mercoledì, 30 gennaio 2008

Il 30 gennaio 1972 un plotone di paracadutisti inglesi del primo reggimento spara su una folla di pacifici manifestanti a Derry: sono 13 i morti e molti i feriti di quella domenica di sangue. La manifestazione fu indetta per protestare contro la sostanziale mancanza di diritti civili, causata anche da pesantissime norme di polizia, come la reclusione preventiva senza termini temporali per il processo per chi era sospettato di essere un militante repubblicano.

Ogni anno questa data viene ricordata a Derry con una marcia di commemorazione alla quale, oltre a migliaia di irlandesi, partecipano rappresentanze da varie nazioni europee e da tutto il mondo. La strage, che viene ricordata come “Bloody Sunday”, non ha avuto colpevoli ufficiali, poiché fu premiata la tesi secondo la quale i militari avrebbero risposto al “fuoco dei dimostranti”, ma è invece acclarato che questi ultimi non erano armati. Ancora una volta nella travagliata storia Irlandese ci si trovò di fronte ad una distorsione della realtà, atta a nascondere le tragiche responsabilità del paese di sua maestà durante l’occupazione irlandese. Lo stesso paese che è a tutt’oggi “esportatore di democrazia” alla ruota dei loro degni cugini d’oltreoceano.

La tragedia del “Bloody Sunday”, segnò un ulteriore punto di svolta nella tragica storia della questione irlandese, consegnò infatti molti giovani patrioti repubblicani ad una scelta drammatica quanto inevitabile: rispondere con le armi, come i loro padri prima di loro, a chi, con le armi, negava loro la libertà e cercava lo sradicamento dell’identità del loro popolo.

Trentuno anni fa morirono tredici innocenti e non furono né le prime né le ultime vittime dell’oppressione di sua maestà a spese del popolo irlandese, un popolo fiero, che con sangue e sudore lotta da decenni per la libertà nella propria terra, per le proprie tradizioni e per la propria cultura.

Di tempo ne è passato; oggi la situazione nell’Irlanda del Nord è apparentemente normalizzata. Dopo più di trentotto anni di occupazione militare, il 31 luglio 2007 è stato formalizzato il ritiro delle truppe militari britanniche nelle sei contee (Aontroim, Ard Mhacha, An Dún, Fear Manach, Tír Eoghain, Doire) ingiustamente occupate.

Ora, a seguito delle elezioni svoltesi l’8 marzo 2007, a Belfast si è instaurato un nuovo governo di coalizione, composto dagli ex-rivali Ian Paisley (Democratic Unionist Party, protestante), e Martin Mc Guinness (Sinn Fein, “Solo noi” in gaelico, cattolico ed ex-militante dell’Irish Republican Army).

Ma, chi minimamente conosce la situazione NordIrlandese, sa bene che è una pacificazione di facciata, realizzata all’insegna di un falso e ipocrita buonismo foraggiato e incoraggiato da chi preme solo per il mantenimento dello status quo, alla faccia di chi, in anni di dura lotta, è passato attraverso ingiustizie sociali, repressione poliziesca, ingiusti processi e carcerazioni, fino al sacrificio della Vita.

Ma nelle Sei Contee e in tutta l’Irlanda c’è ancora chi brandisce con orgoglio il vessillo della propria identità, in fede a quello che da sempre fu il motto dell’ I.R.A, Tiochfaidh àr là, (in gaelico, il nostro giorno verrà!). E’ il popolo irlandese, quello vero, quello puro, quello ribelle, che con una tenacia d’altri tempi ancora lotta per la propria terra, per la propria gente e per la propria autodeterminazione; quello che non si è scordato di chi, con il sangue, ha lottato per vedere l’isola verde una e unita, senza padroni stranieri: coloro che non hanno mai dimenticato il fulgido esempio di Bobby Sands, che dichiarò, poco prima della morte dopo 61 giorni di sciopero della fame nella prigione di Long Kesh: “Non mi è difficile morire, perché morirò per i miei amici”.

Tratto da http://www.controventopg.splinder.com/

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mercoledì, 30 gennaio 2008

Tremiladuecento sequestrati che hanno scoperto che l'Italia non esiste

Katia Anedda ci ha chiesto di far conoscere la nuova iniziativa Liberiamoli dal Silenzio. Ben volentieri, come sempre in questi casi, postiamo quanto segue...

Prigionieri del Silenzio sono soprattutto quei 3200 Esseri Italiani distribuiti nelle carceri oltre confine. Prigionieri perchè nessuno ne parla o non ne vuole parlare. Non fanno notizia. Alcuni innocenti, alcuni colpevoli ma tutti Esseri Umani con dei Diritti che vengono dimenticati e calpestati.  Nel 2004 sono iniziate le denunce sulle violazioni dei diritti umani per il caso Carlo Parlanti (http://www.carloparlanti.it), nel 2007 diversi casi hanno occupato, seppur in maniera marginale, pagine di quotidiani, web e spazi televisivi con vicende come quella di Angelo Falcone (http://giovannifalcone.blogspot.com) e Simone Righi (http://blog.libero.it/TutticonSimone/).Si sa ancora molto poco del dopo, come nella vicenda di Angelo C.  (http://giustiziaperangeloc.blogspot.com). I più potenti mezzi d'informazione del paese continuano ad evitare od a non approfondire l'argomento. Mentre scandali, pettegolezzi ripicche politiche ricoprono le pagine dei più importanti quotidiani e riviste nostrane, ci sono 3200 italiani che non hanno spazio per implorare i loro diritti. Forse non tutti, ma con molta probabilità almeno 1200, lo richiedono e sono innocenti. Prendendo coscienza di questo stato di cose e delle difficoltà che si incontrano nel voler rompere questo silenzio, Erika Righi e Katia Anedda, ambedue coinvolte nella vita dei protagonisti di due vicende paradossali ed eclatanti, hanno deciso di fondare un'associazione a sostegno di quelle famiglie che si trovano ad affrontare gli ostacoli che questo tipo di situazioni complesse comportano. L’organizzazione, che sarà registrata a breve, prenderà il nome di Prigionieri del Silenzio, cosi come il sito web in realizzazione che raccoglierà storie e darà supporto ed il cui indirizzo sarà: http://www.prigionieridelsilenzio.it

Per qualsiasi informazione, in attesa dell'attivazione dei contatti dell’Associazione, potete rivolgervi a:

Erika Righi: erika.righi@libero.it

Katia Anedda: katia@carloparlanti.it

e-mail Associazione: info@prigionieridelsilenzio.it

(Tratto da: http://www.mirorenzaglia.com)

A proposito di prigionieri del silenzio

Vedevo ora un servizio su Rai uno di un signore al quale hanno esportato un polmone per un sospetto Cancro, per poi scoprire che era un ascesso, quindi con molta probabilità, anzi con sicurezza l’asportazione del polmone lo ha solo danneggiato. Questo e’ quanto stanno cercando di fare con Carlo, ora, nella trasmissione “la vita in diretta” parlano di quanto questo mette in crisi la fiducia nella sanita’ italiana e la gente si indigna….con Carlo stanno facendo di peggio, perche’ stanno dicendo: “non sappiamo se e’ cancro, intanto asportiamo”, almeno a quel signore avevano assicurato fosse cancro, e solo perche’ Carlo sta sfidando anche questo stato di cose, non si e’ fatto asportare mezzo polmone, ma in questo caso nessuno si indigna. Vi chiedo, non come la fidanzata di Carlo, ma come ITALIANA, connazionale di Carlo Parlanti, donna che non vuole immaginare che un giorno un proprio caro possa fare un esperienza professionale o che sia, in un paese civile come l’America, e possa subire questa violazione evidente dei diritti sacro santi.

Vi prego di intervenire perche’ vivere non sapendo se si ha un cancro e quindi i giorni contati, soprattutto se si e’ in una prigione con delle prove di innocenza cosi forti come fotografie false e diari falsi (tutto accertato con perizia), e’ terribile, per Carlo e per la sua famiglia

Grazie

Katia Anedda

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mercoledì, 30 gennaio 2008

Fiaccole per illuminare la notte

Settantacinque anni fa, esattamente tre quarti di secolo orsono, si compiva una delle pochissime rivoluzioni, ad esser rigorosi probabilmente la sola, a realizzarsi rigorosamente ed esclusivamente per via democratica.

La Repubblica di Weimar chiudeva i battenti e una fiaccolata lunga una notte salutava la rinascenza germanica dopo Versailles. A quella data la nazione contava sei milioni di disoccupati. In meno di un anno e mezzo al Cancelliere tedesco sarebbe riuscito il miracolo del raggiungimento della piena occupazione. La nuova (e antica) Germania andava rapidamente superando le differenze di ceto e di classe, prendeva il controllo sulla moneta, usciva dai diktat finanziari internazionali, evocava le sue radici storiche e preistoriche e si poneva come esempio per non poche altre nazioni.

Nello stesso anno negli Usa si costituiva il Council of Foreign Relations dedito esplicitamente a preparare la guerra mondiale. Sei anni più tardi alla Reazione, all'Alta Finanza, al Crimine Organizzato, al Comunismo e alle oligarchie della standardizzazione religiosa e sapienziale non restava altra soluzione che scatenare un conflitto planetario per riportare l'ordine internazionale nelle condizioni di aridità, precariato, proletarizzazione, schiavitù e cecità spirituale ed esistenziale che noi, oggi, conosciamo bene.

Ma nessuno ha mai spento quelle fiaccole

Gabriele Adinolfi

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mercoledì, 30 gennaio 2008

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martedì, 29 gennaio 2008

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martedì, 29 gennaio 2008

Il Blocco Studentesco risponde secco alle esternazioni del capogruppo al comune di Roma dei Comunisti Italiani Fabio Nobile, riguardo alla richiesta di scioglimento della Consulta Provinciale degli Studenti e di annullamento del corteo indetto l’8 Febbraio dal Blocco Studentesco per ricordare la tragedia delle Foibe. In proposito interviene Giorgio Evangelisti, aderente al Blocco Studentesco nonché vice presidente della Consulta Provinciale degli studenti:” L’8 febbraio noi saremo regolarmente in piazza per ricordare i nostri connazionali massacrati e umiliati. E’ assurdo che nel 2008 ci sia ancora chi tenti di infangare la memoria di una delle più grandi stragi che il nostro popolo abbia mai subito, quella delle Foibe e degli esuli istriano-dalmati. Del resto ce lo dovevamo aspettare da chi ha ancora il coraggio di militare sotto la bandiera rossa, di fatto definendosi erede di quei torturatori”. Non contento Fabio Nobile, oltre che l’annullamento del corteo ha chiesto anche lo scioglimento della Consulta Provinciale degli Studenti, dove il Blocco Studentesco è ampiamente rappresentato. “Solo il Blocco Studentesco all’interno della consulta rappresenta oltre 37000 studenti, difenderemo il loro diritto ad essere rappresentati. Non concepiamo assolutamente le pretese antidemocratiche del consigliere Fabio Nobile. Dopo aver chiesto invano l’invalidamento delle elezioni, ora chiedono addirittura lo scioglimento di un organo istituzionale. Non c’è limite alla faccia tosta.”

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lunedì, 28 gennaio 2008

In occasione della quarta Giornata Nazionale in Memoria delle Vittime delle Foibe, RBN in collaborazione con Novopress Italia organizza la manifestazione virtuale “10 FEBBRAIO: IO NON SCORDO”. Al fine di sensibilizzare nei confronti di un argomento tanto spinoso quanto de facto sommerso, domenica 10 febbraio alle ore 11 centinaia di siti internet, blog e forum corredati di Tricolore listato a lutto osserveranno un’ora di silenzio nel rispetto dei connazionali caduti per mano degli assassini titini.

In un Paese che con fare incerto e talora stizzito muove faticosamente i primi passi verso la verità storica, e che in ogni sede, dalle istituzioni politiche alla scuola, tende ad insabbiare con troppa disinvoltura i lati oscuri del proprio passato mediante la censura culturale e la minimizzazione dei tragici eventi che a partire dall’8 settembre 1943 colpirono la comunità italiana di Istria, Dalmazia e Friuli-Venezia Giulia l’affermazione “IO NON SCORDO” è un atto rivoluzionario che intende contribuire a riscattare le migliaia di Italiani infoibati dalla furia slavo-comunista. È scandaloso che a più di mezzo secolo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ricercare e affermare la verità storica sia da più parti considerato alla stregua di un reato d’opinione; che storici di rilievo siano osteggiati nelle loro ricerche, talora pubblicamente dileggiati, ora con le armi della critica interessata ora dal consueto manipolo di utili idioti ideologizzati; che i più giovani ignorino, per deficit didattico, la portata devastante dei fatti in oggetto; che non si possa a tutt’oggi parlare apertamente di pulizia etnica ai danni della popolazione italiana del Nord-Est, che ha dovuto subire rastrellamenti, deportazioni, torture e esodi di massa con esiti spesso indegni, com’è il caso del tristemente noto “treno della vergogna”.

Agli isterismi di massa preferiamo pero’ lo stile, manifestando il nostro dissenso – che in realtà è un con-senso, un sentire comune, espressione della consapevolezza di appartenere alla comunità nazionale – in maniera composta, disciplinata e silenziosa, sul web come nelle piazze, invocando il Lutto nazionale per gli oltre 10.000 morti accertati e per quelli ancora da accertare.

E’ richiesto il massimo grado di partecipazione!!

Radio Bandiera Nera [ http://www.radiobandieranera.org ]
Novopress Italia [
http://it.novopress.info ]

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lunedì, 28 gennaio 2008

Con la fine dell' avventura governativa del governo delle sinistre, e con le forze politiche a danzare un assurdo valzer sull' opportunità o meno di ricorrere alle elezioni politiche, si è creato un clima di stallo e di incertezza che potrebbero portare alcuni a dimenticare impegni di governo, e di responsabilità che il nostro Paese deve assumersi dinanzi al mondo, agli alleati militari , dinanzi all'Europa e, soprattutto dinanzi alle migliaia di militari italiani impiegati nei teatri operativi dispiegati all'estero! Nelle prossime settimane infatti, andrà in votazione alle camere il rifinanziamento alle missione estere che tanto è stato amaro per le sinistre lo scorso anno. Gia esponenti della sinistra si sono espresso a riguardo ponendo dei niet!, dei distinguo sulle missioni, instaurando sull' argomento un clima pre elettoralistico! Stiamo vedendo come la sinistra radicale raduna i propri militanti sotto il no alla missione, adesso che, svincolati dalla obbedienza al governo, pensano gia alla campagna elettorale! Questa sinistra è quella che continua a dichiarare elevate le spese militari previste nella finanziaria 2008. In realtà in questo capitolo, nella scorsa finanziaria , ci sono stati ulteriori tagli e decurtazioni, nonostante l'aumento degli impegni delle forze armate, siano essi Nazionali, (vedi Napoli) o internazionali, vedi Libano o l' apertura di un Ospedale Militare nella regione africana del CIAD, notizia sconosciuta alla maggior parte degli italiani. In questo clima da post 8 settembre, ovviamente a subire le immediate ripercussioni saranno i militari, poco simpatici a certa classe governativa, ancora seduta sugli scranni del parlamento. Sì perché ri-finanziare le missioni non significa esclusivamente assicurare ai soldati la diaria giornaliera, cosa del resto assai importante, ma, molto più importante, sarebbe per loro assicurare i mezzi, materiali e rifornimenti di cui abbisognano in determinati contesti non solo per assolvere agli incarichi, ma anche per per garantire loro la propria sicurezza! Gli italiani chiamati in armi a garantire il mantenimento della pace in alcuni casi, assicurare interessi della Nazione in altri, devono essere, a nostro avviso nelle condizioni tali da essere oltre che efficienti anche sicuri presentabili! Sono i nostri soldati all' estero impiegati, spesso a lavorare a fianco con eserciti di altre realtà europee e mondiali il nostro fiore all' occhiello e la nostra immagine: in questo periodo in cui altre sono le immagini che dell' Italia il mondo guarda, vedi Napoli o Università La Sapienza di Roma, Noi della Fiamma Tricolore, oltre che tifare per i nostri soldati, ci auguriamo presto un rifinanziamento delle missioni umanitarie e pretendiamo che siano essi la nostra immagine all' estero e non altre!

Giovanni Demarco - Dipartimento Difesa e Sicurezza MS-Fiamma Tricolore

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categoria:politica
lunedì, 28 gennaio 2008

Come le case farmaceutiche ci uccidono. “Il tradimento della medicina” di Alberto Mondini; 119 pagine, 10 euro

All'inizio del ventesimo secolo il gruppo Rockfeller controllava già molte banche e la maggior parte del commercio di petrolio negli Stati Uniti e in molti altri paesi. Sulla base di questi trilioni di dollari di reddito questo gruppo d'investitori ha trovato una nuova area di mercato: il corpo umano (...) Attualmente il gruppo Rockfeller controlla più di duecento ditte farmaceutiche, è dietro alle più grandi e influenti istituzioni finanziarie del mondo (...) Il 50% della prima amministrazione Bush era formato da alti funzionari di ditte farmaceutiche. Donald Rumsfeld, ministro della guerra, è stato direttore di parecchie multinazionali farmaceutiche”. Ecco come, da poche frasi dell'Autore, si può capire il senso del libro Il tradimento della medicina scritto da Alberto R. Mondini, già autore di Kankropoli e stampato dall'Associazione per la Ricerca e la Prevenzione del Cancro.


Il libro spiega come e perché gli interessi gangsteristici dei padroni delle case farmaceutiche impediscono di debellare le malattie accettando di introdurre terapie efficaci che da un lato spazzerebbero via i farmaci più controproducenti che inutili che dominano i mercati, e dall'altro farebbero crollare il business della ricerca infinita.

Mondini ci ricorda che “Uno dei problemi primari affrontato dall'industria farmaceutica era la concorrenza dei prodotti naturali per la salute. Gli strateghi degli investimenti farmaceutici lo hanno capito ed hanno intrapreso una campagna globale per ostacolare che le informazioni salva-vita diventassero ampiamente disponibili alle persone del mondo intero”.

E l'Autore ci fa una carrellata sulle principali pesecuzioni di medici con terapie efficaci da parte della casta farmaceutica.

D'altronde il pregiudizio scientifico in nome del quale i terapeuti alternativi sono chiamati ciarlatani è privo di senso e di dati a suffragio. Tanto che, come ci riporta documentatamente Mondini, ogni volta che si registra uno sciopero generale dei medici negli ospedali, puntualmente, le morti diminuiscono. Indizio evidente e probante di come molti framaci siano in realtà il veleno vero e proprio.


Mondini ci propone una lunga serie di alternative terapeutiche, e soprattutto preventive, ben documentate sulle quali, data la mia ignoranza in materia, non posso pronunciarmi adeguatamente ma che in ogni caso mi attirano. E ci propone anche risposte esistenziali e operative sulle quali, invece, sono in grado di esprimermi e che in linea generale condivido.

Gruppi criminali stanno condizionando l'intero pianeta ai loro voleri. Hanno poteri immensi. Posseggono le fonti d'energia, il commercio degli alimenti, delle armi, la medicina, i canali d'informazione ecc... Si sono arrogati il diritto di batter moneta, che hanno espropriato alle nazioni, e comandano gli stessi governi del pianeta con la corruzione e il ricatto. (...) Per poter vincere e guadagnarci la libertà di vivere in salute, abbiamo bisogno di un movimento popolare che sostenga la libertà di terapia oltre che la diffusione di queste scoperte”

E, soprattutto: “Se vogliamo buttare il materialismo oggi imperante nella spazzatura della storia, abbiamo bisogno di una filosofia nuova di zecca. Qualcosa che si colleghi alla tradizione del passato ma che abbia appreso la dura lezione del presente.

Nell'era in cui “l'uomo è morto” Mondini dà alla critica del materialismo uno sguardo diverso, un po' più profondo e preciso di quello degli ultimi messaggi pontificali “Questa specie di schizofrenia, questa scissione all'interno delle scienze moderne, la ritroviamo anche a livello più generale, nella contrapposizione tra aspirazioni umane, sentimenti, ideali, spiritualità, etica, filosofia, ecc...”

Dunque l'Autore si ricollega ad una concezione armonica e sapienziale che affonda le radici nei millenni e che è scevra dalla stupida e castrante contrapposizione spirito-materia che ha caratterizzato e caratterizza, da qualsiasi dei due lati, il dualismo nulificante.


Il libro va letto assolutamente perché è istruttivo e oltre ad offrirci elementi di conoscenza (tra cui l'apendice di Tullio Simoncini l'oncologo oggi perseguitato per via dei suoi successi che minacciano gli interessi farmaceutici) ci dà anche spunto per discussioni, aggiustamenti, correttivi, dibattiti più articolati.

Il libfro va letto e le indicazioni politiche che contiene, a prescindere dal grado di condivisione da parte di ognuno delle singole tesi, vanno colte e seguite.

Non è solo una questione ideologica, ne va di mezzo la salute e, quindi, il bene primario che, come fa notare Mondini con un emblema suggestivo, è stato anch'esso sottomesso ad una logica aberrante impostasi con l'atomica su Hiroshima.

Quel giorno quel fenomeno puramente fisico piegò la volontà di milioni di uomini”.

Di fatto da Hiroshima in poi viviamo nella magia nera del post/nucleare e nel dominio del Crimine Organizzato.

Abbiamo sempre la possibilità di eluderne il totalitarismo; e Mondini ci offre alcuni suggerimenti assai validi. Il resto spetta a noi.


Gabriele Adinolfi


Per ricevere il libro “Il tradimento della medicina” o per organizzare presentazioni rivolgersi a www.orionlibri.com o associazione culturale altro stile altrostile@email.it

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categoria:libri, kulturkampf
domenica, 27 gennaio 2008

La Fiamma Tricolore, domenica prossima, aprirà ufficialmente la campagna elettorale a Palermo “Il presidente della regione Sicilia Salvatore Cuffaro, in un momento di difficoltà istituzionale, ha mostrato grande senso di responsabilità, a differenza di Antonio Bassolino”. “Le due situazioni mostrano evidenti differenze, anche perché Bassolino non ha ricevuto una condanna, ma la Campania, solo per l’emergenza rifiuti, dovrebbe - unanimemente - pretendere le sue dimissioni”.

Così Luca Romagnoli, appresa la notizia delle dimissioni irrevocabili del governatore della Sicilia. “E’ importante una verifica elettorale che, siamo certi, consentirà al centro destra di ricreare un clima di entusiasmo e di sostegno intorno a tutta la coalizione”. Ha aggiunto Romagnoli. “E la Fiamma Tricolore farà, anche questa volta, la sua parte”.

“Annuncio infatti che, domenica 3 febbraio, a Palermo, presso l’Hotel Astoria Palace, apriremo ufficialmente la nostra campagna elettorale per le elezioni regionali e provinciali in Sicilia, con l’Assemblea regionale del partito e la raccolta di firme”. Ha infine concluso Luca Romagnoli.

www.fiammasicilia.it

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categoria:politica, politica siciliana
venerdì, 25 gennaio 2008

di Maurizio Blondet, tratto da effedieffe

Gaza

I giornali fanno quello che possono per mascherare la vergogna d’Israele, la sua insensibilità meschina.
«Forze di Hamas hanno segretamente lavorato per mesi al muro di metallo con lance termiche», ha accusato il Times di Londra.
Le evasioni dai lager tedeschi di eroici soldati inglesi sono state glorificate in infiniti film.
Di colpo, i prigionieri non hanno più il diritto di fuggire dal lager.

 


Se sono palestinesi, il loro è un complotto deplorevole.
Eh sì, hanno commesso il delitto di segretamente forare il muro di acciaio massiccio, perchè gli esseri umani vogliono essere liberi.
Poi, un bulldozer ha aperto il varco perché potessero passarci le auto.
E 350 mila palestinesi sono usciti in Egitto, hanno svuotato le botteghe di Rafah, alcuni hanno raggiunto in auto El Arish, 45 chilometri più addentro.

 

«Siamo caduti nella trappola di Hamas», ha dichiarato rabbioso Danny Ayalon, già ambasciatore israeliano a Washington, «e abbiamo perso di nuovo la nostra deterrenza. E’ stato un disastro di pubbliche relazioni» (1).
Gente abituata al male finisce per rivelarsi, nonostante ogni ipocrisia, nelle sue parole.
Ecco come pensano gli israeliani: «deterrenza», «disastro di relazioni pubbliche».

 

No, mister Ayalon: quello di Israele è un disastro morale.
Persino il mondo complice, che fingeva di non vedere quello che fate ai palestinesi, ha dovuto prenderne atto.
E protestare un po’.
Il «danno d’immagine» se lo sono voluto.

 

Hanno cominciato nel 2006 ad affamare un milione e mezzo di persone a Gaza, chiudendo tutti i valichi, e l’hanno chiamata ridacchiando «cura dimagrante».
Lo scopo dichiarato era alienare da Hamas la popolazione che l’aveva votato.
Non ci sono riusciti, e giorno dopo giorno hanno indurito la «cura».
Sempre meno cibo, sempre meno merci necessarie.
Incursioni, hanno ammazzato in quest’anno mille «terroristi», di cui 157 bambini.
Hanno ridacchiato anche davanti agli avvertimenti di John Dugard, il responsabile ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, che avvertiva del disastro umanitario imminente e condannava Israele per «la violazione dello stretto divieto di punizione collettiva contenuto nella quarta Convenzione di Ginevra».
Risate.

 

I media mondiali non hanno riportato una parola di Dugard.
Nemmeno la settimana scorsa, quando l’inviato dell’ONU ha detto: «L’uccisione di quaranta palestinesi a Gaza la settimana scorsa, con l’attacco a un edificio governativo vicino a cui si svolgeva una festa di nozze che rendeva prevedibile la perdita di vite umane di tanti civili, insieme alla chiusura di tutti i valichi, pone seri dubbi sul rispetto di Israele per il diritto internazionale».
Le leggi internazionali vietano la punizione collettiva di un popolo per le azioni dei suoi partigiani? Sai le risate.
Celebrate Marzabotto, quella sì è una punizione collettiva!
Chinate la testa il giorno della Memoria, goym!
Noi, delle punizioni collettive che infliggiamo, ci vantiamo apertamente.
La rappresaglia per i lanci di razzi Kassam avverrà «senza tener conto del costo per i palestinesi», annunciava il 20 gennaio Avi Ditcher, ministro della Sicurezza Interna, la Gestapo israeliana.
Ehud Olmert, a giustificazione del taglio dei rifornimenti del carburante: «Vogliamo segnalare alla popolazione di Gaza che non si deve ritenere esente da responsabilità per la situazione», ossia per il tiro dei razzi.
Il successo della punizione collettiva li ha riempiti di euforia.
«Le riserve alimentari a Gaza finiranno a metà settimana», annunciava trionfante un anonimo ufficiale di Tsahal al Jerusalem Post il 20 gennaio.
«Stiamo incidendo sulla qualità della vita generale a Gaza e distruggendo le infrastrutture terroriste», si vantava Ehud Barak, il ministro della Difesa.

 

Sono tutte spontanee dichiarazioni di colpa, a valere per una futura Norimberga giudaica: questi si vantano di punire 1,5 milioni di persone per le colpe di qualche lanciatore di Kassam (chi sono? Perché non si trovano mai i colpevoli?), e si congratulano a vicenda dei loro sinistri successi.
Entro la settimana, quelli sono alla fame.
Chutzpah, chutzpah.
O Schadenfreude, fate voi.

 

Negli ultimi giorni hanno bloccato - risate, chutzpah - anche il petrolio per l’ultima centrale funzionante, petrolio fornito dall’Europa (mai che Israele paghi le spese per i suoi internati, ci pensino i goym), insieme ai pochi generi di estrema necessità (europei) lasciati passare col contagocce.
Nemmeno più quelli.

 

Di fronte alle (deboli) proteste europee, la ministra degli Esteri Tzpi Livni ritorceva esasperata: «Israele è il solo Stato al mondo che fornisce elettricità a terroristi che in cambio gli lanciano contro dei razzi».
Altra ammissione di colpa, spontanea e involontaria: per la Livni, il milione e mezzo di palestinesi che ha gettato nella fame e nel buio sono collettivamente responsabili; nessuna distinzione tra civili e guerriglieri.
Tutti terroristi, nessuno escluso.
«Achtung Partisanen».
Così finisce per pensare gente incancrenita nella pratica del male, e così finisce per rivelare involontariamente la sua stortura morale.
Si sente fin troppo generosa, la Livni: potremmo sterminarli tutti, anzi dovremmo, e invece «forniamo elettricità», lasciamo passare il carburante europeo…
Decisamente troppo generosi.
Insensibili alla sofferenza che infliggono, hanno finito per essere ciechi di fronte al fatto che il mondo ha aperto un occhio.
Insensibili ai dispacci della AP, che già diramava le frasi del ministro della Sanità di Hamas, il dottor Moaiya Hassanain: «Togliamo prima la corrente al reparto maternità oppure a quello di chirurgia cardiaca? Dobbiamo scegliere».
Insensibili all’allarme lanciato da Michael Bailey, della organizzazione non governativa Oxfam: «Qui ci sono 35 pompe per le fognature in funzione. Se una si rompe, non possiamo ripararla perché mancano i ricambi, e ciò significa che i liquami si spargeranno nelle case e per le strade, con i problemi sanitari conseguenti».
Era già avvenuto a marzo, quando l’argine di terra di un bacino di fogna s’era spaccato, e il fiume di liquami e fango aveva affogato cinque palestinesi.
E pensare che Gaza avrebbe l’autosufficienza energetica.
Nel 2000, la British Gas Group ha scoperto, sotto lo specchio di mare antistante Gaza, riserve di gas naturale per almeno 1,3 milioni di metri cubi, valore stimato 3 miliardi di euro.
Era stato anche fatto un accordo fra la British e una ditta palestinese per lo sfruttamento: ma dopo la vittoria elettorale di Hamas, l’embargo decretato dall’Occidente (servo di Sion) ha bloccato tutto. Non a caso Israele presidia anche quel tratto di mare, sparando persino sui pescherecci che s’avventurano a pescare per sfamare la gente: quel gas è di Eretz Israel, lo vogliono gli eletti, la razza superiore.

 

Negli ultimi due giorni, l’embargo era perfetto.
Non un camion, nulla.
Niente luce, le notti al buio.
Tutto sigillato.
Si congratulava Olmert: ai palestinesi non sarà concesso di «vivere una vita normale», finchè sparano Kassam.
Poi, Hamas ha aperto la breccia nel muro.
Senza spargere sangue, ha creato il momento della liberazione: centinaia di migliaia sono sciamati gioiosi in Egitto - meglio, nel deserto del Sinai, dopo Rafah non ci sono che centinaia di chilometri di sabbia - per comprare tutto il comprabile, e per poi tornare nel lager - il lager che è la loro terra, la loro nazione.

 

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Un abbraccio forse atteso da tanto, chissà: certo non andrà da Maria de Filippi…
L’egiziano Mubarak, che aveva collaborato a fare di Gaza un lager (con l’Unione Europea: quando Sharon aveva «ritirato i coloni» illegali da Gaza, l’Europa garantì al macellaio che la frontiera egiziana di Gaza sarebbe rimasta sigillata, e che Israele avrebbe avuto l’ultima parola su ogni passaggio), non ha avuto il coraggio di far sparare su quella folla.
«Ho detto loro: venite, mangiate, comprate il cibo e poi tornate».
Ora i ministri israeliani minacciano Mubarak, gli dicono «ora sei tu il responsabile» dell’ordine, noi ce ne laviamo le mani, tagliamo con Gaza.
L’ha detto il viceministro della Difesa giudaica, Matan Vilnai.
«Bisogna capire che siccome Gaza è aperta dall’altra parte, noi non siamo più responsabili» della vita nella zona.
«Tagliamo i collegamenti».
Il che significa: ci pensi l’Egitto a fornire acqua, cibo, elettricità.
Altra violazione della convenzione di Ginevra: Gaza è ancora territorio occupato, e nel diritto internazionale l’occupante ha il carico della vita dei civili.
Ma quando si è educati alla meschinità e alla avarizia insensibile fin da piccoli, si pensa in questo modo, e lo si dice: non paghiamo, noi non paghiamo.
Ma intanto, la gente continua ad andare e venire dalla breccia, con la roba comprata, allegra finalmente.
La sensazione - non si sa quanto falsa - è che l’assedio è spezzato, che il Muro d’acciaio resterà spaccato.

 

Intanto, vari gruppi nel mondo hanno indetto una Giornata di Azione contro l’Assedio per il 26 gennaio: sono previste manifestazioni a New York, Cleveland, Boston e Filadelfia.
Anche in Israele: i gruppi umanitari ebraici organizzeranno un convoglio di aiuti e di protesta che da Gaza, Haifa, Tel Aviv e Beer Sheva confluirà al confine di Gaza, allo slogan di «Lift the blockade!».
Parleranno Uri Avneri, Shulamit Aloni, Jeff Halper, insieme a molti altri che non vogliono essere volonterosi carnefici del Reich.
Un disastro di pubbliche relazioni.
Una esposizione della vergogna di Israele alla luce del sole, finalmente.
E l’Europa?

 

Il Parlamento europeo ha celebrato il giorno della Memoria.
E messo in guardia contro l’antisemitismo.
Il vicepresidente della Commissione, il noto Franco Frattini, ha immediatamente dichiarato: le rappresaglie di Israele a Gaza «non costituiscono crimine di guerra» (2).
Anzi Frattini è corso nella sua Israele, sangue del suo sangue, a proclamare che la colpa è degli europei: «Avrebbero dovuto capire prima la preoccupazione di Israele. Troppo a lungo abbiamo (noi europei, a nostro nome parla Frattini) ignorato i legittimi timori di Israele riguardo al terrorismo, al fanatismo e al rifiuto del campo arabo di accettare l’esistenza di Israele, per non dire la sua legittimità. … In ultima analisi, la responsabile delle condizioni in cui vivono quelli di Gaza è Hamas».
Frattini ha visitato il Yad Vashem.
E lì ha annunciato un programma che condurrà tutti gli scolari europei a visitare «i luoghi simbolici della memoria in Europa, come il memoriale dell’olocausto a Berlino e i campi di concentramento come Auschwitz e Dachau. Ciò sarà facilitato da finanziamenti europei».
E’ il suo modo di rammendare il danno d’immagine, il disastro di pubbliche relazioni subito da Israele.

 

Il loro modo: non guardate quelli nel lager di oggi, guardate a noi!
Guardate come soffriamo noi, non loro!
Siamo noi che soffriamo di più! (E cacciate i soldi, la Memoria è a spese vostre beninteso) (3).
Così pensano.
Basta che aprano bocca, e si rivelano.

 

Note
1) Adam Entous, «Hamas exposes Israeli weakness in Gaza», Reuters, 23 gennaio 2008.
2) «Israeli actions in Gaza ‘not war crimes’, says EU official», European Jewish Press, 23 gennaio 2008. Frattini ha parlato all’Interdisciplinari Center di Herziya, una entità di propaganda del Mossad. Ha detto: «Hamas cannot be a viable interlocutor, neither for the international community, nor for the poor Palestinian people who should sooner rather than later realize that Hamas has brought them only disaster».
3) Nel giorno della Memoria, l’associazione «Figli ed orfani dei sopravvissuti all’olocausto in Israele» (YESH) ha annunciato che intraprenderà un’azione legale contro la Germania perché «riconosca le nostre sofferenze». Questi bambini ed orfani, almeno sessantenni, vogliono la pensione di orfani «pari a quella dei figli dei caduti della Wehrmacht». La loro organizzazione esige dalla Germania 7.200 euro per ogni anno passato da orfano. Sono o dicono di essere 250 mila: dunque la Germania dovrebbe pagare 1,8 miliardi di euro per ogni anno in cui questi sono stati orfanelli. Ossia 60 anni di orfanellismo. Il gruppo pretende che lo Stato tedesco paghi loro anche per i danni di salute e le «opportunità di carriere perdute» a causa dello stress di essere orfani di sopravvissuti dell’olocausto.

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venerdì, 25 gennaio 2008

Non c'è più Proni ma saremo proni lo stesso

Non potrà accadere nulla di significativo nell'italietta odierna. Sia che un governo di transizione con la scusa di lavorare alla nuova legge elettorale acceleri le liquidazioni del patrimonio pubblico (come ha paventato Cossiga), sia che si ritorni al voto subito e con l'attuale legge. Il peso specifico italiano è ancor più debole di qualche anno fa. Se nella diatriba tra Polo Carolingio (Francia e Germania) e Partito Atlantico (Usa e Inghilterra con in più l'irrequieto Israele) i nostri goveranti pensarono bene di fare da lustrascarpe a questi ultimi in cambio di qualche spicciolo, oggi neppure questa prospettiva di agiata mendicanza è alla portata.

In questi anni gli equilibri mondiali sono cambiati e anche i ruoli. Ad esempio la City è stata parzialmente attratta nell'orbita finanziaria della UE di cui fa da porto franco, mentre la Germania e soprattutto la Francia sono state riconquistate da Wall Street. I giochi, insomma, si fanno oggi al centro della UE e le periferie dei signorsì contano davvero poco. Di fronte all'emergenza cinese (e talvolta alla cooperazione sino-americana), di fronte alla crisi economica americana, in vista di recessioni che i grandi vorrebbero far pesare soprattutto all'Europa, qui non si conta davvero un fico secco e ai padroni del vapore non servono più neppure i lustrascarpe.

Chiunque vada a Palazzo Chigi dovrà fare da bancarottiere oppure dovrà andarsene sbattendo rumorosamente la porta. In poche parole non cambia nulla. Tranne qualche interesse privato perché se si va alle elezioni con la vecchia legge qualche soldino resterà per qualche anno ai piccoli partiti. Altrimenti scompariranno subito. C'è del bene e del male in ambo le prospettive ma, come è assolutamente evidente, si tratta soltanto di questioni di bottega.

Noreporter.org

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categoria:politica
giovedì, 24 gennaio 2008
“La Fiamma Tricolore ha festeggiato in piazza la caduta del governo Prodi. A piazza Risorgimento, a Roma, i militanti hanno acceso numerosi fuochi d’artificio”. E’ quanto afferma Luca Romagnoli, segretario nazionale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, che assieme ai militanti e ai simpatizzanti ha così celebrato la caduta del governo di centro sinistra.
“A questo punto – ha aggiunto – le elezioni anticipate sono una necessità”.
“Possiamo ritenerci soddisfatti dell’ottimo risultato dell’Aula. “Siamo invece preoccupati per una eventuale fase di transizione che speriamo sarà il più breve possibile”.
“Per questo motivo dobbiamo ricompattare tutto il centro destra intorno a un progetto comune – ha esortato poi gli alleati – mettendo da parte malumori e incomprensioni”.
“Troppi danni ha prodotto il centro sinistra e molto bisognerà lavorare, ma noi riusciremo a risanare il Paese”. Ha infine concluso Luca Romagnoli.

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giovedì, 24 gennaio 2008
postato da: BascoNero89 alle ore 14:12 | Permalink | commenti
categoria:rbn
mercoledì, 23 gennaio 2008

Rifiuti: Wall Street Journal inchioda Napoli: "Città spazzatura"
Martedi 22 Gennaio 2008


WASHINGTON - Anche il Wall Street Journal dedica attenzione alla crisi rifiuti in Campania. In un editoriale pubblicato oggi a firma dello studioso di Napoli Michael A. Ledeen, il quotidiano finanziario sotto il titolo ´´Garbage City´´ (Citta´ Spazzatura) propone provocatoriamente questa ricetta:
dichiarare guerra alla camorra e inviare l´esercito in Campania. Se davvero il governo italiano volesse risolvere la crisi-rifiuti di Napoli ´´dovrebbe dichiarare guerra e ordinare all´esercito di occupare la citta´´´.

´´Qualsiasi governo facesse questo - scrive Ledeen - otterrebbe la riconoscenza e il rispetto della gente e ridarebbe speranza ai napoletani. Ma questo in verita´ accadeva sotto il fascismo, ed e´ piuttosto inopportuno che quella storia si ripeta´´. Tuttavia secondo il quotidiano finanziario la situazione e´ tale, la collusione tra politica e camorra e´ a tal punto radicata e diffusa che non c´e´ altra soluzione.

´´Non c´e´ segno alcuno del fatto che la classe politica si assuma la responsabilita´ di questa crisi, ne´ che adotti misure efficaci per risolverla´´. Perche´ - scrive il WSJ - la situazione e´ tale per cui e´ lo stesso business dei rifiuti a finanziare la campagna elettorale di chi andra´ a fare il politico nell´area. Per questo l´unica soluzione per l´Italia sarebbe ´´dichiarare guerra´´.

´´Ma lasciando perdere certe misure drastiche - conclude Ledeen - l´unica cosa che si puo´ fare e´ sperare che una nuova generazione di napoletani trovi il coraggio di reclamare indietro da Roma e dalla camorra la sua propria citta´. E´ un sogno forse azzardato. Ma la storia di Napoli e´ piena di miracoli´´.

Allora...VIVA LA MAFIA!!! 

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