
Con la cristianizzazione dell'Europa centrale la notte del 30 aprile subì una metamorfosi perché si raccontava che vi si dessero convegno spiriti inferi, streghe e stregoni che si dovevano espellere grazie all'intercessione di santa Valpurga: una monaca inglese (710-778), diventata badessa del monastero tedesco di Heidenheim presso Eichstatt, dove fu sepolta il 1ー maggio 871 nella chiesa di Santa Croce, che ha ereditato le funzioni della Grande Madre e ha dato il nome alla notte, chiamata popolarmente “la notte di Valpurga”, notte in cui si aprono porte inimmaginabili e gli eroi scendono agli inferi a continuare la battaglia anche per chi, inconsapevole, si trova al di qua del sensibile.
Tratto da Noreporter.org
Agli ordini del partigiano Pertini, rei di essere belli e amati, Osvaldo, Luisa e il bambino che recava nel grembo vennero assassinati così

30 aprile 1945: Luisa Ferida (31 anni, incinta) ed Osvaldo Valenti vengono fucilati dai partigiani della Pasubio all'Ippodromo di San Siro, dopo un processo sommario, basato su capi d'accusa che si dimostrarono sin da subito infondati. Le raffiche dovevano spazzare via l'immagine di due icone del ventennio; Blasetti e Mastrocinque ne avevano portato alla ribalta le capacità espressive. Non avevano mai rinnegato la piena adesione al fascismo, come molti dei loro colleghi sul finire della guerra, tanto da trasferirsi al Cinevillaggio di Venezia durante la RSI. Dovevano morire: Giuseppe Maronzin (detto "Vero"), comandante della Brigata dei fucilatori, ricevette tre telefonate dal partigiano Pertini che, come scrisse successivamente lo stesso boia, gli ordinò: "Fucilali subito e non perdere tempo".
Pertini sarebbe poi divenuto presidente di questa Repubblica voluta dall'invasore. E qualcuno pretenderebbe di comparare i combattenti a questa gente qui?
Tratto da Noreporter.org
I Reduci della Rsi rifiutano indignati di essere equiparati agli irregolari al seguito dell'invasore

La proposta di legge che avrebbe equiparato partigiani e repubblichini “era contestata da tutte le parti, a cominciare da noi. Siamo stati combattenti di un esercito regolare e quindi non vogliamo usufruire di una legge che ci equipara ai partigiani italiani”. Gianni Rebaudengo, presidente del Raggruppamento Nazionale Combattenti e Reduci della Rsi, commenta così all’ADNKRONOS l’annunciato ritiro della Pdl che mette sullo stesso piano partigiani e repubblichini. “Si potrà parlare di una pacificazione nazionale quando verrà fuori la verità storica su tutto quello che è avvenuto in quegli anni. Da 60 anni vengono dette tutte le cose possibili e immaginabili nei nostri confronti, mentre dall’altra parte ci è voluto il libro di un antifascista, Giampaolo Pansa, per cominciare a svelare alcuni aspetti della Resistenza, per far emergere le prime fessure in un mondo di silenzio. Se si vuole la pacificazione in nome di una comune identità -prosegue Rebaudengo- allora scopriamo le carte, ma senza colpi di spugna per una sola parte”.
La proposta di legge sulla parificazione tra partigiani e repubblichini, che il premier Berlusconi ha annunciato sarà ritirata, “non interessa” gli ex combattenti della Rsi, che rivendicano il loro status di combattenti ‘legittimì a differenza dei partigiani. ネ quanto sottolinea l’Unione nazionale combattenti della Repubblica sociale italiana, in una nota firmata dal presidente, Ajmone Finestra. “Al Congresso nazionale dell’Unione, celebrato a Latina il 3 e 4 aprile - si legge nel comunicato - è stata esaminata la proposta di alcuni parlamentari di istituire una onorificenza ‘tricolore da conferire a partigiani e combattenti della Rsi, con annessa ricompensa in denaro. La proposta - sottolinea Finestra - è stata reiettata all’unanimità dai congressisti”. L’Unione combattenti della Rsi, infatti, “reclama il dovuto riconoscimento di combattenti regolari per i militari della Rsi: riconoscimento fatto dal nemico anglo-americano e frango-gollista e dal Supremo Tribunale militare italiano con sentenza n. 747 del 26 aprile 1954”. Una sentenza con la quale il Tribunale “ha riconosciuto come combattenti legittimi di uno Stato legittimo i militari della Repubblica sociale italiana, precisando che analogo riconoscimento non poteva essere esteso ai partigiani. Pertanto - conclude il comunicato - la vicenda e le polemiche sulla proposta parlamentare e sul suo ritiro, non interessano i combattenti della Rsi”.
Bene così, e si tenessero i 250 euro al mese per i quali i Reduci sarebbero stati parificati a chi collaborò con l'invasore. In Repubblica combatterono per l'onore, non per l'elemosina!
Tratto da Noreporter.org
Gagliardetti al vento


Il 29 aprile 1975, dopo 48 giorni di agonia, moriva a Milano il diciottenne Sergio Ramelli, massacrato da un collettivo di medicina composto da ricchi e viziati neopartigiani; aveva commesso un delitto imperdonabile: aveva affermato di credere nella libertà. L'annuncio della sua morte al termine di una straziante lotta in ospedale venne salutato da uno scroscio di applausi da parte dei consiglieri comunali di Milano, quel giorno in riunione. Uccidere un fascista non solo non era reato ma dava sensazioni forti ai borghesi annoiati e vigliacchi.
Esattamente un anno dopo, il militante del Msi, Enrico Pedenovi, veniva assassinato ad un semaforo, alla guida della sua macchina, da un commando di Prima Linea.
Il giorno seguente all'assassinio di Pedenovi nei pressi del liceo romano Azzarita vidi una scritta fresca sul muro “Il ventinove aprile gagliardetti al vento: è morto un camerata ne nascono altri cento!”
Chi l'aveva prodotta aveva risposto di certo a un impulso di rabbia e di rivalsa che fu indispensabile ma che poi, come difficilmente immaginava allora, si rivelò profetico.
Quella frase fu magica, non solo perché ci aiutò a recuperare il morale e il mordente per affrontare una guerra civile che, pur in netta inferiorità numerica, logistica e di spalleggiamento, riuscimmo a non perdere ma perché era verissima: come avremmo scoperto in seguito proprio in quei giorni nascevano centinaia di camerati e ne sarebbero nati in seguito centinaia e centinaia. Gli assassini invece sarebbero divenuti sempre più sterili.
Sergio ed Enrico, il nostro seme. Eterno!
Gabriele Adinolfi


Ventotto aprile
Benito Mussolini
Francesco Maria Barracu
Nicola Bombacci
Pietro Calistri
Vito Casalinuovo
Goffredo Coppola
Ernesto Daquanno
Luigi Gatti
Augusto Liverani
Ferdinando Mezzasoma
Mario Nudi
Alessandro Pavolini
Claretta Petacci
Paolo Porta
Ruggero Romani
Achille Starace
Idreno Utimpergher
Paolo Zerbino
Presente!
PARIGI — Carlos lo sciacallo, per la prima volta davanti a un magistrato italiano, detta la risposta in lingua francese: «La strage del 2 agosto, a Bologna, non è opera dei fascisti». Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, così come Luigi Ciavardini, i neofascisti condannati per la bomba alla stazione coi suoi 85 morti e i duecento feriti, non avrebbero nulla a che fare con la terribile esplosione al tritolo che nell’estate del 1980 sbriciolò la sala d’aspetto di seconda classe e investì il treno Ancona-Chiasso in sosta sul primo binario. Ascoltato per rogatoria dal pubblico ministero bolognese Enrico Cieri, entrato alle nove di venerdì col funzionario della Digos Marotta nell’austero Palazzo di Giustizia parigino che guarda in faccia le punte della cattedrale di Notre Dame e taglia in due la Senna, il terrorista internazionale di origini venezuelane non batte ciglio e ripete: “A mettere la bomba a Bologna non sono stati né i rivoluzionari né i fascisti…”.
Allora chi è stato, insiste il magistrato aggiustandosi gli occhiali sul naso. Ma Carlos, in camicia rossa, ben sistemato nei suoi sessant’anni in arrivo il prossimo 12 ottobre, va per i fatti suoi: “Io voglio parlare davanti a una commissione ministeriale, non a un magistrato… comunque quella è roba della Cia, i servizi segreti italiani e tedeschi lo sanno bene. Il guaio è che l’Italia è una semicolonia degli Stati Uniti, ragion per cui nel vostro Paese non si possono risolvere i tanti misteri… L’Italia dal 1943 è metà pizzeria e metà bordello degli americani, per questo non si risolve nulla… e lo stesso vale per la Germania, semicolonia americana dal 1945”.
Carlos, il cui vero nome è Ilich Ramirez Sanchez, detenuto nel carcere francese di Poissy e famoso per l’assalto al quartier generale dell’Opec nel 1975, spiega anche perché “non possono essere stati i neofascisti” a mettere la bomba alla stazione di Bologna. “In quegli anni — detta — il traffico di armi ed esplosivi attraverso l’Italia era cosa soltanto nostra. Col beneplacito dei servizi italiani, coi quali noi rivoluzionari trattavamo personalmente, i compagni potevano attraversare l’Italia, così come la Grecia, con tutte le armi in arrivo da Saddam Hussein. Per questo posso certamente dire che in quei giorni mai ci sarebbe potuto sfuggire un carico di T4 grande come quello fatto esplodere a Bologna. Non sarebbe sfuggito a noi e di certo non lo potevano avere in mano i neofascisti italiani. Quel tritolo viene dai militari… Tra i rivoluzionari palestinesi e l’Ori (l’Organizzazione dei rivoluzionari internazionali, quella di Carlos, ndr) — puntualizza il terrorista — i patti con i servizi segreti italiani erano chiari: in Italia traffico di armi sì, attentati no… E noi abbiamo mantenuto la parola”. Quindi Carlos demolisce anche la tesi di Cossiga, quella dello scoppio accidentale dell’esplosivo in transito: “Conosco bene quel tritolo, non suda, non si muove… per farlo saltare serve per forza l’innesco”.
A fianco di Carlos, portato in tutta sicurezza al primo piano del tribunale circondato dalla Gendarmeria, ci sono gli avvocati Sandro Clementi e Isabelle Coutant. Con loro l’interprete Sophie Blanco. Davanti al terrorista, a far domande, stanno seduti il giudice istruttore Yves Jannier (che ha sostituito Brughier) e il pm Cieri, l’ufficiale di collegamento italiano in Francia, Forcella, e il magistrato italiano di collegamento a Parigi, Camelieri. Prima di iniziare lo sciacallo li fissa negli occhi uno per uno, prende carta e penna e chiede a ognuno di loro nome e cognome. Non tutti rispondono. A un tratto il magistrato bolognese tira fuori un album fotografico e chiede a Carlos se conosce Abu Saleh Anzeh, rappresentante in Italia del Fronte popolare per la liberazione della palestina (Fplp). Sorride, lo sciacallo.
Prima di diventare segretario a Damasco di George Abbash, Anzeh era il suo uomo delegato ai rapporti con i servizi segreti militari. “Del resto noi eravamo organizzati militarmente — spiega Carlos — per questo subito dopo lo scoppio a Bologna ho ricevuto un rapporto scritto. Noi, prima di tutti, volevamo capire cosa fosse accaduto”. A inviarlo, dice ancora, è stata Magdalena Cecilia Kop, nel 1980 una semplice militante poi diventata sua moglie, oggi ripudiata perché starebbe collaborando con il Bka, la polizia politica tedesca. “Andate a chiederlo a lei cosa c’era scritto… I servizi sapevano bene che a Bologna quel giorno c’era Thomas Kram e farlo saltare in aria con la stazione sarebbe stato come mettere la firma dei palestinesi sull’eccidio… Così l’Italia si sarebbe staccata dai palestinesi e avvicinata agli israeliani. Ma Kram (già interrogato dal pm Cieri, ndr) si è salvato e l’operazione è fallita. Thomas era braccato passo passo dagli 007… In realtà era diretto a Perugia. Perché non tutti lo sanno, ma il ‘68 non è nato a Parigi, è nato a Perugia nel 1967”.
Ciavardini e i suoi coimputati erano innocenti. I servizi italiani e la Cia invece sapevano tutto”. Parola di Carlos
Tratto da Noreporter.org
Un venticinque aprile particolare: i sacerdoti dell'odio ridotti praticamente alla questua
In questi giorni di aprile di sessantaquattro anni fa ci fu la Resistenza, ci fu davvero. Era iniziata anche prima, dai tetti di Roma, di Firenze, di Reggio Emilia da cui gli italiani spararono sull'invasore. Era continuata sulla linea gotica, dopo essere stata sacralizzata dal sacrificio dei giovani volontari a Nettuno. Proseguì dopo che le armate che portavano lo strapotere della banca, della mafia, del crimine organizzato in Europa e nelle antiche colonie europee, forti del 71% della produzione industriale mondiale, ebbero sfondato la strenua difesa spartiata. Continuarono a resistere, in particolare a Torino dove le camicie nere di Giuseppe Solaro, colui che aveva scritto “i ribelli siamo noi” tennero la città ancora per giorni prima di essere stroncati in un bagno di sangue. La morte se l'aspettavano; ci si erano fidanzati, come cantavano da tempo ed erano disposti a “morire tutti crocefissi per riscattare un'ora di viltà”. La Resistenza continuava anche più su, nel cuore dell'Europa dove volontari di varie nazioni si strinsero nell'ultimo quadrato e dove un pugno di francesi della Charlemagne, guidati da Henri Fenet riuscirono a inchiodare i russi fino al 2 maggio.Probabilmente ha subito le influenze di Iannone a Poggio Picenze

Dalla rubrica "Carta canta", sotto il titolo "La casa delle liberta":
"La Costituzione della Repubblica Italiana va riscritta. Essa è opera di uomini che la compilavano all'indomani della guerra civile ed adempivano a quel compito nella scia dei carri armati stranieri. Per un'Italia sovrana, libera e degna, orientata ad essere protagonista delle sfide del Terzo Millennio, riscrivere la Costituzione, sulla base di questo programma, si rivela un compito indispensabile".
(art. 18 del programma di Gianluca Iannone, fondatore e portavoce della comunità di Casa Pound, gianlucaiannone.it).
"Una riforma della Carta costituzionale è necessaria perché è una legge fatta molti anni fa sotto l'influsso di una fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come un modello".
(Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, tgcom.mediaset.it, 7 febbraio 2009).
Marco Travaglio.
Ovvero uno dei rappresentanti del trio monnezza (Travaglio, Grillo, Di Pietro) che sta operando per impedire che l’Italia si emancipi dai suoi padroni, padrini e padroncini. Talvolta pero' biosgna dire che sono gustosi...
Tratto da Noreporter.org