Riflessioni in margine al nuovo processo per la strage di Brescia

Si è aperto un ennesimo processo per l'impunita strage di Brescia del 1974. Inquadriamola storicamente: fu consumata all'indomani del referendum sul divorzio, alla vigilia del vertice Pci-Dc-Fiat che si concluse con l'entrata dei comunisti nell'area governativa e con la liquidazione da parte della famiglia Agnelli dei debiti contratti dal partito rosso. Inoltre il Pci chiese ed ottenne le teste del partito avverso (Leone, Tanassi, Gui, Rumor), la mano libera per far strage – fisica e giuridica – di fascisti. Dc e Pci superarono la loro reciproca ostilità propagandistica grazie all'intervento di un elemento di “emergenza nazionale”: lo “stragismo fascista”. Agli interni all'epoca c'era il capo dei partigiani bianchi, Paolo Taviani. In questa sintesi c'è la genesi, la spiegazione e probabilmente anche la matrice di tutto lo stragismo, almeno per quanto riguarda i fatti di casa nostra, perché vanno anche considerate le potenze che volevano estrometterci dal Mediterraneo (Francia, Libia, ma soprattutto Inghilterra e Israele).
Lo stragismo “deve” essere fascista
Lo stragismo doveva essere fascista, o “nazifascista”; questo il Pci impose e i suoi comprimari lo accettarono di buon grado. Ciò nonostante risultò impossibile qualsiasi ricostruzione oggettiva che inchiodasse l'estrema destra alle stragi. Di Piazza Fontana, non si sa bene se fu l'incipit di una storia o il semplice frutto di un caso che poi si trasformò nel prototipo di una strategia infame. Sappiamo per certo che dopo Piazza Fontana, ove piste diverse s'intersecano ma non si seguono, troviamo solo colpevoli anarchici presi con le mani nel sacco, con tanto di fiancheggiatori futur-brigatisti oppure agenti segreti che già sapevano prima ma che non furono inquisiti mai. Eppure per la realizzazione dell'operazione per incriminare i fascisti il Pci impiegò il meglio dei suoi soviet in Magistratura e i servizi segreti crearono una serie infinita di depistaggi (io che sono personalmente parte lesa nella strage di Bologna fui oggetto di ben quattro falsificazioni incriminatorie da parte di questi signori). Rimasero comunque e sempre con un pugno di mosche in mano, ma la catena di fallimenti non scoraggiò i propagandisti leninisti (“ripetete una calunnia all'infinito, diventerà una verità”). Forti del fatto che nessun'inchiesta e nessun interesse si concentrarono verso i gruppi bombaroli rossi come il Superclan o i Gap o verso i partigiani sobillatori della lotta armata, continuarono a martellare indisturbati il dogma. E alla lunga finirono col convincere persino qualcuno di quegli stessi che calunniavano. Potere della suggestione? Del desiderio di essere accettati? Fastidio della scomunica politica? Necessità di dare un senso al disorientamento di uno spontaneismo provocato dal nemico? Inferiorità morale o psicologica? Eccesso d'individualismo? Mancanza di lucidità? Potere dei pregiudizi? Sindrome di Stoccolma? Un po' di tutto ciò.
Se non ci si crede più tanto
I fascisti, senza sponde, senza mezzi, senza alleati, non riuscivano a opporre granché perchè non potevano nemmeno veicolare quello che avevano da dire, e alcuni di essi, vinti e “spontaneizzati” (cioè divenuti iconoclasti e ribelli all'idea di gerarchia) finirono in qualche caso col credere alla verità leninista, ovvero che i colpevoli fossero loro. O meglio, secondo il più classico schema della disgregazione dei vinti, che lo fosse qualche altro camerata su cui puntare il dito per mondarsi dal marchio ereditato da chi li aveva “costretti allo sbaraglio”. Nulla di nuovo sotto il sole; tra i vinti funziona in questo modo da sempre; così per esempio accadde sia dopo il 1943 che dopo il 1945, così nella Francia post-rivoluzionaria, nel mondo post-comunista e via dicendo. Ma se i fascisti non potevano dire o fare granché fu proprio in ambienti di altro genere che s'iniziò a non credere più tanto al teorema mai comprovato e, pian piano, tra i vari Pellegrino, Franceschini, Galli, Fasanella, Tassinari (tutti prodotti puri della sinistra) iniziò a farsi strada l'ipotesi che i fascisti c'entrassero poco o niente e che lo stragismo nascondesse altre logiche e altri protagonisti, alcuni dei quali furono anche descritti da Franceschini e Fasanella. Ma così non va: quel dogma non deve assolutamente morire, per qualcuno è troppo importante; ed ecco allora che viene varata una nuova strategia editoriale e giuridica per mantenere in piedi la concezione dello stragismo nero. L'importante non è far luce su quegli anni e neppure provare il dogma precostituito, l'essenziale è che quella convinzione resti.
L'ennesima Brescia
Così, lancio di pornostorie scandalistico-editoriali a parte, s'inquadra l'ennesimo pastrocchio apertosi a Brescia e destinato più a trasmettere un'ombra oscura e un lezzo inquinante che non a cercare la verità. In questo mucchio informe abbiamo sei imputati. C'è Pino Rauti che ha di sicuro un profilo contorto ma che chiamare stragista è a dir poco grottesco, ci sono i soliti Maggi e Zorzi, sempre incriminati e assolti ma costantemente nel mirino, ci sono poi tre estranei, ovvero lo stradiscusso ex generale dei Carabinieri Francesco Delfino, il presunto collaboratore dei servizi, Maurizio Tramonte, e Giovanni Maifredi uomo che fu collegato al capo partigiano Fumagalli coinvolto nella machiavellica trama del '74. A prescindere dall'esito giudiziario (il quale, visto come è andata a Bologna, non dipende necessariamente dagli elementi processuali) quello dell'oscuramento dell'immagine è già riuscito. Mettendoli insieme con quegli altri alla sbarra s'inquina l'immagine dei fascisti per la vicinanza coatta con i partigiani che, bianchi o rossi, furono i veri protagonisti delle disgrazie italiane sia negli anni Quaranta che negli anni Settanta. Partigiani che tutto sono meno che individui solari, gioiosi, aperti, che ispirano fiducia o sicurezza. Partigiani il cui ragionare, operare, incedere, si ripercuote su quelli che vengono accostati a loro.
La vera storica colpa
Siamo in piena operazione recupero di “verità” preconfezionata; tra tribunali e offensiva editoriale si tende a inchiodare di nuovo e sempre i fascisti al dogma di colpevolezza che oggi traballa. Non si può sapere ancora come andrà a finire. Così io non so se questa nuova controffensiva riuscirà a metter fine a quella ricerca storica onesta e rigorosa che cerca di coprire e tacitare anche con una rumorosa sovrapposizione, mi auguro di no. Anzi auspico che questa metta finalmente in luce le tremende responsabilità dei partigiani negli anni di piombo e tritolo, tanto quelle indirette (le pratiche, quotidiane in quegli anni, dell'omicidio a freddo e dell'attentato tra la gente comune vengono dritte dritte dalla mitologia e dall'esempio resistenziale) quanto quelle dirette che furono significative. E quando finalmente si sarà giunti a ricostruire questa semplice e sinistra verità ci si accorgerà che all'estrema destra colpevole non è tanto chi, spesso a torto, la vulgata ritiene colluso o machiavellico, bensì chi ha sollevato la saracinesca davanti ai partigiani, ai badogliani, aprendo alle candidature dei Di Lorenzo e alle centrali di servilismo britannico. Chi ha compiuto queste irresponsabili scelte non solo ha spalancato la porta a contiguità ambigue, pericolose e inquietanti che poi imputa agli “estremisti”, ma ha prodotto una sudditanza così piena che si è recentemente fatto leva su di essa per rilanciare grottescamente dal pulpito postfascista l'antifascismo proprio quando nessuno, davvero nessuno, tranne i falliti arcobaleno, è più disposto a dargli fiato. Direi che una seria autocritica, un sano esame di coscienza, questo ambiente dovrebbe davvero farselo, consapevole del fatto che il suo vero peccato mortale consiste in queste intese contro natura, obbligatoriamente snaturanti. Difatti che l'esecuzione della strage di Brescia sia rossa o bianca, partigiana o dei servizi, poco cambia, a sporcarci comunque è la contiguità, episodica o meno, con l'antifascismo che due anni prima, con la fusione con i monarchici, aveva trovato cittadinanza nel Msi e che oggi si vuole dittatoriale nella scioglienda An. E se quell'intesa contronatura appropinquò lo stragismo, chiaramente, assolutamente, pienamente democratico, all'ignara galassia missina ed extramissina che provò, fortunatamente con scarso successo, a convertire a pratiche e mistiche badogliane-gappiste qualcuno ha responsabilità storiche e morali incommensurabili che non gli sono mai state contestate.
In parole povere lo stragismo, che ebbe motivazioni strategiche principalmente internazionali, maturò nell'alveo partigiano e antifascista e chi avvicinò i fascisti ai partigiani per meschino calcolo strategico ed elettorale è il responsabile di un inquinamento d'immagine dalle conseguenze evidenti ancor oggi. Tra l'altro fu proprio quella follia che rese possibile il capovolgimento propagandistico della verità e delle responsabilità consentendo che si possa delirare ancora oggi di “stragismo fascista”; il che non sarebbe stato possibile se le distanze dai figli del tradimento fossero state rigorosamente tenute.
Auspici
Negli anni Settanta i partigiani erano ancora attivi, forti del loro cinismo, incoraggiati dalle medaglie che i vincitori e i cortigiani avevano distribuito a gente che spesso aveva cultura di banda e di sopruso, a gente che commise assassini a freddo, stragi, linciaggi; erano attivi ed erano ovunque. Nell'anno delle due stragi (Piazza della Loggia e l'Italicus) li troviamo sia nel partito del golpe bianco, sia nella stanza dei bottoni, sia nel partito del compromesso storico e, nessuna esclusa, quelle bande avevano la mentalità e lo spirito adatti per lo stragismo. Abituati a servire l'occupante straniero, le oligarchie di loggia, cosca e denaro, privi di scrupoli, chi meglio di loro poteva prestarsi a far da manovale?
Non sappiamo comunque quale centrale partigiana eseguì la strage di Brescia Quella che faceva delle bande liberali dei Mar? O quella che faceva capo al Ministero? O invece quella che gravitava intorno al Pci? Dubito che ce lo verranno a raccontare così come non credo che le effettive responsabilità penali dello stragismo e della strategia della tensione verranno mai chiarite. Non mi attendo così tanto, già sarei felice se la nuova sovietizzazione non raggiungesse la forza sufficiente a impedire la ricerca della verità che intende sommergere. Io mi auguro la continuazione di una ricerca storica libera e sincera, che non venga imbavagliata dalle “nuove” veteroverità leniniste che la strategia editoriale raotelesiana rilancia con linguaggi, metodi e sostanza da agit-prop: ossia reiterando accuse infondate e facendo leva sul “calunniate, calunniate, qualcosa resterà!”. E auspico al tempo stesso una seria autocritica che non si basi sui dogmi imposti da fuori ma si concentri sull'individuazione degli elementi di antifascismo - accolto, acquisito o coniugato - nel mondo destroradicale ed estremodestro; perché sono proprio questi a darci l'esatta misura di tutte le sue piccolezze e di tutte le sue macchie. La faccia, così, una sana autocritica l'ambiente degli orfani di ogni sconfitta, la faccia con sincerità e senza pregiudizio alcuno, abbandonando la pretesa di piacere a un giudice esterno o di farsi accettare dagli arroganti censori di sinistra, la faccia e si accorgerà che è sempre stato il più pulito d'Italia. E capirà con ritrovato entusiasmo che può gridare forte il suo orgoglio, o meglio ancora, che, probabilmente unico tra tutti, può incedere a testa alta sorridendo. Con buona pace di quelli che senza teorema o senza complesso sono perduti.
Gabriele Adinolfi