martedì, 30 settembre 2008

Si porrà come interlocutrice tra Iran e Occidente

Dopo un accordo raggiunto tra i permanenti con diritto di veto, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è pronto ad approvare una risoluzione sull'Iran, senza prevedere nuove sanzioni, ma ribadendo l'intenzione della comunità internazionale di risolvere la questione del nucleare di Teheran attraverso la diplomazia. A sorpresa, la strada è stata spianata da un incontro, inizialmente non in calendario, dei cosiddetti 5+1, i permanenti dell'Onu (Usa, Gb, Francia, Russia e Cina) più la Germania, che si sono riuniti in mattinata a New York, ai margini dell' Assemblea Generale. Nei giorni scorsi un primo consulto a sei sull'Iran era stato annullato, dato che non appariva pensabile poter progredire sulla questione iraniana, viste le tensioni tra Usa e Russia dopo la crisi della Georgia. Il primo ad annunciare il progetto di risoluzione, la cui approvazione è attesa entro domani, è stato non a caso il ministro degli esteri russo Serghei Lavrov. Secondo l'ambasciatore russo Vitaly Ciurkin, si tratta di un documento breve, che da un lato "conferma le attuali incertezze all'interno dei permanenti del Consiglio", dopo la crisi georgiana, dall'altro indica la volontà di Mosca di continuare a collaborare con la comunità internazionale. Il segretario al Foreign Office David Milliband e il francese Bernard Kouchner hanno sostanzialmente confermato che il Consiglio di Sicurezza non pensa per il momento a nuove sanzioni, mentre il responsabile per la politica estera europea Javier Solana ha parlato di accordo "molto positivo". Per l'italiano Franco Frattini a risoluzione deve "essere asciutta ma completa", confermando la volontà di sanzioni "effettive" e "credibili". In un incontro con i giornalisti italiani dopo un intervento al Consiglio di Sicurezza, Frattini ha detto che il documento dovrà "confermare la volontà di sanzioni effettive" contro l' Iran perché "solo sanzioni credibili sono una alternativa seria al disastro, cioé alla tentazione di passare dalla diplomazia e dalle sanzioni ad una azione militare, che sarebbe un disastro non solo per la regione ma per il mondo intero". Frattini ha spiegato che parallelamente alla risoluzione, può "partire la ricerca degli Stati che da subito sono pronti a implementare le sanzioni" già votate, auspicando che i paesi europei "diano il buon esempio”. Applichiamo credibilmente le sanzioni che già ci sono".

Non è solo un'abile manovra politica e mediatica quella russa; la diplomazia cerca probabilmente di disinnescare la mina iraniana. La nuclearizzazione di Teheran è stata difatti presa a pretesto per giustificare il dispiegamento dello scudo stellare in Europa e l'allargamento della Nato. Sono, queste, delle chiare manovre belliche che creano pericoli in Europa e in Russia e che vertono ad allontanare i due poli della nostra potenza e della nostra libertà. La disponibilità russa a svolgere questo ruolo è dettata probabimente in buona misura da tali considerazioni.

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martedì, 30 settembre 2008

Luciano Gallino. Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità Laterza, pp. 184 – 14 euro

La dottrina della flexicurity, ovvero "il volto umano" della flessibilità, esce piuttosto malconcia dall'ultima ricognizione di Luciano Gallino sui numeri e sulle vite dei lavoratori precari. Non già perché non sia auspicabile correggere la stabile provvisorietà di fasce sempre più imponenti di occupazione giovanile con il rimedio della formazione continua, dell'aggiornamento professionale e di ammortizzatori sociali efficaci e non compassionevoli. Ci si può impegnare sul fronte della legislazione e della contrattazione sindacale per "evitare che la precarietà dell'occupazione rechi con sé la precarizzazione della vita personale e familiare". Si può "anteporre la sicurezza dell'occupazione alla sicurezza del posto". Si può contrastare l'idea che solo"una maggior libertà legale di licenziamento" garantisce un approvvigionamento così elastico della manodopera da restituire alle imprese la competitività perduta cui attingere per la ripartenza del ciclo virtuoso dell'occupazione. Si possono fare anche nozze con i fichi secchi, dice Gallino, ma muove due sostanziali obiezioni. La prima: ha torto chi sostiene che il sovraccarico di norme democratiche, legislative e sindacali volte alla tutela dell'impiego sia divenuto un ostacolo da rimuovere perché la continuità dell'occupazione non dipenderebbe dal protezionismo neocorporativo dei sindacati, ma dal "possesso di conoscenze ed esperienze che mantengono elevato, ad ogni età, il tasso di occupabilità dell'individuo". Ha torto perché la diffusione delle prestazioni flessibili in Europa ha prodotto una stratificazione delle condizioni lavorative e sociali a forma di clessidra. Nella parte alta, poche centinaia di migliaia di lavoratori hanno il privilegio di salari elevati, formazione continua, occupazione stabile. Ma nella parte bassa della clessidra, "i due terzi o i tre quarti del totale delle forze di lavoro occupate da un'impresa" entrano ed escono da un contratto all'altro, da un subappaltatore all'altro. La forte polarizzazione delle professioni verso l'alto e verso il basso è una tendenza che già Nicola Cacace aveva colto nel suo "Oltre il 2000" edito nel 1993 da Franco Angeli. Ma Cacace era ottimista quando scriveva che "la scuola, la formazione continua" e la "cultura di base" avrebbero permesso anche al manovale di trovare lavoro più facilmente "se più istruito". Gallino oggi spiega che cinque milioni di precari per legge sono imprigionati in mansioni ripetitive e dequalificanti per le quali nessun imprenditore ha interesse ad investire in termini di formazione continua. E la variabilità degli orari e dei luoghi di lavoro, di istruzione, di tempo libero porta la famiglia a non riunirsi più attorno al desco tutti i giorni, anzi la delocalizza insieme con l'impresa. Una volta desertificata la "progettabilità della vita", sono anche minacciati i legami di coesione sociale che rendono armonica la convivenza di una comunità a dispetto dei ricorrenti conflitti sociali, politici e culturali tipici di una società moderna e multietnica. Lo sviluppo economico calpesta così lo sviluppo umano: eppure manager come Sergio Marchionne hanno appena spiegato alla Conferenza Internazionale organizzata il 16 febbraio a Torino dal ministero del Lavoro che "la competitività si può stimolare con gli investimenti, con le strategie, con le scelte manageriali, ma si realizza soltanto con le persone. Le aziende trovano la loro forza nei collaboratori capaci e motivati". La seconda obiezione sta in una critica sferzante del caso danese che da più parti viene indicato come il modello cui ispirarsi per importare in Italia un mix vincente di flessibilità e di sicurezza. Le rilevazioni statistiche danesi includono tra gli occupati i lavoratori collocati anticipatamente in pensione insieme con i molti che seguono corsi di riqualificazione: così il tasso di disoccupazione scende al 6 per cento del 2005 mentre ammonterebbe al doppio. Inoltre, Gallino chiede dove si possono trovare i soldi per versare ai disoccupati un assegno di 19.400 euro annui e per organizzare un corso di addestramento professionale ogni anno a vantaggio di due milioni di loro e dei loro formatori (l'equivalente italiano del 13 per cento delle forze di lavoro in Danimarca). Un po' duro sostenere la praticabilità di un simile programma fiancheggiando l'odio popolare contro il prelievo fiscale che in Danimarca è al 50 per cento del Pil, mentre in Italia è al 43 per cento, con tutti i suoi sprechi. Infine, Gallino non sfugge all'appuntamento con il nodo scorsoio della globalizzazione. Il sociologo torinese nota che le imprese europee ed americane "hanno messo in concorrenza tra di loro poco più di mezzo miliardo di lavoratori aventi retribuzioni elevate ed ampi diritti, con un miliardo e mezzo di lavoratori aventi retribuzioni irrisorie". In Cina, un metalmeccanico costa un dollaro e mezzo all'ora per 60 ore settimanali, contro i 37 dollari orari di un suo collega tedesco. Sono dunque loro, le 100mila corporations transnazionali, non il destino cinico e baro ad aver distrutto il valore del lavoro. Loro hanno ristrutturato la produzione "in modo da sfuggire all'ingombro del diritto del lavoro occidentale". Loro lo hanno polverizzato, non la mano invisibile e neutra del mercato. Loro lo hanno costretto a prendere la forma di una finta imprenditorialità che è maschera beffarda di una condizione di estrema debolezza contrattuale: ti illude di essere libero, ma in realtà ti condanna a subire ricatti sempre più pesanti. E sono ancora loro, la Camera di Commercio americana di Shangay e la Camera di commercio europea di Pechino ad aver osteggiato un progetto di legge che nel 2006 introduceva in Cina minimi salariali addirittura di 75 centesimi di dollaro l'ora, l'indennità di licenziamento, il diritto alla contrattazione. Rigorosamente anticomuniste, le multinazionali occidentali si sono rivelate molto sensibili all'invito di Deng Xiaoping ad "arricchirsi" gioiosamente e hanno negoziato l'annacquamento del progetto con una fervida attività di lobbying, resa convincente da accorate minacce di delocalizzare le produzioni.

Una politica attiva del lavoro, sul piano mondiale e nazionale, dovrebbe colmare il divario di diritti che separa i lavoratori occidentali da quelli dei paesi emergenti, aumentando le retribuzioni e i diritti del miliardo e mezzo oggi sprofondato in condizioni semischiavili. Le notizie che Federico Rampini ci ha portato dalla Cina ("Repubblica" del 28 febbraio) parlano di mercati del lavoro all'ingrosso andati deserti, di crescente potere contrattuale dei lavoratori, di una specie di Statuto dei lavoratori che dall'inizio dell'anno regolamenta i licenziamenti, istituisce la liquidazione, obbliga la retribuzione degli straordinari. Forse il vento sta cambiando, ma la strada è maledettamente lunga. Nel frattempo, Dio protegga i lavoratori cinesi dai loro protettori comunisti, visto che il nostro movimento sindacale europeo ogni tanto celebra qualche solenne liturgia, ma gira un po' a vuoto quanto ad efficacia della sua azione internazionale. E' come Davide contro Golia, ma deve ancora trovare la fionda e la pietra.

Mario Dell'Acqua

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martedì, 30 settembre 2008

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lunedì, 29 settembre 2008

Nel 1919 la Società del Tiro a Segno costituì formazioni premilitari, anche di Bersaglieri, riservate ai giovani di leva ed utili per il loro futuro incorporamento nei corpi. La guerra era appena terminata, e non si parlava ancora di demilitarizzazione . Gli impegni come potenza vincitrice, al contrario facevano presagire un maggior coinvolgimento dell'Italia in questioni internazionali. La doccia fredda della pace separata, da cui venne esclusa l'Italia, non si era ancora avuta. La divisa delle formazioni di Bersaglieri comprendeva il Fez e tutti gli altri elementi caratteristici del soldato di fanteria dell'epoca. L'addestramento era di competenza di ufficiali del corpo. Al 12° battaglione premilitare di Napoli dipendeva anche il caporale Giacomo Schirò nato nel 1901(23 novembre) a Piana dei Greci (ora Albanesi- Pa)., figlio di Giuseppe e Angelina Mandalà di lontane origini Albanesi. Il padre insegnante e direttore dell'Istituto Orientale di Napoli lo iscrisse al seminario greco albanese di Palermo per gli studi ginnasiali e quindi a Napoli per la licenza liceale. Fu tra i ragazzi che assicurarono il servizio postelegrafonico durante i ripetuti e prolungati scioperi del tempo. Promosso caporale per merito e gratificato di un breve permesso raggiunse il padre nel paese natale durante le vacanze estive. Il 23 Luglio 1920 mentre ascoltava un concerto sul corso principale (Kastriota)del paese (in divisa) veniva fatto segno a pesanti insulti da parte di numerosi facinorosi, ora che il clima politico era molto cambiato rispetto all'anno precedente. La minaccia verbale non tardò a trasformarsi in minaccia fisica, tanto che Schirò dovette impugnare la baionetta che portava appresso per difendersi. Inseguito per le strade del paese giunse nei pressi d'un circolo ricreativo agricolo. Il soverchiante numero degli avversari gli aveva già inflitto 53 coltellate mortali. Trascinatosi all'interno dello stabile, vuoto, prese la bandiera stracciata dagli stessi facinorosi e vi si avvolse. Medaglia d'Oro decreto 20 dicembre 1925. E' l'unico caso di concessione della medaglia d'Oro al Valor Militare a un non appartenente alle Forze Armate.

Motivazione:

Ispirato da alto sentimento di patriottismo e civismo, tenne testa risolutamente ad una turba di sovversivi, che vilmente lo avevano aggredito, profferendo parole di vilipendio al Re e alla Patria. Dopo essersi difeso accanitamente con la baionetta, colpendo anche gli avversari, sopraffatto dal numero e respinto entro la sala gioco, cadde con 53 ferite. Abbandonato a terra , morente, con sforzo supremo si trascinò per la sala e raccolta una bandiera strappata a terra, si avvolgeva in essa.


da:
http://digilander.libero.it/fiammecremisi/eramoderna/apocrifi2

http://flickr.com/photos/14678886@N05/2735969159 

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lunedì, 29 settembre 2008

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domenica, 28 settembre 2008

Il regime fascista negli anni trenta, allo scopo di favorire la colonizzazione del latifondo in certe zone della Sicilia, fece costruire alcuni borghi, tra cui Borgo Schirò, con l'intento di consentire ai contadini ad abitare vicino alle terre da coltivare.
Il Borgo comprendeva una trentina di abitazioni, tra cui la chiesa con la canonica, la scuola, un negozio di generi alimentari, un salone, l'ambulatorio medico, ecc. Per alcuni decenni il paese è stato abitato da un centinaio di contadini, ma i lotti, di pochi ettari, a loro assegnati non sono stati sufficienti a frenare l'emigrazione di massa.
Negli anni Settanta il villaggio si era praticamente spopolato, rimase aperto solo il negozio di generi alimentari e la chiesa. Con l'abbandono degli alloggi, iniziarono le ruberie ai quali non si sottrasse la chiesa locale, che è stata rapinata delle statue e degli arredi. A seguito di questi fatti anche il prete è stato costretto ad abbandonare la parrocchia.
Agli inizi del 2000 del Borgo Schirò rimane una piazza deserta circondata da abitazioni vuote con i serramenti rimossi o distrutti, con cornicioni e muri lesionati e pericolanti, illuminazione e segnaletica inesistente e con la vegetazione che ha aggredito marciapiedi e cortili.
In questa borgo fantasma, nel 1997, gli studenti della prima cattedra di pittura dell'Accademia delle Belle Arti di Palermo, hanno ricoperto le pareti degli alloggi di Murales. (grazie che ciavete deturpato il borgo eh...)

Ora dovrebbe insediarsi la Facoltà di Agraria dell'Università di Palermo per farne un centro di ricerca agricola, ma ancora non ci sono notizie di inaugurazioni nè di iniziative.

Il nome del Borgo deriva dal figlio di Giuseppe Schirò, letterato fascista di Piana degli Albanesi che scrisse anche un'opera in cui

"Protagonista è il figlio del poeta, bersagliere linciato a 19 anni dalla folla inferocita mentre si oppone al vilipendio della bandiera italiana, il 23 luglio 1920 a Piana degli Albanesi."

http://www.comune.sancosmoalbanese.cs.it/entra/itinerario/storia/giuseppe%20schir%C3%B2/giuseppe_schiro.htm

Chi più grande di te, o figlio,
o discendente dell’aquila gloriosa?
Le tue imprese con un solo detto
posso esprimere: non avesti uguali!

Al fangoso torrente
che si riversò sul Tricolore
tu ti opponesti come un leone,
tu solo, o Schirò.
Ed avvolto in quella bandiera,
emettendo la tua grande anima,
ottenesti una vita immortale,
come fu stabilito per gli eroi.
   
Questa è la toccante poesia scritta in onore del figlio martire fascista.

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domenica, 28 settembre 2008

Il geniale dirigente della Cgil dopo la figuraccia Alitalia prepara una nuova Caporetto sindacale

Prima la faticosa trattativa sul dossier Alitalia ora la difficile partita sui contratti, sulla scuola e sulla politica economica: la strada dell'unità sindacale sembra, ogni giorno di più, messa a dura prova. La Cgil, che ha giocato la sua partita su Alitalia alternando momenti di avvicinamento e allontanamento dagli altri sindacati confederali, porta quasi un milione di lavoratori in piazza per protestare contro la politica economica e sociale del governo. E minaccia anche uno sciopero generale della scuola: "spero unitariamente", dice il leader Guglielmo Epifani pronto, però, in caso contrario a proclamare lo stop da solo.

Auguri! Se continua così darà una prova di mobilitazione boomerang perché darà presto la misura della sua geometrica impotenza come è accaduto ovunque in questa contingenza ai sindacati opportunisti e intermediari. Dovrebbero ripensare tutto ma non ne sono capaci.

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domenica, 28 settembre 2008

27 settembre, dì natale di Eroi

 

Il 27 settembre 1903 vedeva la luce Alessandro Pavolini, luce del fascismo fiorentino, segretario del PFR e fondatore delle Brigate Nere.

Il 27 settembre 1956 nasceva Peppe Dimitri, probabilmente il più integrale rappresentante della dr negli anni più duri.

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domenica, 28 settembre 2008

Julius Evola (saggi critici e recensioni 1923 - 1959), a cura di Renato Del Ponte, Edizioni Arya, Genova 2008, pp. 222, \ 21,00.

La già ricca bibliografia evoliana, dopo le raccolte di articoli e saggi per “testata giornalistica” che avevano fatto seguito alle antologie per argomento, ci propone una nuova raccolta di testi dall’apparente disomogeneità degli argomenti trattati. Il curatore del volume attingendo all’immenso giacimento, in gran parte dissepolto, di quel patrimonio costituito dalla pubblicistica evoliana ha realizzato la presente antologia “che ha come motivo conduttore - come spiega il curatore nell’introduzione - quello della riflessione critica e della recensione ad opere di vario argomento (storico, filosofico, religioso, politico o di critica del costume) in scritti usciti fra l’inizio degli anni 20 e la fine degli anni 50 del secolo scorso” . La chiave di lettura c’è data dal titolo della raccolta, Il mondo alla rovescia, ripreso dall’omonimo saggio, emblematico della critica evoliana alla società moderna delineata in questa silloge così come nell’insieme della sua opera. Oggi come allora nella società che ci circonda: “Tutto procede al contrario di come dovrebbe andare, in tutti i campi viviamo all’insegna dell’anomalia più assoluta. A partire dal campo politico, prostituito al puro interesse economico, sino a quello del rapporto tra i sessi e le diverse  generazioni. Non a caso a questo Mondo alla rovescia si contrapporrà quella Rivolta contro il mondo moderno che già nel 1934 Evola proporrà come modello di riferimento per una riscossa tradizionale. Tale ripresa non si è verificata allora né, tanto meno, vi sono speranze si verifichi oggi, ma tuttavia occorre sia sempre indicata alle generazioni future, dal momento che il nostro principale compito, oggi, è quello di fare opera di testimonianza”. Forse è proprio questo spirito di testimonianza che ha spinto la nuova casa editrice Arya di Genova a iniziare la propria attività con questo primo volume.

Gli scritti ricompresi nella presente antologia sono, nella quasi completezza, ripubblicati per la prima volta dopo di quella del quotidiano o periodico prescelti. Ma per alcuni va tenuto presente che Evola “riscrisse o trattò i medesimi argomenti in quotidiani o periodici differenti, in tempi di solito ravvicinati, talvolta a distanza di tempo e in certi casi anche inserendoli in sue opere più organiche”, come ci ricorda Renato Del Ponte che puntualmente ci segnala tutti i riferimenti nella nota bibliografica. La scelta dei testi fatta dal Del Ponte mi sembra sia stata molto efficace e bisogna dargli merito per la cura con cui interviene con note essenziali e non invadenti sia quando servono di aggiornamento che quando debbono sopperire al delinearsi di “alcune carenze della visione evoliana”. In questo libro “soprattutto nella concezione assai limitativa del Rinascimento italiano (…) In tale campo, ad Evola sono certamente sfuggiti (perché mai veramente approfonditi) quegli aspetti positivi (e sono molti) che il Rinascimento ha rappresentato (pur in mezzo a limiti, che certamente esistono) quale autentica e partecipata riscoperta della classicità da parte di alcune élites“. Fra i vari saggi mi piace ricordare La nozione romana della morte, non solo perché significativa dell’attenzione che l’antiaccademico Evola aveva per quanto di buono e di utile proveniva dal mondo accademico, in questo caso lo scritto giovanile di Angelo Brelich, ma anche per il suo valore intrinseco. “La comprensione del mondo antico ai nostri contemporanei, e, soprattutto ai vari “specialisti”, viene ostacolata dalla supposizione, che l’uomo antico avesse più o meno gli stessi problemi di quello moderno e ne cercasse, come noi, la soluzione sotto specie di “teorie”, di formule concettuali. Presupposto quanto mai erroneo: la mentalità pre-moderna, in quel che essa ha di specifico e di peculiare, non si lascia ridurre alla razionalità: essa ebbe altre forme di conoscenza, alle quali non il concetto o la “teoria”, bensì il simbolo e il mito servirono da mezzi espressivi. E qui bisogna allontanare un secondo pregiudizio degli interpreti moderni: quello, secondo il quale il mito non sarebbe che una diversa, fantasiosa e primitiva espressione degli stessi significati, che l’uomo moderno esprime invece in concetti. Di nuovo, si tratta di tutt’altro: la base del mito fu essenzialmente costituita da stati di coscienza: essa si riferiva ad “esperienze”, non a costruzioni logiche“. Da segnalare per la sua “rarità”, naturalmente anche per il contenuto, Realismo, architettura nuova e Fascismo. Senza riferirsi a questo o quel particolare progetto ma ponendosi su un piano superiore troviamo un Evola lodatore dell’architettura razionalista il cui stile rientrerebbe fra quelli elementari. “Questi stili - il dorico, in certi aspetti l’egizio e il romano e, in genere, ciò che è arcaica traccia comune al ciclo delle prime civiltà ariane - sono stili di potenza. Più che “volere” sé stessi e che essere “pensati” quale “arte”, essi si pongono direttamente quasi come prolungamenti delle forze delle cose nell’uomo quale costruttore primordiale“. Il bello si “identifica allo stile che può sorgere spontaneamente dalle forme volute dalla tecnica e dal calcolo a che la materia architettonica realizzi perfettamente, matematicamente, senza nulla in più o in meno, ciò che l’uomo si è proposto. Onde scompare la persona, rimane un metodo e uno stile di pura oggettività”. Di alto livello sono anche le recensioni e le messe a punto dell’appendice. Una lettura da non mancare.

***

JULIUS EVOLA, “Il mondo alla rovescia” ( saggi critici e recensioni 1923 - 1959), a cura di Renato Del Ponte, Edizioni Arya, Genova 2008, pp. 222, \ 21,00. [Recensione originariamente pubblicata in "Arthos", a. VII, n.s., nー 16, 2008, pp. 92-93]

Mario Enzo Migliori

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domenica, 28 settembre 2008
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sabato, 27 settembre 2008

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venerdì, 26 settembre 2008

Attentato dinamitardo a Gerusalemme in casa di Zeev Sternhell storico del fascismo e avversario alla colonizzazione dei territori occupati

Lo storico israeliano Zeev Sternhell, noto per le sue posizioni contrarie alla colonizzazione dei Territori palestinesi, è rimasto ferito la notte scorsa per l'esplosione di un ordigno nella sua casa a Gerusalemme. Lo hanno riferito fonti della polizia senza specificare chi possa essere l'attentatore. La deflagrazione - hanno precisato le fonti - si è prodotta nel momento in cui Sternhell si accingeva a chiudere il cancello di casa.
Lo storico, che ha riportato ferite leggere alla gamba destra, è stato ricoverato in un ospedale di Gerusalemme.

Sternhell, a lungo titolare di cattedra universitaria in Israele è un esponente laburista particolarmente autonomo. Pur radicalmente e sinceramente antifascista, ha studiato seriamente le radici del fenomeno producendo le notevoli opere “Né destra né sinistra” e “La destra rivoluzionaria in Francia”. Nel 1979 partecipò a Roma al convegno sul fascismo indetto dalla Fondazione Volpe cui prese parte Maurice Bardèche.

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venerdì, 26 settembre 2008

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venerdì, 26 settembre 2008

Ernst von Salomon: una figura di disperato combattente si eleva, minacciosa, sul fondale degli anni durissimi che in Germania seguirono la fine della prima guerra mondiale. Anni in cui la timida e debole Repubblica di Weimar muoveva i suoi primi passi, vacillanti e difficili, l’epoca della Sainte Vehme, della Reichswer, dei Corpi Franchi, degli attentati quotidiani con le bombe o con le pistole, dall’assassinio di Rathenau e di Erzberger. Quegli anni oscuri e violenti chiudevano un’epoca e ne annunciavano un’altra.

I Reprobi (I Proscritti, ed. All’insegna del Veltro), l’opera più famosa di Ernst von Salomon, è un romanzo-documentario, quasi autobiografico, che descrive gli anni della nascita, tragica e sanguinosa, della stessa Repubblica di Weimar. Da quest’opera, ricca di pagine drammatiche, che ci mostra la crisi morale nella quale furono immerse, all’indomani della sconfitta, le giovani generazioni tedesche, cresciute nella mistica della guerra, abbiamo tolto uno dei più significativi capitoli.

La cosa cominciò a Monaco. Fu appunto in quella città che Gareis, deputato del partito socialdemocratico-indipendente, fu trovato esanime sulla strada, non lontano dalla sua abitazione, ucciso con numerosi colpi di revolver, dopoché, la sera precedente, aveva annunciato grosse rivelazioni circa le bande armate che proprio lì in Baveria continuavano clandestinamente la loro attività. La sua morte fece molto rumore, ma non si riuscì a mettere le mani nemmeno su uno degli assassini.

Qualche settimana più tardi, il deputato Mathias Erzberger, anziano ministro del Reich, passeggiava in compagnia di un collega del suo gruppo parlamentare, Diehl, presso Griesbach, nella Foresta Nera del Baden. Furono sorpassati da due giovani che d’improvviso tornarono sui loro passi e chiesero al deputato se egli era effettivamente Erzberger. Egli, sorpreso, rispose affermativamente, ed i due giovani estrassero dei revolvers e freddamente lo uccisero. Il deputato Diehl, che cercava di sfuggire agli attentatori, fu ferito ad un braccio. Si scoprì che gli autori di questo attentato erano due ex-ufficiali di marina che avevano fatto parte della “Brigata Ehrhardt”. Per far luce su questi misteriosi assassinii, la polizia dispiegò una ricchezza di mezzi tecnici fino ad allora sconosciuta, e scoprì alfine delle tracce che conducevano però in molte località della Germania, a Monaco, a Berlino, a Francoforte, nell’Alta Slesia, in Sassonia, in Renania, e perfino in Ungheria. Grazie ad una azione instancabile, essa riuscì a procedere all’arresto di un gran numero di persone, che dovette poi immancabilmente rilasciare. Così, malgrado quell’infaticabile lavoro, non giunse mai a mettere le mani sui veri colpevoli dell’assassinio.

La promessa di una forte ricompensa per chi avesse fornito dati utili all’arresto degli assassini, sollevò subito tra la popolazione una accesa indignazione contro l’abominevole misfatto, indignazione che si manifestò sotto forma di una valanga di lettere indirizzate alla polizia e contenenti le indicazioni più diverse. La polizia scoprì anche un documento che sembrava stabilire l’esistenza di una organizzazione segreta denominata O.C.. Uno dei presunti statuti di tale associazione conteneva questa minacciosa affermazione: “La Sainte Vehme punisce i traditori”.

Dal momento in cui fu resa nota questa significativa scoperta, il numero delle lettere inviate alla polizia diminuì di colpo.

Le persone che si erano chieste come era stato possibile che in così pochi giorni si fosse trovata in Alta Slesia una armata tedesca, completamente equipaggiata e pronta all’impiego, senza che si fosse notato il minimo segno di una mobilitazione, non si stupirono più di tanto nell’apprendere l’esistenza di una società segreta. E continuarono a non stupirsi quando un po’ alla volta altre vaghe informazioni provenienti dall’Alta Slesia si diffusero nel paese, ed ancora quando si sparsero terribili racconti fatti a voce bassa e che insinuavano cose stranamente oscure. Ma se esse non si stupivano, provavano tuttavia un terrore che le spinse ben presto al silenzio. Poiché l’attività della O.C. si fece presto sentire in modo terribilmente evidente.L’assassinio camminava ormai per le strade. Il veleno, il pugnale, il revolver, la bomba, sembravano essere gli strumenti d’una banda di criminali spietati uscita dalle tenebre del caos in cui era piombata la Germania. Gli spari crepitavano in ogni città.

Uomini che occupavano un posto in vista e che il popolo accettava come capi, cadevano sotto i colpi degli attentatori. Il popolo tedesco, affamato, ostinato, inasprito, scioperaiolo, cominciò ad agitarsi in sordina. Con violente manifestazioni, esso protestava contro un pericolo inafferrabile, ma del quale vedeva distintamente muoversi l’ombra dinanzi a sé. Ben presto le manovre dei misteriosi congiurati non permisero più di dubitare che questi ultimi agissero secondo un piano unico e terrificante. Il turbamento delle masse aumentò e con esso l’orrore per quanto accadeva e più ancora per quanto poteva accadere in seguito. Ma contemporaneamente crebbe anche una specie di forza magnetica ed incomprensibile che spinse una parte sempre maggiore della popolazione in quel vortice criminale che si era dapprima formato sotto sotto.

L’immagine che ci si faceva della O.C. ebbe per risultato che si credeva di vedere la sua mano dappertutto. I più piccoli avvenimenti contribuivano a creare quella atmosfera torbida nella quale di solito i giochi della immaginazione prendono corpo. Era come una calamita che si abbatteva sulla tranquilla borghesia tedesca. L’aria era satura del cattivo odore soffocante delle catacombe. L’aspro sapore della cospirazione filtrava dalle fessure delle porte di silenziosi rifugi. Discorsi cinici, taglienti come lame di rasoio, circolavano anche in seno a quelle associazioni la cui tendenza idealista era legalmente riconosciuta. Ben presto le innumerevoli associazioni musicali tedesche si convinsero di essere loro gli organi di quella misteriosa potenza e si sentirono destinate e consacrate ad essere le salvatrici della patria. Per giunta, la canzone della “Brigata Ehrhardt”, un vecchio ritornello d’operetta inglese scandito su parole guerriere, risuonò in tutta la Germania. I ragazzi lo cantavano, le associazioni patriottiche vi si esercitavano nel corso delle loro “Serate Tedesche”, e nei ristoranti e nei caffè esso veniva suonato dalle orchestre a richiesta di sempre più numerosi clienti. Quando da qualche parte si parlava di contrabbando d’armi, o di un attentato con bombe, o di un tentativo d’assassinio, tutti mormoravano: O.C.!. Ma ciò che era al tempo stesso strano ed inquietante, era che la bruciante indignazione si mescolava un po’ troppo spesso ad un segreto compiacimento, e che l’angoscia spaurita si accompagnava ad una inconfessata soddisfazione. C’erano dei momenti in cui perfino nel cuore del più modesto e del più leale dei piccoli funzionari, le voci fantastiche che correvano sull’O.C. facevano esplodere l’entusiasmo più in fretta di quanto saliva la schiuma nel loro boccale di birra.

La scelleratezza di quella setta segreta si diffondeva in ambienti ed in località come una nube carica di gas tossici. Si giunse al punto di considerare un onore l’appartenervi. Molte persone, quando stavano fra amici, si vantavano di farne parte, e c’era chi se ne vantava perfino pubblicamente. E si dava il caso di uomini che per convinzione unanime di intere città, erano dei capi dell’O.C., e lo stupore si alternava con l’indignazione davanti al fatto che non fossero ancora stati presi e condannati. La faccenda aveva preso le proporzioni di uno scandalo pubblico.

I decreti e gli ordini più categorici delle autorità, le incriminazioni più severe, non ebbero alcun risultato positivo. Ormai tutte le nozioni di onore, di morale, di decenza e di dovere civico che formavano la struttura dello Stato tedesco, si trovavano scardinate. Il veleno penetrava anche negli ambienti più elevati. Occorreva assolutamente metter fine a questo processo disgregatore. Tutti coloro che avevano il senso della responsabilità morale e civile videro con piacere che finalmente la polizia procedeva a degli arresti in tutti i casi di indiscutibile colpevolezza.

Ma fu proprio in quel momento che si manifestò per intero il pericolo che presentava l’O.C. per la sopravvivenza dell’ordine e della unità della nazione. E il motivo fu che in alcuno di quei casi “indiscutibili” si riuscì a indurre i criminali a confessare, a far luce sui retroscena della congiura. Degli studenti di sedici o diciassette anni che tra i loro colleghi passavano per appartenenti al O.C. , dei vecchi ufficiali, dei rispettabili presidenti di associazioni patriottiche, gravemente compromessi dalla voce pubblica, affermavano di non aver niente a che fare con l’O.C.. Uomini che avevano appartenuto alla “Brigata Ehrhardt”, che erano ancora in rapporti continui con i loro camerati di Monaco e di tutte le province del Reich, uomini che parlavano apertamente del loro “capo”, pretendevano di sostenere senza batter ciglio, di fronte agli inquirenti, di non sapere assolutamente niente di questa presunta Organizzazione Criminale. Nelle prefetture di polizia, sui tavoli delle redazioni, i rapporti, i resoconti, le memorie, si accumulavano invano, ed ancora e sempre il pubblico era innervosito da notizie, da “piste”, da sospetti, da sempre nuove e sensazionali rivelazioni. Dai giornali si veniva a sapere che ora in un luogo, ora in un altro, si era trovato un cadavere in circostanze a dir poco misteriose, oppure che si era scoperto un assassinio, ed in mancanza di dati più precisi sugli autori dei delitti, si attribuivano subito i crimini all’O.C.. Si lesse che in varie parti del Reich si era riusciti ad arrestare certi membri di associazioni sospette ed a sgominare tali organizzazioni, e che poteva darsi si trattasse proprio della O.C.. Ma non si giungeva mai ad un risultato positivo, concreto, sicuro. Quale dunque poteva essere questa organizzazione che, a dispetto di tutto il rumore fatto attorno ad essa, riusciva così facilmente ad ammantarsi di silenzio? E qual era questa misteriosa potenza che, nei rarissimi casi (e d’altronde senza alcun risultato concreto), in cui, per costrizione, l’una o l’altra delle persone arrestate aveva confessato di far parte della O.C., teneva le fila in modo tale che il delatore era incapace di dire chi erano i suoi associati, chi era il suo capo, e quali erano gli scopi dell’organizzazione?

Si avvertiva distintamente lo scricchiolio delle ossa dello spettro minaccioso della O.C.. Il senso di una catastrofe imminente si propagava dappertutto. La giovane repubblica era in immediato, mortale pericolo. Da ogni parte spuntavano fuori piani miranti ad uno sconvolgimento politico o ad una guerra civile, ovunque ci si armava in segreto. Tutta la Germania era in effervescenza, le autorità erano costernate, la febbre dell’imprevisto si impadroniva di ogni ambiente, di ogni famiglia, di ogni associazione. Da Londra, da Parigi, e dalle altre capitali si chiedeva, dapprima confidenzialmente, e poi con un tono di contenuta minaccia: – Che cos’è questa O.C.? – Gli ammonimenti della stampa e le interpellanze parlamentari erano sempre più frequenti. Eppure la nascosta potenza della O.C. non faceva che aumentare.

Ma l’arma più micidiale che l’Organizzazione Criminale aveva in mano, ed il pericolo più grande che ne derivava, consistevano senza alcun dubbio nel fatto che essa non era mai esistita.

Ernst Von Salomon

Azione Tradizionale

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venerdì, 26 settembre 2008

Siamo la gioventù sconosciuta. Onda d’innovazione – inno all’azione. Gioco, divertimento, fragore. L’irriverenza dell’osare oltre la notte degli stanchi.  L’alternativa al sonno: sveglia, energia: sole spacca pietra. Saggezza passata, arroganza al ciclostilo. Dilatazione al presente. Doppia camomilla on the rocks.


Stiamo tra il treno in corsa e il punto d’impatto. Pronti ad evacuare. Pronti a restare. Tra l’incudine e il martello. Un rullo di tamburo.  Un basso e un acuto.

 

Pensiero desto, azione diretta. Sempre in ricerca – totale disdetta. Zero sconforto, lingua lesta.

Fidati di noi: siamo Il peggior amico del nemico imbellettato.  Mamma aspetta, stiamo arrivando. Mani sporche, tovagliolo a cravatta. Tu la ruota, noi la dinamo.

 

Velocità, spasimo, polmoni in gola.  Un millesimo avanti al futuro. Ritardo costante col tempo passato…

 

…non dire che non ti abbiamo avvisato!

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