domenica, 30 settembre 2007

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domenica, 30 settembre 2007

tratto da noreporter.org

Chi sono i burattinai che tirano i fili della rivolta nella ex Birmania?

I sanguinosi fatti che stanno avvenendo in Myanmar in questi giorni hanno catturato l’attenzione dei media mainstream e della politica internazionale, che si è espressa con sdegno nei confronti del governo militare dell’ex Birmania. Sono state quindi rispolverate le solite frasi fatte : “riportare la democrazia” , “procedere per la pacificazione” e così via.

Ma chi soffia realmente sul fuoco delle tensioni etniche e sulle proteste dei monaci buddisti in Myanmar?

Gli USA dopo aver adottato la classica strategia delle sanzioni economiche contro l’ex Birmania per più di dieci anni, cercano oggi di bloccare la costruzione di un gasdotto che porterebbe il prezioso combustibile dall’Iran verso l’India, la Cina e appunto il Myanmar.

Sembra di rivedere, con i dovuti distinguo, una strategia simile a quella impiegata nei confronti dell’Ucraina con la rivoluzione  cosiddetta “arancione”, o verso la Georgia con la rivoluzione “delle rose”. Identico "mandante" hanno tra l'altro i disordini alimentati in Cecenia dagli avversari di Putin, i quali sono evidentemente foraggiati  dalla Casa Bianca.

L’obiettivo yankee si conferma ancora una volta essere il medesimo : creare divisione, frantumare e rendere deboli e dipendenti dagli USA tutti i paesi dell’area Eurasiatica.

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sabato, 29 settembre 2007

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sabato, 29 settembre 2007

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sabato, 29 settembre 2007

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sabato, 29 settembre 2007
ROMAGNOLI: TRA UE E TURCHIA UN FORTE E PRIVILEGIATO PARTENARIATO, NON L’INTEGRAZIONE - Segue comunicato ANSA

Il segretario della Fiamma Tricolore al convegno ‘LA TURCHIA IN EUROPA, LE RAGIONI DEL SI E DEL NO’
“Occorre confronto, dibattito, dialettica e documentazione. Sulla Turchia nell’Unione Europea, in questo caso.
Può cambiare il merito, ma non il metodo, per l’arricchimento della conoscenza e per il dibattito franco, anche tra chi, sui diversi temi, ha differenti opinioni.
Rimango convinto che la via attualmente più opportuna per le relazioni tra UE e Turchia sia quella di un forte, anche privilegiato, partenariato, piuttosto che l’integrazione.
E’ necessario che comunque maturino le condizione affinché evolvano, verso gli standard europei, la situazione politica, sociale ed economica della Turchia e si rendano così omogenee a quelle della UE.
Ciò non toglie che i tempi per una scelta devono essere quelli dettati dalla strategia per il domani e non certo dai pregiudizi del passato.
Perciò l’UE deve prima di tutto spiegare a se stessa che ruolo vuole avere nell’assetto politico mondiale e poi su questa base decidere se e come in questo quadro è opportuno si inscriva.
Altra perplessità in me sorge per quanto attiene alla attuale diversa mentalità e cultura. Diversità che esiste, ma non può essere un ostacolo all’infinito”.

On. Luca Romagnoli Segretario Nazionale dell’MS-Fiamma Tricolore Gruppo ITS al PE
Per vedere altre immagini del covegno cliccare su propaganda

ANSA UE: TURCHIA; FT, NO A INGRESSO, MA NECESSARIO CONFRONTO - FIAMMA TRICOLORE ORGANIZZA CONVEGNO CON FAVOREVOLI ANKARA IN UE (ANSA) - ROMA,

28 SET - La Fiamma Tricolore, nonostante la contrarieta' all'ingresso della Turchia nell'Ue, ha dato voce, in un convegno, ai fautori dell'arrivo di Ankara nell'Unione. Lo ha fatto a Roma, oggi, con il suo segretario nazionale, l'europarlamentare Luca Romagnoli, che ha sottolineato come il partito sia invece favorevole ad un ''partenariato privilegiato forte'' con il Paese della Mezzaluna. L'occasione per il
confronto e' venuta dal convegno. ''Io sono - ha detto Gianni De Michelis, parlamentare europeo di Ni-Nuovo Psi - per una Europa a forte dimensione mediterranea che includa la Turchia e penso che l'Italia
debba battersi affinche' questo modello prevalga su quello dell'Europa baltica. La scelta di un' Europa baltica significherebbe, infatti, rinunciare a giocare un ruolo importante nel punto caldo dove si decide
il futuro del mondo cioe' il Mediterraneo allargato che comprende il Medio Oriente e il Caucaso''. Le ragioni di un si' all'ingresso della Turchia in Europa sono state espresse dal prof.Stefano Trinchesi,
ordinario di Storia contemporanea dell'universita' di Chieti, secondo il quale ''la storia del rapporto tra Turchia ed Europa non e' solo storia di scontri ma anche e soprattutto storia di scambi e di
accoglienza. La Turchia nella Ue comporta vantaggi per tutti: per la prima e' l'occasione di compiere fino in fondo il processo di occidentalizzazione avviato da Ataturk; per noi e' una enorme occasione
di aprirci verso il Mediterraneo''. Secondo il prof. Augusto Sinagra, ordinario di diritto dell'Unione europea alla facolta' di Scienze Politiche dell'universita' La Sapienza di Roma, ''c'e' da guardare con
attenzione all'azione di governo di Erdogan che puo' contemperare le due anime del Paese'' quella islamista e quella europeista. Attenzione deve essere rivolta pero' al progetto di riforma della Costituzione ''dove al posto della laicita' si vorrebbe inserire la liberta' di religione che e' cosa diversa''. Per il prof. Gianfranco Lizza, ordinario di Geopolitica alla Sapienza,''l'Europa deve divenire una
Europa forte, capace di dire e fare qualcosa e quindi deve acquisire una dimensione politica oltre che economica stringendosi attorno ad un nucleo forte e dotandosi di una forza militare. In questo nucleo forte deve entrare la Turchia. Altrimenti se continua ad allargarsi solo nella dimensione dell'ipermercato e' destinata a fallire''. Resta la contrarieta' della Fiamma Tricolore che ''pero' - ha precisato
Romagnoli - non e' di tipo religioso ne' e' immutabile. Quando infatti l'Europa avra' un ruolo politico e militare che oggi ancora non ha, allora la Turchia diverra' un pilastro importante dell'Unione. Per
adesso diciamo no per due motivi. Il primo e' la diversita' di mentalita' tra la popolazione turca e quella europea; il secondo riguarda la troppo accondiscendenza con gli Usa''.

 

 

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venerdì, 28 settembre 2007
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venerdì, 28 settembre 2007

Ore decisive per la Birmania. Quello che avverrà poi, lo vedremo in seguito

Il mondo si accorge che esiste la Birmania. Uno dei meriti della protesta sacrosanta dei monaci della capitale e delle principali città del Myanmar è innanzitutto questo. L’attenzione del mondo si concentra su questo angolo del sud est asiatico, scosso dalla più imponente manifestazione degli ultimi venti anni. E per tutti gli attori, diventa così più difficile agire senza dare nell’occhio, senza scatenare reazioni nelle coscienze delle “pubbliche opinioni” delle nazioni democratiche.

Fare pronostici su chi vincerà questo pericoloso braccio di ferro (i rigorosi monaci interpreti dell’esasperazione di un intero popolo o i paranoici gerontocrati in stellette rinchiusi nella finta capitale Naypidaw) è difficile.

C’è chi sostiene che vinceranno i generali, soffocando la rivolta nel sangue, nella repressione di cui sono maestri, o semplicemente facendo valere il peso delle minacce nei confronti di gente che conosce la brutalità e la capillare efficienza della macchina poliziesca del regime. C’è chi è invece certo della vittoria dei manifestanti, forti appunto di una solidarietà ideale del resto del mondo e dello spettro di nuove sanzioni economiche prospettate dall’Occidente al regime.

“Popoli” guarda con attenzione all’evolversi della situazione. E’ normale che chi si occupa da qualche anno di portare aiuti umanitari ad una etnia perseguitata dalla giunta militare speri che l’aggressore venga indebolito, messo in crisi, ridimensionato dalla dissidenza interna. A “Popoli” interessa innanzitutto la sicurezza e la libertà per i Karen, che in questo momento sono ancora negate dai generali birmani.

Ma siamo consci del fatto che questa sfida, chiunque ne sia il vincitore, porterà probabilmente nuovi drammi per le orgogliose genti delle colline dell’est.

Personalmente, e forse troppo ottimisticamente, ho la sensazione che il regime abbia il tempo contato. Ci sono due motivi per cui mi lascio andare a tale speranza (conscio però di poter essere smentito nelle prossime ore da qualche decisione forsennata dei vecchi di Naypidaw). Il primo è l’atteggiamento dell’esercito in questa fase della protesta. Straordinariamente pacato negli interventi. Cinque, dieci morti, forse venti e qualche centinaio di arresti dopo diversi giorni di agitazioni sono un bilancio incredibile, in un paese in cui quotidianamente le forze armate investono i villaggi dell’est incendiando, stuprando e uccidendo.

La grande manifestazione del 1988, alla quale parteciparono soprattutto studenti universitari e lavoratori di Rangoon, venne stroncata immediatamente dai fucili dei soldati: allora non si sparò in aria per disperdere i manifestanti. Si mirò alle teste dei birmani che osavano chiedere maggiore libertà. Diverse centinaia di vittime, c’è chi parla addirittura di 3000 morti. L’ odierna cautela dell’esercito potrebbe essere il prezzo pattuito per un passaggio di potere che risulti indolore per i vecchi generali.

L’altro elemento che mi fa sperare in un non lontano cambiamento ai vertici dello stato è la presa di posizione della Cina, principale e indispensabile angelo custode della giunta militare.

Pechino ha auspicato una ragionevole soluzione della crisi, invitando di fatto il governo di Rangoon ad evitare eccessive violenze. Non credo che la raccomandazione sia scaturita dal fastidio della leadership cinese per la vista del sangue (chiedete ai tibetani o ai dissidenti interni), quanto dalla considerazione che la Birmania, rappresentando un buon partner commerciale e un alleato strategico importante, va resa “presentabile” agli occhi delle altre potenze, USA in testa, con cui Pechino ha interesse a dialogare. Non va scordato che le Olimpiadi sono alle porte, e che l’ormai capitalista Cina cura molto il “look”.

Il business, credo, vincerà la sfida. India, Cina, Tailandia, Singapore, Israele, più alcune importanti multinazionali occidentali hanno grandi interessi nel “paese delle mille pagode”.

Il rischio di incontrare ostacoli di carattere diplomatico, problemi di immagine e legali (sanzioni) è forte, d’ora in avanti. Prima della marcia dei monaci tutti facevano quel che volevano, all’ombra del potente “Tatmadaw”, l’esercito birmano.

La Unocal (l’azienda californiana amica dei Talebani durante la guerra che le milizie filo pachistane, foraggiate dal Dipartimento di Stato USA, conducevano contro il comandante Massoud) è da molti anni socia dei generali birmani. Il gasdotto di Yadana, costruito in partnership con la Total, attraversa territori “ripuliti” dalla presenza dei legittimi abitanti (Karen e altre etnie) grazie a violente azioni dei soldati di Rangoon.

Israele da circa venti anni vende armi e “servizi” a esercito e sbirri birmani: si vede che la solidarietà, tra massacratori di popoli originari, è d’obbligo.

New Delhi sta riempiendo gli arsenali del Myanmar in cambio del gas birmano, di cui la frenetica economia indiana ha estremo bisogno.

Singapore ha stipato le sue banche di narcodollari provenienti dalle tasche dei trafficanti birmani e dei loro protettori in divisa. E la Tailandia (fedele alleato degli Stati Uniti) firma con Rangoon accordi milionari per costruire dighe e impianti idroelettrici sui fiumi che attraversano le terre dei Karen, destinate ad essere sommerse dalle acque.

Non è escluso quindi che tutte le componenti della ambigua economia birmana premano sul governo perché questo inizi a considerare la possibilità di un negoziato con le forze democratiche. Per evitare danni alle loro redditizie imprese. E per continuare, in regime liberale, a rapinare le ricchezze del Myanmar, questa volta con altri complici.

Infatti, i monaci stanno forse porgendo (più o meno inconsciamente) su di un piatto d’argento il Paese alle fameliche oligarchie britanniche, statunitensi e apolidi. C’è un forte legame che unisce la principale figura della dissidenza, Aung San Suu Kyi, alla Gran Bretagna. I circoli influenti, quelli della “esportazione della democrazia” a tutti i costi, sono particolarmente eccitati, in queste ore.

E anche questo ci piace poco. Non ci pare infatti che le democrazie occidentali siano istituzioni particolarmente attente alle istanze fondamentali dei popoli che desiderano vivere preservando la propria specificità culturale.

Se la piazza dovesse vincere, se il regime si dichiarasse disponibile a trattare con l’opposizione, se si preparasse un graduale cambiamento degli assetti politici, probabilmente nel giro di alcuni mesi verrebbe disegnata una “road map” verso la democrazia. Immaginiamo folle di “esperti” occidentali indaffarati a ristrutturare il sistema giudiziario, legislativo, economico del Paese. Sarebbero molto probabilmente ex dipendenti della Unocal e della Total, ex funzionari dell’antidroga statunitense impiegati per molti anni in Birmania in finte campagne di distruzione dell’oppio. O magari vecchi importatori svizzeri di rubini color “sangue di piccione”.

Cosa succederebbe ai Karen in cerca di autonomia ? Verrebbero forse bloccati i progetti milionari che violentano la loro terra ? Verrebbero forse chiuse le fabbriche di eroina e di anfetamine contro le quali si sono così coraggiosamente battuti per tanti anni ? Verrebbe riconosciuto loro il diritto di chiamarsi “nazione” ?

Temo che se dovessero continuare ad avanzare le loro legittime rivendicazioni, rifiutandosi magari di deporre le armi, da “combattenti della libertà”, come vengono ora definiti poiché si oppongono ad una dittatura, diventerebbero, per il baraccone mediatico internazionale governato dai soliti sovrani senza patria ne’ etica, dei “signori della guerra”, ovvero elementi terroristici che incomprensibilmente rifiutano le allettanti promesse della democrazia. Autodeterminazione, identità, tradizione: cosa sono per i freddi burocrati del parlamentarismo d’assalto ?

Ma lasciamo la dimensione dei pronostici fantasiosi e torniamo ad oggi.

I Karen, dimostrando ancora una volta una indole saggia e poco incline allo sciacallaggio, sono fermi, nella giungla, in attesa dello sviluppo della situazione. Agire subito con le armi avrebbe significato provocare i generali, costringere il regime ad una risposta violenta, avrebbe esposto i manifestanti al rischio di un bagno di sangue. Hanno invece fatto sapere che sono pronti (l’ordine è già arrivato ai comandanti operativi del KNLA), assieme alle truppe di altri gruppi etnici, a scatenare una grande offensiva contro il Tatmadaw in caso di repressione violenta della protesta dei monaci, nelle prossime ore.

Non resta, per il momento, che attendere. Da parte nostra auspicando intanto la fine di una casta di macellai, trafficanti di droga, avidi affaristi senza scrupoli che ha affamato il suo popolo. La democrazia non c’entra. Vi sono stati nella storia regimi non democratici che hanno goduto del reale consenso popolare. Che hanno creato stati etici. Che hanno messo al primo posto il bene della nazione. Che hanno sfidato e combattuto le oligarchie criminali. Non è certo il caso della giunta birmana. Ne’ delle nazioni che in queste ore alla giunta stanno facendo la ramanzina, fingendo di non vedere quanto in fondo le assomiglino.

Quel che verrà poi, è un’altra pagina di storia. Che “Popoli” spera verrà scritta dai Karen con lo stesso rigore, la stessa onestà e chiarezza di ideali che hanno accompagnato durante gli ultimi sessant’anni la loro lotta per la libertà.

Franco Nerozzi

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venerdì, 28 settembre 2007

C'è un esercito che può massacrare un popolo senza ricevere sanzioni, condanne e sdegno unanime.

Gaza - giovedì 27 settembre

Continuano i bombardamenti dell'artiglieria israeliana contro le città di Gaza e di Beit Hanoun.

All’alba di oggi, a Beit Hanoun, l'esercito israeliano ha bombardato un gruppo di combattenti palestinesi che cercava di impedire l'invasione di forza speciale. Nell'attacco sono rimasti uccisi 2 attivisti delle Brigate al-Qassam.

Fonti palestinesi hanno riferito che le vittime sono Raji Nabil Hamdan e Mohammad Abu Rukba. Sono stati colpiti da un missile terra – terra lanciato dalle forze di occupazione.

Le fonti hanno aggiunto che le ambulanze sono giunte sul posto dopo molte difficoltà, a causa delle violenti sparatorie in corso.

Altri due militanti sono rimasti feriti, di cui uno gravemente. Le vittime si trovano negli ospedali di Beit Hanoun e Kamal Odwan.

Testimoni oculari hanno confermato che membri delle Brigate al-Qassam si sono scontrati a distanza ravvicinata e per più di mezz’ora con una forza speciale israeliana all’ingresso di Beit Hanoun. I combattenti che si sono ritirati hanno confermato che ci sono vittime anche nelle fila dell’esercito di occupazione.

La notte scorsa, fonti mediche hanno reso certificato la morte di Thaer Abdelwahab Bassiuni, avvenuta a seguito delle ferite riportate. Era membro delle Brigate al-Quds, ala militare del Jihad Islamico.

E' salito così a 9 il numero delle persone uccise ieri nella Striscia di Gaza durante i bombardamenti di cielo e di terra.

Con le vittime di oggi, il numero di morti è salito a 11.

PALERMO ANTAGONISTA AL FIANCO DEI COMBATTENTI PER LA PALESTINA LIBERA!

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venerdì, 28 settembre 2007

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venerdì, 28 settembre 2007

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venerdì, 28 settembre 2007

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venerdì, 28 settembre 2007

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giovedì, 27 settembre 2007

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giovedì, 27 settembre 2007

Le ragioni del 'si' e del 'no' in un convegno promosso dalla Fiamma Tricolore

Il seminario di politica internazionale è organizzato da Luca Romagnoli segretario nazionale della Fiamma Tricolore e componente del gruppo Parlamentare Europeo Identità Tradizione Sovranità

Turchia nell’Unione Europea: perché sì, perché no giornata di approfondimento delle problematiche
inerenti l’ingresso della Turchia nella U.E.

VENERDI’ 28 SETTEMBRE 2007
Orario: 10:00 – 13:00 / 15:00 – 18:00

Parlamento Europeo “Sala delle Bandiere” Via Quattro Novembre 149 – Roma

Programma

ore 10:00 Apre i lavori l’on. Luca Romagnoli promotore del convegno
ore 10:30 introduce e coordina gli interventi il prof. Augusto Sinagra, ordinario di Diritto
dell’Unione europea alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza”
di Roma
ore 11:00- 12.30
prof. Gianfranco Lizza Ordinario di Geopolitica presso la Facoltà di Scienze
Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma
prof. Paolo Simoncelli Ordinario di Storia moderna presso la Facoltà di Scienze
Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma
prof. Stefano Trinchese Preside della Facoltà di Lettere presso l’Università
“Gabriele D’Annunzio” di Chieti e Ordinario di Storia contemporanea

ore 12:30 incontro con la stampa

Sospensione dei lavori – assaggi di specialità turche


ore 15:00 Interventi delle autorità presenti al convegno (tavola rotonda)
on. Alessandro Battilocchio Parlamentare Europeo NI – Nuovo PSI
on.Gianni De Michelis Parlamentare Europeo NI – Nuovo PSI
on. Koenraad Dillen Parlamentare Europeo ITS – Vlaams Belang
on. Umberto Pirilli Parlamentare Europeo UEN - AN on. Stefano Zappalà Parlamentare Europeo PPE-DE – Forza Italia

Sarà presente al convegno S.E. Ugur Ziyal ambasciatore di Turchia in Italia

ore 18:00 Conclusioni

Parlamento Europeo – On. Luca Romagnoli - Gruppo ITS – Segreteria organizzativa:
prof. Renata Pannelli – Via Quattro Novembre 149 - 00187 Roma - tel. 06 69925332
– fax 06 69950200
HYPERLINK: its.pannelli@gmail.com
dott. Vittorio Gennari – Portavoce On. Luca Romagnoli
HYPERLINK: vittorio.gennari@tiscali.it

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