lunedì, 30 giugno 2008

Settantaquattro anni fa una drammatica resa dei conti che ci raccontano sempre con errati luoghi comuni

Nella notte tra il 29 e il 30 giugno 1934, nota come Notte dei Lunghi Coltelli (da un canto di battaglia delle SA) avvenne la grande purga tedesca. Hitler al potere da diciassette mesi aveva già assorbito la disoccupazione (sei milioni di senza lavoro prima del suo Cancelleriato), risollevato l'economia, avviato i lavori pubblici, rafforzato l'esercito, messo ordine nel Paese e avviato una serie di provvedimenti sociali avanzatissimi. Alcuni settori della grande industria, dell'aristocrazia prussiana e della burocrazia sindacale brigavano per liquidarlo e per sfruttarne a piacimento classista ed oligarchico i risultati da lui miracolosamente ottenuti e già messi in forziere. Poco sappiamo di quanto accadde realmente nei giorni che precedettero la purga, di certo acuni dello stato maggiore della SA, e in particolare Röhm, stavano scalpitando con toni di esteriore estremismo e minacciavano una sovversione. Questa turbolenza era teleguidata? Sappiamo per certo che meno di due anni prima, e cioè alla vigilia dell'investitura di Hitler, la Reazione, guidata dal Cancelliere provvisorio, il generale Von Schleicher, capo dell'ufficio politico della Reichswehr (l'Esercito di Weimar) aveva convocato l'ambiguo e ambizioso Gregor Strasser (ufficialmente il rappresentante dell'opposizione di sinistra ad Hitler all'interno del partito nazionalsocialista) e gli aveva proposto di capeggiare un governo di unità nazionale a composizione mista (con socialdemocratici e destra cattolica), con il sostegno dello Stato Maggiore, della grande industria e dei sindacati, quello comunista compreso. Quell'operazione di trasformismo oligarchico e autoritaristico alla quale Strasser aveva dato il suo narcisistico accordo, fu sventata da Hitler e da von Papen che convinsero Hindenburg a preferire la parte del popolo a quella dei poteri forti. Diciotto mesi più tardi la fronda di Rohm era probabilmente alimentata dai medesimi congiurati. Hitler esitò a lungo prima di usare il bisturi; sembra che sia stato decisivo un incontro che ebbe con Mussolini, che considerava come il suo maestro, il quale, pochi giorni prima della Notte dei Lunghi Coltelli, parlando con il Cancelliere tedesco dei contesi destini austriaci, gli disse seccamente: “prima di pensare a mettere ordine in Europa bisogna dimostrare di essere in grado di mettere ordine in casa propria”. Hitler si decise a stroncare il complotto e a vanificare le congiure. Di quella notte abbiamo, ovviamente, solo la versione ideologizzata voluta dai comunisti (e supinamente accolta da presunti “rivoluzionari” di estrema destra, solitamente dei cattivi estetisti) che pretesero che tra il 29 e il 30 giugno del 1934 la Controrivoluzione avrebbe schiacciato la Rivoluzione e il Socialismo. Come sovente accade nella rappresentazione della storia e della realtà (ove spesso la verità è l'opposta di quella che appare) la versione comune non è assolutamente rispondente al vero. La maggioranza dei 77 uomini presenti nella lista ufficiale degli uccisi nella notte di sangue appartiene infatti all'ala destra del partito. Gregor Strasser, giustiziato quella notte, era sì di sinistra ma lo era non di certo come aspirazioni ideali bensì nel senso servile e accomodante con il Capitale che caratterizza la sinistra borghese. Il fratello, Otto, che riuscì a sfuggire al plotone di esecuzione, animò un'opposizione di destra spuria (c'era una componente della destra nazionalbolscevica) al nazionalsocialismo, il Fronte Nero, che fu un'emanazione dell'Intelligence Service e che godé, più tardi, anche della protezione di Stalin. Le SA, infine, non vennero affatto sciolte.

Non si trattò, quindi, di una svolta reazionaria e della frenata del processo rivoluzionario ma, semmai, dell'estatto contrario. L'immagine tramandata della Notte dei Lunghi Coltelli è, quindi, emblematica: un paradigma di come si possa veicolare l'opposto della verità senza che nessuno si preoccupi di documentarsi. Impariamo a diffidare dei luoghi comuni; questo ci aiuterà, non solo per la storia ma soprattutto per evitare cantonate grossolane sull'attualità. Che si sprecano, eccome!

Gabriele Adinolfi

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lunedì, 30 giugno 2008

Il governo dell'enclave mafiosa kosovara si oppone al parlamento serbo del Kosovo

Pristina ha condannato la costituzione oggi a Kosovska Mitrovica di un Parlamento dei serbi del Kosovo, giudicato "illegale e inaccettabile" dal vice premier kosovaro Rame Manaj. Questo Parlamento è "illegale e inaccettabile, e non avrà alcun valore legale", ha dichiarato ai giornalisti Manaj. Due giorni fa anche il presidente del Kosovo, Fatmir  Sejdiu, ha accusato i dirigenti serbo-kosovari di voler "destabilizzare" il nuovo Stato, che ha proclamato la sua indipendenza dalla Serbia lo scorso febbraio (indipendenza riconosciuta finora solo da una quarantina di Stati sui 192 rappresentati alle Nazioni Unite). I serbi-kosovari hanno costituito oggi a Kosovska Mitrovica, nel nord del Kosovo il loro Parlamento, che avrà una funzione principalmente simbolica e non legifererà. Si chiamerà "Assemblea dell'unione delle municipalità della provincia autonoma del Kosovo". Belgrado e i serbi-kosovari considerano ancora il Kosovo come una provincia autonoma della Serbia. Radovan Nicic, delegato del Partito radicale serbo (Srs, ultra-nazionalista) è stato eletto presidente del Parlamento, di cui faranno parte 43 deputati. L'indipendenza kosovara è stata decretata unilateralmente e violando gli accordi internazionali; questa violenza è stata resa possibile e potabile dal fatto che, essendo il nuovo staterello alla Corleone un porto franco della mafia della droga e del riciclaggio dei capitali, non dispiace di certo al gangsterismo internazionale così influente. Il Kosovo è, storicamente e geograficamente, terra serba e i serbi hanno tutte le ragioni, anche dal punto di vista delle formalità legali. Insomma è la solita storia del bue che dà del cornuto all'asino...

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lunedì, 30 giugno 2008

ATTACCO BIRMANO A BOE WAY HTA: UCCISO UN INFERMIERE DI POPOLI, GRAVEMENTE FERITO UN ALTRO. I COMBATTIMENTI PROSEGUONO DA QUESTA MATTINA ALL'ALBA. SEGUIRA' AGGIORNAMENTO.

www.comunitapopoli.org

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domenica, 29 giugno 2008

Carlos ribatte a Cossiga: mezze verità contro mezze verità: e per la strage di Bologna accusa Israele

Ci fu un ultimo, estremo tentativo di salvare Aldo Moro che ebbe come scenario la pista dell'aeroporto di Beirut dove un executive dei servizi segreti italiani attese invano, l'8 e il 9 maggio del 1978, che a Roma una certa situazione si sbloccasse. Una fazione dei servizi segreti italiani, favorevole allo scambio, avrebbe dovuto prelevare dalle prigioni alcuni Br che dovevano essere portati in un Paese arabo. A bordo di quel jet c'erano il colonnello Stefano Giovannone, uomo del Sismi legato a Moro, ed esponenti dell'Fplp, garantiti e sotto la protezione dello Stato italiano. E' Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos "lo sciacallo", a confermare questa notizia a cui il capo terrorista aveva alluso, in maniera enigmatica, in una intervista all'ANSA realizzata grazie alla collaborazione dell'avvocato difensore del capo terrorista Sandro Clementi che lo ha incontrato nel carcere parigino di Poissy. In un primo momento le allusione di Carlos erano state collegate alla missione che proprio la mattina del 9 maggio di 30 anni fa portò l'ammiraglio Fulvio Martini, all'epoca vice del Sismi, ad incontrare, nel carcere jugoslavo di Portorose, 4 capi della Raf. Tutto invece saltò perché qualcuno a Roma seppe della cosa e intervenne a bloccare il tutto. Carlos aveva detto, in una intervista di qualche anno fa, che c'erano "patrioti anti Nato, compresi molti generali, che erano partiti per aspettare il rilascio del prigioniero e salvare la vita di Moro e l'indipendenza dell'Italia. Invece questi generali furono costretti alle dimissioni". Carlos, a 30 anni dai fatti, chiarisce la vicenda che poteva essere decisiva: "fu una conseguenza dei fascisti (mussoliniani li definisce) che controllavano l'intelligence militare che aveva preparato delle operazioni per andare a prendere nelle carceri, di notte, alcuni brigatisti imprigionati. Credo che l'informazione sia arrivata ai servizi della Nato a Beirut e probabilmente per l'imprudenza di Bassam Abu Sharif (membro dell'ufficio politico dell'Olp)". Una soffiata, dunque, rese possibile lo stop a quell'ultimo misterioso tentativo a cui hanno alluso, per decenni, esponenti socialisti e della Dc. Quell'aereo a Beirut - spiega Carlos - "era a disposizione della resistenza palestinese per andare sotto la protezione dello Stato italiano (servizi militari) nel Paese opportuno per organizzare il ricevimento dei brigatisti sul punto di essere sottratti dalle carceri dai servizi militari". Un riscontro a queste parole è il fatto che dopo la morte di Moro si ebbe un vero e proprio ripulisti nel Sismi, che pure era nato da pochi mesi. Sui giornali nessuno spiegò in quelle settimane quale ne fosse la ragione; lo stesso Martini abbandonò il servizio segreto per alcuni anni. Nella lunga intervista a Carlos molte sono le ulteriori rivelazioni: a Milano, mentre si stava preparando un incontro delle Br con un "uomo dello Stato" ci fu un blitz che interruppe il canale che era stato aperto: "Quello che posso dire- rivela lo Sciacallo- è che vi era un contatto tra le due direzioni (Br-Raf) e che ci fu in quel momento una operazione delle teste di cuoio (prima nella storia). Il governo italiano non aveva necessità di stabilire contatti con gruppi stranieri per liberare Moro". Recentemente Cossiga ha confermato che ci fu in effetti una missione di questo tipo proprio a Milano dopo che c'era stato un contatto tra Br e un uomo di Chiesa grazie al segreto del confessionale. Carlos spiega ancora che i contatti che portarono a questo ultimo tentativo - che oggi rivela - passarono tra Giovannone e l'Fplp e grazie anche ad altri ufficiali che si recarono a Beirut più volte."Separatamente vi erano contatti con le Br con rivoluzionari europei non italiani. Per ragioni di sicurezza le Br si erano 'chiuse' nell'imminenza della tripla operazione consistente nella simultanea cattura di Moro, Agnelli e un giudice della Corte suprema. Le azioni dovevano svolgersi simultaneamente in Italia". Questa dei tre rapimenti è una assoluta novità. Carlos ne è ben cosciente e sottolinea per due volte che doveva essere rapito Gianni Agnelli e non Leopoldo Pirelli come poi si è detto e scritto. Nulla invece dice della identità dell'alto magistrato che doveva essere anche egli rapito. Nelle sue risposte, su cui ha a lungo meditato, come ha raccontato l'avvocato Clementi, Carlos ha detto di non aver mai saputo nulla del'ingente riscatto che la Chiesa era pronta a pagare proprio la mattina del 9 di maggio a Milano. "Sono stupito di apprendere che la Chiesa avesse quella cifra per pagare. Benché fosse un buon cattolico (Moro), l'uomo della Chiesa era Andreotti che si è opposto al salvataggio di Moro. Il tentativo di Beirut è stato sabotato a Milano e questo è un dato di fatto (e qui Carlos sembra alludere al contatto avvenuto tramite la Chiesa a Milano cui si sarebbe risposto con un vero blitz che costrinse gli uomini della Raf che erano nel capoluogo lombardo a fuggire in Jugoslavia dove poi vennero arrestati). I sovietici avevano interesse a salvare Moro; gli yankees e gli israeliani erano contro e quindi se vi fosse stato un intervento di uno Stato straniero si sarebbe trattato di uno della Nato e non del Patto di Varsavia".

Parla anche della strage di Bologna "lo sciacallo". Non furono né i fascisti né i comunisti dice il terrorista, ma i servizi americani e israeliani per tendere una trappola ai palestinesi. "E' opera dei servizi yankee, dei sionisti e delle strutture della Gladio", ha detto Carlos.

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sabato, 28 giugno 2008

NEW YORK - Hillary e Barack, per la prima volta insieme, come alleati e non più come rivali. Quello che qualche settimana fa appariva come uno scenario da fantascienza è ora realtà: l’ex first lady e il senatore dell’Illinois, che le ha strappato sul filo del rasoio l’investitura democratica per la Casa Bianca, sono insieme in New Hampshire, a Unity. Un nome, un programma: simbolo della strada che il partito deve imboccare se vuole strappare la Casa Bianca ai repubblicani dopo otto anni di governo del presidente Bush.

 

VALORI - Durante la campagna elettorale per le primarie democratiche, «abbiamo avuto un dialogo vivace» ed è stato «un testa a testa» fino all’ultimo. Ora ci troviamo «fianco a fianco per condividere i nostri valori, per condividere l’amore per il nostro paese». Così Hillary ha introdotto Barack al pubblico della cittadina che diede 107 voti a ciascuno nelle primarie. «Se in passato abbiamo preso cammini separati - ha aggiunto la Clinton -, oggi i sentieri coincidono in vista dello stesso obiettivo: eleggere Barack Obama prossimo presidente degli Stati Uniti». Prima di passare la parola a colui che ha definito senza avere l’ombra di un dubbio «il prossimo presidente», Hillary lancia un monito a quelli tra i suoi elettori che non sarebbero pronti a votare per il senatore nero: «Chiedo loro, e lo faccio con fermezza, di cambiare idea con la massima urgenza». Dopo avere abbracciato la Clinton, Obama inizia il suo intervento ringraziando l’ex first lady per l’appoggio esplicito, dichiarando che «non potrei essere più felice di così, più onorato ed emozionato».

 

I CLINTON - «Abbiamo bisogno di loro», Hillary e Bill Clinton, ha detto il candidato democratico alle presidenziali. «Abbiamo davvero bisogno di loro. Non solo la mia campagna, ma anche il popolo americano ha bisogno dei loro servizi, della loro visione e della loro saggezza nei mesi e negli anni a venire perché è così che creeremo unità in seno al Partito Democratico. Ed è così che creeremo unità in America».

 

STESSO AEREO - Sono arrivati separatamente al Reagan National Airport di Washington, ma si sono salutati calorosamente e sono saliti a bordo dello stesso aereo, direzione New Hampshire. Hillary Clinton è stata ospitata da Barack sul velivolo della sua campagna elettorale dopo un breve caloroso scambio di convenevoli a beneficio dei fotografi. Gli ex rivali si sono seduti uno accanto all’altra conversando amichevolmente 12 ore dopo un incontro di entrambi a porte chiuse con i maggiori finanziatori della campagna di Hillary. Giovedì gli assistenti personali dei due senatori, Huma Abedin per Hillary e Reggie Love per Barack Obama, avevano cenato assieme in un ristorante di Georgetown.

 

PIGLIO AGGRESSIVO - Terry McAuliffe, presidente della campagna della senatrice ha detto alla Cnn che Hillary si schiererà con piglio aggressivo a favore di Barack Obama anche se lui non la sceglierà come vice. «Qualsiasi sia il suo ruolo, è pronta a scattare e a fare tutto quel che deve per la campagna di autunno» ha detto McAuliffe, aggiungendo che anche il marito, Bill Clinton, è pronto a contribuire «24 ore su 24, sette giorni alla settimana su sette» alla causa della vittoria democratica a novembre.

 

DENARO E VOTI - I due hanno bisogno l’uno dell’altra per proseguire verso il voto di novembre. A Obama serve l’ex rivale per ottenere l’appoggio dei sostenitori della senatrice, una consistente fetta dei quali durante le primarie si era detto più propenso a votare per McCain piuttosto che per lui se Clinton avesse perso. Clinton, del resto, ha avuto un solido consenso da parte di quelle fasce di elettori, come la classe lavoratrice e le donne adulte, verso le quali il senatore dell’Arizona ha rivolto grande attenzione dopo che l’ex first lady ha abbandonato la corsa, lo scorso 7 giugno. Clinton, dal canto suo, ha bisogno di Obama per riportare denaro nelle proprie casse, ben più che all’asciutto dopo la fine della campagna elettorale. Oltre venti milioni di debiti, di cui 12 milioni sborsati di tasca propria, sono un problema con cui fare letteralmente i conti e i dieci milioni offerti dal senatore dell’Illinois sono una boccata d’aria a cui è difficile rinunciare.

Fino a pochi giorni fa se ne dicevano di tutti i colori. Sui media apparivano come nemici giurati, ognuno convinto che l’altro avrebbe mandato in rovina il paese se avesse vinto le primarie. Da una parte arrivavano accuse gravi, come quelle che si riferivano al senatore di colore come ad un elemento di pericolo, in quanto non troppo deciso a combattere il terrorismo “all’americana”. Dall’altra si sprecavano le parole screditanti verso l’ex first lady così debole da piangere in pubblico, incapace di reggere il peso di una nazione come gli Usa. La guerra si era combattuta addirittura a colpi di immagini, con una foto di Obama in costume tradizionale somalo data in pasto ai giornali – dissero alcuni – dallo staff della Clinton. E ora li vediamo uniti, più amici che mai, a fingere fair play, di più, complicità davanti al popolo americano. Ci si lamenta giustamente degli inciuci di casa nostra, che dire di questi inciuci planetari?! Andate a raccontarla a qualcun altro!

Azione Tradizionale

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sabato, 28 giugno 2008

Sessantotto anni fa veniva ucciso Italo Balbo

Il 28 giugno 1940 presso Tobruk per un “fatale errore”veniva abbattuto in volo il Maresciallo dell'aria Italo Balbo dalla nostra contraerea. Col tempo prenderà piede l'idea dell'assassinio che rientrerebbe in una lunga fila di tradimenti vergognosi e orrendamente sanguinosi perpetrati da massoni filo-inglesi presenti negli alti comandi. Gente immonda che ammorbò e tuttora ammorba la nostra Nazione e le sue istituzioni più della “munnezza” di Napoli.

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venerdì, 27 giugno 2008

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venerdì, 27 giugno 2008

BASILEA - Immagini ripulite dalla Uefa? Alcune sequenze delle partite dell’Euro 2008 trasmesse alla televisione sono censurate: lo hanno sostenuto in questi giorni alcuni organi di stampa austriaci e svizzeri. La Uefa nega ogni accusa o insinuazione. Ma c’è una ulteriore conferma: un dimostrante pro-Tibet ha fatto irruzione sul campo di Basilea nel secondo tempo della semifinale tra Germania e Turchia provocando un piccolo «intermezzo» politico. L’uomo è stato tempestivamente bloccato dagli steward e addetti alla sicurezza. Nessuno dei telespettatori ha però potuto notare la dimostrazione - solo la televisione svizzera, che ha una regia indipendente, ha trasmesso le immagini.

IRRUZIONE - Gli uomini del servizio d’ordine Uefa si sono resi protagonisti di un’autentico placcaggio in stile “Rollerball” ai danni della persona che, intorno al 75esimo minuto, ha superato la fitta maglia dei controlli ed ha corso per una quarantina di metri sul rettangolo di gioco indossando una bandiera inneggiante alla libertà del Tibet. Il pubblico da casa, tuttavia, non si è accorto di nulla, in quanto queste scene non sono andate in onda sul circuito internazionale.

I PRECEDENTI - Il presunto attivista per un Tibet libero è “Jimmy Jump”, professionista del genere “irruzione sul campo”. Jaume Marquet Cot, questo il suo vero nome, agente immobiliare di Sabadell in Spagna, già durante la finale di Euro 2004, il 4 luglio, violò il terreno di gioco del De La Luz di Lisbona, interrompendo la finale degli Europei di calcio, per gettare addosso a Luis Figo una bandiera del Barça. E ancora: saltò in pista al G.P. di Spagna di F.1 del 9 maggio 2004 e lo stesso anno colpì ad Anfield Road, durante la gara tra Liverpool e Chelsea. Infine, lo scorso anno, interruppe per pochi minuti la finale del Rugby World Cup a Parigi.

CENSURA - Qualche giorno fa le televisioni svizzera ed austriaca hanno suonato il campanello d’allarme per una presunta censura di alcune immagini televisive sgradite. Il portavoce dell’organizzazione europea calcistica ha però sempre smentito, affermando che si tratta di “stupidaggini”. Tuttavia, già in precedenza, durante la partita Austria – Croazia disputata a Vienna un supporter croato è riuscito ad invadere il campo e si sono visti dei fumogeni e tifosi esagitati. Solo gli spettatori presenti allo stadio hanno però visto la scena.

IMMAGINI - L’Uefa realizza e diffonde per la prima volta di prima mano le trasmissioni in diretta delle partite. Ogni stadio teatro del campionato è equipaggiato di 30 telecamere, cui si aggiungono le immagini provenienti da un elicottero, da sette telecamere con rallentatore e da una telecamera ad alta velocità, in grado di registrare 500 immagini al secondo. L’unica emittente ad avere una propria regia è la svizzero-tedesca SF (Schweizer Fernsehen). Insomma, immagini idilliche con balli, canti e ola sì. Immagini meno consone con “la grande festa del calcio” - a quanto pare - no.

Guarda il video dell’irruzione censurato dall’Uefa

Finalmente i campionati europei di calcio: un’occasione concreta (?) dove lo sport, l’amicizia tra i popoli e l’antirazzismo a mò di pubblicità, si fondono perfettamente. E coerentemente con questo bel teatrino “politically correct”, la UEFA appone una speciale censura per “dimostrare” che tutto va bene: non ci sono scontri tra tifoserie, non ci sono sfottò offensivi nè semplici incidenti tecnici o altro. Niente di niente.
Dimostrazione di questo, è l’ultima invasione di “Jimmy Jump” (storico disturbatore delle più importanti manifestazioni calcistiche) che - bandiera del Tibet sulle spalle - ha interrotto il match Germania-Turchia, prima di essere bloccato al - politicamente corretto - campo di gioco, con un placcaggio degli steward…(anch’esso desumiamo “politcamente corretto”).

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venerdì, 27 giugno 2008

MILANO — Nel deserto di El Alamein, dove nel 1942 si scontrarono i soldati inglesi con quelli italiani e tedeschi, con la pace è tornato il silenzio rotto solo dallo scoppio accidentale di qualche mina, dalle voci dei beduini alla ricerca di rottami e, 60 anni fa, dal lavoro degli operai di Caccia Dominioni che recuperavano i resti dei caduti. Fino a poco tempo fa il governo egiziano ha impedito agli stranieri di andare nell’area della battaglia anche per le scaramucce che impegnano i soldati del Cairo contro i contrabbandieri. Ma Stefano Rossi, 48 anni, ex ufficiale degli alpini paracadutisti e ricercatore storico e Luigi Vittori, 60 anni, studioso di storia della seconda guerra mondiale, hanno convinto il governo a concedere a un piccolo gruppo di italiani il permesso di raggiungere l’antico campo di battaglia.

 

 

Nel corso delle ricognizioni fatte in questi mesi da Rossi e Vittori la sabbia ha restituito una serie di reperti che testimoniano la vita quotidiana dei soldati: la bottiglia di Gordon Gin di un militare di Sua Maestà britannica («Più in là — racconta Rossi — abbiamo trovato le bottiglie molotov dei nostri parà»), le scatole di fiammiferi con la pubblicità dell’aranciata San Pellegrino, le «Finest norwegian Brisling sardines» del menù di un fante della 44ª divisione, le sigarette «tipo esportazione » dei Regi monopoli o le più raffinate «numero 10 sigarette Macedonia», il coperchio di una gavetta con inciso il nome del proprietario: Dianna. M a nell’elenco dell’ex ufficiale degli alpini ci sono anche indumenti, buffetterie, suole e tomaie di scarpe cotte dal sole, occhiali, borracce, fogli di giornale. Il clima secco del deserto li aveva almeno parzialmente salvati: «Commovente il ritrovamento di frammenti di lettere e di piastrini di riconoscimento». Ecco la busta di una lettera indirizzata al soldato Vittorio Caldoguegno del 185˚ reggimento Folgore con tanto di francobolli da 5 e 10 centesimi. C’è il piastrino di Domenico Binello originario di Covone, in provincia di Cuneo, classe 1922.

 

«Abbiano fatto ricerche nella speranza di ritrovarlo — racconta Rossi —. Purtroppo è deceduto nel 1986. Stiamo anche cercando chi portava il piastrino con su scritto “Formichella Vincenzo di Luigi e Lombardi Caterina, nato a Montegiordano (Cosenza) nel 1920″. Ne abbiamo trovato anche uno tedesco con su stampigliato “162 A, II/Art.Reg. 7″, presumibilmente un artigliere paracadutista della brigata Ramke». La lettura dei libri di Paolo Caccia Dominioni, di Raffaele Doronzo e di Renato Migliavacca sugli italiani in Africa Settentrionale, la decifrazione di antiche e nuove mappe e l’uso del Gps hanno fatto ritrovare luoghi entrati nella storia della battaglia di El Alamein: il Passo del Carro, il Passo del Cammello, le alture di Naqb Rala dove combatterono vittoriosi i parà del 186˚ Folgore contro i legionari di France Libre e gli inglesi della 44ª divisione. Ma anche nicchie nel terreno come la buca da dove sparava con la mitragliatrice il parà di Saronno Cesare Lui, classe 1919: «Abbiamo rintracciato e fotografato la sua buca che aveva ancora sul fondo i bossoli della sua Breda».

 

C’è il rischio di ritrovare questi reperti in un mercatino? «Chi viene con noi può fotografare liberamente e per l’eventuale asportazione di materiali deve limitarsi a quelli che in Italia possono essere usati per mostre, per essere dati a musei o donati a chi li possedeva in quei giorni tragici o ai loro eredi. Impossibile esportare parti di armi e munizioni. Si avrebbero gravissime conseguenze penali». Luigi Vittori e Stefano Rossi sono scettici sulla possibilità di preservare a fini turistici il campo di battaglia di El Alamein come in Francia la Linea Maginot o da noi i forti delle Alpi. Ci sono rischi altissimi per la presenza di mine e ci sono, là sotto, giacimenti petroliferi che fanno gola. «Più ottimisti di noi — sostiene Rossi — sono i ricercatori dell’Università di Padova: se i loro progetti dovessero trovare realizzazione collaboreremo volentieri».

Stefano Rossi e Luigi Vittori sono i due italiani a cui è stato concesso il permesso di calcare, dopo quasi settanta anni, il suolo dalla tragica, ma altrettanto gloriosa battaglia di El Alamein. La sabbia, sulla quale nel 1942 si consumava una delle pagine più tragiche ma altrettanto gloriose vicende della storia d’Italia, ha restituito ora alla luce rottami, oggetti quotidiani e scritti dei soldati italiani e tedeschi da un lato, ed inglesi dall’altro, che si affrontarono durante la Seconda Guerra Mondiale. Un’incredibile possibilità di riscoprire la vita dei nostri connazionali sul campo di battaglia egiziano, o una possibile minaccia per i trafficanti di petrolio?!

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venerdì, 27 giugno 2008

Parola di Carlo Jean, atlantista doc, esperto di strategia, di politica nucleare e di relazioni internazionali

Carlo Jean, 71 anni, ex alpino, ex presidente del Centro alti studi per la difesa, ex consigliere militare del Quirinale, ex responsabile nazionale della gestione impianti nucleari è stato intervistato dal Magazine del Corriere della Sera. Questo il brano saliente.

Bush ha detto che la domanda di nucleare civile da parte dell'Iran è legittima. Sorpreso? “No. Nonostante le apparenze, Iran e Usa sono culo e camicia oramai. I negoziati tra loro procedono alla grande e il nucleare iraniano è la garanzia, per gli Stati Uniti, di restare in quell'area per contrastare il presunto pericolo. Tornando al nostro nucleare, l'Europa non ne può fare a meno”.

In realtà l'Europa punta su altro: l'obiettivo per il 2020 è di ridurre le emissioni del 20%, di aumentare del 20% l'efficienza energetica, di portare al 20% le fonti di energia rinnovabile. “Sì. Continuiamo così e le nostre industrie scompariranno”.

Qualche giorno fa Liberazione riportava in prima pagina questa citazione di Paul Valéry: L'Europa diventerà quello che in realtà è, un piccolo promontorio del continente asiatico. “Condivido. Soprattutto se continuiamo con questa storia dehli accordi di Kyoto e i tre 20 per cento del 2020. Cina e India se ne fregano di Kyoto”.

Un Jean tremontiano? “Con Tremonti ho scritto un libro, Guerre stellari, nel 2000 e nel suo ultimo volume sono citate le nostre passeggiate in montagna durante le quali parlavamo di geo-economia”.

Tratto da Noreporter.org

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venerdì, 27 giugno 2008

Storia di una donna con un labaro

Da qualche tempo a questa parte, a qualunque riunione pubblica partecipassi, mi capitava di incontrare una signora che a quel raduno era intervenuta tenendo bene in vista un labaro. Dovunque andassi, la signora era lì con il suo labaro issato a mò di bandiera. Quella donna non poteva non incuriosirmi ed ho voluto conoscerla. Adriana Nastri, ha insegnato a Sermoneta per dodici anni ed oggi è felicemente in pensione. Ma la maestra Adriana non è originaria di Sermoneta. In realtà, non è nata neanche in Italia. La storia della Nastri è una di vicenda di un grande amore per la Patria, ma soprattutto è una storia che parte molto da lontano e che vale la pena di raccontare: nel 1810 ci fu notevole emigrazione italiana verso l’Egitto e la famiglia siciliana della madre della Nastri si trasferì in quelle terre, come pure ci si trasferì la famiglia del padre che proveniva da Scafati. I genitori della maestra Adriana nacquero in Egitto, ma benché nati all’estero si sentivano Italiani, anzi italianissimi come si diceva allora. L’attaccamento alla Patria lontana era tale che, a 18 anni non ancora compiuti, il padre della nostra maestra scappò dall’Egitto per arruolarsi e partecipare alla campagna in Etiopia con Graziani. Il signor Nastri e sua moglie, Jolanda Aliquò, nel corso della seconda guerra mondiale erano in Etiopia e Adriana nacque nel 1941 ad Harrar, praticamente quando la città fu occupata dagli inglesi. Come lei stessa ci tiene a precisare, sul suo certificato di nascita c’è scritto che è nata ad Harrar con il “permesso delle autorità britanniche”, in quanto, appena nata, con tutta la sua famiglia entrò in un campo di concentramento inglese. Dopo alcuni mesi in campo di concentramento, Jolanda Aliquò in Nastri, che aveva all’epoca solo 20 anni, fu rimpatriata. Jolanda, con Adriana al collo di appena sei mesi e con un’altra figlia di venti mesi, si imbarcò su una delle Navi Bianche – la Giulio Cesare, la Saturnia, la Vulcania – ovvero i transatlantici che riportarono gli italiani in Patria dall’A.O.I. Il padre di Adriana, invece, catturato, sarebbe rimasto internato per sei lunghi anni, prigioniero in Kenia e Uganda e dopo l’8 settembre avrebbe continuato la prigionia dichiarandosi “non collaboratore”. Sarebbe rientrato in Italia solo nel 1946, imbarcato sul Vulcania. Il labaro che oggi la Nastri porta sempre issato, è il labaro della Sezione di Latina dell’Associazione Nazionale Reduci e Rimpatriati D’Africa (ANRRA). E' un’associazione nata 1961 per iniziativa di un gruppo di ufficiali reduci dall’Africa che oggi svolge preminentemente attività culturali ed è editrice di un periodico, Il Reduce d’Africa. L’Associazione ha particolarmente a cuore la sorte degli ascari e dei loro discendenti ed è stata tra le prime a prendere iniziative nel settore delle adozioni a distanza. La Sezione di Latina ANRRA è dedicata al Ten. Alessandro Del Rio che perse la vita in Nord Africa combattendo con l’Ariete -132 Reg. Fanteria Carri – ed è oggi sepolto al Sacrario di El Alamein Adriana Nastri, ultimo alfiere in terra pontina dell’A.N.R.R.A, si spende perché Del Rio non venga dimenticato e, soprattutto, perché non vengano dimenticati tutti quei ragazzi che come lui sono rimasti in terra d’Africa a fare da sentinelle di pietra al miraggio, non solo di una Patria più grande, ma soprattutto ad un sogno di collaborazione con quelle genti che l’Italia non intese sfruttare ma solo fare controparte di un processo di partecipazione economica che avrebbe reso tutti più ricchi, italiani ed africani. La Nastri è una di quelle donne che sono fatte grandi dall’amore per le proprie radici che, nella fattispecie, sono italiane ed africane e non smette di farsi testimone di tanto amore che la nobilita e che rende grande un certo modo di essere italiani.

Daniele Lembo

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categoria:storia
venerdì, 27 giugno 2008

Ventotto anni fa la strage di Ustica che ci si ostina a spacciare come un mistero

Il 27 giugno 1980 veniva abbattuto sui cieli di Ustica, probabilmente per errore, da caccia libici o israeliani (a seconda delle opposte versioni, ambo documentate, sia pure con più dati la seconda) il DC-9 dell'Itavia diretto da Bologna a Palermo; 81 le vittime della strage. L'intero apparato della Nato venne attivato per coprire le responsabilità e per sviare le indagini. Ben tredici tra testimoni e periti avrebbero poi trovato la morte per suicidi o incidenti inquietanti. Il mistero di Ustica permane ancora oggi e fa da sfondo a un insieme di manovre buie e sanguinose. Il problema di fondo, per la strage di Ustica ma anche per tutta la strategia della tensione, era la politica mediterranea dell'Italia che dava un enorme fastidio all'Inghilterra e ad Israele. Ma questo segreto di Pulcinella che tutti quelli che hanno avuto accesso ai dati ben conoscono e si raccontano a mezza bocca, deve essere taciuto pubblicamente. Insomma a Ustica la strage l'avrà commessa Bin Laden.

Noreporter.org

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categoria:politica, storia, in memoriam
venerdì, 27 giugno 2008

La turbocapitalista Cina e la dittatura birmana a braccetto nella costruzione della diga che sommergerà decine di villaggi Karen e Karenni.

CINESI E BIRMANI COSTRUISCONO UNA NUOVA DIGA NELL' EST DEL MYANMAR: DECINE DI VILLAGGI KAREN E KARENNI VERRANNO SOMMERSI. SFRATTATI GLI SPIRITI GUARDIANI.

Decine di villaggi Karen e Karenni, abitati da circa 3.500 persone, verranno sommersi in seguito alla costruzione di una nuova diga sulle Pyinmana Hills, 26 miglia a est della nuova capitale birmana, Naypyidaw . La diga, costruita con capitali cinesi, verrà ultimata nel dicembre 2009, e fornirà energia elettrica per 140 megawatt. "Unione delle Donne Karenni (gruppo etnico strettamente imparentato con i Karen) ha denunciato le violenze e i soprusi compiuti dall􀂶esercito birmano dislocato nell'area della costruzione: diversi villaggi sono stati rastrellati e numerosi giovani sono stati catturati per essere sottoposti a lavoro forzato. Le popolazioni dell'area ricordano la costruzione di un􀂶altra grande diga, risalente al 1964: in quell􀂶occasione ben 114 villaggi vennero sommersi dalle acque, e decine di migliaia di civili furono costretti a rifugiarsi in Thailandia. In quella fuga furono coinvolti anche i Karen Padaung, le cui "donne giraffa" vivono oggi in artificiali villaggi, esposte alla curiosità dei turisti. Mu Kayan, dell'Unione delle Donne Karenni ha dichiarato: "40 anni fa il nostro popolo perse il suo territorio sacro per dare energia elettrica a Rangoon. Oggi di nuovo, le dimore dei nostri Spiriti Guardiani verranno spazzate via per illuminare Naypyidaw." Questa diga, di proprietà della Yunnan Machinery and Export Co. Ltd., è una delle 24 costruite da compagnie cinesi in Birmania. Il Turbocapitalismo di stato cinese in nulla si differenzia da quello delle grandi multinazionali occidentali, protette e incoraggiate da paesi sedicenti democratici: la Terra degli Avi, gli Spiriti Guardiani, il Signore delle Foreste, cosa sono per i sacerdoti del Monoteismo del Mercato ?

Comunità Solidarista Popoli

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categoria:notizie dallestero, il vostro mondo
venerdì, 27 giugno 2008

pola.jpgIl numero di luglio di “Mondo Cane”, l’agenzia stampa, supplemento alla rivista on line “Orientamenti & Ricerca” del Centro Studi Polaris, è uscito. Chiunque lo voglia ricevere, così come tutte le pubblicazioni di Polaris, può abbonarsi gratuitamente; basta richiederlo per mail scrivendo a marte.rea@gmail.com. ATTENZIONE: CHI LO HA GIA’ FATTO IN PASSATO NON HA NECESSITA’ DI RIBADIRLO; se non ha già ricevuto questo numero di Mondo Cane lo riceverà a breve.
Gabriele Adinolfi

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categoria:politica, kulturkampf
mercoledì, 25 giugno 2008

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categoria:video