sabato, 31 gennaio 2009

Caso Battisti: perché ad avere più torto è proprio l'Italia.

Sarà perché ho conosciuto troppi innocenti che hanno passato una vita in galera, o perché venticinque anni fa ci condannarono per “pericolo di pericolo” (che, tradotto in italiano, significa che le nostre idee erano “potenzialmente” in grado di produrre violenza e anche se non lo fecero non conta...), sarà per la sentenza schock emessa contro Ciavardini o per le assoluzioni eccellenti di uomini coperti, ma francamente non posso dirmi certo della colpevolezza di Battisti.

Sarà perché ho visto come si costruivano i processi speciali nella democraticissima Italia uscita dalla Resistenza e dominata dai partigiani, sarà perché mi sono sempre vergognato di una rivoluzione giuridica improntata sull'ottosettembrismo che, negando alla radice la filosofia dell'etico codice Rocco, ha premiato il pentitismo e il mercimonio. Sarà perché ho direttamente constatato l'inattendibilità di molti pentiti. Sarà perché la Magistratura democraticissima ha usato ed abusato delle compiacenti versioni di personaggi come il pluriomicida stupratore Angelo Izzo. Sarà perché del Diritto si è fatta tanta retorica ma poco uso, sarà perché quello Romano è stato letteralmente stravolto e sostituito da un obbrobrio, ma a me la sentenza brasiliana di rifiuto di estradizione garba. E visto che s'inserisce in una fila di no pronunciati da Francia, Inghilterra, Svizzera, Austria, mi par puerile e improprio al tempo stesso parlare di congiura anti-italiana. Meglio si farebbe a fare autocritica invece di atteggiarsi a vittime indignate, di aggrapparsi a frammenti di un mosaico e di ululare rabbiosamente alla luna ignorando candidamente l'insieme.

Responsabilità e leggi speciali

Non voglio tornare qui sulle eccellenti responsabilità, di cui tanto spesso ho parlato, degli anni di sangue e sul fatto che i mestatori, i tragicatori, i sobillatori, i profittatori, non solo mai pagarono alcunché ma ancora adesso si ritrovano (quelli che la morte - per vecchiaia! - ha risparmiato) nei posti chiave di questa nazione maciullata. Non voglio neppure soffermarmi su quanto a lungo si lasciò giocare con le armi e con i detonatori prima di decidere d'intervenire e ciò affinché ci fossero trame da tessere e su cui giocare. Non voglio ripetermi sui coinvolgimenti di mangiafuoco internazionali e di mangiafuochini nostrani. Faingiamo che tutto sia accaduto così come gli allegri smemorati omnipartisan ce lo rappresentano: una follia generazionale scatenata da pochi pazzi sanguinari e facciamo come se credessimo che la legislazione d'emergenza e la violenza di Stato, con tanto di esecuzioni sommarie, di torture (ci furono e furono persino rivendicate pubblicamente!), di abolizione delle garanzie giuridiche, di azioni repressive alla “andocojocojo” fossero indispensabili a riportare la pace. Mettiamo che il terzo della pena in più comminato per i reati politici definiti “terroristici” (tanto per rendere l'idea anche il possesso di un documento contraffatto venne considerato “terroristico”) avesse un'efficacia reale oltre a quella di premiare i delinquenti comuni. Il che, per capirci, significò che uccidere per rapina era meno grave e molto meno pesantemente punito che non l'averlo fatto in uno scontro a fuoco nel pieno della guerra civile strisciante e che rapine, truffe o stupri comportavano pene inferiori ai reati ideologici. Fingiamo pure che tutto ciò fosse realmente indispensabile. Fatto sta che l'Italia, in spregio a tutti gli accordi giuridici internazionali, istituì delle “leggi speciali” e calpestò tutte le garanzie giuridiche.

Con che risultati? Una sfilza invereconda di sperequazioni che andava dai diversi pesi e diverse misure a seconda delle organizzazioni di appartenenza fino alla suddivisione dei detenuti in ben sette categorie diverse, con sette trattamenti di severità differenti, determinati non dai reati contestati ma dal livello di dialettica e dalle conoscenze nelle Istituzioni.

Un'Italia vigliacca

Sono passati una trentina di anni, mica qualche mese. In tutto questo tempo l'Italia mai ha avuto il coraggio né la dignità di comportarsi come qualsiasi altra nazione che aveva proclamato uno stato di emergenza. Risolto il problema, ogni Stato che si rispetti, fa sempre la scelta tra la vendetta e l'amnistia. Se decide di compiere vendetta è normale che chiunque non finisca nella sua rete cerchi rifugio altrove e che qualunque Stato glielo garantisca. Se concede l'amnistia, invece ammette l'eccezionalità del momento e la rimuove a problema risolto, tornando alla normalità, all'equità (che è il vero problema italiano, altro che la “certezza della pena” di cui si ciancia a torto visto che, al contrario di quanto sostiene il luogo comune, il nostro è uno dei Paesi occidentali ove le pene si scontano più a lungo), insomma fa un gesto dimostrandosi così uno Stato forte. L'Italia no: niente amnistia ma solo perdonismo personalizzato, che significa che se sei pluriomicida ma conosci dei politici esci e che se invece sei dentro per reati ideologici e hai un po' di dignità trascorri mezza vita tra le sbarre. Non ha avuto neppure il coraggio, l'Italia, di abolire quel “terzo della pena in più”. Non ha avuto coraggio, dignità, equità, equilibrio, onestà, ma si lamenta. E intanto, forse perchè dominata da cinici e da burattinai, da apprendisti stregoni e da partigiani di vecchia o nuova data, questa nostra Penisola non ha fatto nulla per le vittime, per le famiglie, per le memorie, non ha saputo neppure celebrare la tragedia. Si limita, l'Italia, a tirarle demagogicamente in ballo per esaltate sarabande episodiche con invocazioni di linciaggio e di giustizia sommaria evitando, come sempre, di guardare negli occhi il problema che puntualmente rimuove.

Partigianerie e no

Comprendo chi, osservando il tutto da un solo angolo, con vista cieca, trova degli argomenti contro il Brasile o contro l'odioso Battisti, che simpatico davvero non è. Ma quest'ottica frammentata è assurda, è sbagliata. Non ci si dovrebbe scandalizzare per la quinta sentenza brasiliana consecutiva di non estradizione di un “terrorista” (che si somma alle centinaia francesi, alle decine inglesi, a quelle austriache o svizzere) ma dell'immagine contorta che si è riuscito a dare un'altra volta al mondo dove tutti sono generalmente abituati a parlare un linguaggio lineare e chiaro: o le leggi sono speciali (e allora la persecuzione politica c'è) o non sono speciali (e allora vanno rimosse). In ambo i casi l'estradizione di Battisti, o di chiunque altro sia stato oggetto di questa legislazione d'emergenza, è un atto iniquo, distorto, inaccettabile. Certamente basta viziare il tutto con il particolarismo partigiano per capovolgerlo. C'è sempre un motivo specifico di “eccezionalità” perché tizio o caio “meriti” l'ingiustizia. Ma io sono di tempra fascista, ovvero credo nella sintesi e nell'unione delle verghe, cioè nell'equità, e non sono affatto partigiano, ovvero non sono parziale, di parte, per l'eccezionalità. Rifiuto, per indole, per cultura e per scelta, di essere garantista con i miei e forcaiolo con gli altri. Non mi lascio offuscare da simpatie o antipatie, non penso minimamente che chi sta da un lato dello spartiacque meriti indulgenza e impunità e chi sta dall'altro debba essere perseguitato. E se non c'è reciprocità, ovvero se altrove (dove c'è cultura partigiana) si è commessa spesso quest'ingiustizia, non per questo io intendo ripercorrere gli stessi schemi. Se poi i postfascisti-neoantifascistimoderati hanno tentazioni partigiane, di forcaiolismo partigiano, è affar loro. Né dimentico, sia detto en passant, la cultura di amnistie, di pacificazioni, di superamenti che contrassegnò Mussolini anche nei momenti più sanguinosi, quando l'odio era davvero giustificato.

Battisti sì e Lollo no?

Il Brasile, insomma, sta comportandosi bene; a prescindere dalla colpevolezza o dall'innocenza di Battisti, la quale innocenza, rispetto all'essenza della questione, è un dettaglio. Il Brasile, come tante altre nazioni prima di esso, difende le nostre stesse garanzie di cittadini. Il problema, semmai, per quanto lo riguarda è un altro: è che diventi un ricettacolo di desperados, visto che più un bandolero che non un combattente sembra essere Battisti e che lì, proprio nel partito di Lula e per giunta con un notevole peso interno, c'è lo stragista di Primavalle, Achille Lollo, una delle persone più abiette della storia di questi trent'anni. Il quale, tanto per la cronaca, non è classificato “terrorista” e non è stato oggetto di una legislazione speciale, tutt'altro, ha goduto di una sentenza invereconda che ne ha sminuito il crimine e non gli ha fatto pagare la più ignobile delle stragi. Ma anche su questo l'Italia delude e c'indigna. Tutti pronti a saltare su per l'estradizione negata a Battisti, con il ministro La Russa che chiede che non si giochi l'amichevole tra le nostre nazionali e la ministro Meloni che propone la si faccia con il lutto al braccio. Ma fino a che il governo brasiliano non aveva dato uno smacco all'Italietta ambigua tutto andava bene? Il rifugio concesso a Lollo non aveva scatenato polemiche così vibranti: ci si limitò a un po' di chiasso tardivo e demagogico quando la tenue condanna comminata al vigliacco cadde in prescrizione e nulla si poteva più fare né reclamare. Allora, in un lungo lasso di tempo fatto di decenni, non oggi, avrebbe avuto un senso e una dignità il serrate di ora. Non ci fu, c'è adesso e non contro l'ineffabile. Normale, come da sei decenni avviene in quest'Italia, giustamente disprezzata internazionalmente, ogni sangue ha un valore diverso e quello di un bambino e di un ragazzo del proletariato fascista conta meno di altro sangue, fa meno convergenza, meno sinergia: è più facile prendersela con Battisti e allora lo si fa; per Lollo, che è protettissimo bastano delle dichiarazioni per salvare la faccia. Questa è l'Italia e proprio perché è questa la sua giustizia non convince nessuno. Tutto sommato preferisco il Brasile. Meglio la samba del balletto in maschera dei nosferatu.

Gabriele Adinolfi

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sabato, 31 gennaio 2009
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venerdì, 30 gennaio 2009
Appartenente alla generazione di giovani registi destinati a cambiare per sempre il volto di quella New Hollywwod dei primi seventies (Coppola, De Palma, Spielberg, Lucas, Scorsese...), John Milius (1946) è forse il più misconosciuto filmaker americano dotato degli ultimi trent'anni.
Ottimo sceneggiatore prima ancora che regista, grande estimatore del cinema western di John Ford, Milius è fondamentalmente narratore.

Il respiro epico-narrativo di gran parte della sua opera rende alcuni suoi film dei veri e propri piccoli e grandi capolavori del cinema americano degli anni '70 e '80, opere oggi forse superate nei contenuti e nello stile, probabilmente non valorizzate appieno da critica e pubblico al momento dell'uscita, in parte rivalutate poi.


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venerdì, 30 gennaio 2009
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venerdì, 30 gennaio 2009

Un fantascientifico complotto sovietico per invadere gli Stati Uniti.
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venerdì, 30 gennaio 2009
VINCITORI E VINTI - tratto da facebook

“Senza pietà per i vinti non c’è l’Iliade”, dice Erri de Luca. E non è una notazione letteraria. Erri lo dice a proposito di noi, la nostra generazione. In vario modo impegnata nella battaglia rivoluzionaria degli anni ’70, e in vario modo sconfitta. La generazione più carcerata della storia d’Italia, dice ancora. E non propone gesuitici distinguo. Niente sciacallaggio sui morti e sui vinti.
Ma i canoni mitici della Grecia arcaica non sono più da tempo. Il racconto di uomini che inseguono la vita sostituito dalla celebrazione del Potere che afferma inseguire uno scopo. E se la battaglia non ha più un senso in sé, ma deve averlo soltanto come elemento del percorso del vincitore verso un fine che la trascende, allora non può più esserci pietà per i vinti. Se il percorso del vincitore deve proseguire, ed è il “giusto”, il “bene”, la “civiltà”, allora tutto ciò che lo ha contrastato, e ha sconfitto, è il male, l’ingiusto, la barbarie. L’ideologia del Potere, della sua macchina, sostituisce il racconto ‘umano’. O, altrimenti detto, l’astrazione della continuità del Potere, dal passato al futuro, sostituisce la concretezza dell’umano affannarsi per portare, ora e subito, il futuro nel presente. Da lì in poi lo scontro non sarà più narrato come scontro tra popoli, tra uomini, ma tra il Bene e il Male. La narrazione del Potere, a differenza del racconto umano, è sempre manichea. Non essendo umano, ma solo strumento che adempie la coercizione del necessario, non conosce la pietà.

E dato che il Potere – la sua giustezza, il suo bene, la sua superiore civiltà – è un continuum in cui i tempi inesistenti del passato e del futuro hanno prevalenza sul presente, la sua ideologia unilaterale deve continuare a sopraffare la coralità del racconto, pena la rottura di quel continuum. Finché c’è memoria del passato, ma anche ben oltre, la lettura che se ne dà deve essere quella che consacra il Potere. Ragione per cui è ancora difficile, per esempio, venire a capo degli orrori compiuti nel Meridione dalle “truppe liberatrici” piemontesi, e garibaldine. E quindi nel Meridione che non ha avuto un proprio racconto epico, ma solo la Storia del vincitore, lo Stato di quel vincitore non è mai stato di fatto riconosciuto come proprio.

Non può quindi esserci pietà per i vinti. Politicamente pericoloso. E quei vinti vanno mantenuti in uno stato di separatezza. Una discriminazione nel loro essere sociale che passa attraverso la loro perenne relegazione morale nella categoria del ‘male’. Una relegazione che ha molte valenze nel gioco delle parti che tutti ci racchiude. Permette di riaffermare tramite loro, a rovescio, il bene rappresentato dal Potere, dalla società tutta che, auto-assolvendosi da ogni possibile coinvolgimento, assolve così anche il Potere che la rappresenta. Consente tra l’altro di impedire che, avendo voce, i vinti possano aprire fratture di molteplicità nella unilateralità della sua Storia e, quindi, della sua essenza. Perché, alla fine, il Potere è poco altro che la narrazione di sé, e la presa che le narrazioni autoritative e ben congegnate hanno sui destinatari. Dalla formazione delle città, e dello Stato, fino ad oggi. Un continuum sempre necessitato dal ‘bene comune’, dalla ‘oggettività’ delle condizioni particolari, dalla scelta morale, dalla salvezza contro un ‘Male’ incombente.

Il racconto umano dei vinti, anche la minima traccia di onore, o coraggio, o qualsiasi cosa sia a formare, o salvare, l’orgoglio nella sconfitta, deve essere eliminato dal bombardamento a tappeto della narrazione dei Vincitori. Quella narrazione univoca che subito cerca nuove sponde, nuovi rimbalzi per confondere nella polifonia delle voci l’unicità dello spartito.
E l’assommarsi dei rimbalzi crea un effetto di saturazione e, con questo, di conferma di una narrazione esente da dissonanze. Lo spartito, il copione unico, scompare nascondendosi in un invisibile sottotesto che fornirà a tutti la chiave di recitazione spontanea del proprio ruolo. Così se il vinto sta per prendere pubblica parola, se il vinto è prossimo alla temuta rottura dell’unicità della narrazione, si alzerà da più parti il coro di condanna. Lo sbarramento morale che, eternamente attualizzando il male di cui il vinto è stato portatore, perpetua di riflesso nell’esecrazione la lode del vincitore e l’essere dalla parte ‘giusta’ dei corifei.

Richiedere la pietà per i vinti, è tutt’uno con il richiedere la loro parola. Con il richiedere l’accettazione della molteplicità dei racconti. O, come l’Iliade, di un racconto che sappia accogliere il molteplice. Ed è, ovviamente, una richiesta che non può essere fatta a chi instaura, gestisce, custodisce, e protegge dall’eresia l’unicità ideologica della Storia. E’ invece fatta a chi può disporsi all’ascolto, allo scambio, a chi nel vederlo inibito, impedito, irriso, può impegnare la propria voce per il diritto dei vinti alla parola.
Quella dei vinti senza diritto di pubblica parola è una condizione che può portare ad assimilazioni con chi subisce, o ha subito lo stesso ostracismo. Ha portato me a considerare che una identica tecnica di esorcismo manicheo, seguito dallo sviluppo polifonico della narrazione ideologica del vincitore, con conseguente costituzione di un corpo di guardiani dell’ortodossia politico-storiografica, e quindi fuoco di sbarramento contro chiunque minacciasse il monolito, è stata applicata sul Fascismo.

Non voglio qui entrare nel merito diretto della questione, ma solo abbozzare una qualche premessa. Per quanto detto fin qui mi riesce difficile condividere il frammischiamento tra diritti dei cittadini e diritto del vincitore (quello di Brenno, per intenderci: Vae victis) che è stato fatto nella nostra Costituzione. Questa fissa negli articoli del titolo ‘Diritti e doveri’ le libertà di cui gode il cittadino. Tra queste la libertà di parola e quella di associazione. Il diritto del vincitore, entrandoci poco con una costituzione democratica, è nelle disposizioni transitorie, cioè dentro la Costituzione ma non troppo, all’italiana. In queste disposizioni si vieta la "riorganizzazione, sotto ogni forma, del disciolto partito fascista". E poi nella legge Scelba, alla faccia della transitorietà, diverrà reato penale. Ora, parlando di diritti e non di opinioni personali, come si può riconoscere il diritto di associazione a tutti i cittadini, ma poi negarlo a una parte, ai fascisti? Erano fuori dal diritto di cittadinanza? Andrebbe poi notato che il Tribunale Speciale fascista processava gli oppositori per "ricostituzione del disciolto partito comunista". Esattamente al rovescio. Solo che quello era il tribunale di una dittatura. In due parole a mo’ di esempio: il regime comunista ha portato alla Russia danni e orrori infinitamente maggiori del regime fascista in Italia, eppure dopo la caduta dell’Impero sovietico non è stata impedita nella Costituzione la riorganizzazione del partito comunista. Ancora lì vivo e vegeto. Anche se minoritario.
Quindi se deve essere riconosciuto il mio diritto di parola, senza che in questo conti altro che il mio essere cittadino in un regime di uomini liberi, allora lo stesso diritto non può essere negato a chi si dichiara fascista. Se non è così si rimane nel gioco delle parti, che assai poco ha a che fare con i diritti. Riconosco il diritto di parola a tutti, ma soprattutto a chi è dalla ‘mia parte’ … e tranne a qualcuno. Perché? Perché quel qualcuno rappresenta in modo inequivocabile il ‘male’, e quindi non può avere questo diritto. E’ fuori dal consesso di chi rispetta e gode diritti. Il problema è che così (oltre ad essere troppo prossimi allo spirito di Salem) hanno buon giuoco quanti negano il mio diritto di parola, proprio perché io non sto dalla loro parte e rappresento il ‘male’. E dato che la visione del ‘male’ è molto relativa, così facendo non si dà diritto ma pretese contrapposte delle parti. Proprio ciò che deve essere superato da una carta dei diritti. E, solitamente, la scrittura di questa carta coincide con una fondazione, o rifondazione di una società. Con il superamento di una fase critica, di uno scontro mortale che va riportato sul terreno della contrapposizione politica.

Da noi non riesce a essere così. E secondo me questo ha portato sfaceli a non finire creando fronti contrapposti tagliati con l’accetta dell’ideologia. Noi qui abbiamo il problema, del tutto illiberale, che far parlare qualcuno voglia dire riconoscerlo, dargli una qualche patente. Magari la patente di cittadino che, dice Jefferson, è il minimo che gli spetta per nascita. La guerra civile è finita, ed è finita anche la Guerra Fredda. Forse è il caso di applicare, come passo minimo, non dico il principio basilare di difendere fino alla morte il diritto di parlare anche di chi ci è contrario, cosa che per noi italiani sarebbe troppo, ma soltanto il suo diritto di parlare e, magari, già che sovranamente glielo riconosciamo, di ascoltare. Forse potremmo scoprire che non tutto è come credevamo. Non tutto bloccato nelle immagini dei manifesti di sessant’anni fa. Forse potremmo scoprire che buona parte della reciproca esclusione è dovuto al perpetuarsi di quei vecchi modelli che nessuno è mai più andato a verificare.
Forse si potrebbe scoprire che c’è disaccordo, ma non per questo bisogno di prendersi a bastonate. C’è altrettanto disaccordo, c’è sempre stato, nell’area della sinistra militante. Si è più volte arrivati a cazzotti e a sediate, a identificare negli avversari dei nemici giurati che andavano ridotti all’impotenza.
O comunque, seppure fosse che devono esserci cazzotti, dare una spurgata alle valenze religiose dello scontro tra “Bene” e “Male”, e riportarlo sul terreno più concreto del conflitto sulla rappresentanza dell’antagonismo. Perché oggi, a differenza degli anni ’20, il referente sociale delle due radicalità è il medesimo. Il disagio, il degrado sociale, lo smarrimento nei tempi della globalizzazione del mercimonio capitalistico. Non a caso questa destra radicale, all’opposto della destra ‘atlantica’ e ‘padronale’ degli anni ’70, è antimperialista, No Global, no OGM. E, quindi, una realtà con cui fare i conti, senza rifugiarsi nella comodità dell’antifascismo. E – considerato poi che una destra ancora ‘atlantica’, forcaiola, teo e neo-con, nemica della trasformazione e dell’antagonismo esiste – fare un tentativo per verificare quanto e come sia possibile non schiacciare in quel campo chi in realtà gli va contro.

Animato da questa prossimità con i vinti cui vuole negarsi la parola, andrò a presentare un mio libro in un palazzo che è stato occupato da militanti della destra radicale per ospitare famiglie senza casa e per averne una sede. Non sarà forse una passeggiata, perché ancora è forte l’animosità per i troppi giovani restati sul selciato negli anni ’70. E io nei primi anni di quel decennio di sangue sono stato, seppure non a tempo pieno, un cacciatore di fascisti. Sono però convinto che quell’animosità dipenda di più dal residuo mai sciolto dell’idea cristallizzata, ideologizzata, stereotipata che ci si era reciprocamente fatti del “nemico”. E questo residuo bisogna provare a sciogliere. Per porre tutti quei ragazzi morti dentro un’unica pietà, anche se nella particolarità delle memorie, o nella diversità delle commemorazioni. E finalmente seppellirli. Senza più lasciarli inumati a metà perché il redde rationem è ancora da risolvere. Superare le ragioni ideologico-religiose di quell’odio e riportare i motivi di scontro dentro la concretezza dell’umano contendere per l’affermazione di risposte diverse alle medesime domande.
Vi ringrazio tutti di cuore per la vostra iscrizione a questo gruppo di ‘libertà’. Devo proseguire.
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venerdì, 30 gennaio 2009


Operazione da 600.000 euro per acquisire lo stabile occupato dal movimento di destra ed evitare lo sgombero.

Casapound “sanato”, è polemica
 Interrogazione di Mansutti: «Così la legge non è uguale per tutti»
I militanti di Casapound esultano, l’assessore ai servizi sociali Stefano Galetto chiede «quante volte in Italia sono stati aiutati centri sociali di ben altra natura?» e il capogruppo del Pd, Maurizio Mansutti, presenta un’interrogazione. L’acquisizione dello stabile ex Enel occupato due anni fa è al centro di un’aspra polemica. L’esponente del Pd: «Così la legge non è uguale per tutti, creato un pericoloso precedente». L’operazione costerà 600.000 euro.
Per i militanti politici di Casapound è la notizia che segna un traguardo raggiunto, perché l’occupazione è stata «una soluzione ad un disagio diffuso», che a dire del gruppo nulla ha a che vedere con l’illegalità. L’operazione messa in campo per l’occasione da Provincia e Comune, secondo il movimento di destra, apre così la strada alla realizzazione «di altri progetti che la precarietà della situazione non ha permesso di realizzare». E tanto di sostegno all’attività di Casapound arriva anche dall’assessore ai Servizi sociali del Comune Stefano Galetto, che ribadisce come l’acquisto dell’immobile dell’Enel da parte delle due amministrazioni non abbia in sé nulla di scandaloso. «Vogliamo verificare in tutta Italia – commenta – quante volte i rappresentanti delle istituzioni siano andati in soccorsi di centri sociali di ben altra natura? Qui invece non ci sono mai stati problemi legati a disordini o atti di violenza. Non mi sento di condannare l’occupazione di Casapound. Si tratta di ragazzi che hanno svolto attività di sostegno ai bisognosi, impegnati in un’azione a carattere sociale, anche se realizzata attraverso una provocazione come quella dell’occupazione». Così l’ostacolo dell’invasione illegale di uno stabile privato è aggirato. L’acquisto consentirà di evitare lo sgombero e darà anche il tempo a Casapound di organizzarsi per meglio definire attività e progetti.
Nel dettaglio, i costi dell’operazione ammontano ad appena 600.000 euro, 400.000 dei quali saranno sostenuti dalla Provincia che concederà poi la proprietà all’amministrazione comunale. La successiva gestione sarà poi affidata, presumibilmente, ad un bando pubblico rivolto al mondo dell’associazionismo con finalità rigorosamente socio- culturali, assistenziali e di aggregazione. Ma per Casapound non è escluso che ci sia una corsia preferenziale. «Immagino che si possa aprire un ragionamento con i ragazzi – dice Galetto – E se si definisce una situazione di irregolarità non vedo perché procedere a uno sgombero».
Peccato che Casapound non abbia propriamente le caratteristiche di un’associazione di volontariato e che l’operazione non sia lontana dal rischio di creare un precedente, come sottolinea il capogruppo del Pd Maurizio Mansutti. «D’ora in poi chiunque occupa illegalmente un alloggio rischierà, buon per lui, di farla franca, perché ci penseranno Comune e Provincia». Sul caso Mansutti presenta un’interrogazione al sindaco e al presidente del consiglio comunale, chiedendo anche con quali fondi il Comune pensa di provvedere all’acquisto. «Le finalità sociali – prosegue Mansutti – sembrano una foglia di fico: ci sono decine di programmi abitativi fermi nei cassetti del Comune che possono, legittimamente, rispondere al bisogno di case. E come mai poi Zaccheo per avviare l’abbattimento della Svar ha preteso la conferenza dei servizi sull’ordine pubblico e per acquisire la palazzina Enel non ha sentito la stessa necessità? E’ stato invece sufficiente un protocollo, come un contratto tra privati. Due pesi e due misure. La legge, noi pensiamo, è certo lenta, ma uguale per tutti».

Il Messaggero


Casapound sulle dichiarazioni di Mansutti

“Questi toni non ci piacciono. Invitiamo Mansutti ad un pubblico dibattito.”
Con queste parole Casapound interviene sulla polemica innescata dal capogruppo del PD Maurizio Mansutti dopo la firma del protocollo d’intesa sull’acquisto dello stabile dell’ex Enel da parte del Comune e della Provincia.

Le parole espresse in questi giorni da Mansutti, pubblicate su un solo quotidiano, ci sembrano polemiche sterili e dettate da puri interessi elettorali. Non volendo entrare in diatribe di partito e tanto meno in contese elettorali, invitiamo il signor Mansutti a partecipare ad un pubblico dibattito e a visitare la struttura di Casapound che evidentemente non ha la minima idea di cosa sia diventata per tante persone in difficoltà o in cerca di spazi aggregativi.

Il nostro nome non deve essere accostato a nessun partito politico o usato in improbabili amicizie di comodo vista la nostra estraneità a queste logiche e dimostrata da un progetto aperto a tutta la collettività.
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giovedì, 29 gennaio 2009
ROMA: L’EX BR MORUCCI A CASAPOUND IL 6 FEBBRAIO, PRESENTERA’ IL SUO ‘PATRIE GALERE’
L’ASSOCIAZIONE, SI DISCUTERA’ DI CARCERI MA ANCHE DI LIBERTA’ DI PAROLA

Roma, 29 gen. (Adnkronos) – L’ex brigatista Valerio Morucci sarà il prossimo 6 febbraio a Casapound. L’occasione è la presentazione, nella sala conferenze dello stabile occupato di via Napoleone III, a Roma, di ‘Patrie Galere. Cronache dall'oltrelegge’, il libro, edito da Ponte alle Grazie, nel quale il terrorista dissociato che fu uno dei rapitori di Aldo Moro racconta gli anni passati in carcere.

“Il libro di Valerio Morucci, ex Potere Operaio e Br, è frutto delle esperienze detentive dell'autore nei maggiori supercarceri d'Italia a cavallo tra gli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta – spiega Casapound Italia – e culmina nel racconto inedito della rivolta di Badu' e Carros. Un libro che presenta una severa riflessione sul sistema detentivo, sulle sue leggi non scritte e il suo essere totalmente estraneo al mondo esterno, dal quale trae esclusivamente delle versioni grottesche e distorte dei meccanismi di potere che lo dominano’’. Ma la presentazione, sottolinea ancora l’associazione, sarà anche “occasione di dibattitto sulla libertà di parola, dopo le recenti polemiche che hanno visto chiudere le porte delle università all'autore, nella medesima maniera in cui nel mese di dicembre il Blocco studentesco si è visto negare il diritto a tenere conferenze nei maggiori atenei romani’’.

Alla conferenza, che sarà trasmessa in diretta su Radio Bandiera Nera (www.radiobandieranera.org), inteverranno, oltre all'autore, i giornalisti Giampiero Mughini, Angelo Mellone e Ugo Maria Tassinari, il vicecapogruppo del Pdl in Campidoglio Luca Gramazio e il responsabile di “Occidentale” Carlomanno Adinolfi. L'appuntamento è per venerdì 6 febbraio alle ore 21 a Casapound, in via Napoleone III 8 a Roma.

ROMA: IANNONE, MORUCCI A CASAPOUND? ‘ASILO POLITICO’ A CHI HA DA DIRE MA NON PUO’ PARLARE

‘LANCERA’ APPELLO A FERMARE MECCANISMO DIABOLICO DELL’ANTIFASCISMO’


Roma, 29 gen. (Adnkronos) – “Nessuna legittimazione ai terroristi. Ma Casapound è uno spazio di libertà, perciò chiunque abbia qualcosa da dire e non possa dirlo altrove da noi troverà sempre 'asilo politico'”. Così il leader di Casapound Italia, Gianluca Iannone, spiega all’ADNKRONOS le ragioni che hanno spinto l'associazione a organizzare, il prossimo 6 febbraio alle 21 nello stabile occupato di via Napoleone III 8 a Roma, la presentazione del libro 'Patrie galere. Cronache dall'oltrelegge' (Ponte alle Grazie) di Valerio Morucci, l’ex Br la cui annunciata partecipazione a un dibattito alla Sapienza, poi annullato, è stata recentemente al centro di una polemica violentissima.

''Perché abbiamo invitato Morucci? Innanzitutto perche' ci ha annunciato un appello importante – afferma Iannone -, l'invito a mettere fine al meccanismo diabolico dell'antifascismo, un meccanismo che lui ha detto esplicitamente di condannare. Si parla tanto di riconciliazione nazionale: superare l'antifascismo è un passaggio obbligato. E poi perche' a Morucci è stato impedito di parlare all'università, proprio come è accaduto al Blocco Studentesco, che si è visto revocare l'autorizzazione a incontri già organizzati in due diversi atenei, nonostante avesse tutte le carte in regola e avesse seguito alla lettera le procedure previste''.

D’altra parte, sottolinea il presidente di Cpi, '”se nei suoi cinque anni di vita Casapound ha ospitato conferenze di vario taglio, e il motivo è uno solo: Casapound fa cultura, è cultura, nelle mille implicazioni che un concetto così complesso racchiude. Casapound è uno spazio di libertà, perciò chiunque abbia qualcosa da dire e non possa dirlo altrove da noi troverà sempre 'asilo politico'’’. (segue)

NESSUNA INFATUAZIONE VERSO EX TERRORISTI, MA CLIMA D’ODIO E’ FUORI DALLA STORIA

(Adnkronos) - ‘’Peraltro – prosegue Iannone - all'incontro, che, proprio perché non abbiamo nulla da nascondere, verrà trasmesso in diretta su Radio Bandiera Nera, parteciperanno, oltre a Morucci e al consigliere comunale capitolino Luca Gramazio, personalità di sinistra, come Ugo Maria Tassinari e Giampiero Mughini (che, forse non lo ricorderanno tutti, ma è stato direttore di ‘Lotta Continua’) e intellettuali di destra come Angelo Mellone e Carlomanno Adinolfi, che, oltre a essere il responsabile di ‘Occidentale’, è il figlio di Gabriele Adinolfi, ingiustamente accusato della strage di Bologna come tanti altri ragazzi di destra dell'epoca, e quegli anni li conosce, li ha subiti, dovendo vivere sulla sua pelle la lunga latitanza del padre”.

Detto questo, assicura, “noi non vogliamo dare nessuna legittimazione a terroristi o ex terroristi, ovviamente. Da parte nostra non c'e' nessun tipo di infatuazione culturale, politica e umana verso questa persona. Morucci viene qui a presentare il suo libro, 'Patrie galere'. Un libro nel quale racconta l'esperienza carceraria, e che offre riflessioni interessanti per un'intera generazione. E poi Morucci i suoi conti con la giustizia li ha pagati, anche se in Italia sembra che non ci si riesca mai a liberare del proprio passato. Quanto ai parenti delle vittime, sono passati 30 anni e il grande dolore lasciato non passerà neanche tra altri 30. Esiste una galera personale da cui chi ha ucciso non uscirà mai. Quello che hanno pagato fin qui credo sia sufficiente, anche se non sta a me giudicare’’.

“Per quello che è successo in Italia negli anni '70 e '80 – sostiene il leader di Casapound - a chiedere scusa  non dovrebbe essere solo chi allora rappresentava la prima linea, ma anche quegli ambienti della politica e della cultura che, senza mai rischiare in prima persona, hanno contribuito a creare un clima di violenza e sopraffazione. Un ambiente che non ha mai pagato e che, anziché imparare dagli errori del passato, continua a lanciare appelli all'antifascismo. Forse qualcuno non se n’è ancora accorto ma quei tempi sono superati. Chi vuole fomentare un clima d’odio è fuori dalla storia. L’ha capito anche Morucci. E certo Casapound in quel vicolo cieco non ci si infila”.

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categoria:politica, kulturkampf
giovedì, 29 gennaio 2009
La base militante e i ragazzi del Blocco Studentesco Prato comunicano la loro adesione al movimento CasaPound Italia e la costituzione di un nucleo locale.

Questa scelta è anche conseguenza di un atteggiamento a dir poco ignobile tenuto dal Movimento Sociale Fiamma Tricolore nei nostri confronti; comporatmento che si è constanziato nel mancato rispetto delle norme statutarie che richiedevano la convocazione di un congresso nazionale e nella illegittima espulsione di Gianluca Iannone,ex membro della segreteria nazionale di Fiamma tricolore e fulcro attorno a cui ruota il nuovo movimento CasaPound Italia.

Animati dalla volontà di portare avanti battaglie  quali il diritto alla proprietà della casa,attraverso la proposta di legge del Mutuo Sociale e desiderosi di incidere sul territorio con particolare riguardo alle problematiche  sociali e lavorative che lo caratterizzano, abbiamo deciso di impegnarci in questo nuovo progetto totalmente apartitico e aperto al dialogo con qualsiasi formazione politica che si dimostrerà attenta alle nostre istanze.
Siamo pronti a questa nuova avventura.

Per info: casapoundprato@yahoo.it
Responsabile provinciale CasaPound Italia-Francesco Corrieri
Responsabile provinciale Blocco Studentesco-Renato
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categoria:politica
giovedì, 29 gennaio 2009


Non ci sarà mai lo sgombero di Casapound, anzi da oggi in poi chi a Latina occupa uno stabile potrà sperare nello stesso trattamento avuto dall’organizzazione di destra che due anni fa è entrata nello stabile dell’Enel. Vale a dire l’acquisizione «per fini sociali» da parte di Comune e Provincia. Un protocollo d’intesa è stato firmato nei giorni scorsi, la cifra dell’operazione è ancora da stabilire, in futuro per la gestione dello spazio - nel frattempo adibito anche a ricovero per dei senza casa - sarà pubblicato un bando. Intanto resta tutto così. «Abbiamo evitato lo sgombero che avrebbe comportato problemi - spiega l’assessore provinciale Fabio Bianchi - anche per le famiglie che vivono lì».

A dicembre hanno festeggiato due anni. Due anni di occupazione di uno stabile in pieno centro cittadino, di proprietà dell’Enel, di cui nessuno si era più curato. I militanti di destra di Casapound, dopo aver ricevuto il benestare e tanto di attestati di solidarietà e sostegno da amministratori di destra e di sinistra, hanno appeso il tricolore alle finestre e lo hanno reso il loro quartier generale politico, tirandolo a lucido, creando una personale biblioteca, spazi ricreativi e anche camere per dormire ed ospitare famiglie senza alloggio. E salvandosi da ben tre minacce di sgombero, in realtà mai concretizzate, da parte dell’ente proprietario dell’edificio. L’ultima, un mese fa, è stata di nuovo evitata in extremis grazie all’intervento di Comune e Provincia e alle trattative in corso tra le due amministrazioni e l’Enel.

La novità è che l’ipotesi di procedere allo sgombero di un’occupazione abusiva dello stabile sembra ormai definitivamente tramontata. Sostituita da un intervento messo in campo dal sindaco e dal presidente della Provincia per l’acquisizione dell’edificio, da destinare, come espressamente indicato, a fini socio culturali e assistenziali. L’intera operazione è suggellata da un protocollo d’intesa fresco di stampa e già siglato dalle due amministrazioni e dall’Enel: la palazzina di viale XVIII dicembre sarà acquistata e la sua proprietà passerà poi al Comune che la destinerà, secondo criteri e modalità da definire, ai fini indicati nel protocollo. Quanto costerà l’operazione è ancora da stabilire, sarà certo una cifra importante, ma per la gestione futura la strada da seguire, come spiega l’assessore ai Servizi sociali della Provincia Fabio Bianchi, sarà con ogni probabilità quella di un bando pubblico rivolto ad associazioni ed enti in grado di gestire la struttura. E rivolto anche agli occupanti di Casapound, che al pari di altri organismi sociali, potranno partecipare e presentare domanda e progetti, ma nelle more della preparazione del bando e dell’iter procedurale che ne segue tutto resta esattamente com’è adesso e il gruppo potrà proseguire la sua attività.

Nell’ipotesi poi di un frazionamento dello stabile, che apre la strada a una gestione multifunzionale di questo centro sociale, non è detto che i militanti di Casapound, «che hanno dato la loro adesione alle finalità stabilite dal Comune», siano mai costretti a fare la valige. E per sgomberare il campo dal rischio concreto di creare un pericoloso precedente, le istituzioni la spiegano così: «Abbiamo evitato – dice Fabio Bianchi – uno sgombero che non sarebbe stato pacifico e che avrebbe per di più comportato la necessità di contenere il disagio delle famiglie senza casa ospitate nella struttura». Resta il fatto che da questo momento in poi chi occupa uno stabile può almeno sperare nello stesso trattamento.

Intanto le attività politiche del gruppo proseguono a pieno ritmo. Questo pomeriggio alle 18, nella sede, è prevista la presentazione del dossier sugli scontri del 29 ottobre scorso di Piazza Navona: “Comunisti all’assalto di un sogno generazionale”.

Il Messaggero
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categoria:politica
giovedì, 29 gennaio 2009
SHOAH – IDV: GOVERNO VUOLE FILONAZISTA IN CDA FONDAZIONE CULTURALE

“Italia dei Valori ritiene vergognosa la proposta di nomina del giornalista Pietrangelo Buttafuoco, noto per la sua propensione all’ideologia nazista, proposto dal governo come componente del consiglio di amministrazione dell’Istituto nazionale per il dramma antico, fondazione che ha lo scopo di valorizzare la cultura classica”. Lo dichiara Pierfelice Zazzera, capogruppo IdV in commissione cultura e istruzione alla Camera.

“La proposta del governo arriva poi – aggiunge Zazzera - all’indomani del giorno della memoria Come componente della Commissione Cultura, ma prima di tutto come uomo ritengo che si tratti di una grave e inaccettabile offesa alla memoria del Paese. Italia dei Valori voterà contro questa proposta, auspicandone il ritiro altrimenti – conclude Zazzera -chiediamo ai componenti della Commissione di dare un segnale di coerenza e rispetto per i tanti morti del fascismo e del nazionalsocialismo, bocciando la nomina di Buttafuoco”.

LA REPLICA

Abbiamo contattato telefonicamente Pietrangelo Buttafuoco - cui diamo tutta la nostra solidarietà e indignazione - che ha così replicato all’infamante comunicato dipietrista: “Leggo che l’onorevole Zazzera mi dà del nazista. Dare del nazista a me dimostra solo una cosa: di essere lui un cretino. Ma nell’accontentarlo ad essere così cretino dovrà pure rassegnarsi: di non essere io un nazista.
Risultato: resta un cretino in automatico, anche senza l’aiuto del sillogismo”
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categoria:il vostro mondo, anti-antifa
giovedì, 29 gennaio 2009
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categoria:immagini
giovedì, 29 gennaio 2009


I Kraftwerk (Centrale elettrica in tedesco) sono una band tedesca di musica elettronica formatasi a Düsseldorf nel 1970. Sono considerati i pionieri della musica elettronica, il cui stile musicale ha influenzato la musica pop della fine del XX secolo e ha determinato la nascita di nuovi generi musicali.
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categoria:kulturkampf, video musicali
mercoledì, 28 gennaio 2009
Reporter sens frontière (Rsf) ha pubblicato la prima classifica mondiale della libertà di stampa e non sono mancate le sorprese. Innanzitutto va rilevato che, pluralismo e libertà nella diffusione delle notizie non sono una prerogativa dei paesi più ricchi e sviluppati. Basti pensare che il Costa Rica precede in classifica gli Stati Uniti e diverse nazioni europee. L’Italia, a causa dell’irrisolto conflitto di interessi del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si piazza al quarantesimo posto, superata da paesi latinoamericani come Ecuador, Uruguay, Paraguay, Cile ed El Salvador, oltre che da Stati africani come Benin, Sudafrica e Namibia. La maglia nera dei peggiori del gruppo spetta a tre nazioni asiatiche: Corea del Nord, Cina e Myanmar. In fondo alla classifica figurano anche la maggior parte dei paesi arabi, a partire da Libia, Tunisia e Iraq, dove è semplicemente impensabile che un giornale o una testata radiotelevisiva possa criticare il capo dello Stato o l’operato del governo. R.s.f. assegna invece buoni voti ad alcune realtà africane come Benin, Sudafrica, Mali, Namibia e Senegal, tutte collocate nelle prime cinquanta posizioni e in condizione di vantare una reale libertà di stampa. I peggiori nell’Africa nera risultano essere Eritrea (132ma), Zimbawe (123mo), Guinea Equatoriale (117ma), Mauritania (115ma) e dal 109mo al 105mo posto, Liberia, Rwanda, Etiopia e Sudan. (Reporters sens frontiéres).
Posizione Paese Note

1 Finlandia 0,50
- Islanda 0,50
- Norvegia 0,50
- Paesi Bassi 0,50
5 Canada 0,75
6 Irlanda 1,00
7 Germania 1,50
- Portogallo 1,50
- Suecia 1,50
10 Danimarca 3,00
11 Francia 3,25
12 Australia 3,50
- Belgio 3,50
14 Slovenia 4,00
15 Costa Rica 4,25
- Svizzera 4,25
17 Stati Uniti 4,75
18 Hong Kong 4,83
19 Grecia 5,00
20 Equador 5,50
21 Benin 6,00
- Inghilterra 6,00
- Uruguay 6,00
24 Cile 6,50
- Ungheria 6,50
26 Africa del Sud 7,50
- Austria 7,50
- Giappone 7,50
29 Spagna 7,75
- Polonia 7,75
31 Namibia 8,00
32 Paraguay 8,50
33 Croazia 8,75
- El Salvador 8,75
35 Taiwan 9,00
36 Mauricio 9,50
- Perú 9,50
38 Bulgaria 9,75
39 Corea del Sud 10,50
40 Italia 11,00

Per chi avesse ancora qualche dubbio a riguardo...

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categoria:il vostro mondo
martedì, 27 gennaio 2009
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categoria:immagini, rbn