lunedì, 30 marzo 2009
ROMA: IN CENTRO DECINE GIGANTOGRAFIE DI BRASILLACH, CASAPOUND CELEBRA NASCITA 'TURBODINAMISMO'

MANIFESTI 2 METRI PER 2 PER RICORDARE IL GRANDE POETA E LANCIARE UNA NUOVA CORRENTE ARTISTICA


Roma, 30 mar. - (Adnkronos) - Roma si sveglia tra le braccia del poeta. Gigantografie di Robert Brasillach, il grande scrittore francese fucilato come collaborazionista del quale domani ricorre il centenario della nascita, sono comparse nella notte nei luoghi della cultura della Capitale: da via del Corso a piazza Farnese, da via del Babuino a piazzale Flaminio, da via Nazionale a Trinita' dei Monti fino a piazza San Calisto a Trastevere.

L'azione e' stata rivendicata da Casapound, che spiega: ''Nella notte tra il 29 ed il 30 marzo, a Roma, e' stato degnamente celebrato il battesimo del Turbodinamismo, neonata corrente artistica legata all'Associazione di promozione sociale Casapound Italia (www.casapound.org), con l'affissione di decine di manifesti 2x2 metri raffiguranti, in un tripudio di colori, uno dei piu' grandi poeti d'Europa, Robert Brasillach. Gli stencils, accompagnati dalla dicitura "Je suis partout", sono stati affissi nottetempo in prossimita' di luoghi di rilievo culturale e artistico''.

''Il poeta francese, autore di opere leggendarie come i 'Poemi di Fresnes' e 'Il Nostro Anteguerra', assassinato il 6 febbraio 1945, viene qui omaggiato come artista irriverente e geniale, mente fine e lungimirante, accorto politico -chiarisce Cpi- Ma anche, e forse soprattutto, per puro caso. Avremmo potuto fregiarci dell'effigie di Nietzsche, Buddha, Evola o De'bord, oltraggiare la barba di Marx, venerare la pelata di Lombroso: non e' escluso che lo si faccia un domani. A chi ci chiedera' perche' tutto questo -perche' il caso, l'irriverenza, il gusto per la boutade come forma d'arte- noi risponderemo 'perche' fa ride'. Nel rivendicare il 'beau geste', annunciamo dunque l'emergere dal Caos primordiale dei Turbodinamisti, beffardi artisti auto-elettisi figli di tutti e di nessuno di cui alleghiamo il 'Manifesto'''. (segue) (Rre/Zn/Adnkronos) 30-MAR-09 08:25 NNNN 

ROMA: IN CENTRO DECINE GIGANTOGRAFIE DI BRASILLACH, CASAPOUND CELEBRA NASCITA 'TURBODINAMISMO' (2)

(Adnkronos) - ''1. Turbodinamismo -si legge nel 'manifesto' della nuova corrente artistica lanciata da Casapound- e' esaltare il gesto gratuito, violento e sconsiderato, con deferenza e riguardo al vestirsi bene. 2. L'arte e' morta da tempo immemore, rivive solo nell'immediatezza dell'azione brava e rischiosa e relega la sua fruizione unicamente al vantarsi poi con gli amici al pub. 3. A chi ci chiede che lavoro fa il menatore rispondiamo seccamente che dispensa virtu' nell'apnea decennale del teppismo di facciata. 4. Confinare l'arte in luoghi ed eventi ne santifica la prigionia, noi organizzeremo evasioni spettacolari con quel fare tipico del furfante anni '20. 5. I buoni dell'arte, gli imbroglioni, gli istituzionali, questi lestofanti hanno saccheggiato ogni spirito feroce e ogni Ύβρις, e siamo tornati per riprenderci tutto''.

''6. Contro l'ansia da air-bag delle vostre mura imbottite -prosegue-, noi esaltiamo le suture e l'ortopedia, il pronto soccorso e maxillo-facciale, poiche' urgono fratture per flirtare con le infermiere. 7. Siamo stufi di sentir cantare le vittime e i reietti, di veder glorificate profezie desertiche: rivendichiamo quel certo stile necessario ad appiccare un incendio. 8. Agli anestetizzati del buonismo annunciamo che faremo sistematicamente a pezzi tutto quanto solo per il gusto di farlo. Siamo ben consci che rispondere puntualmente "perche' fa ride" a chi ci domanda il motivo di tanta intolleranza non fa che ingrassare il nostro alone di turpitudine, pero' fa ride. 9. La nostra tendenza all'assoluto e' puntualmente stemperata dal gusto dell'irruzione, nella stasi imperante dettiamo la legge del mercurio. Ma il fatto di odiare praticamente tutti non ci rende certo incapaci di corteggiare una donna omaggiandola di rose rosse. 10. Il Turbodinamismo celebra la vita, col paradosso della distruzione, celebra la carne e l'accettazione titanica, mascherando nel sorriso la pulsione tragica e la metafisica della guerra. Sorseggeremo del buon whiskey mentre tutto brucia, abbiamo stabilito che il futuro ci appartiene''. (Rre/Zn/Adnkronos) 30-MAR-09 08:39 NNNN
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domenica, 29 marzo 2009
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domenica, 29 marzo 2009
Il mio paese mi fa male per le sue vie affollate,
per i suoi ragazzi gettati sotto gli artigli delle aquile insanguinate,
per i suoi soldati combattenti in vane sconfitte
e per il cielo di giugno sotto il sole bruciante.
Il mio paese mi fa male in questi empi anni,
per i giuramenti non mantenuti,
per il suo abbandono e per il destino,
e per il grave fardello che grava i suoi passi.
Il mio paese mi fa male per i suoi doppi giochi,
per l’oceano aperto ai neri vascelli carichi,
per i suoi marinai morti per placare gli dei,
per i suoi legnami troncati da una forbice troppo lieve.
Il mio paese mi fa male per tutti i suoi esilii,
per le sue prigioni troppo piene, per i suoi giovani morti,
per i suoi prigionieri ammassati dietro il filo spinato,
e tutti quelli che sono lontani e dispersi.
Il mio paese mi fa male con le sue città in fiamme,
male contro i nemici e male con gli alleati,
il mio paese mi fa male con tutta la sua giovinezza
sotto bandiere straniere, gettata ai quattro venti,
perdendo il suo giovane sangue in rispetto al giuramento
tradito di coloro che lo avevano fatto.
Il mio paese mi fa male con le sue fosse scavate,
con i suoi fucili puntati alle reni dei fratelli,
e per coloro che contano fra le dita spregevoli,
il prezzo dei rinnegati piuttosto che una più equa ricompensa.
Il mio paese mi fa male per la sua falsità da schiavi,
con i suoi carnefici di ieri e con quelli di oggi
mi fa male col sangue che scorre,
il mio paese mi fa male. Quando riuscirà a guarire?
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sabato, 28 marzo 2009
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categoria:immagini
sabato, 28 marzo 2009
Clint Eastwood è Walt Kowalski, un reduce della guerra di Corea che dopo 50 anni si sente ancora poco reduce.
Kowalski come il nome del protagonista di Vanishing Point, e come nel film-mito del 1971 anche in "Gran Torino" l'altra protagonista è un'automobile. Una Ford "Gran Torino", appunto, tenuta in maniera maniacale e al quale Kowalski ha montato lo sterzo quando era un operaio della catena di montaggio. Ci si chiuderà il film con la "Gran Torino".
Il vecchio quasi ottantenne vive in una classica abitazione americana tutta in legno. Giardino davanti, senza steccato, rimessa dietro piena di ogni attrezzo manuale possibile.
Una casetta persa in un quartiere non definito di una città mai nominata. Un quartiere che ruota e si trasforma attorno al protagonista, alla sua casa, alla sua automobile, divenendo una sorta di ultima frontiera, una sorta di CasaPound, dinnanzi al progressivo ma inarrestabile fenomeno dell'invasione di una moltitudine di, per dirla alla Kowalski, "musi gialli".
E una famiglia di "hmong" - etnia del sudest asiatico che al pari dei Karen è stata scacciata dalle loro terre di origine - sono i nuovi vicini dello scorbutico protagonista, il quale non si trattiene neanche al funerale della moglie dinnanzi alle intemperanze dei nipotini "all american style". Walt ha due figli, molto borghesi, molto villa-al-mare-montagna-campagna e molto poco "americani", secondo il vecchio padre, in quanto viaggiano su auto giapponesi.
Wowalski resta solo pertanto, malato, con il vecchio cane bianco Daisy, un giovane prete cui inseghnerà il vero valore della vita e della morte e le sue lattine di birra svuotate seduto sulla veranda di casa, mentre con sommo disgusto vede le casa dei vicini cadere a pezzi, a differenza della sua, tenuta linda e pinta nonostante la sua veneranda età.
Nessuno dei figli di quel quartiere torna nelle vecchie case dei genitori; ora ci sono le nuove generazioni multietniche tutte melting pot estremo, organizzate in bande razziali secondo il modello d'integrazione che tanto piace ai governanti occidentali. Guerre tra disperati per il controllo di un territorio che in definitiva non è di nessuno, essendosi rotto il legame "blut und boden" che sembra essere rimasto una prerogativa del solo Kowalski.
Ce lo dice la sua bandiera americana insistentemente lasciata fuori a sventolare, ad indicare una guerra tutta personale innanzitutto con se stesso; Walt si porta dietro dai tempi della Corea l'angoscia di un qualcosa che ha fatto e che nessuno gli aveva ordinato, e che rivive in ogni "muso giallo" che gli si para davanti. Ed ora ne vede davvero tanti.
I suoi vicini, i "hmong", sono nonna, mamma, fratello e sorella. Sono molto tradizionalisti, a differenza dei "vecchi" americani ormai in preda a delirio etnico, ed inizialmente hanno poco a che fare con il vecchio scontroso dirmpettaio di veranda e confinante di giardino.
E sarà proprio un'invasione di giardino ad innescare il tutto. Il rampollo dei vicini, Thao, che tanto rampollo non è che Kowalsky chiama appunto "Tardo" stà per essere punito dalla gang del cugino bulletto per non essere riuscito a rubare la Gran Torino del vecchio, e nel punirlo "sconfinano" nel giardino "americano".
Kowalsky non ne ha più; imbraccia il suo vecchio Garand a sei colpi capace di passare dieci persone in fila, e si precipita fuori casa. I bulli svaniscono, il nuove eroe è lui, Walt.
Eroe involontario e soprattutto controvoglia; non ne vuole sapere di tutti quei "musi gialli" che lo omaggiano di doni e cibo. Lui ha le sue birre, le sua carne secca e sotto sale.
Sarà la figlia dei vicini, Sue, a far breccia nel vecchio, quando ancora una volta si ritrova eroe salvandola da una gang di neri. Il giovane ragazzetto bianco della "cinesina", tutto "jo, fratello, jo" se ne stava da una parte, impaurito e timoroso. Walt salva la sua ragazzetta, e caricandola in auto per riportarla a casa, lo apostrofa "vai a casa irlandese, questi non sono e non saranno mai tuoi fratelli. Loro non ti vogliono".
Scena da far vedere nelle scuole.
Il ghiaccio è rotto; Kowalsky è ospitato per una festa tradizionale "hmong" e scoprendo che ha più in comune con i nuovi vicini che con i suoi figli borghesi, si chiude in cucina circondato dalle donne di casa, ad assaggiare tutti quei cibi che aveva fino a quel punto rifiutato. E gli piacciono.
In una escalation narrativa degna del miglior Callaghan, Kowalsky lega con i due fratelli "musi gialli", prendendo in simpatia il giovane "tardo" e capendo che per questi giovani non c'è alcuna speranza e nessun futuro in un quartiere la cui unica legge è quella dettata dalle bande giovanili.
Ora ha dei nuovi amici, oltre al barbiere italiano.
E per Kowalsky l'amicizia è un valore vero. Come il lasciar un mondo migliore ai suoi figli, che ora hanno quel "muso giallo" che non si aspettava.
Le bande diventano cattive con i fratellini "hmong", che non si piegano alle loro leggi e ai loro diktat. A farne le spese è la giovane Sue. Kowalsky passa all'azione, armato com'è di uno zippo e della sua pistola fatta con la mano da puntare in faccia a tutti i suoi "nemici", in alcune sequenze che da sole valgono il prezzo del biglietto.
Un film ed un personaggio definito come razzista dai soliti scribacchini incompetenti a busta paga, si rivela un capolavoro del solito Eastwood. Geniale, politicamente spietato sia vedendolo con l'ottica delle ronde che con quella dell'integrazione buonista.
Sergio Leone sarebbe fiero del suo cow-boy dagli occhi di ghiaccio.
Si chiude con le parole dello Stesso Clint Eastwood, che ad orecchie che sappiano ascoltare, dicono tutto: "C'è un ribelle nel  profondo della mia anima. Quando qualcuno mi dice qual è la nuova tendenza io vado nella direzione opposta. Odio l'idea delle mode e odio le imitazioni, ma rispetto l'individualità. Mi sono sempre considerato troppo individualista per essere sia di destra che di sinistra".
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categoria:film, kulturkampf
sabato, 28 marzo 2009
di Adriano Scianca - www.ideodromocasapound.org

Ha fatto appena in tempo a far da sfondo a un paio di conferenze, è rimbalzata qua e là su qualche forum in internet, eppure ha già cortocircuitato la paranoia esegetica dei cybervoyeur antifascisti. “Riprendersi tutto”. Il motto scelto da CPI è semplice, lineare, solare. Eppure, rannicchiato dietro ai monitor, c’è chi impazzisce per decifrarne una presunta natura eversiva, violenta, terroristica. Risparmiamo la fatica di contraddirli: fedeli al teorema, comunque vada troveranno ciò che vogliono trovare, costi quel che costi. Contenti loro…

Eppure “riprendersi tutto” nasce quasi per caso, senza una vera e propria riflessione teoretica. Nasce per una suggestione estetica, come si conviene a tutto ciò che è creativo, fecondo, autentico. La pagina conclusiva della rivista di patinato disturbo Dum Dum Zoom mostra tre ragazzini seduti pensierosi su un paesaggio di macerie. Sullo sfondo un semaforo rosso. In alto la scritta “riprendersi tutto”. Un semaforo in uno scenario post-atomico. L’istantanea rende bene l’idea della situazione attuale. In cui quanto più il sapore della decadenza si fa acre, quanto più si avvera la profezia nietzscheana (nichilismo come mancanza di risposta al “perché?”), tanto più si agitano i custodi del virtuismo. “Non dire parolacce”, “Non fumare nei locali”, “Non guardare film violenti”, “Non bere”, “Non giocare ai videogiochi violenti”. Il caos si fa moralista. Più tutto è rovina, più aumentano i semafori rossi. E in mezzo a questo: tre ragazzini che pensano. Pensano a come riprendersi tutto.

Una suggestione estetica, quindi. Un’immagine. La vita che trionfa sulla decadenza. Uno sguardo gettato sul futuro.

Incapaci di farsi guidare dalla futurista “immaginazione senza fili”, tuttavia, gli interpreti dalla mente e dall’animo ristretto vogliono necessariamente comprendere il motto in senso iperpolitico. E sia. “Riprendersi tutto” è in effetti anche la parola d’ordine di un mondo cresciuto fra le luci e le ombre del neofascismo, fra ghettizzazioni imposte con le chiavi inglesi in mano e autoghettizzazioni intraprese per la troppa paura di vivere. Eppure il ghetto è una dimensione dell’anima. Esso cessa di esistere allorché smettiamo di collocarci mentalmente in esso. Si tratta, insomma, di avviare un percorso dell’autocoscienza. Ad un certo punto ti accorgi che il mondo è lì, che aspetta solo di essere fecondato, vivificato, messo in moto. Ti accorgi che il potere della Matrice è radicato nell’inganno, nella simulazione. Svelato l’inganno, finito il potere. E allora di poter tentare qualsiasi impresa. Ecco, “riprendersi tutto” è la parola d’ordine di tutto un mondo che si risveglia dopo anni di inganni e autoinganni e scopre di poter essere protagonista, agente attivo nella contemporaneità. Che capisce di poter parlare ogni linguaggio, di potersi esprimere in ogni modo, che nei mille dialetti della babele postmoderna sa costruire una propria originalissima forma di comunicazione al passo coi (macchè: in anticipo sui) tempi. La contemporaneità vede un’esplosione di linguaggi, un’ipertrofia della comunicazione che ci sommerge. Noi oggi sappiamo che in questa corrente possiamo cavalcare l’onda, belli come surfisti californiani.

La raggiunta autocoscienza, tuttavia, rende in fondo superata questa spiegazione autoreferenziale, tutta interna alla storia dell’area neofascista. CPI ha solo un’“area” di riferimento, ed è il popolo italiano. Che deve, esso stesso per primo, riprendersi la propria dignità, della quale è stato spossessato nell’incontrastato dominio dei banchieri, dei palazzinari, dei mafiosi, delle oligarchie, delle chiese, delle caste, dei politicanti, dei commedianti, dei baroni, degli arroganti, degli affaristi, dei padrini, degli aguzzini, dei bombaroli, degli impuniti, dei saltimbanchi. Il risveglio che noi agogniamo non riguarda un gruppo, un’area, una parte. Riguarda un popolo. E’ la fine dell’Italia serva, della repubblichetta che ha le sue capitali a Paralisi e a Podagra - che noi vogliamo. Ora, “riprendersi tutto” è esattamente un’istantanea che può cogliere l’immagine di questo popolo che si riappropria di se stesso, che quindi pone fine alla propria alienazione, al proprio “esser altrove”. Una nazione che deve tornare a guardarsi in faccia e a riscoprire in se stessa le capacità di mettere in moto la storia.

Per questo compito epocale c’è bisogno di un’avanguardia. E noi, che abbiamo scordato le buone maniere e non sappiamo essere umili, vogliamo essere quell’avanguardia. Vogliamo creare uno schianto nel mondo che sa produrre solo lagna. Vogliamo parlare un linguaggio di vita in un mondo sterile. Vogliamo fondare città, fare bambini, piantare alberi, produrre arte, costruire il futuro.

Mentre tutti predicano la rinuncia e la fuga, mentre la politica volta le spalle alla polis e la cultura non sa più coltivare se non piccoli egocentrismi, noi riscopriamo la gioia di fondare di creare, di dare vita.

Lo spirito era inizialmente cammello, e si caricava del fardello incapacitante imposto dalla morale, dalla forza di gravità, dal risentimento delle mosche velenose; poi si fece leone, e si ribellò alle imposizioni, spezzò le catene, scacciò lo mosche e trovò la strada per la sua volontà; infine divenne bambino, il sacro puer che incarna il gioco cosmico e la rigenerazione della storia.

Ci chiedono cosa proponiamo per l’avvenire.

Un’idea?

Un programma?

Una cosmogonia, piuttosto.
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categoria:kulturkampf, casapound palermo
venerdì, 27 marzo 2009

obamaGli U.S.A. a colloquio con la giunta birmana. la Thailandia si propone come mediatrice in un negoziato tra Karen e governo militare. Prima o poi doveva accadere. Lo avevamo previsto e quindi non ci sorprendiamo. Nel mondo governato dalla logica dei poderosi flussi economici e commerciali, in questo "grande gioco" da villaggio (e mercato) globale, era soltanto questione di tempo. Un paese come la Birmania, demonizzato a parole da buona parte dei governi democratici occidentali, descritto come una fucina di nefandezze e di soprusi ai danni di movimenti libertari e di monaci buddisti, riceve ora le lusinghiere proposte del Dipartimento di Stato americano, e l"utile collaborazione del governo tailandese, per risolvere il problema del suo futuro assetto politico. Stephen Blake, direttore della sezione Sud Est Asiatico del ministero per gli affari esteri statunitense, ha compiuto due giorni fa una visita ufficiale nella nuova capitale del Myanmar, incontrando il suo omologo birmano per una serie di colloqui. I giornali governativi birmani descrivono l"incontro "cordiale e fruttuoso, inteso al
deciso miglioramento dei rapporti bilaterali tra Myanmar e Stati Uniti". Pare si sia parlato di una lista di questioni di interesse comune tra i due governi, in vista delle elezioni in Myanmar, previste per il 2010. E" dello stesso giorno la proposta avanzata dalla Thailandia alla leadership della KNU (Unione Nazionale Karen) per l"avvio di negoziati con la giunta militare di Rangoon per il raggiungimento di un cessate il fuoco dopo 60 anni di conflitto. Ricordiamo che negli ultimi sei anni la Thailandia ha strangolato la resistenza Karen esercitando lungo i suoi confini un capillare controllo sui flussi di viveri ed equipaggiamenti diretti ai reparti dell"Esercito di Liberazione, arrestando comandanti militari e rappresentanti politici, consentendo alle milizie filobirmane coinvolte nel traffico di stupefacenti di sconfinare ripetutamente per colpire alle spalle i reparti della guerriglia, e infine espellendo dal paese tutti gli iscritti alla KNU. Una manovra diretta chiaramente all"indebolimento della resistenza contro i Birmani, con i quali Bangkok ha stretto negli anni accordi commerciali di grande importanza. Ora, con i Karen oramai allo sbando, la proposta tailandese suona come un ultimatum: o accettate il dialogo (a condizioni
facilmente immaginabili) oppure ve la vedete con l"esercito birmano, senza più poter contare su una base logistica arretrata da cui poter, sebbene faticosamente, rifornire i resistenti. Era previsto, dicevamo. Lo si capiva da come la guerriglia Karen non avesse mai, e ripetiamo mai, ricevuto alcun supporto da qualsivoglia governo, tanto meno da quello statunitense, nonostante quello che sostengono improvvisati "esperti" di Birmania di cui abbiamo letto ultimamente supponenti analisi. Abbiamo letto dei Karen descritti come il braccio dell"imperialismo USA, come un cuneo inserito nel costato della Cina, ultimo baluardo contro l"omologazione planetaria diretta da Washington. Chi ha voluto andare a vedere con i propri occhi quel che succedeva in quella parte del mondo (mettendosi uno zaino in spalla e introducendosi clandestinamente in Birmania) ha avuto modo di capire quanto lontane dalla realtà siano a volte certe teorie, perfette soltanto se rimangono nell"alveo di uno studiolo, o nelle noiose sale che accolgono interminabili convegni di geopolitica. Cina, Stati Uniti, India, Russia, Thailandia, Israele, Singapore, Giappone, Gran Bretagna, Australia, Germania: questi paesi sono oramai parte del gioco birmano. Con le
loro connessioni, le pressioni commerciali e diplomatiche esercitate in diversi modi sulla giunta di gerontocrati al potere a Rangoon, con le consegne di armi, gli accordi di importexport , le aziende multinazionali, sempre astute e fameliche, a riempire di regali i generali e i loro famigliari. Con l"enorme affare della droga, sempre più business per governi in cerca di liquidità. Fuori dai giochi,paradossalmente dovremmo dire se non conoscessimo invece come funziona il mondialismo, quelli che noi consideriamo i legittimi difensori dell"intoccabile diritto all"autodeterminazione. Quei Karen che avevamo deciso di aiutare sulla base della condivisione dei motivi della lotta da essi condotta: difesa dell"identità, rifiuto di ogni droga, preservazione del territorio dei Padri, tutela dei figli, mantenimento delle tradizioni. Oggi i Karen vengono sacrificati sull"altare degli equilibri economici. Non contano nulla. Anzi, disturbano gli operatori del mercato. Rallentano il progresso e la realizzazione delle "grandi opere". La pace che viene loro proposta, ammesso che di pace vera si tratti, implicherà una serie di rinunce rispetto agli ideali da essi perseguiti. E già all"interno della resistenza si acuiscono le differenze che opponevano l"ala politica a quella militare. Vi sono comandanti dell"Esercito di Liberazione che non vogliono sentir parlare di accordi.
Non per ottuso rifiuto di alternative alla lotta armata. Ma perché sanno che i negoziati vanno condotti da posizioni di forza, e non quando si ha un cappio stretto intorno al collo. La rabbia nei confronti dei tailandesi monta tra i reparti Karen. Alcune unità sarebbero desiderose di combattere su due fronti: contro i Birmani e allo stesso tempo contro i soldati di Bangkok. La leadership politica, abituata a vivere lontana dai campi di battaglia, comodamente ospitata (finora) nelle cittadine tailandesi, spesso sorda nei confronti delle richieste dei combattenti, pare abbia invece un forte desiderio di concludere in qualche modo sessanta anni di esperienza rivoluzionaria. Il nuovo ordine mondiale sta sistemando anche questa faccenda. Tutti contenti, tutti con la loro fetta di torta. Tutti, tranne chi ha lottato armi in pugno, inutilmente, per 60 anni, per degli ideali fuori moda. Anzi, fuori mercato.

Franco Nerozzi- Comunità Solidarista Popoli

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categoria:politica, geopolitica, notizie dallestero, il vostro mondo
giovedì, 26 marzo 2009
Napoli, (25 marzo) - Tensione a Napoli per degli scontri tra studenti di destra e sinistra in piazza Garibaldi. Gli studenti sono venuti a contatto all'altezza della facoltà di giurisprudenza dell'ateneo napoletano Federico II.
La polizia ha presidiato la zona riportando la calma. Poi le opposte fazioni hanno proseguito a fronteggiarsi fino alla zona della stazione centrale, dove l'obiettivo comune è diventata un'auto in servizio della Digos. Gli agenti accerchiati hanno esploso in aria un colpo di pistola, riuscendo così a disperdere gli studenti.

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=52248&sez=HOME_INITALIA
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categoria:politica, anti-antifa
giovedì, 26 marzo 2009
Palermo, 26 mar. - (Adnkronos) - Il Blocco Studentesco esprime ''sconforto e preoccupazione per l'aggressione ai danni di tre ragazzi dell'assozione Studenti di Lettere da parte di una ventina di militanti di sinistra, avvenuta mercoledi' mattina davanti la facolta' di Lettere mentre raccoglievano delle firme per la regolamentazione degli appelli''.

"Scene come quelle viste ieri all'universita' ricordano l'orrendo clima persecutorio degli anni di piombo, quando gli accoliti dell'antifascismo militante terrorizzavano le scuole e le facolta' - dichiara Francesco Vozza responsabile cittadino del Blocco, il movimento studentesco di Cpi - Esprimiamo totale solidarieta' agli studenti aggrediti e invitiamo il preside Guarrasi ad intervenire una volta per tutte sgomberando il box dentro la facolta' occupato abusivamente dal Collettivo, essendo divenuto ormai da tempo una pericolosa fornace di violenza politica ai danni di tutti gli studenti liberi".
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categoria:politica, politica siciliana, anti-antifa
giovedì, 26 marzo 2009
(ASCA) - Palermo, 25 mar - Questa mattina davanti la facolta' di Lettere e filosofia di Palermo, intorno alle ore 12, tre universitari appartenenti all'associazione ''Studenti di Lettere'' sono stati aggrediti da circa venti persone legate al Collettivo Universitario Autonomo. Gli studenti, intenti a raccogliere le firme per proporre una nuova regolamentazione degli esami, sono stati prima bagnati dal lancio di sacchetti pieni d'acqua, poi accerchiati e aggrediti fisicamente. Dopo pochi minuti l'intervento della vigilanza dell'universita' ha evitato il peggio. I tre universitari aggrediti (uno si trova attualmente in ospedale per il referto medico) hanno identificato e denunciato due giovani, gia' noti alle forze dell'ordine, del Collettivo.

L'associazione ''Studenti di Lettere'', nata pochi mesi fa dall'esperienza del ''Coordinamento Figli di Nessuno'', si e' resa protagonista a Palermo per essersi dissociata dalla protesta contro la Gelmini, battendosi per la difesa del diritto allo studi minacciato dal blocco delle lezioni e dalle occupazioni. Rilevante anche la campagna condotta contro lo scandalo di ''parentopoli'' (da qui il nome ''Figli di nessuno'') all'universita' di Palermo. L'associazione non ha alcun legame con partiti o sindacati e rifiuta ogni forma di violenza. ''Siamo stati aggrediti - raccontano - dagli estremisti di sinistra a causa delle nostre iniziative a favore del diritto allo studio. Questi violenti tentano di invano negare la liberta' di espressione dentro la facolta' di Lettere.

Chiediamo al Preside Guarrasi di intervenire, provvedendo allo sgombero del box dentro la facolta' occupato abusivamente dal Collettivo''.

dod-rg/mcc/bra (Asca)
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categoria:politica, politica siciliana, anti-antifa
giovedì, 26 marzo 2009
Roma, 25 mar. - "Quando la storia ha bisogno di sentenze di tribunali, allora non è più storia". Con queste parole Gianluca Iannone, leader di Casapound Italia, commenta la condanna del quotidiano Il Giornale, nella persona dell’ex Direttore Maurizio Belpietro, querelato dal gappista Rosario Bentivegna,  per le asserzioni contenute in un articolo relativo all’attentato dei (G.A.P.) contro un reparto di soldati italiani, il 23 marzo 1944 in via Rasella.

"Per la terza volta in dieci anni - continua Iannone -  il quotidiano viene condannato per lo stesso reato. Senza contare le ormai innumerevoli condanne simili contro centinaia di altri cittadini italiani, la cui unica colpa è quella di non credere alla storiografia ufficiale delle carte bollate. Una versione storica che nonostante gli appoggi delle istituzioni e dei tribunali, non riesce ad entrare nella coscienza del popolo italiano. Che è poi alla fine, l'unica cosa che conta."

"Casapound Italia - conclude Iannone - esprime la propria solidarietà a Il Giornale e all'ex direttore Maurizio Belpietro, schierandosi senza ombra di dubbio al loro fianco, dalla parte dei colpevoli. Dalla parte del popolo italiano".
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categoria:politica, casapound palermo
giovedì, 26 marzo 2009

Attenzione: le immagini sono molto forti.

Un video ambientato in Cina che mostra l'uccisione di cani per poi venderli in "negozio" come semplice carne da macello. "Evviva" i paesi comunisti.

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categoria:video, amici animali
giovedì, 26 marzo 2009


By Van gogh
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categoria:immagini, goliardia
mercoledì, 25 marzo 2009

Roma, 25 mar. - "Quando la storia ha bisogno di sentenze di tribunali, allora non è più storia". Con queste parole Gianluca Iannone, leader di Casapound Italia, commenta la condanna del quotidiano Il Giornale, nella persona dell’ex Direttore Maurizio Belpietro, querelato dal gappista Rosario Bentivegna,  per le asserzioni contenute in un articolo relativo all’attentato dei (G.A.P.) contro un reparto di soldati italiani, il 23 marzo 1944 in via Rasella.
"Per la terza volta in dieci anni - continua Iannone -  il quotidiano viene condannato per lo stesso reato. Senza contare le ormai innumerevoli condanne simili contro centinaia di altri cittadini italiani, la cui unica colpa è quella di non credere alla storiografia ufficiale delle carte bollate. Una versione storica che nonostante gli appoggi delle istituzioni e dei tribunali, non riesce ad entrare nella coscienza del popolo italiano. Che è poi alla fine, l'unica cosa che conta."
"Casapound Italia - conclude Iannone - esprime la propria solidarietà a Il Giornale e all'ex direttore Maurizio Belpietro, schierandosi senza ombra di dubbio al loro fianco, dalla parte dei colpevoli. Dalla parte del popolo italiano".

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categoria:politica, militanza, anti-antifa
mercoledì, 25 marzo 2009

Le parole che non ti ho detto
Per una critica del vocabolario reazionario

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L’essenziale e spietata azione eutanasica nei confronti del relitto già definito da altri “destra terminale” passa anche e soprattutto attraverso una decostruzione e una sovversione di un certo tipo di linguaggio intriso di moralismo, bacchettonismo, conservatorismo, paralisi, stanchezza, paura e paranoia.

Due sono essenzialmente le formule magiche che connotano il linguaggio delle varie destre borghesi, da sempre prime pugnalatrici alle spalle di ogni avanguardia spirituale, politica, etica, esistenziale e politica: “Dio, Patria e Famiglia” e “Legge e Ordine” (le maiuscole, si sa, vengono date “a gratis” insieme ai “sacrosanti valori”). Contestare la tipologia di pensiero che si arrampica attorno a tali punti fermi ci sembra un passaggio essenziale per poter guardare avanti e aggredire la modernità senza avere le armi spuntate in partenza. Il che – sottolineiamolo per rassicurare i deboli di cuore – non significa certo prendere partito per i termini antitetici a quelli citati, calandosi così esattamente in quella dialettica conservazione/progresso che si vorrebbe cortocircuitare. Il cerchio si chiude, del resto, notando come gli esponenti più bigotti, reazionari e ingessati dell’intero panorama politico si trovino molto spesso a sinistra, ed in particolar modo nella sinistra antifascista.


Ma andiamo per gradi.

Ordine

Nel linguaggio reazionario si intende qualsiasi ordine costituito. Fosse anche ingiusto, abietto, mafioso, massonico, capitalistico. Magari persino antifascista. I custodi dell’ordine hanno in mente l’ordine nelle strade, lo squallore di una vita senza gioia, i muri puliti e i ragazzi a letto alle 11 come alfa e omega di ogni idea di stato, di civiltà. Incapaci di creare, venerano il già creato, non importa da chi. Non si tratta certo dell’ordine come kosmos, del rigoglio delle forme che sgorga dal polemos primigenio, della stella danzante nata dal caos. Del marmo che vince la palude. Della bellezza creata nel sudore e nel fuoco da una volontà formatrice del mondo. L’ordine invocato dai borghesi è piuttosto quello in cui non si calpestano le aiuole e i “treni arrivano in orario”. Se non che i treni non arrivano mai in orario in un contesto sociopolitico in cui sia proprio e solo questo l’obbiettivo principale, dato che l’etica del lavoro come servizio reso alla comunità nasce solo in un contesto di più alta tensione interiore, cosicché persino il funzionamento “ordinato” della macchina sociale viene meno proprio laddove regnino gli eunuchi dello spirito con le loro fisime reazionarie.

Legge

Vale quanto detto sopra. Anche qui, nel discorso reazionario si intende ogni e qualsiasi legge purché vigente. E pazienza se poi si finisce per invocare il rispetto della suddetta legge quasi sempre e solo da parte degli altri – meglio se disperati e pezzenti – salvo dimostrare una notevole elasticità nei confronti delle proprie trasgressioni. Il culto della legge, del resto, affonda le sue radici nelle assolate spianate desertiche, per trasferirsi in seguito nella “Nuova Gerusalemme” americana, dove notoriamente il giudice possiede una indiscussa superiorità morale rispetto al politico (vedi, come riflesso nella subcultura popolare, il successo del legal drama). In ogni contesto normale, invece, la legge è funzione del Politico inteso in senso sovrano e decisionista e il legiferare è lo sforzo sempre imperfetto e sempre da riscrivere di una comunità che intende dar forma a se stessa.

Dio

Evitare sempre, scansare violentemente, se possibile fucilare quelli per cui “non c’è più religione”. Fra i più acerrimi nemici di ogni idea di autentica sacralità, i bigotti invocano – in spregio a Feuerbach – in dio un monumento alla loro piccolezza. E’ il dio morale, il dio che “è morto” ma la cui ombra viene ancora venerata come simulacro di ordine (nell’accezione di cui sopra). E’ il dio che uccide la libertà dell’uomo, che ne violenta la capacità di determinarsi storicamente. Certo non l’unico dio possibile. E comunque «crederei solo in un dio che sapesse danzare» (Nietzsche). Per chi crea e guarda avanti, del resto, la parola d’ordine è: non c’è ancora religione.

Patria

Carrozzone passatista, folclore smobilitante, pallido simulacro di religione civile in un’epoca irreligiosa e incivile, l’idea di patria è una carcassa su cui banchettano cialtroni, cosche e oligarchie. Certo non più una delle “belle idee per cui si muore”. Lo spirito patriottardo è in effetti l’antitesi più radicale di ogni idea vitale, pulsante, feconda di nazione (parola, non a caso, ritenuta oggi ben più sulfurea). Che quando è tale, «non c’è, se non in quanto si fa: ed è quella che la facciamo noi col nostro serio lavoro, coi nostri sforzi, non credendo mai che essa ci sia già, anzi pensando proprio il contrario: che essa non c’è mai e rimane sempre da creare» (Giovanni Gentile). La patria non più come “terra dei padri” ma, seguendo Zarathustra, come “terra dei figli”.

Famiglia

Che la famiglia venga invocata principalmente dai mafiosi o dai borghesi neutralisti (“tengo famiglia”) non deve essere certo un caso. Nel discorso dominante, la famiglia è il ricettacolo di tutti gli alibi, di tutte le diserzioni, di tutti gli individualismi, di tutti i passatismi (per tacere di quando essa non costituisca il teatro di abusi e varie infamità, il che è tutt’altro che infrequente). Questo accade perché oggi la famiglia è bloccata, ripiegata su se stessa. Quindi gira a vuoto, perde la sua funzione. Che è quella di procreare verso l’alto e verso l’esterno, fuori di sé. In ogni civiltà sana, la famiglia genera figli che è poi destinata a perdere, a donare al mondo. La famiglia nasce per eclissarsi al cospetto della famiglia più grande, che è la nazione. Quando quest’ultima muore, nasce il familismo borghese. Sclerotizzazione di un’istituzione che non sa più morire per sublimarsi in una dimensione più grande.

postato da: dallaltraparte alle ore 12:26 | Permalink | commenti
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