagoda con soffitto decorato dal Silvestri. Nel 1800 si sistemò il giardino sul retro e Giuseppe Patricoloflora all’italiana”, vasche di marmo bianco con grotte naturali alla cinese.

Nel periodo 1800-1806 vennero realizzati i due padiglioni dei cacciatori reali. Con l'Unità d’Italia1861-1946) la Palazzina e il Parco passarono alla Corona Sabauda e poi allo Stato; divenuti proprietà del Comune il Parco e la Palazzina furono destinati alle visite dei turisti mentre nelle dipendenze trovava posto il Museo Pitrè. Più tardi le scuderie alloggiarono il Museo Agricolo.


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giovedì, 30 luglio 2009

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giovedì, 30 luglio 2009
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mercoledì, 29 luglio 2009

Cittadini lavoratori alle ore
diciotto il nostro
beneamato segretario sarà con noi
Ma che fortuna grazie alla luna
capofortuna stasera è con noi
ha una gran testa come uomo e una bestia
sembra immortale ma è come noi
lui è stato sempre puro come l'alito di chi
non beve e non fuma lava i denti tutti i di
profuma di roba francese e sulla camicia ha un foulard di chiffon
regala sorrisi distesi ai suoi elettori ai bambini bon bon
ma che fortuna capofortuna
guarda stasera con noi la tv
classe di ferro ha fatto la guerra
è tanto bello che sembra Gesù
lui è stato sempre puro come l'alito di chi
non beve e non fuma lava i denti tutti i di
profuma di roba francese e sulla camicia ha un foulard di chiffon
regala sorrisi distesi ai suoi elettori ai bambini bon bon
non teme ne estate ne inverno se andrà all'inferno ci andrà col gilet
dimentica i tuoi problemi imbarca i tuoi remi lui pensa per te
inaugura mostre e congressi autostrade e cessi ferrovie e metrò
sorride ai presenti commosso se punta sul rosso sa che vincerà
se gioca a tressette è campione se fuma un cannone si sente un pascià
reprime rivolte e sommosse e cura la tosse alle cinque col te
sostiene già tesi avanzate e tutta l'estate la passa in tournèe

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mercoledì, 29 luglio 2009
di Fernando Massiamo Adonia
http://lineamercuzio.splinder.com

Sud, Sud. Se ne parla un po’ troppo in questi giorni. Questo è il problema. Non che in Sicilia, o nel Meridione in genere, non ci siano questioni aperte da affrontare –anzi, ce ne stanno fin troppe. Fra queste, il chiacchiericcio sta in prima fila. Si, perché esso precede e culla tutti gli altri vizi e tare della Meridionalità. Chiacchiericcio che va’ a braccetto con la sua amante prediletta, la pigrizia. Ora, questa invettiva rischia di rimanere oziosa se non la si utilizza come setaccio per interrogarsi sulle agitazioni estive che stanno facendo sudare la maggioranza di governo. Finalmente esce allo scoperto il “Partito del Sud”: il tentativo di creare una compagine politica che abbia a cuore gli interessi territoriali del Meridione. Una sorta di Lega Sud o di MPA in grande.

Che poi sia un partito, una coalizione o una costola del Pdl, ancora non è chiaro ai più, e neanche a chi sta gestendo l’intera faccenda. Si sa solo che ci sono dei trambusti. Ma questo dalle nostre parti non è affatto una novità. Si litiga sempre: o per il puro gusto di farlo o per esigere sempre più, senza pagarne le spese. Più volte i leghisti hanno punzecchiato affinché anche al Sud nascesse una formazione “specchio” votata al federalismo, e quindi –libera da ideologie- al territorio. Finora l’unica risposta è stata quella di Lombardo. Con una grossa differenza però: la Lega fu un movimento di aperta rottura con la Dc e la Prima Repubblica, mentre l’MPA ne rivendica e raccoglie l’identità, soprattutto nel modus operandi. Certo, chiedere Autonomia rivendicando la storia del Partito-Stato-Accentratore sembra un paradosso. Infatti, di questo si parla: di un cliché politico meridionale che brancola su equilibri sottili e improbabili. Capace di raccogliere consenso, sommando clientele, ma che resta impantanato sulle decisioni utili – al bene pubblico, s’intende.

Ciò accade anche oltre il Movimento di Lombardo: dentro le fila del neonato Pdl, e non solo tra i ribelli attuali. Non dimentichiamo che la nascita del primo esecutivo Lombardo ha visto un travaglio di oltre due mesi, nonostante l’investitura popolare. Per non parlare del dramma del secondo esecutivo, figlio dello scontro tra tre grandi feudatari. Lotta per le investiture, lotta per le poltrone. Siamo davanti all’insufficienza tutta siciliana di darsi delle regole - altro che autonomia. Ci troviamo davanti ad una “elite” di basso spessore, che rivendica autonomia per non dever corrispondere ad alcuno del proprio operato. Ed elemosina fondi per placare la fame dei propri fidi. Stando le premesse, il partito del Sud è una bufala, che nasconde a mala pena un certo personalismo baroccheggiante. Qualora ad animarlo fosse stata una classe politica diversa, uomini diversi, magari non irrimediabilmente compromessa con chi ha governato finora, saremmo arrivati ad altre conclusioni.

Ma c’è poco su cui discutere. Si tira la giacca di Berlusconi per brama, non per idealità. Se si vuol guardare al fenomeno padano, almeno lo si dovrebbe fare in toto. Il loro essere “di lotta e di governo” ha valore perché non hanno avuto nulla in comune con chi negli anni ha fatto apparato. Tutto al contrario di chi oggi si fa paladino del Sud. Si può essere fieri meridionalisti dentro i partiti nazionali. Non c’è alcun Tremonti o Schioppa che lo impedisce. Se non si è perorata una causa prima, non lo si farà neanche dopo. Non tutto però è fiato sprecato. Sul “Pdl Siciliano” magari se ne potrebbe discutere. Come pure sul “PD del Nord”.

Nel contesto Bipartitico e Federale che si sta venendo ad affermare, nonostante gli scettici, la rappresentatività delle istanze territoriali deve avere un suo sfogo efficace. Se dalla Sicilia può prendere forma un modello esportabile in entrambi gli schieramenti, ed accolto negli statuti interni, sarebbe una vittoria tutta sicula. Tutto dipende dalla sincerità – se c’è- di chi ha lanciato questa proposta. Ciò non significa importare modelli bavaresi o catalani. Ma cominciare a modellare assetti che siano sinfonici, aperti cioè ai contributi del territorio e dell’associazionismo. Questo significherebbe un modello Bipartitico all’italiana, dove l’attributo tricolore non sia per una volta sarcastico, ma originale e vivo. Ben venga questa volontà. Ma cum studio et sine ira. Il Sud è una grande risorsa.

Il Meridione ha un capitale inestimabile. Peccato che sono in pochi a crederlo. E fra questi non ci sono ne gli intellettuali e ne i politici. Ci hanno insegnato che siamo sottosviluppati e ci abbiamo pure creduto. In pochi però hanno pensato che sviluppo non è sinonimo d’industrializzazione. Se guardiamo a noi stessi con dei parametri calati dall’alto –dal nord appunto- avvertiremo sempre un gap. Lo sviluppo economico deve corrispondere alla vocazione di un popolo e di un territorio. Le forzature creano spanature. Le specificità invece creano armonia. Se la vocazione di un popolo è l’agricoltura e il turismo, bene. Però ci vuole chi sappia far fruttare tutto questo. L’Industria? Ben venga. Ci vuole sola buona volontà e infrastrutture. A questo dovrebbe pensare una classe politica attenta al territorio. Non pretendere Ponti chimerici, ma sbattere i pugni per una rete ferroviaria e stradale degna di un paese del G8. Mutatis.

Bisogna diminuire i dipendenti pubblici. La gente deve essere incoraggiata –costretta- a creare lavoro, a fare impresa. Una regione con oltre 20.000 dipendenti foraggia la pigrizia e il malcostume. Per non parlare poi delle provincie e dei comuni. Troppi lavoratori improduttivi, impegnati in enti mal funzionanti. Quindi, incoraggiamo l’impresa. Snelliamo, se è necessario, la burocrazia. Diffondiamo una nuova cultura che punta al varcare la soglia dell’impossibile. Che vuol dire? Perché non potenziare il prodotto dei nostri atenei, ingaggiando docenti con grossi nomi, fornendo servizi d’eccellenza, affinché possano venire qui a studiare anche studenti non siciliani. Oppure, perché mai nessun editore ha voluto fondare un quotidiano a tiratura nazionale con redazione a Catania o Palermo? Sono sfide, ma “bisogna ingaggiar battaglia per aver vittoria”. La stagione dell’elemosina deve finire. Le intelligenze, le tante intelligenze, devono restare e ciò può avvenire soltanto se dalla in Sicilia si erge una nuova cultura attiva, impaziente e votata al sacrificio. E soprattutto, è necessario che la vecchia elite sparisca nel nulla del proprio agire inefficace e poltrone, affinchè dalle sue ceneri prenda forma una Sicilia prospera e radiosa.
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categoria:politica, politica siciliana
mercoledì, 29 luglio 2009
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martedì, 28 luglio 2009

Egr. dott. Bolzoni,

Nel suo articolo pubblicato il 24 luglio 2009 a pag. 11 di Repubblica, dal titolo Dalla svista su Riina a don Vito i misteri del generale-negoziatore”, Lei ritorna per l’ennesima volta sulle insinuazioni, cui ormai abbiamo fatto l’abitudine (soltanto lo scorso mese di marzo pubblicai sul mio blog, a questo indirizzo,  una mia replica a Nicola Biondo dell’Unità che tentava di ricicciare la stessa minestra) riguardanti la cattura di Totò Riina e la mancata perquisizione del suo covo da parte delle forze dell’ordine.In linea generale La inviterei a leggere il mio pezzo citato, perché bastevole, grazie al corredo di documenti e fotografie, ad annichilire la maggior parte delle leggende metropolitane nate su quella vicenda, alcune delle quali Lei purtroppo nel suo articolo riprende puntigliosamente.

 Ma in particolare vorrei contestarle in questa sede, alcune sue affermazioni, per le quali Le sarei grato qualora Lei potesse fornirmi ulteriori chiarimenti.

 Quando Lei parla della mancata perquisizione della villa di Riina, definendola una pesante “ipoteca”, mi pare di doverle ribattere che la sentenza di assoluzione di Mori e Ultimo a Palermo, dovrebbe avere dissolto per sempre questa “ipoteca”, mentre invece continuiamo a leggerne sui giornali.

Dalla sentenza emerge una circostanza semplice e chiara: i documenti eventualmente presenti nella villa di Riina, non si sarebbero potuti salvare neppure con un’immediata perquisizione, i carabinieri lo sapevano, hanno consigliato a Caselli strategie investigative più utili di una perquisizione inutile e che avrebbe “bruciato” ogni altra pista,  e Caselli le ha avvallate ed accettate in piena coscienza e consapevolezza.

Quindi questa storia della mancata perquisizione, è solo fango che qualcuno continua a sollevare.

 Quando Lei, Bolzoni, spiega ai suoi lettori che il giorno della cattura del Boss i CC del ROS “lasciarono a posto tutto il resto”, dimentica di spiegare alcune cose fondamentali, ed una di queste è che non si conosceva l’esatta ubicazione del covo di Riina (il boss fu arrestato ad 1 km di distanza dal suo quartiere di residenza), per cui diventava piuttosto complicato perquisirlo con un blitz repentino (Si trattava di perquisire decine di appartamenti a tappeto, senza sapere esattamente quale di questi fosse il covo del boss), tanto repentino da impedire che i presenti (moglie di Riina e mafiosi attigui) potessero distruggere eventuali documenti compromettenti.

 E questo è scritto chiaramente in sentenza.

 Lei omette di scriverlo, i suoi lettori si fanno un’idea sbagliata.

 Poi Lei parla di «operazione sbirresca», insinuando che non si sarebbe trattata di un’operazione investigativa “pulita”, ma di uno scellerato baratto stipulato da carabinieri senza scrupoli con forze criminali concorrenti di Riina, ai quali l’arresto del boss doveva aprire la strada.

In questa sede io mi limito a rimarcarle che per dire, come ha detto Lei,  che quest’operazione “sbirresca” sia stata “contrabbandata come «più grande successo antimafia» dopo le stragi siciliane del 1992”, (essendo invece qualcos’altro, come ad esempio un baratto), bisogna che ciò sia provato.

Mi pare che Lei stia mettendo il carro davanti ai buoi, perché per il momento, in assenza di prove contrarie, questo E’ E RIMANE IL «PIÙ GRANDE SUCCESSO ANTIMAFIA» DOPO LE STRAGI SICILIANE DEL 1992”, risultando ancora come l’arresto del più pericoloso capo della mafia latitante da decenni. Una robetta da nulla.

 Ma il mondo è pieno di contrabbandieri, può darsi che abbia ragione Lei.

 Quando poi lei rammenta che i giudici della III sezione del tribunale di Palermo hanno scritto che «Il fatto non costituisce reato», dovrebbe però anche rammentare che gli stessi giudici, a fianco di quelle paroline, hanno scritto anche questo:

 “In conclusione, gli elementi che sono stati acquisiti non consentono ed anzi ESCLUDONO OGNI LOGICA POSSIBILITÀ … di affermare che la condotta tenuta dagli imputati nel periodo successivo all’arresto sia stata determinata dalla precisa volontà di creare le condizioni di fatto affinché fosse eliminata ogni prova potenzialmente dannosa per l’associazione mafiosa.”

 Detto in italiano più semplificato, secondo i magistrati Mori e Riina NON HANNO ASSOLUTAMENTE BRIGATO (PERCHE’ E’ ESCLUSA OGNI LOGICA POSSIBILITA’ CHE L’ABBIANO FATTO) AFFINCHE’ FOSSERO ELIMINATE LE PROVE DANNOSE PER LA MAFIA, OVE QUESTE FOSSERO PRESENTI NEL COVO DI RIINA.

 Non l’hanno fatto. D’accordo Bolzoni? E allora perché continuare ad insinuare che l’abbiano fatto? Ah…quanto vorrei saperlo.

 Quindi, nessuna contraddizione, nella sentenza, nessun dubbio. Una assoluzione chiaramente motivata, e con totale sollevazione di responsabilità soggettive da parte del ROS.

 E quando sempre Lei poi scrive anche che i CC “Avevano intrappolato Totò Riina, avevano giurato di «tenere sotto controllo» la villa, dice un’altra imprecisione che alla fine produce il brutto risultato di farci giudicare male il ROS, pensando che sia un’accozzaglia di spergiuri.

 Diciamo la verità, Bolzoni. I carabinieri non potevano aver giurato di tenere sotto controllo “LA VILLA”,  perché non si sapeva dov’era, la villa. Ed infatti rileggiamo il passaggio della sentenza a cui lei fa riferimento, dove si può vedere che la cosa suona diversamente:

 “Nella nota, il Procuratore distingue due momenti diversi, riferendo che “nelle ore successive all’arresto del Riina, vari ufficiali dell’Arma, in particolare del ROS ebbero a manifestare che i vari luoghi di interesse per le indagini, in particolare il complesso Immobiliare (di via Bernini), erano SOTTO costante ed attento CONTROLLO e che era assolutamente indispensabile, per non pregiudicare ulteriori importanti acquisizioni, che dovevano consentire di disarticolare la struttura economica e quella operativa facente capo al Riina, evitare ogni intervento immediato, o comunque affrettato”

 Quindi, Bolzoni, non “la villa”, sotto controllo. Ma “il complesso Immobiliare di via Bernini”.

 Complesso recintato con tanto di cancello d’ingresso. Capisce la differenza? Se si promette di tenere sotto controllo la villa, e poi non si fa per qualche giorno, è grave, perché qualcuno potrebbe portare via dei documenti, o una cassaforte, nel frattempo. Ma se si promette di tenere sotto controllo un complesso immobiliare e poi si interrompe il controllo per qualche giorno perché la zona pullula di giornalisti, non significa nulla né cambia nulla.

 “e invece se n’ erano andati. “

 Perché erano arrivati i giornalisti. Ovvio che se ne siano andati. 

  “Quattro o cinque ore dopo avevano smontato le telecamere intorno al covo di via Bernini,”

 Falso, falso. L’unica telecamera presente era sul furgone-civetta, e non poteva riprendere nulla di utile, perché era esterna al complesso immobiliare, che era recintato (vedi fotografie “Google-map” nel mio articolo). Dopo l’arresto il furgone dovette spostarsi per ovvie ragioni, e per ragioni ancor più ovvie la telecamera se ne andò con lui. Ma NON ERA una telecamera puntata sul covo di Riina, e non RIPRENDEVA NULLA DI UTILE.

ALTRE TELECAMERE, quelle che lei si inventa “intorno al covo di via Bernini” NON NE ESISTEVANO. Lei mente, Bolzoni.

 “avevano assicurato al procuratore Caselli che erano ancora lì, ma per diciannove giorni la villa fu un porto di mare.”

 Mi piacerebbe avere maggiori delucidazioni su queste “assicurazioni” date al procuratore Caselli. Soprattutto perché sul suo quotidiano (Repubblica), l’8 novembre 2005, a pag. 27, io ho letto questo:

L’ ex procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli ha “assolto” il generale dei carabinieri Mario Mori, attuale direttore del Sisde, ed il capitano “Ultimo”, sotto processo per favoreggiamento a Cosa nostra per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina, compiuta 19 giorni dopo il suo arresto nel gennaio 1993. «C’ era e c’ è totale fiducia in Mori», ha affermato ieri Caselli in aula. Caselli dice che dopo la cattura del boss il Ros dei carabinieri suggerì di non perquisire subito la villa e sospendere il controllo. «MORI RIFERÌ – ha sostenuto Caselli – CHE L’ ATTIVITÀ DI OSSERVAZIONE VENNE SOSPESA PERCHÉ IL PERSONALE ERA STATO NOTATO».

Che è esattamente il contrario di quanto ha scritto lei. Carta canta.

  “Entrarono tre o quattro mafiosi che – sereni e tranquilli – lo ripulirono. Perché andarono così le cose? «Una dimenticanza», disse il colonnello. Fu smentito clamorosamente dal «diario» di un procuratore aggiunto, che aveva preso nota di tutti i suoi rapporti in quei diciannove giorni di falso controllo del covo.

Che è quel diario dove quel procuratore aggiunto ha annotato un incontro con Mori in data  27 gennaio 93 a Caltanissetta, ed in cui si leggeva: seppur la procura sollecitasse l’effettuazione di una perquisizione nella villa di via Bernini, l’allora colonnello Mori “sembra non avere urgenza e dice che l’osservazione del complesso di via Bernini stava creando tensione e stress al personale operante, accennando alla sua sospensione”, mentre è stato accertato nei processi, ed è agli atti, che quel giorno Mori non fosse affatto a Caltanissetta, ma nell’aula bunker di Rebibbia, INSIEME AD INGROIA, PER INTERROGARE CIANCIMINO.

Quindi prima di affermare che quel diario sia in grado di “smentire clamorosamente” qualcosa, visto lo sfondone che conteneva, bisognerebbe pensarci due volte, non trova, Bolzoni?

 “Perché si comportarono così quei carabinieri?”

 Glielo spiego io, ripetendole tutte cose scritte in sentenza:

1)      Perché non conoscendo l’ubicazione della villa, per perquisirla avrebbero dovuto prima individuarla, allarmando gli occupanti che avrebbero distrutto i documenti. Più che il rischio di perdere i documenti comunque c’era la certezza. Così è scritto in sentenza. Poteva dare più frutti continuare ad indagare in modo riservato per smantellare l’organizzazione, specialmente controllando i Sansone. Caselli su tutta questa strategia investigativa, fu completamente d’accordo, e dispose in questo modo, pienamente cosciente e consapevole. E’ tutto in sentenza.

2)      Semplicemente nei giorni successivi l’arresto i ROS allentarono la sorveglianza del complesso immobiliare perché a causa di una “soffiata” della territoriale (vedi “Ripollino”, nome che non leggo mai, in certi articoli) questo era stato segnalato ai giornalisti che gironzolavano in zona.  Mi pare che ci fosse anche Lei, Bolzoni, mi corregga se sbaglio.

Per il resto, e vale a dire sulle ipotizzate protezioni date dai ROS  a Provenzano, mi limito a rilevare che per ora procedimenti giudiziari conclusi e già andati a sentenza (vedi QUI), hanno stabilito che se c’era qualcuno che nel 2002 cercava di arrivare a Provenzano mediante sorveglianze telefoniche e soprattutto ambientali del boss Guttadauro e della famiglia Eucaliptus, questo era proprio il ROS, e che se invece c’era qualcuno che avvisava gli stessi Guttadauro ed Eucaliptus della sorveglianza indicandogli dove fossero piazzate le cimici, queste erano “talpe”,  funzionari della Polizia Giudiziaria al servizio negli uffici di quella Procura della Repubblica di Palermo che oggi rappresenta ancora una volta la pubblica accusa del Generale Mori.

 E pensi che scoop, Bolzoni, se ad essere intercettato mentre chiacchierava con l’Ing. Aiello, “darling” di Provenzano, della ristrutturazione della sua casa al mare, non fosse stato il PM Ingroia, ma il Generale Mori. Che cosa ci avrebbero cucito sopra certi giornalisti!

 Come minimo sarebbe diventato  immediatamente un indizio schiacciante del patto scellerato “Mori-Provenzano”. Come minimo.

 Cordialità.

 Enrix

 …vediamo le repliche dei custodi della purezza politica e morale di Repubblica…Bolzò!…fà caldo!

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categoria:antimafia
lunedì, 27 luglio 2009

Rischiare la vita per niente non conviene,
su mettiti a studiare, ti devi sistemare, ma che testardo!
E poi la fedina penale e tutti quei privilegi già li hai persi,
ti dovesse ricapitare non ti puoi più salvare, fa' attenzione!
E trovati una donna, possibile che tu possa farne a meno
non vai mai a ballare, non ti sai divertire, avessi potuto io...

Non scocciare mamma tanto non puoi sapere quant'è bella la vita per me e la mia gente,
lo sai ti voglio bene ed è anche per questo che non mi arrendo ed è per questo che son qui a strillare più forte: Né dottore, né impiegato, né lavoratore o laureato, il mio destino è già diverso, è stato segnato.
E sapessi quant'è bello rischiare di morire insieme a lui che sai che mai ti potrà tradire.


Non dire più sciocchezze, piuttosto impara a farti furbo,
frega se puoi il prossimo se no se potrà sarà lui a farlo.
Smettila figlio mio, sogni ed ideali si hanno a vent'anni,
quando non devi mantenere una famiglia, un decoro, quando puoi rischiare.
Eppure dovresti averlo visto che brutta fine ha fatto quel tuo amico,
avresti fatto meglio a frequentare di più gente migliore.

Sono contento di esser poco furbo tra tanti che pensano solo ad arricchirsi
e vent'anni non servono solo a sognare, a vent'anni si può anche capire, strillare,

si può anche giurare la morte al sistema, si può pagare pur di non tradire nessuno
e la fine di quel mio amico io la conservo nel cuore e mi da la forza di continuare.
E la fine di quel mio amico io la conservo nel cuore
e mi da la forza di combattere la tua gente migliore.
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categoria:video musicali
lunedì, 27 luglio 2009


Albergo delle povere, Corso Calatafimi 217,
INGRESSO GRATUITO A TUTTI GLI SPETTACOLI!


Martedì 28 luglio,


ore 21.00, QUANNO SPONTA LA LUNA…ZANG! MORTE ALLA LUNA!

 

Canzoni appassionate e caricature spazzionate

Concerto con il Trio Napolincanto

 

Un omaggio partenopeo al Futurismo per ricordare che la Napoli elettrica vulcanica e pirotecnica anticipò – insieme al quotidiano “L’Ora” di Palermo – “Le Figaro” nella pubblicazione del celebre manifesto marinettiano di cui quest’anno ricade il centenario.

E per non dimenticare che la Napoli dei Cafè Chantant, delle primissime sale cinematografiche, di Piedigrotta e delle macchiette di Viviani, era amata e portata ad esempio proprio da Martinetti.

Lo spettacolo del Trio Napolincanto vedrà l’esecuzione di quei melodiosi capolavori e l’esecuzione di macchiette assieme ai frenetici ritmi che il pittore futurista napoletano Vittorio Piscopo rappresentava nelle Tarantelle policromatiche di Pulcinella.

Dissacrazione di serenate, velocità e dissonanze, battute in libertà: una memoria di quelle serate futuriste che finivano a frutta, verdura e fischi.


Mercoledì 29 luglio

 

Ore 21.00 SERATA FUTURISTA


A cura di Salvo Tessitore

Con Patrizia Bettini

Frammenti musicali di Maurizio Lanzalaco e Luigi Parravicini.

Una performance di Patrizia Bettini su Martinetti e sui poeti futuristi siciliani:

Francesco Alito, Salvatore Cartiglio, Sabastiano Carta, Enrico Cavacchioli, Catrense Civello, Giovammi Gerbino, Giacomo Giardina, Armando Mazza, Salvatore Quasimodo, Vann’Antò, Ruggero Vasari.

 

Ore 22.30, SOGNI ELETTRICI


Proiezione del film Dream that money can buy di Hans Richter

 

Giovedì 30 luglio


ore 20.00, UNA SERATA CON ORAZIO


Maurizio Cucchi presente Le Odi e l’Inno secolare

Nella traduzione di Gianfranco Nuzzo (Flaccovio Editore)

Intervengono Pietro cartiglio e Gianfranco Nuzzo

Letture di Liliana Paganini e Luciano Roman

 

Ore 21.00, AELITA


Film di Jakov Aleksandrovi Protazanov

Proiezione del primo kolossal sovietico di fantascienza con le scenografie futuriste e cubiste realizzate, su disegni di Isaak Rabinovich per i set e di Aleksandra Ekster per i costumi, dagli allievi dell’avanguardistico Teatro Kamerny.

Le musiche sono eseguite dal vivo da Carmelo Sacco (sax alto), Michele Mazzola (sax soprano), Vincenzo Salerno (sax baritono), Alfonso Vella (sax tenore), Giovanni Dioguardi (percussioni), Pietro Bonanno (elaborazione elettronica).

 

Ore 23,00 Le Pas d’Acier


Proiezione del balletto di Sergej Prokof’ev e Gerorgi Yakoulov

Proiezione della ricostruzione, realizzata nel 2005 da Millicen Hodson e Kenneth Archer, del progetto coreografico originale del 1925, commissionato da Diaghilev per i suoi Ballets Russes a Sergej Prokof’ev, con le scenografie di Georgi Yakoulov influenzate dal Costruttivismo e dal Futurismo.

 

Venerdì 31 luglio

 

Ore 21,00, VERSI INVERSI


Recital di poesie futuriste

A cura di Anna Maria Ruta

Con Galatea Ranzi

Musiche dal vivo eseguite da Giovanni Dioguardi (percussioni).

Una piccola, fuliminante antologia della poesia futurista (Aldo Palazzeschi e Fortunato Depero) con una particolare attenzione agli autori siciliani: da Castrense Civello a Giacomo Giardina, fino al palermitano Armando Mazza.

 

Ore 22.30, I FUTURI DEL FUTURISMO


Proiezioni.


Sabato 1 agosto


ore 20.30, LIRICI GRECI TRADOTTI DA SALVATORE QUASIMODO

 

Con Galatea Ranzi

Presentazione di Salvatore Nicosia

Musiche dal vivo eseguite da Giada Gallo (violoncello).


 

Ore 21.30, LA NOTTE BIANCA DEL FUTURISMO


Con Pino Caruso


 

MELODIE GLACIALI


Concerto di Jennifer Schittino

Musiche dal vivo eseguite da Pietro Bonanno (pianoforte).

Antologia di canzoni del repertorio del Varietà e del Cafè Chantant, caro a martinetti.


 

I FUTURI DEL FUTURISMO


Proiezioni


 

ACROSSING


Concerto del Palermo Art Ensemble Quartet


 

Domenica 2 agosto


ore 21.00, MORBIDEZZA IN AGGUATO


Scrittrici Futuriste in versi e prosa

A cura di Anna Maria Ruta

Con Galeta Ranzi

Musiche dal vivo eseguite da Giovanni Dioguardi (percussioni)

A partire dal manifesto della donna futurista di Valentie de Saint Point, una antologica di prose e versi delle donne che parteciparono al movimento: Rsa Rosà. Adele Gloria, Magamal, Irma Cappa Martinetti, Mina Della Pergola, Maria Gianni.

 

 

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categoria:eventi
lunedì, 27 luglio 2009

È stato un dei protagonisti del Risorgimento cefaludese unitamente a Carlo e Nicola Botta, Andrea Maggio, Cesare Civello, Alessandro Guarnera e al fratello Antonio Spinuzza. Il suo nome viene accostato a quello di Francesco Bentivegna di Corleone, l'altro protagonista della rivolta antiborbonica del 25 novembre 1856. Il moto insurrezionale fu represso, ed i suoi capi, datisi alla fuga, vennero catturati nel territorio di Pettineo e, tranne il Civello che riuscì a fuggire a Malta, sottoposti a processo. Salvatore Spinuzza e Francesco Bentivegna furono entrambi condannati dal Tribunale militare alla pena capitale. La condanna per lo Spinuzza fu eseguita il 14 marzo 1857. Nicola e Carlo Botta, Alessandro Guarnera e Andrea Maggio, condannati anch'essi a morte, ebbero commutata la pena nel carcere alla Favignana dal quale furono liberati nel 1860 in seguito allo sbarco di Garibaldi in Sicilia.

Salvatore Spinuzza moriva dunque appena ventottenne. All'età di diciannove anni si era reso protagonista di azioni antiborboniche in occasione della rivolta del 1848. Subì il primo arresto. Nel 1853 patì un secondo arresto insieme ad altri ventotto cospiratori. Gli furono inflitti tre anni di carcere duro in quel di Favignana. Qualche mese prima della rivolta del 25 novembre 1856 venne per la terza volta arrestato, ma liberato dai patrioti. Soffocata l’insurrezione fu condannato alla pena di morte mediante fucilazione. Tale esecuzione avvenne nell'attuale Piazza Garibaldi, dove tuttora è presente un monumento in suo onore. Resta famosa la frase da lui detta nel momento supremo:

"Possa il sangue mio e dell'amico Francesco Bentivegna

essere la salvezza della Patria".


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categoria:kulturkampf, in memoriam
lunedì, 27 luglio 2009

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E' indegno per qualsiasi Paese civile mettere alla gogna un uomo che arresta un mafioso, e chiamare il mafioso stesso ad autocertificarsi sull'estraneità dei fatti.

E adesso avremmo un po' di domande da fare alla gente, e un po' di NOMI E COGNOMI FINORA OMESSI DA TUTTI i giornalisti "perbene", come Travaglio, Bolzoni, Lodato, Lo Biondo, Pennarola. E per ora mi fermo qui.

Andiamo per ordine:
E' mai possibile che nessun giornalista, nessun magistrato, nessun procuratore che si occupi di antimafia, sappia la differenza tra controllo/sorveglianza a breve termine e controllo a lungo termine?
Anche l'investigatore privato del paesino di 500 anime sa che se si deve controllare una persona per 2/3 giorni il medoto è il controllo con ripresa costante, se l'appostamento deve perdurare per settimane/mesi (perchè come dice Ultimo stesso, il fine era di controllare chi entrava e chi usciva da quella casa, quindi seguire i Sansone, e ricostituire i circuiti politico imprenditoriali) la sorveglianza costante metterebbe a rischio di vita chi sorveglia, con l'aggravante di bruciare il posto da controllare. Però ci sarebbero stati dei bei funerali, su cui piangere tanto, magari i giornalisti "perbene" avrebbe fatto un articolo con encomio solenne, avremmo un morto in più e un martire in più. Il fine di Ultimo non era questo, e ora paga lo scotto di aver preferito mettere le manette a chi, latitante per anni, ha messo a ferro e fuoco il Paese, piuttosto che creare un martire da piangere in più.

Che cosa spinge i procuratori di Palermo e i giornalisti "perbene", a COPRIRE i veri responsabili nell'arma dei carabinieri? Cominciamo a fare nomi, cognomi, ruoli ricoperti e falsità dette, sia all'interno delle istituzione che nella stampa servile.

1) Maggiore Ripollino (mai nominato da Travaglio, da Bolzoni, da Lodato, e da tutta quella gente perbene della stampa che segue i processi da casa perchè non hanno tempo da perdere, tanto ci sono le soffiate delle procure), maggiore dei Carabinieri che, contravvenendo all'ordine di non divulgare la notizia sull'ubicazione del covo, preferì bruciare il territorio dando alla stampa la notizia che la Procura INTERA,
Caselli incluso, aveva deciso di non diramare. Non ci risulta nessun provvedimento per preso, nè accuse di favoreggiamento, per questo atto sconsiderato.

2) Vittorio Aliquò, Procuratore aggiunto di Palermo che durante il periodo dell'arresto di Riina fece di tutto per mandare Ultimo e i suoi uomini a sorvegliare un posto CHE NON FOSSE VIA BERNINI, un luogo chiamato Fondo gelsomino, non abitato, non frequentato, ma secondo lui il vero rifugio di Riina. L'unico modo per continuare a sorvegliare via Bernini è stato assicurare ad Aliquò un controllo anche a Fondo Gelsomino, dimezzando così gli uomini a disposizione, i cui turni erano di 18/20 ore di lavoro al giorno. Lo stesso Aliquò durante il processo che si tenne contro Ultimo e Mori, produsse un documento falso, un falso diario, che Ingroia lodò per la "scrupolosa e minuziosa cronaca del dottor Aliquo' in presa diretta", diario in cui si parlava di un incontro con i vertici del Ros avvenuto il 27 gennaio 93, in cui si leggeva: seppur la procura sollecitasse l'effettuazione di una perquisizione nella villa di via Bernini, l'allora colonnello Mori "sembra non avere urgenza e dice che l'osservazione del complesso di via Bernini stava creando tensione e stress al personale operante, accennando alla sua sospensione". Peccato che quel giorno Mori non era affatto a caltanissetta, ma nell'aula bunker di Rebibbia, INSIEME AD INGROIA, PER INTERROGARE CIANCIMINO. Ma non era un errore di data, perchè quella riunione non c'er mai stata. Nonostante tutto questo materiale falsificato per trame che non ci è dato sapere, nessuno avverte la necessità di aprire un fascicolo su Aliquò, un teste che produce documenti falsi in tribunale durante un processo per mafia, non deve essere così interessante, agli occhi di un PM.

3)Il generale dei Ros Sabato Palazzo, che tolse continuamente personale a Ultimo durante le operazioni, lo punì subito dopo l'arresto, smembrò la squadra, e fece di tutto per mandare Ultimo e i suoi uomini lontano dai Ros. Fu colui che diramo' un'ansa in cui mise in chiaro il vero nome di Ultimo per la prima volta rendendo pubbliche le sue generalità. A seguito di un blitz anticamorra a Pozzuoli, è stato chiamato a rispondere a reati quali corruzione, falso, favoreggiamento aggravato e abuso d'ufficio. Questo signore, non è mai stato nominato da nessun giornalista (o siamo più informati di Bolzoni e Travaglio, o questi due OMETTONO VOLUTAMENTE di parlare di questa simpatica gente. Si fa notare, che per quanto riguarda invece la caccia a Provenzano, Cancemi disse al generale Palazzo il posto e l'ora in cui avrebbe potuto trovare il boss, ma non solo non andò lui, ma non fece andare neanche nessuno all'appuntamento. Vietato cacciare Provenzano, quindi, era prerogativa di Palazzo, non di Mori. Ma se aspettate che questi fatti escano su repubblica, diventeremo vecchi rimanendo ignoranti.

4)Antonio Ingroia, il 19 febbraio 2005, dopo la richiesta di archiviazione che fece dopo le udienze preliminari, dichiarò: "per noi sarebbe difficile andare a rappresentare un'accusa alla quale non crediamo". Dopo l'intervento del Gip Vincenzina Massa che ordinò l'invito coatto a procedere (lo stesso GIP che scrisse qualcosa di una cassaforte strappata dalle mura di casa.. quando si vede anche oggi, ancora lì intonsa, non si capisce come fa fare le indagini, questo GIP) cambio' linea e in 15 giorni riformulò l'accusa in base a prove inconfutabili, a suo dire, che però in tribunale non mostrò mai. Non solo, pur ritenendo Ultimo e Mori colpevoli (nonostante chiese l'assoluzione finale), fu deciso di non procedere in appello in tribunale, ma in televisione da Santoro. Il circo si chiude. Ci domandiamo: perchè un uomo che crede così fortemente nelle istituzioni e nella giustizia, decide di proseguire il processo in TV invece che in un'aula di tribunale? E cosa ha mai trovato di così pesante, quei 15 giorni di lavoro, che non avesse potuto trovare prima durante le indagini preliminari e durante l'udienza preliminare, durate anni? Prove inconfutabili, a suo dire, ma mai mostrate in dibattimento. Chi ha convinto Ingroia a cambiare parere?

5) Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica, l'uomo che adesso fa gli scoop su Riina e Massimo Ciancimino. E' lo stesso Bolzoni che balbettava davanti al giudice, chiamato a testimoniare? E' lo stesso Bolzoni che incalzato su alcuni fatti di cui ha scritto in passato è stato in grado di rispondere "non ricordo, non ho riletto il libro"? Come si fa a scordare il contenuto di un libro scritto da se stesso? E' lo stesso Bolzoni che si trincerava dietro il segreto professionale per non rispondere agli avvocati e al presidente di tribunale? Lo stesso Attilio Bolzoni che dopo la sentenza di assoluzione "perchè il fatto non costituisce reato" scrisse su Repubblica che un reato era andato in prescrizione approfittando dell legge Cirami? E' lo stesso Bolzoni che ora scrive che il teste Ultimo è stato assolto per insufficienza di prove? Tranquillo, Bolzoni, ora gliele costruiscono, le prove. A costo di chiamare Riina in soccorso. Ma... a parte lui (e qualche altro collaboratore che poi è stato smentito da altri suoi pari) quel papello, l'ha mai visto qualcun altro?

6)Sandro Provvisionato, è il giornalista che in posta privata si vantò con me per aver sollevato per primo i dubbi sulla perquisizione del covo. Disse che aveva scritto tutto su un libro e che non fu querelato da nessuno, e per questo deve essere vero. Ci sono milioni di persone non querelate mai da nessuno, eppure scrivono un mare di bestialità. Però lo possono fare, sono giornalisti, loro. Sono persone "perbene".

7) Saverio Lodato: giornalista de L'Unità, che davanti al giudice si scusò per aver scritto cose non vere, e chiedeva scusa ai suoi lettori, perchè il periodo di riferimento, gennaio '93, era inesperto e non sapeva ancora molte cose. Il giorno dopo, usci' di nuovo un articolo al vetriolo con infamie, le stesse di cui si scusava davanti al giudice. Era Lodato che scrisse il libro insieme a Travaglio "Gli Intoccabili"? E' sempre sul libro di Travaglio e Lodato che si trovano tutte le informazioni contenute sul diario di Aliquò che poi si scoprì essere un falso? Dobbiamo supporre che la fonte di Travaglio e Lodato sia Aliquò, un teste che ha disperso energie nelle fasi della cattura, che dimezzò la squadra mandandola altrove e che poi produsse in dibattimento un documento falso su cui nessuno fece obiezione neanche dopo che fu scoperto il falso? Il circo si richiude.

Sono sempre loro, si dividono, si riuniscono, ma gli attori protagonisti sono sempre loro: i giornalisti sopra citati, i PM e chi ha lavorato con e per loro.

Ci sono cose che poi non riusciamo a capire. Come mai un pentito ascoltato mentre parla con i suoi durante un'intercettazione ambientale, viene creduto meno di uno che collabora a richiesta e per interessi personali?

Chi è che sta trattando con la mafia, quindi: i giudici di adesso che chiedono l'aiuto di Riina e di Massimo Ciancimino (che è l'unico che è riuscito a far credere di ricordare solo dopo un anno di processo di avere un DISCHETTO con tutti i tabulati dei ROS sulla mancata cattura di Provenzano. E qui non vado oltre, perchè chi sa un po' di informatica sa che la cosa è praticamente impossibile).

Non è trattare con Cosa Nostra, questa ricerca ossessiva di prove per un papello che, a parte Bolzoni, nessuno prima aveva mai sentito nominare? Ne hanno parlato alcuni collaboratori di giustizia perchè (cito testualmente) l'hanno "saputo leggendo Repubblica".

E perchè, se Riina era stato venduto, non l'hanno messo nelle mani dei carabinieri locali, invece di chiamare Ultimo che stava lavorando in tutt'altra zona, all'epoca?

E perchè, se doveva essere consegnato, Aliquò non voleva che si controllasse via Bernini ma spostò l'attenzione su Fondo Gelsomino? Nessuno l'avrebbe arrestato, Riina (come fu per i 30 anni precedenti), se si fosse sorvegliato il posto sbagliato.

Come mai, nel processo di Ultimo, non furono tartassate di domande persone come Caselli, che si limitò a leggere le vecchie relazioni di 15 anni prima, senza tentare neanche di ricordare cosa fosse avvenuto? E perchè Caselli non si presenta nemmeno ai processi chiamato come teste (faccio riferimento al processo Mori Obinu), motivando con "impossibilitato per motivi personali"? Manca solo Bolzoni che dice "a casa la sapevo" e sembra una fiction. E ci sarebbe da ridere, ma non è una comica, è la giustizia italiana, che fa autocertificare il capo della mafia (che negava anche l'esistenza della mafia stessa) della propria innocenza, e che mette alla gogna un capitano dei carabinieri, che per due milioni di vecchie lire al mese, si ritrova dopo la duomo connection, dopo le indagini quotidiane sull'ecomafia, dopo l'arresto di Ganci, di Riina e di innumerevoli altri, ad essere linciato mediaticamente. Proprio come lo fu Falcone a suo tempo. Nessuno ha mai pagato per le infamie, finora. Mi auguro che comincino da oggi, però.

Tutte le dichiarazioni fatte per questo articolo, posso essere verificabili dalle udienze dei singoli testi deposte in tribunale, ormai atti pubblici perchè l'assoluzione è passata in giudicato a da qualche annetto, ormai. Checchè se ne dica in giro, e nonostante le insinuazioni di chiunque. Invito chiunque a un confronto pubblico sul caso, incluso Salvatore Borsellino, che da come parla, sembra molto più informato dei magistrati stessi. Eppure anche lui parla di cassaforte strappata dalle mura. Non sappiamo se informato male (imbeccato, direi) o in buona fede. Difficilmente però si insinua il dubbio con la buona fede e con precise accuse.

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domenica, 26 luglio 2009


Scena tratta dal film Otoko Tachi No Yamato

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domenica, 26 luglio 2009
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