
di Francesco 33
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«I nepmany sono dei “minus habentes” in regime sovietista. Non votano. Non prendono parte alla vita pubblica. Sono come certi animali che si ingrassano per ammazzarli sotto Natale. Quando il governo comunista crederà giunto il momento opportuno, la NEP finirà e finiranno i profittatori. Essi lo sanno così bene, lo sentono tanto, che non risparmiano, non accumulano, scialano. Hanno come l’istinto della loro fine non lontana […]. Siamo troppo forti, noi: possiamo giocare con loro come il gatto con il topo. Li nutriamo noi, oggi, i nepmany, come i patrizi facevano con le murene. Con questa differenza, che noi li nutriamo con la loro stessa carne: lasciamo che si divorino reciprocamente. Il più grosso mangia i più piccoli […]. Ma li conosciamo tutti questi squali e la loro vita è nelle nostre mani: un bel giorno chiuderemo gli sbocchi e faremo una retata colossale. Sarà una nuova fase della rivoluzione».
Queste parole furono pronunciate da Evgenij Preobrazenskij in un incontro con Giacinto Menotti Serrati, l’uomo che successe a Benito Mussolini alla direzione dell’«Avanti!»,avvenuto nell’inverno del 1922.Era questo il periodo in cui Lenin aveva appena lanciato la NEP,la Nuova Politica Economica,dopo il periodo tremendo del «comunismo di guerra»(contemporaneo alla guerra civile) in cui ogni cosa era stata nazionalizzata,fino all’ultima patata o carota presente sul mercato(facendo sorgere un gigantesco mercato nero,grazie al quale paradossalmente il regime comunista poté sopravvivere);questo aveva causato una carestia di spaventose proporzioni in cui erano morte circa 5 milioni di persone e successivamente aveva spinto Lenin a reintrodurre con il decreto del 21 marzo 1921 meccanismi di mercato e iniziativa privata limitatamente a piccoli settori dell’economia,di cui beneficiarono principalmente i contadini(non c’è bisogno di ricordare che tutti i latifondi erano stati espropriati e i vecchi proprietari quando non erano stati uccisi erano fuggiti);parallelamente,come contrappeso,fu irrigidito il controllo politico del partito comunista sulla società;si trattava tuttavia soltanto di una ritirata tattica,come dimostra la collettivizzazione forzata delle terre (costellata da almeno 14 milioni di morti) attuata da Stalin a partire dal 1929 contemporaneamente al suo gigantesco piano di industrializzazione,in piena consonanza con i principi del marxismo-leninismo.
Preobrazenskij,le cui parole esprimono il vero senso dell’azione di Lenin,era appunto il teorico della «perkačka»,il pompaggio delle risorse dal settore agricolo al settore industriale,che poi messa in atto da Stalin durante la collettivizzazione,accentuò gli effetti della carestia;difatti il grano veniva venduto all’estero,mentre i contadini morivano di fame,per acquistare tecnologia e macchinari,e così si otteneva un duplice scopo:mentre il paese veniva industrializzato i contadini venivano piegati.
Si può pensare che oggi questo atteggiamento sia mutato,i movimenti di sinistra di matrice marxista sono in prima linea nel difendere il mondo agricolo,le sue tradizioni e la piccola produzione cooperativa(tutte cose che Lenin voleva distruggere sia perché rappresentavano la vecchia Russia tradizionale che lui detestava sia perché riteneva,non a torto,che fossero la radice ultima del capitalismo,come dimostrano le sue parole:«La piccola produzione genera il capitalismo e la borghesia di continuo,ogni giorno,ogni ora,in modo SPONTANEO e in vaste proporzioni») e non chiedono più l’abolizione della proprietà privata(in tempi brevi,s’intende).
E’ giusto concedere la buona fede a chi proclama,manifesta e si impegna anche personalmente tuttavia è lecito anche dubitare,per lo meno in alcuni casi,come si può evincere da una situazione che si è venuta a creare recentemente nello stato indiano del Bengala Occidentale,governato da decenni dal Partito Comunista (Marxista) dell’India,di matrice(originariamente) maoista e filo-cinese(tuttora).
«Questo partito - come si legge in un interessante articolo uscito su “Liberazione” di martedì 6 marzo a firma di Sabina Morandi (pag. 7,da cui prendo buona parte delle informazioni sul caso) - è riuscito nel corso del suo lungo periodo di governo a realizzare una radicale riforma agraria di cui verosimilmente hanno beneficiato la gran parte dei contadini poveri dello stato;grazie ad essa il partito si è anche guadagnato una messe di consensi stabili non indifferenti;tuttavia recentemente,nel momento in cui ha preso piede il progetto di industrializzare il paese e specialmente da quando sono state attivate le SEZ,le Zone economiche speciali(nate in Cina e poi adottate in molti paesi asiatici),la situazione è un po’ cambiata.Bisogna dire comunque che l’istituzione di queste zone sul modello cinese ha causato problemi anche in altre aree dell’India:è successo,ad esempio che il 2 gennaio 2006,400 poliziotti e un numero imprecisato di paramilitari vennero spediti a reprimere una rivolta indigena a Kalinganagar,nel Far-East dell’India,zona estremamente povera ma paradossalmente ricchissima di risorse;i contadini erano in rivolta contro la requisizione delle terre per far posto a una fabbrica della Tata(la stessa coinvolta nella vertenza nel Bengala Occidentale),la multinazionale indiana dell’acciaio;il risultato fu che i poliziotti aprirono il fuoco e morirono 13 contadini e un ufficiale di polizia (nell’articolo citato si parla genericamente di 12 vittime).Vediamo ora in specifico la vicenda avvenuta nel Bengala Occidentale:in questa regione il governo (comunista) è addirittura ricorso a «una legge coloniale-il Land Acquisition Act del 1894-per togliere la terra ai contadini di Singur,a 40 chilometri da Calcutta.Inizialmente la popolazione locale [ha] cercato di trattare, chiedendo che il mega-stabilimento della Tata Motor venisse edificato su terreni industriali e non in quei 400 ettari in grado di sostenere un’economia agricola fiorente con 3-4 raccolti l’anno. La Tata, forse mossa da interessi speculativi, ha rifiutato però di negoziare, e il governo del Bengala non ha fatto alcuna pressione in tal senso. Al contrario il presidente del Partito Comunista Bhuddhadeb Bhattacharjee – il “Budda rosso”, per amici e detrattori – ha legittimato le pretese del gruppo siderurgico. Sul fronte opposto una donna, Mamta Banerjee, leader molto amata del Trinamool Congress Party, ha dato inizio a una serie di scioperi della fame. In suo aiuto sono accorse alcune personalità indiane di spicco come le scrittrici Arundhati Roy e Mahasveta Devi e l’attivista del movimento contro le dighe Medha Patkar, insieme a importanti organizzazioni internazionali come Amnesty International. In primavera le proteste dilagano e raggiungono Calcutta, dove lo show room della Tata viene devastato. Poi, nel dicembre scorso, la situazione viene ulteriormente aggravata dal rinvenimento del corpo carbonizzato di Tapasi Malik, attivista del Comitato per la difesa della terra. L’omicidio della ragazza, che pare sia stata anche violentata e torturata, viene attribuito a gruppi di criminali stipendiati dalla Tata e coperti dalle forze dell’ordine. Naturalmente le autorità del Bengala respingono le accuse ma non danno seguito ad alcuna indagine. L’anno si chiude con scaramucce e arresti arbitrari mentre Mamta Banerjee viene costretta a interrompere lo sciopero della fame a oltranza e viene ricoverata in ospedale. A gennaio, mentre il Centre for Science and Environment di Delhi sollecita il governo centrale a investigare sulla scarsa qualità ambientale del progetto “low cost car” (ovvero, auto a basso costo), i disordini si spostano in un’altra località del West Bengala, Nandigram, dove il gruppo indonesiano Salim vuole costruire un polo chimico. Nella notte fra il 6 e il 7 gennaio le squadre paramilitari assoldate dall’azienda e quelle dei contadini che sorvegliano i terreni si scontrano, lasciando sul terreno 11 morti. E’ la scintilla che fa esplodere tutto lo Stato. Sciopero generale in tutto il Bengala Occidentale, manifestazioni studentesche, scontri e arresti – 1500 persone - e perfino 4 bombe piazzate lungo il muro che la Tata ha già cominciato a costruire a Singur. Nel frattempo il Trinamool Congress Party ricorre al Right to Information Act, la legge sulla trasparenza, per ottenere la prova delle irregolarità che sono alla base dell’accordo fra la Tata e il governo bengalese. Per tutto gennaio e febbraio manifestazioni, sit-in e proteste si susseguono, con il solito corollario di manganellate e arresti. Il clima non impedisce a Mamta Banerjee di radunare 300 mila persone nell’altra zona contestata, quella dove dovrebbe sorgere il polo chimico. La situazione è talmente esplosiva da spingere Brinda Karat, segretario generale del CPI (M), ad annunciare la sospensione delle zone economiche speciali del Bengala Occidentale. Tutte, tranne quella assegnata alla Tata».
Questa la vicenda come è narrata dalla giornalista di “Liberazione”.Nell’articolo si parla anche,inoltre,sia della visita di Prodi in India,sia della collaborazione tra Tata e Fiat (un «partner di assoluto rilievo» secondo Sergio Marchionne,un’azienda molto «attenta alle problematiche sociali» secondo Luca Cordero di Montezemolo).
Naturalmente le due situazioni (quella sovietica degli anni’30 e quella attuale nel Bengala) sembrano essere lontanissime,nelle modalità,nello spazio e nel tempo e sembrano suggerire solo vaghe assonanze.Eppure,a un’analisi più approfondita,le analogie sono più reali di quanto appaiano in superficie.Basterà ricordare che Lenin aveva preso il potere in Russia nel 1917 con lo slogan «La terra ai contadini»;che qualche mese più tardi decise in conformità alla lettera e allo spirito del «socialismo scientifico» di sopprimere la proprietà privata in tutte le sue forme;infine nel 1921,per arrestare il pauroso collasso della produzione,concesse ai contadini il diritto di commerciare le eccedenze;poi ci pensò il Pcus con Stalin a partire dal 1929 a sferrare la guerra di annientamento contro i kulaki.
Ebbene,i comunisti hanno vinto le elezioni per decenni nel Bengala Occidentale grazie alla promessa,effettivamente mantenuta,della riforma agraria e della distribuzione della terra ai contadini,e si noti,tra l’altro che il CPI (M) rappresenta l’ala sinistra del comunismo indiano,essendo nato da una scissione avvenuta nel 1964 sia in polemica con la dirigenza del partito di allora accusata di moderatismo (cui restò il vecchio nome di CPI),sia perché questa distanza ideologica si esprimeva anche nei diversi referenti intenazionali cui le due fazioni facevano riferimento,l’URSS quella moderata(che tenne il nome di CPI),la Cina quella estremista (che divenne poi il CPI (M),e che tra l’altro nel corso della guerra sino-cinese del 1962 tenne una posizione apertamente antinazionale e filo-cinese,perché si trattava di una guerra tra un «paese capitalista e uno socialista»,tant’è vero che i suoi capi furono arrestati);ora tuttavia le cose sono cambiate:nel nome dell’industrializzazione e dello sviluppo i contadini possono essere sacrificati.Si noti altresì che le sopracitate SEZ furono inventate in Cina negli anni ‘80 nel momento in cui il partito comunista cinese decise di abbandonare l’ortodossia maoista e di accettare le logiche di mercato;questo da un certo punto di vista fu una fortuna perché l’inefficienza delle comuni agrarie esponeva la popolazione al rischio continuo di carestia (oltre ai massacri dettati da motivi ideologici); tuttavia l’atteggiamento del partito nei confronti dei contadini non è cambiato,se si pensa che la legge sulla proprietà privata recentemente approvata in Cina esclude appunto solo quella agricola,in maniera tale da lasciare i contadini in balia dei funzionari di partito;non stupirà poi che il CPI(M) si sia immediatamente adeguato al nuovo corso dei suoi referenti cinesi(alcuni piccoli gruppi maoisti,tuttora infatuati dalla mitologia del comunismo agrario,hanno preso però posizione,del resto coraggiosamente,a favore dei contadini);anche in questo,se vogliamo,in una qualche maniera i comunisti sono stati conseguenti a Marx,che diceva che il colonialismo era «Uno strumento inconscio della storia»,«incaricatodi assolvere una doppia missione,una distruttrice l’altra rigeneratrice:annientare la vecchia società asiatica e porre le fondamenta materiali della società occidentale in Asia»:questa doveva essere nell’ottica marxista la premessa alla rivoluzione mondiale,al «trascinamento del paradiso sulla terra»;nei fatti è stato uno spianare la strada alla globalizzazione capitalista.
Per precisare meglio la dinamica di questo sviluppo bisogna ricordare che secondo la dottrina marxista l’industrializzazione avanzata con l’accumulazione del capitale in poche mani è la premessa perché si creino le condizioni che portino alla rivoluzione e alla conseguente creazione della società socialista,anticamera del comunismo; la sola differenza, certamente non secondaria,con il marxismo-leninismo è che quest’ultimo pretende di poter creare artificialmente le condizione per la mutazione antropologica rivoluzionaria del genere umano (poi l’opera di Marx è estremamente vasta e presta l’appiglio a molteplici sviluppi,ma la sua concezione dell’uomo e del suo destino fu questa ed egli non la mutò mai).
Ed è a questo punto che entra in gioco il grande capitale,che è stato monopolistico e statale caso della collettivizzazione in Russia,ed è oligopolistico e privato nel caso degli espropri nel Bengala Occidentale (le vittime però sono sempre le stesse).Ascoltiamo quindi le parole di Nikolai Bucharin (il quale paasa per un sostenitore della piccola proprietà contadina nell’ambito del socialismo,mentre in realtà voleve solo arrivare per piccoli passi dove Stalin voleva arrivare subito) scritte nell’articolo “Nuovi compiti nel campo della politica contadina”,pubblicato nel 1925,quindi in piena NEP,che sono molto significative al proposito:
«Dobbiamo raggiungere il socialismo,cioè l’economia pianificata,questo è il nostro fine ultimo.E’ necessario fare una serie di concessioni all’economia contadina.Ma la spontaneità piccolo borghese,il nostro principale nemico,dobbiamo superarla in alleanza con il GRANDE ALLEATO CAPITALISTA,IL CAPITALE CONCESSIONARIO;con IL CAPITALISMO DI STATO;la cooperazione è l’elemento che aiuta gli elementi capitalistici,gli elementi kulaki della campagna.Ma noi aggiungiamo questo anello al sistema del nostro capitalismo di stato e in tal modo saremo in grado,in un blocco con quegli elementi capitalistici,di superare la spontaneità piccolo borghese».
Ovviamente i bolscevichi controllando lo stato controllavano anche il capitale in questione,come ci dice questa brutale affermazione di Lenin senza giri di parole,contenuta in una lettera al commissario Kurskij:
«Noi non conosciamo nulla di privato;per noi nel campo economico,tutto è pubblico e nulla è privato.Ammettiamo soltanto IL CAPITALISMO DI STATO,MA LO STATO SIAMO NOI».
Diversamente nel Bengala Occidentale assistiamo a un’alleanza tra lo stato,controllato dai comunisti,e il grande capitale oligopolistico privato rappresentato dalle multinazionali;i mezzi sono per fortuna diversi poiché oggi,grazie a Dio,i contadini (e non solo loro) non sono più minacciati di annientamento fisico come in Russia negli anni ’30 o come successivamente in Cina sotto Mao,tuttavia quello che li minaccia è un annientamento culturale e sociale senza precedenti,preludio a una radicale proletarizzazione;i fini perseguiti dai comunisti sono sempre in ultima analisi gli stessi,almeno a parole,la fine del capitalismo e la società senza classi,ma essi sono posti ormai così lontano nel tempo e sono avvolti da una così spessa coltre di fumo da non essere più riconoscibili (e questo certamente da un certo punto di vista è un bene,visti i risultati che hanno ottenuto in passato);i fini perseguiti dalle multinazionali si riducono ovviamente al solo profitto e alla produttività.
Quello però che è veramente singolare è che questi due movimenti perseguendo scopi opposti conseguono i medesimi risultati:la completa distruzione delle identità comunitarie,la completa massificazione dell’individuo e il totale asservimento dell’uomo alle dinamiche economiche;il discrimine è che quello che doveva essere il preludio alla costruzione del comunismo è oggi perfettamente e apertamente funzionale alla mondializzazione capitalista.
Gabriele Adinolfi ha acutamente fatto notare questa strana alleanza tra capitalismo globale e comunismo nel suo articolo «Là sulla rive Gauche»,di cui condivido alcuni contenuti(ma non tutti).Tuttavia nel contempo grazie al crollo dell’Unione Sovietica (mai abbastanza benedetto) e alla fine del bipolarismo sono state liberate tutta una serie di energie che prima erano compresse o diversamente dirette;questo ha portato al sorgere in tutto il mondo di una serie di movimenti identitari e antiglobalisti diversamente connotati politicamente e ha permesso anche di rivificare esperienze che in passato erano state sclerotizzate dalla divisione bipolare del mondo;non bisogna comunque,accanto ai moltissimi elementi positivi,passare sotto gamba gli elementi negativi che la fine del comunismo ha portato,primo fra tutti il passaggio a un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti,e ad esso correlato,l’estendersi in tutto il mondo delle logiche distruttive del mercato autoregolato.
Ma se guardiamo bene,al dominio americano attualmente si contrappone una Russia che sembra aver ripreso slancio dopo essere uscita da 70 anni di comunismo e da 10 anni di politiche liberiste piuttosto dissennate;alla «mercatizzazione universale» invece si contrappongono tutte quelle esperienze,a partire dal Sudamerica,che per l’appunto,si configurano come una «rinascita nazionale» e una reazione alla globalizzazione:tra queste spiccano Cuba e il Venezuela;verso di esse io resto molto critico,ma non c’è dubbio che la rivoluzione cubana del 1959 non nacque comunista,fu invece un movimento endogeno a carattere nazionale il cui scopo era affrancare il paese dall’asfissiante presenza americana;poi Castro fece la pessima scelta di adottare il marxismo-leninismo come dottrina ufficiale,ma ora il crollo mondiale del comunismo sta riattivando quegli elementi propriamente nazionali che erano rimasti sullo sfondo;anche nel caso del Venezuela di Chavez la presenza di elementi ideologici marxisti nell’azione economica e sociale è incontestabile,ma è altrettanto vero che essi sono molto più diluiti che a Cuba;se in futuro queste due nazioni sapranno darsi una politica autenticamente «fascista» anche senza averne il nome,allora non c’è dubbio che quello che ora è solo uno slancio potrà assumere il carattere di una stabile alternativa al mondo globalizzato.
E’ però altrettanto vero che non dappertutto queste forze,una volta liberate,si sono incanalate verso una tensione dialetticamente avversa e contrapposta ma costruttiva nei confronti del mondo globalizzato dominato dagli Stati Uniti;altrove,e sto pensando al mondo islamico,esse hanno assunto il carattere di un’autentica «globalizzazione alternativa» caratterizzata dallo stesso furore escatologico-pantoclastico-palingenetico che aveva animato il marxismo-leninismo (e anche il nazionalsocialismo);che il fondamentalismo islamico dovesse prendere il posto del comunismo nella lotta al «marcio occidente» (Zdanov) è espresso molto chiaramente da Khomeini,colui che aveva dato forma ideologica e politica al progetto islamista (le cui prime suggestioni risalgono al XIX secolo e sono strettamente correlate all’intrusione dell’occidente moderno liberal-capitalistico nelle società tradizionali islamiche,che ha agito in esse come un virus,favorendo il sorgere di forme degenerate di Islam),nella lettera che inviò a Gorbaciov poco prima di morire (Khomeini,«Lettera a Gorbaciov»,il Veltro,Parma,1989);che il fondamentalismo islamico sia caratterizzato da una elevatissima potenzialità distruttiva e autodistruttiva lo ha ampiamente dimostrato:
- in primo luogo con gli attentati dell’11 settembre (che ritengo ascrivibili nella progettazione e nell’esecuzione ad al Qaeda,anche se un’indagine accurata andrebbe piuttosto fatta su chi molto probabilmente aveva notizie molto precise al riguardo e non ha fatto nulla per impedirli,anzi ha impedito che venissero bloccati;inoltre ritengo che la centralina di quest’operazione non si trovi negli Stati Uniti ma in un paese a noi vicino che si affaccia sulla costa orientale del Mediterraneo e che è considerato un alleato dell’Occidente);
- in secondo luogo si potrebbero citare,se passiamo dal piano militare a quello culturale,l’iconoclasmo radicale che ha trovato pratica applicazione nella distruzione dei Buddha di Bamayan e nel proposito,espresso dall’ayatollah Khomeini all’inizio della Rivoluzione,di distruggere tutti i monumenti esistenti della Persia pre-islamica,a partire dalle rovine di Persepoli,poi abbandonato in seguito all’opposizione della popolazione;e si potrebbe continuare a lungo nel citare episodi che dimostrano come il loro «ethos» sia molto simile a quello dei giacobini e dei bolscevichi (e anche dei nazionalsocialisti),ossia per cirare un detto che fu pronunciato da Saint-Etienne durante la Rivoluzione francese,si possa esprimere così: «Tout détruire,pour tout refaire à neuf» (con tutto il loro rifarsi alla «Tradizione»;in realtà,a ben guardare,essendo una riescatologizzazione del messaggio islamico,si tratta del ritorno a una mitica «dimensione edenica»,identificata con un idealizzato «Islam delle origini»,non molto diversa da quella pronosticata dai bolscevichi).
Anche qui va aggiunto che gli Stati Uniti hanno avuto la loro responsabilità politica (parzialmente) nel sorgere e (moltissimo) nel rafforzarsi (politico,non culturale,perché l’humus culturale già esisteva) dei movimenti integralisti,sebbene non intenzionalmente ma con la loro solita noncuranza delle conseguenze delle loro azioni (perché in genere non le pagano loro):
- in primo luogo durante la sacrosanta guerra in Afghanistan contro l’invasore sovietico,invece di aiutare le forze nazionali facenti capo al grande Ahmad Shah Massoud,fornirono armi e aiuti ai gruppi più integralisti,e questo per due motivi,sia perché le forniture venivano effettuate attraverso il Pakistan e i servizi segreti dei paesi arabi del Golfo,e questi favorivano i gruppi integralisti wahhabiti loro affini,sia perché ritenevano che questi gruppi fossero più combattivi (e qui sbagliavano) e attirassero un gran numero di combattenti stranieri musulmani votati al jihad ( e qui avevano ragione);
- in secondo luogo perlomeno avvallarono l’operazione con cui il governo pakistano negli anni ’90 (allora controllato dalla «progressista» Benazir Bhutto) creò il movimento dei Talebani,e questo fecero allo scopo di stabilizzare l’Afghanistan per sfruttarlo economicamente come passaggio per le condotte petrolifere e gassifere;
- in terzo luogo,a partire dalla seconda metà degli anni ’70 e durante tutti gli anni ’80 aiutarono,direttamente o per mezzo dei paesi del Golfo,tutti i gruppi integralisti sunniti (ritenuti allora «buoni» questi,a differenza di quelli sciiti) allo scopo di destabilizzare i regimi laico-socialisti del Medio Oriente e del Nordafrica(regimi che non erano affatto animati dalla volontà incondizionata di distruggere e conquistare l’Occidente e anche il resto del mondo,a differenza degli islamisti,sebbene alcuni di loro fossero tirannici e sanguinari e tutti inefficienti sul piano economico),sia perché alleati dell’Unione Sovietica sia perché,essendo convinti sostenitori della causa palestinese rappresentavano un pericolo per Israele (ovviamente la doverosa denuncia dell’influenza delle lobby ebraiche sulla politica americana non deve degenerare in un’autentica paranoia antisemita).
Non c’è dubbio infatti che da sempre gli USA nella loro politica estera hanno mirato a conseguire i loro interessi (precipuamente economici) nella completa noncuranza degli effetti che le loro azioni avevano sui popoli coinvolti:senza andare a scomodare il resto del mondo,basti pensare a quando reimportarono la mafia in Sicilia allo scopo di garantirsi degli appoggi logistici dopo che il Duce l’aveva quasi completamente estirpata;che poi questo cancro sarebbe rimasto e se lo sarebbero dovuti sopportare i siciliani,era per loro un dettaglio di secondaria importanza.
Tuttavia non sempre le cose vanno come si prevede e desidera (anzi,in misura maggiore o minore,quasi mai) e così alla fine le conseseguenze delle loro politiche si sono condensate negli attentati (infami,va da sé) dell’11 settembre.
Detto questo sono convinto che la campagna contro l’Afghanistan era pienamente giustificata (a differenza della successiva e obbrobriosa guerra in Iraq),tant’è vero che anche Putin diede il suo assenso,dal momento che quel paese era diventato un fattore di pericolo e destabilizzazione per tutta l’area,ma questo non deve far dimenticare chi ebbe (e ha ancora) garandissime corresponsabilità nel sorgere del fenomeno; poi,siccome la tentazione fa l’uomo ladro,specialmente per chi è già ladro di suo,gli americani ne hanno approfittato per allargare la loro sfera d’influenza nell’Asia centrale ex-sovietica,suscitando la giusta e sdegnata reazione russa,con la situazione di tensione che ben conosciamo.
Tuttavia,come si suol dire,non tutto il male viene per nuocere, perché il fatto che gli Stati Uniti hanno dovuto impiegare risorse ed energie nell’area geopolitica afro-asiatica ha distolto la loro attenzione da quello che essi, impropriamente, consideravano il loro «giardino di casa»,ossia l’America Latina:se non si fosse creata questa situazione sarebbe stato molto più difficile per quelle esperienze sopraccitate cui noi guardiamo con interesse (ma che certo non sono neanche esenti da critiche) agire così liberamente e forse anche solo sorgere.
A questo punto possiamo passare a quello che è il fulcro del problema;esistono attualmente tre tipi di globalizzazione:
1) la «globalizzazione capitalista» che,nata con la Rivoluzione industriale,non ha mai cessato di espandersi negli ultimi due secoli,pur con alti e bassi,e rappresenta ad ora il maggior pericolo per l’identità dei popoli e forse per il futuro dell’umanità;essa è caratterizzata,come è noto,dalla centralità assoluta del mercato come istituzione e come orizzonte ultimo della vita umana,e conseguentemente ha nel liberismo la sua ideologia dogmatica indiscutibile;
2) la «globalizzazione comunista»,nata con la Rivoluzione d’Ottobre in reazione alla prima,caratterizzata dalla pervicace volontà assoggettare tutto il mondo per riportarlo alla «dimensione edenica»;avente la sua «sacra dottrina» nel marxismo-leninismo,rappresentava indubbiamente fino a pochi anni fa il maggior pericolo per il futuro del genere umano,ma ora è,si spera,un ricordo del passato,sopravvivendo nella sua pienezza solo in Corea del Nord,ed essendo stata nella sostanza fagocitata all’interno del mondo globalizzato capitalista;
3) la «globalizzazione islamista»,sorta,dopo un lungo periodo di incubazione culturale,con la Rivoluzione iraniana del 1979 e di lì poi espansasi in maniera strisciante in tutto il mondo islamico (specie non-arabo); essa è caratterizzata dalla riescatologizzazione del messaggio islamico e dalla volontà di sostituire il comunismo nella lotta alla civiltà occidentale (non si tratta,nonostante i proclami degli islamisti di un ritorno alla Tradizione; anzi, se guardiamo in profondità è tutto l’opposto); nonostante non disponga degli ingenti mezzi di cui disponeva il comunismo ha un potenziale distruttivo intrinseco,di culture e comunità,estremamente elevato.
Queste in sostanza sono le tre globalizzazioni che ci troviamo ad affrontare oggi,ma non è escluso che in questo nostro mondo in cui «gli appoggi sono stati rimossi» in futuro possano sorgerne altre che noi ora neanche immaginiamo.Posto come principio che non c’è alcun dubbio che la nostra sfida principale è con il mondo capitalista e la sua volontà di asservire tutto e tutti alle logiche catallattiche,per poter lanciare la sfida ad esso nella sua pienezza è necessario che vengano spazzate via le false alternative:ciò è già successo con il comunismo e si spera che possa succedere anche con l’ideologia (sottolineo «ideologia») islamista.
L’alternativa che proponiamo,se vuole essere giusta,credibile e realistica,dovrebbe partire dal rifiuto di un ideale fusionista (in cui l’uomo si fonde in un’unità indifferenziata) della solidarietà e di un’antropologia filosofica in cui l’uomo è assorbito completamente dalla comunità,entrambi tipici del marxismo;bisogna invece partire da un ideale comunitario e corporativo della solidarietà e da un’antropologia filosofica in cui l’uomo si identifichi con la sua comunità ma non sia così assorbito da essa da non poter neanche esercitare la critica in essa.
Nei rapporti con il mondo economico moderno poi la domanda cui dobbiamo rispondere è:come si fa a uscire dalle logiche del capitalismo liberista e a riportare la sfera economica nella sfera sociale senza provocare una netta perdita in termini di razionalità strumentale,«id est» un crollo della produzione(stante il fatto che viviamo in un sistema economico non statico o a basso dinamismo interno,qual’era quello delle società tradizionali,ma fortementedinamico e autopropulsivo)?
La risposta sta nelle istituzioni inventate e sperimentate durante il Regime Fascista e soprattutto durante la Repubblica Sociale Italiana,senza scartare le proposte che possono venire dalle O.S.A. e dalle O.N.C.,e nella rilettura del pensiero di Pierre Joseph Proudhon (che a torto venne considerato un «socialista utopista»;in verità le sue proposte erano molto concrete;il vero «socialista utopista» era Marx),il tutto sottoposto ovviamente a una attenta rielaborazione critica(per chi avesse ancora nostalgia del «piano unico di produzione e distribuzione» di sovietica memoria voglio ricordare che tutti i regimi comunisti sopravvissero tollerando contro i loro principi l’economia di mercato o sotto forma di mercato nero o sotto forma di micro-capitalismo permesso dalla legge;tutti eccetto l’Angkar,ovviamente).
Per fare un esempio pratico di cosa intendo per «rielaborazione critica»,personalmente concordo al 100% con la proposta del Mutuo Sociale mentre non sono d’accordo in linea di principio con l’idea di Gianluca Iannone che «l’affitto è usura» (perlomeno,il diritto romano lo definisce diversamente),anche se alcuni affitti sono davvero usurari;ma questo solo per fare un esempio, ripeto.
Infine va riconsiderato e valorizzato il tema delle identità e autonomie locali (anche non italiane,per quanto ci riguarda, purché di antico stanziamento) sul piano linguistico e culturale (il Fascismo le represse e in questo sbagliò,ma l’errore è comprensibile, se si pensa che pressoché tutto il pensiero e la prassi politica dell’epoca protendevano imperativamente verso un accentramento amministrativo,cultrale e linguistico sul modello giacobino),nell’ambito comunque dell’unità della Nazione;e questo perché,se è necessario agire a livello di macrosistema per preservare la comunità,lo ancor di più agire a livello di microsistema,dal momento che quando si costruisce (o si ri-costruisce) una casa si parte dalle fondamenta,non dal tetto.D’altra parte le cose sopra citate fanno ormai parte in linea di principio del patrimonio della cosiddetta «destra radicale» (anche se alcuni rifiutano questa definizione).
Se poi passiamo agli esempi pratici non posso che rimandare a quanto detto sul Sudamerica,non tanto a quello che si fa adesso ma ai potenziali sviluppi futuri;il fatto che fu proprio in Sudamerica che il colonnello Juan Domingo Peron attuò la sua rivoluzione,avendo appreso,solo fra tutti i numerosi imitatori,nella sua completezza la lezione di Benito Mussolini,fa ben sperare (personalmente guardo con interesse per l’appunto all’esperienza argentina di Nestor Kirchner,ma è ancora presto per esprimere un giudizio compiuto).
Perché il fatto è che il Fascismo è stato l’unico movimento che, per la sua duttilità e versatilità, è stato in grado di dare una risposta seria e credibile alle sfide poste dalla Modernità, che non dimentichiamolo,è continua creazione-distruzione,e quindi richiede a chi voglia raccogliere la sua sfida e cercare di governarla e di ricostruire in essa la comunità,un elevato grado adattabilità.Infatti,a mio avviso il Fascismo ha questa caratteristica, di sapersi realmente adattare alle varie identità culturali senza snaturarle e immedesimandosi in esse,tenendo ferme due coordinate fondamentali:
1) riportare la sfera economica nell’alveo della socialità;
2) difendere l’identità culturale del popolo(si sta in ogni caso parlando di quelle realtà culturali che sono state in misura maggiore o minore infettate dal virus della Modernità,perché chi non è colpito dal veleno,ma sono ormai pochissimi popoli tribali isolati,non ha bisogno neanche dell’antidoto).
Sono pienamente convinto che se ci sarà data la possibilità di proseguire su questa strada,e se lo vorremo,soprattutto,potremo sperare davvero in un futuro in cui potremo dirci,senza scadere nella retorica,«né comunisti né capitalisti» (e meno che mai islamisti);se no perlomeno ci avremo provato.
«Faber est suae quisque fortunae» (ma solo fino a un certo punto)