sabato, 31 marzo 2007

Claudio Castelli è un giovane artista specializzato in filmati e grafica 3-d che prende come ispirazione il lavoro dei padri del futurismo.
Anzi più che ispirazione è una continuazione vera e propria.

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Giocattoli futuristi

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The everyday working day of an "everyone" man

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venerdì, 30 marzo 2007

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categoria:video musicali
venerdì, 30 marzo 2007

di Francesco 33

www.mirorenzaglia.com  


«I nepmany sono dei “minus habentes” in regime sovietista. Non votano. Non prendono parte alla vita pubblica. Sono come certi animali che si ingrassano per ammazzarli sotto Natale. Quando il governo comunista crederà giunto il momento opportuno, la NEP finirà e finiranno i profittatori. Essi lo sanno così bene, lo sentono tanto, che non risparmiano, non accumulano, scialano. Hanno come l’istinto della loro fine non lontana […]. Siamo troppo forti, noi: possiamo giocare con loro come il gatto con il topo. Li nutriamo noi, oggi, i nepmany, come i patrizi facevano con le murene. Con questa differenza, che noi li nutriamo con la loro stessa carne: lasciamo che si divorino reciprocamente. Il più grosso mangia i più piccoli […]. Ma li conosciamo tutti questi squali e la loro vita è nelle nostre mani: un bel giorno chiuderemo gli sbocchi e faremo una retata colossale. Sarà una nuova fase della rivoluzione».

Queste parole furono pronunciate da Evgenij Preobrazenskij in un incontro con Giacinto Menotti Serrati, l’uomo che successe a Benito Mussolini alla direzione dell’«Avanti!»,avvenuto nell’inverno del 1922.Era questo il periodo in cui Lenin aveva appena lanciato la NEP,la Nuova Politica Economica,dopo il periodo tremendo del «comunismo di guerra»(contemporaneo alla guerra civile) in cui ogni cosa era stata nazionalizzata,fino all’ultima patata o carota presente sul mercato(facendo sorgere un gigantesco mercato nero,grazie al quale paradossalmente il regime comunista poté sopravvivere);questo aveva causato una carestia di spaventose proporzioni in cui erano morte circa 5 milioni di persone e successivamente aveva spinto Lenin a reintrodurre con il decreto del 21 marzo 1921 meccanismi di mercato e iniziativa privata limitatamente a piccoli settori dell’economia,di cui beneficiarono principalmente i contadini(non c’è bisogno di ricordare che tutti i latifondi erano stati espropriati e i vecchi proprietari quando non erano stati uccisi erano fuggiti);parallelamente,come contrappeso,fu irrigidito il controllo politico del partito comunista sulla società;si trattava tuttavia soltanto di una ritirata tattica,come dimostra la collettivizzazione forzata delle terre (costellata da almeno 14 milioni di morti) attuata da Stalin a partire dal 1929 contemporaneamente al suo gigantesco piano di industrializzazione,in piena consonanza con i principi del marxismo-leninismo.

Preobrazenskij,le cui parole esprimono il vero senso dell’azione di Lenin,era appunto il teorico della «perkačka»,il pompaggio delle risorse dal settore agricolo al settore industriale,che poi messa in atto da Stalin durante la collettivizzazione,accentuò gli effetti della carestia;difatti il grano veniva venduto all’estero,mentre i contadini morivano di fame,per acquistare tecnologia e macchinari,e così si otteneva un duplice scopo:mentre il paese veniva industrializzato i contadini venivano piegati.

Si può pensare che oggi questo atteggiamento sia mutato,i movimenti di sinistra di matrice marxista sono in prima linea nel difendere il mondo agricolo,le sue tradizioni e la piccola produzione cooperativa(tutte cose che Lenin voleva distruggere sia perché rappresentavano la vecchia Russia tradizionale che lui detestava sia perché riteneva,non a torto,che fossero la radice ultima del capitalismo,come dimostrano le sue parole:«La piccola produzione genera il capitalismo e la borghesia di continuo,ogni giorno,ogni ora,in modo SPONTANEO e in vaste proporzioni») e non chiedono più l’abolizione della proprietà privata(in tempi brevi,s’intende).

E’ giusto concedere la buona fede a chi proclama,manifesta e si impegna anche personalmente tuttavia è lecito anche dubitare,per lo meno in alcuni casi,come si può evincere da una situazione che si è venuta a creare recentemente nello stato indiano del Bengala Occidentale,governato da decenni dal Partito Comunista (Marxista) dell’India,di matrice(originariamente) maoista e filo-cinese(tuttora).

«Questo partito - come si legge in un interessante articolo uscito su “Liberazione” di martedì 6 marzo a firma di Sabina Morandi (pag. 7,da cui prendo buona parte delle informazioni sul caso) - è riuscito nel corso del suo lungo periodo di governo a realizzare una radicale riforma agraria di cui verosimilmente hanno beneficiato la gran parte dei contadini poveri dello stato;grazie ad essa il partito si è anche guadagnato una messe di consensi stabili non indifferenti;tuttavia recentemente,nel momento in cui ha preso piede il progetto di industrializzare il paese e specialmente da quando sono state attivate le SEZ,le Zone economiche speciali(nate in Cina e poi adottate in molti paesi asiatici),la situazione è un po’ cambiata.Bisogna dire comunque che l’istituzione di queste zone sul modello cinese ha causato problemi anche in altre aree dell’India:è successo,ad esempio che il 2 gennaio 2006,400 poliziotti e un numero imprecisato di paramilitari vennero spediti a reprimere una rivolta indigena a Kalinganagar,nel Far-East dell’India,zona estremamente povera ma paradossalmente ricchissima di risorse;i contadini erano in rivolta contro la requisizione delle terre per far posto a una fabbrica della Tata(la stessa coinvolta nella vertenza nel Bengala Occidentale),la multinazionale indiana dell’acciaio;il risultato fu che i poliziotti aprirono il fuoco e morirono 13 contadini e un ufficiale di polizia (nell’articolo citato si parla genericamente di 12 vittime).Vediamo ora in specifico la vicenda avvenuta nel Bengala Occidentale:in questa regione il governo (comunista) è addirittura ricorso a «una legge coloniale-il Land Acquisition Act del 1894-per togliere la terra ai contadini di Singur,a 40 chilometri da Calcutta.Inizialmente la popolazione locale [ha] cercato di trattare, chiedendo che il mega-stabilimento della Tata Motor venisse edificato su terreni industriali e non in quei 400 ettari in grado di sostenere un’economia agricola fiorente con 3-4 raccolti l’anno. La Tata, forse mossa da interessi speculativi, ha rifiutato però di negoziare, e il governo del Bengala non ha fatto alcuna pressione in tal senso. Al contrario il presidente del Partito Comunista Bhuddhadeb Bhattacharjee – il “Budda rosso”, per amici e detrattori – ha legittimato le pretese del gruppo siderurgico. Sul fronte opposto una donna, Mamta Banerjee, leader molto amata del Trinamool Congress Party, ha dato inizio a una serie di scioperi della fame. In suo aiuto sono accorse alcune personalità indiane di spicco come le scrittrici Arundhati Roy e Mahasveta Devi e l’attivista del movimento contro le dighe Medha Patkar, insieme a importanti organizzazioni internazionali come Amnesty International. In primavera le proteste dilagano e raggiungono Calcutta, dove lo show room della Tata viene devastato. Poi, nel dicembre scorso, la situazione viene ulteriormente aggravata dal rinvenimento del corpo carbonizzato di Tapasi Malik, attivista del Comitato per la difesa della terra. L’omicidio della ragazza, che pare sia stata anche violentata e torturata, viene attribuito a gruppi di criminali stipendiati dalla Tata e coperti dalle forze dell’ordine. Naturalmente le autorità del Bengala respingono le accuse ma non danno seguito ad alcuna indagine. L’anno si chiude con scaramucce e arresti arbitrari mentre Mamta Banerjee viene costretta a interrompere lo sciopero della fame a oltranza e viene ricoverata in ospedale. A gennaio, mentre il Centre for Science and Environment di Delhi sollecita il governo centrale a investigare sulla scarsa qualità ambientale del progetto “low cost car” (ovvero, auto a basso costo), i disordini si spostano in un’altra località del West Bengala, Nandigram, dove il gruppo indonesiano Salim vuole costruire un polo chimico. Nella notte fra il 6 e il 7 gennaio le squadre paramilitari assoldate dall’azienda e quelle dei contadini che sorvegliano i terreni si scontrano, lasciando sul terreno 11 morti. E’ la scintilla che fa esplodere tutto lo Stato. Sciopero generale in tutto il Bengala Occidentale, manifestazioni studentesche, scontri e arresti – 1500 persone - e perfino 4 bombe piazzate lungo il muro che la Tata ha già cominciato a costruire a Singur. Nel frattempo il Trinamool Congress Party ricorre al Right to Information Act, la legge sulla trasparenza, per ottenere la prova delle irregolarità che sono alla base dell’accordo fra la Tata e il governo bengalese. Per tutto gennaio e febbraio manifestazioni, sit-in e proteste si susseguono, con il solito corollario di manganellate e arresti. Il clima non impedisce a Mamta Banerjee di radunare 300 mila persone nell’altra zona contestata, quella dove dovrebbe sorgere il polo chimico. La situazione è talmente esplosiva da spingere Brinda Karat, segretario generale del CPI (M), ad annunciare la sospensione delle zone economiche speciali del Bengala Occidentale. Tutte, tranne quella assegnata alla Tata».

Questa la vicenda come è narrata dalla giornalista di “Liberazione”.Nell’articolo si parla anche,inoltre,sia della visita di Prodi in India,sia della collaborazione tra Tata e Fiat (un «partner di assoluto rilievo» secondo Sergio Marchionne,un’azienda molto «attenta alle problematiche sociali» secondo Luca Cordero di Montezemolo).

Naturalmente le due situazioni (quella sovietica degli anni’30 e quella attuale nel Bengala) sembrano essere lontanissime,nelle modalità,nello spazio e nel tempo e sembrano suggerire solo vaghe assonanze.Eppure,a un’analisi più approfondita,le analogie sono più reali di quanto appaiano in superficie.Basterà ricordare che Lenin aveva preso il potere in Russia nel 1917 con lo slogan «La terra ai contadini»;che qualche mese più tardi decise in conformità alla lettera e allo spirito del «socialismo scientifico» di sopprimere la proprietà privata in tutte le sue forme;infine nel 1921,per arrestare il pauroso collasso della produzione,concesse ai contadini il diritto di commerciare le eccedenze;poi ci pensò il Pcus con Stalin a partire dal 1929 a sferrare la guerra di annientamento contro i kulaki.

Ebbene,i comunisti hanno vinto le elezioni per decenni nel Bengala Occidentale grazie alla promessa,effettivamente mantenuta,della riforma agraria e della distribuzione della terra ai contadini,e si noti,tra l’altro che il CPI (M) rappresenta l’ala sinistra del comunismo indiano,essendo nato da una scissione avvenuta nel 1964 sia in polemica con la dirigenza del partito di allora accusata di moderatismo (cui restò il vecchio nome di CPI),sia perché questa distanza ideologica si esprimeva anche nei diversi referenti intenazionali cui le due fazioni facevano riferimento,l’URSS quella moderata(che tenne il nome di CPI),la Cina quella estremista (che divenne poi il CPI (M),e che tra l’altro nel corso della guerra sino-cinese del 1962 tenne una posizione apertamente antinazionale e filo-cinese,perché si trattava di una guerra tra un «paese capitalista e uno socialista»,tant’è vero che i suoi capi furono arrestati);ora tuttavia le cose sono cambiate:nel nome dell’industrializzazione e dello sviluppo i contadini possono essere sacrificati.Si noti altresì che le sopracitate SEZ furono inventate in Cina negli anni ‘80 nel momento in cui il partito comunista cinese decise di abbandonare l’ortodossia maoista e di accettare le logiche di mercato;questo da un certo punto di vista fu una fortuna perché l’inefficienza delle comuni agrarie esponeva la popolazione al rischio continuo di carestia (oltre ai massacri dettati da motivi ideologici); tuttavia l’atteggiamento del partito nei confronti dei contadini non è cambiato,se si pensa che la legge sulla proprietà privata recentemente approvata in Cina esclude appunto solo quella agricola,in maniera tale da lasciare i contadini in balia dei funzionari di partito;non stupirà poi che il CPI(M) si sia immediatamente adeguato al nuovo corso dei suoi referenti cinesi(alcuni piccoli gruppi maoisti,tuttora infatuati dalla mitologia del comunismo agrario,hanno preso però posizione,del resto coraggiosamente,a favore dei contadini);anche in questo,se vogliamo,in una qualche maniera i comunisti sono stati conseguenti a Marx,che diceva che il colonialismo era «Uno strumento inconscio della storia»,«incaricatodi assolvere una doppia missione,una distruttrice l’altra rigeneratrice:annientare la vecchia società asiatica e porre le fondamenta materiali della società occidentale in Asia»:questa doveva essere nell’ottica marxista la premessa alla rivoluzione mondiale,al «trascinamento del paradiso sulla terra»;nei fatti è stato uno spianare la strada alla globalizzazione capitalista.

Per precisare meglio la dinamica di questo sviluppo bisogna ricordare che secondo la dottrina marxista l’industrializzazione avanzata con l’accumulazione del capitale in poche mani è la premessa perché si creino le condizioni che portino alla rivoluzione e alla conseguente creazione della società socialista,anticamera del comunismo; la sola differenza, certamente non secondaria,con il marxismo-leninismo è che quest’ultimo pretende di poter creare artificialmente le condizione per la mutazione antropologica rivoluzionaria del genere umano (poi l’opera di Marx è estremamente vasta e presta l’appiglio a molteplici sviluppi,ma la sua concezione dell’uomo e del suo destino fu questa ed egli non la mutò mai).

Ed è a questo punto che entra in gioco il grande capitale,che è stato monopolistico e statale caso della collettivizzazione in Russia,ed è oligopolistico e privato nel caso degli espropri nel Bengala Occidentale (le vittime però sono sempre le stesse).Ascoltiamo quindi le parole di Nikolai Bucharin (il quale paasa per un sostenitore della piccola proprietà contadina nell’ambito del socialismo,mentre in realtà voleve solo arrivare per piccoli passi dove Stalin voleva arrivare subito) scritte nell’articolo “Nuovi compiti nel campo della politica contadina”,pubblicato nel 1925,quindi in piena NEP,che sono molto significative al proposito:

«Dobbiamo raggiungere il socialismo,cioè l’economia pianificata,questo è il nostro fine ultimo.E’ necessario fare una serie di concessioni all’economia contadina.Ma la spontaneità piccolo borghese,il nostro principale nemico,dobbiamo superarla in alleanza con il GRANDE ALLEATO CAPITALISTA,IL CAPITALE CONCESSIONARIO;con IL CAPITALISMO DI STATO;la cooperazione è l’elemento che aiuta gli elementi capitalistici,gli elementi kulaki della campagna.Ma noi aggiungiamo questo anello al sistema del nostro capitalismo di stato e in tal modo saremo in grado,in un blocco con quegli elementi capitalistici,di superare la spontaneità piccolo borghese».

Ovviamente i bolscevichi controllando lo stato controllavano anche il capitale in questione,come ci dice questa brutale affermazione di Lenin senza giri di parole,contenuta in una lettera al commissario Kurskij:

«Noi non conosciamo nulla di privato;per noi nel campo economico,tutto è pubblico e nulla è privato.Ammettiamo soltanto IL CAPITALISMO DI STATO,MA LO STATO SIAMO NOI».

Diversamente nel Bengala Occidentale assistiamo a un’alleanza tra lo stato,controllato dai comunisti,e il grande capitale oligopolistico privato rappresentato dalle multinazionali;i mezzi sono per fortuna diversi poiché oggi,grazie a Dio,i contadini (e non solo loro) non sono più minacciati di annientamento fisico come in Russia negli anni ’30 o come successivamente in Cina sotto Mao,tuttavia quello che li minaccia è un annientamento culturale e sociale senza precedenti,preludio a una radicale proletarizzazione;i fini perseguiti dai comunisti sono sempre in ultima analisi gli stessi,almeno a parole,la fine del capitalismo e la società senza classi,ma essi sono posti ormai così lontano nel tempo e sono avvolti da una così spessa coltre di fumo da non essere più riconoscibili (e questo certamente da un certo punto di vista è un bene,visti i risultati che hanno ottenuto in passato);i fini perseguiti dalle multinazionali si riducono ovviamente al solo profitto e alla produttività.

Quello però che è veramente singolare è che questi due movimenti perseguendo scopi opposti conseguono i medesimi risultati:la completa distruzione delle identità comunitarie,la completa massificazione dell’individuo e il totale asservimento dell’uomo alle dinamiche economiche;il discrimine è che quello che doveva essere il preludio alla costruzione del comunismo è oggi perfettamente e apertamente funzionale alla mondializzazione capitalista.

Gabriele Adinolfi ha acutamente fatto notare questa strana alleanza tra capitalismo globale e comunismo nel suo articolo «Là sulla rive Gauche»,di cui condivido alcuni contenuti(ma non tutti).Tuttavia nel contempo grazie al crollo dell’Unione Sovietica (mai abbastanza benedetto) e alla fine del bipolarismo sono state liberate tutta una serie di energie che prima erano compresse o diversamente dirette;questo ha portato al sorgere in tutto il mondo di una serie di movimenti identitari e antiglobalisti diversamente connotati politicamente e ha permesso anche di rivificare esperienze che in passato erano state sclerotizzate dalla divisione bipolare del mondo;non bisogna comunque,accanto ai moltissimi elementi positivi,passare sotto gamba gli elementi negativi che la fine del comunismo ha portato,primo fra tutti il passaggio a un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti,e ad esso correlato,l’estendersi in tutto il mondo delle logiche distruttive del mercato autoregolato.

Ma se guardiamo bene,al dominio americano attualmente si contrappone una Russia che sembra aver ripreso slancio dopo essere uscita da 70 anni di comunismo e da 10 anni di politiche liberiste piuttosto dissennate;alla «mercatizzazione universale» invece si contrappongono tutte quelle esperienze,a partire dal Sudamerica,che per l’appunto,si configurano come una «rinascita nazionale» e una reazione alla globalizzazione:tra queste spiccano Cuba e il Venezuela;verso di esse io resto molto critico,ma non c’è dubbio che la rivoluzione cubana del 1959 non nacque comunista,fu invece un movimento endogeno a carattere nazionale il cui scopo era affrancare il paese dall’asfissiante presenza americana;poi Castro fece la pessima scelta di adottare il marxismo-leninismo come dottrina ufficiale,ma ora il crollo mondiale del comunismo sta riattivando quegli elementi propriamente nazionali che erano rimasti sullo sfondo;anche nel caso del Venezuela di Chavez la presenza di elementi ideologici marxisti nell’azione economica e sociale è incontestabile,ma è altrettanto vero che essi sono molto più diluiti che a Cuba;se in futuro queste due nazioni sapranno darsi una politica autenticamente «fascista» anche senza averne il nome,allora non c’è dubbio che quello che ora è solo uno slancio potrà assumere il carattere di una stabile alternativa al mondo globalizzato.

E’ però altrettanto vero che non dappertutto queste forze,una volta liberate,si sono incanalate verso una tensione dialetticamente avversa e contrapposta ma costruttiva nei confronti del mondo globalizzato dominato dagli Stati Uniti;altrove,e sto pensando al mondo islamico,esse hanno assunto il carattere di un’autentica «globalizzazione alternativa» caratterizzata dallo stesso furore escatologico-pantoclastico-palingenetico che aveva animato il marxismo-leninismo (e anche il nazionalsocialismo);che il fondamentalismo islamico dovesse prendere il posto del comunismo nella lotta al «marcio occidente» (Zdanov) è espresso molto chiaramente da Khomeini,colui che aveva dato forma ideologica e politica al progetto islamista (le cui prime suggestioni risalgono al XIX secolo e sono strettamente correlate all’intrusione dell’occidente moderno liberal-capitalistico nelle società tradizionali islamiche,che ha agito in esse come un virus,favorendo il sorgere di forme degenerate di Islam),nella lettera che inviò a Gorbaciov poco prima di morire (Khomeini,«Lettera a Gorbaciov»,il Veltro,Parma,1989);che il fondamentalismo islamico sia caratterizzato da una elevatissima potenzialità distruttiva e autodistruttiva lo ha ampiamente dimostrato:

- in primo luogo con gli attentati dell’11 settembre (che ritengo ascrivibili nella progettazione e nell’esecuzione ad al Qaeda,anche se un’indagine accurata andrebbe piuttosto fatta su chi molto probabilmente aveva notizie molto precise al riguardo e non ha fatto nulla per impedirli,anzi ha impedito che venissero bloccati;inoltre ritengo che la centralina di quest’operazione non si trovi negli Stati Uniti ma in un paese a noi vicino che si affaccia sulla costa orientale del Mediterraneo e che è considerato un alleato dell’Occidente);

- in secondo luogo si potrebbero citare,se passiamo dal piano militare a quello culturale,l’iconoclasmo radicale che ha trovato pratica applicazione nella distruzione dei Buddha di Bamayan e nel proposito,espresso dall’ayatollah Khomeini all’inizio della Rivoluzione,di distruggere tutti i monumenti esistenti della Persia pre-islamica,a partire dalle rovine di Persepoli,poi abbandonato in seguito all’opposizione della popolazione;e si potrebbe continuare a lungo nel citare episodi che dimostrano come il loro «ethos» sia molto simile a quello dei giacobini e dei bolscevichi (e anche dei nazionalsocialisti),ossia per cirare un detto che fu pronunciato da Saint-Etienne durante la Rivoluzione francese,si possa esprimere così: «Tout détruire,pour tout refaire à neuf» (con tutto il loro rifarsi alla «Tradizione»;in realtà,a ben guardare,essendo una riescatologizzazione del messaggio islamico,si tratta del ritorno a una mitica «dimensione edenica»,identificata con un idealizzato «Islam delle origini»,non molto diversa da quella pronosticata dai bolscevichi).

Anche qui va aggiunto che gli Stati Uniti hanno avuto la loro responsabilità politica (parzialmente) nel sorgere e (moltissimo) nel rafforzarsi (politico,non culturale,perché l’humus culturale già esisteva) dei movimenti integralisti,sebbene non intenzionalmente ma con la loro solita noncuranza delle conseguenze delle loro azioni (perché in genere non le pagano loro):

- in primo luogo durante la sacrosanta guerra in Afghanistan contro l’invasore sovietico,invece di aiutare le forze nazionali facenti capo al grande Ahmad Shah Massoud,fornirono armi e aiuti ai gruppi più integralisti,e questo per due motivi,sia perché le forniture venivano effettuate attraverso il Pakistan e i servizi segreti dei paesi arabi del Golfo,e questi favorivano i gruppi integralisti wahhabiti loro affini,sia perché ritenevano che questi gruppi fossero più combattivi (e qui sbagliavano) e attirassero un gran numero di combattenti stranieri musulmani votati al jihad ( e qui avevano ragione);

- in secondo luogo perlomeno avvallarono l’operazione con cui il governo pakistano negli anni ’90 (allora controllato dalla «progressista» Benazir Bhutto) creò il movimento dei Talebani,e questo fecero allo scopo di stabilizzare l’Afghanistan per sfruttarlo economicamente come passaggio per le condotte petrolifere e gassifere;

- in terzo luogo,a partire dalla seconda metà degli anni ’70 e durante tutti gli anni ’80 aiutarono,direttamente o per mezzo dei paesi del Golfo,tutti i gruppi integralisti sunniti (ritenuti allora «buoni» questi,a differenza di quelli sciiti) allo scopo di destabilizzare i regimi laico-socialisti del Medio Oriente e del Nordafrica(regimi che non erano affatto animati dalla volontà incondizionata di distruggere e conquistare l’Occidente e anche il resto del mondo,a differenza degli islamisti,sebbene alcuni di loro fossero tirannici e sanguinari e tutti inefficienti sul piano economico),sia perché alleati dell’Unione Sovietica sia perché,essendo convinti sostenitori della causa palestinese rappresentavano un pericolo per Israele (ovviamente la doverosa denuncia dell’influenza delle lobby ebraiche sulla politica americana non deve degenerare in un’autentica paranoia antisemita).

Non c’è dubbio infatti che da sempre gli USA nella loro politica estera hanno mirato a conseguire i loro interessi (precipuamente economici) nella completa noncuranza degli effetti che le loro azioni avevano sui popoli coinvolti:senza andare a scomodare il resto del mondo,basti pensare a quando reimportarono la mafia in Sicilia allo scopo di garantirsi degli appoggi logistici dopo che il Duce l’aveva quasi completamente estirpata;che poi questo cancro sarebbe rimasto e se lo sarebbero dovuti sopportare i siciliani,era per loro un dettaglio di secondaria importanza.

Tuttavia non sempre le cose vanno come si prevede e desidera (anzi,in misura maggiore o minore,quasi mai) e così alla fine le conseseguenze delle loro politiche si sono condensate negli attentati (infami,va da sé) dell’11 settembre.

Detto questo sono convinto che la campagna contro l’Afghanistan era pienamente giustificata (a differenza della successiva e obbrobriosa guerra in Iraq),tant’è vero che anche Putin diede il suo assenso,dal momento che quel paese era diventato un fattore di pericolo e destabilizzazione per tutta l’area,ma questo non deve far dimenticare chi ebbe (e ha ancora) garandissime corresponsabilità nel sorgere del fenomeno; poi,siccome la tentazione fa l’uomo ladro,specialmente per chi è già ladro di suo,gli americani ne hanno approfittato per allargare la loro sfera d’influenza nell’Asia centrale ex-sovietica,suscitando la giusta e sdegnata reazione russa,con la situazione di tensione che ben conosciamo.

Tuttavia,come si suol dire,non tutto il male viene per nuocere, perché il fatto che gli Stati Uniti hanno dovuto impiegare risorse ed energie nell’area geopolitica afro-asiatica ha distolto la loro attenzione da quello che essi, impropriamente, consideravano il loro «giardino di casa»,ossia l’America Latina:se non si fosse creata questa situazione sarebbe stato molto più difficile per quelle esperienze sopraccitate cui noi guardiamo con interesse (ma che certo non sono neanche esenti da critiche) agire così liberamente e forse anche solo sorgere.

A questo punto possiamo passare a quello che è il fulcro del problema;esistono attualmente tre tipi di globalizzazione:

1) la «globalizzazione capitalista» che,nata con la Rivoluzione industriale,non ha mai cessato di espandersi negli ultimi due secoli,pur con alti e bassi,e rappresenta ad ora il maggior pericolo per l’identità dei popoli e forse per il futuro dell’umanità;essa è caratterizzata,come è noto,dalla centralità assoluta del mercato come istituzione e come orizzonte ultimo della vita umana,e conseguentemente ha nel liberismo la sua ideologia dogmatica indiscutibile;

2) la «globalizzazione comunista»,nata con la Rivoluzione d’Ottobre in reazione alla prima,caratterizzata dalla pervicace volontà assoggettare tutto il mondo per riportarlo alla «dimensione edenica»;avente la sua «sacra dottrina» nel marxismo-leninismo,rappresentava indubbiamente fino a pochi anni fa il maggior pericolo per il futuro del genere umano,ma ora è,si spera,un ricordo del passato,sopravvivendo nella sua pienezza solo in Corea del Nord,ed essendo stata nella sostanza fagocitata all’interno del mondo globalizzato capitalista;

3) la «globalizzazione islamista»,sorta,dopo un lungo periodo di incubazione culturale,con la Rivoluzione iraniana del 1979 e di lì poi espansasi in maniera strisciante in tutto il mondo islamico (specie non-arabo); essa è caratterizzata dalla riescatologizzazione del messaggio islamico e dalla volontà di sostituire il comunismo nella lotta alla civiltà occidentale (non si tratta,nonostante i proclami degli islamisti di un ritorno alla Tradizione; anzi, se guardiamo in profondità è tutto l’opposto); nonostante non disponga degli ingenti mezzi di cui disponeva il comunismo ha un potenziale distruttivo intrinseco,di culture e comunità,estremamente elevato.

Queste in sostanza sono le tre globalizzazioni che ci troviamo ad affrontare oggi,ma non è escluso che in questo nostro mondo in cui «gli appoggi sono stati rimossi» in futuro possano sorgerne altre che noi ora neanche immaginiamo.Posto come principio che non c’è alcun dubbio che la nostra sfida principale è con il mondo capitalista e la sua volontà di asservire tutto e tutti alle logiche catallattiche,per poter lanciare la sfida ad esso nella sua pienezza è necessario che vengano spazzate via le false alternative:ciò è già successo con il comunismo e si spera che possa succedere anche con l’ideologia (sottolineo «ideologia») islamista.

L’alternativa che proponiamo,se vuole essere giusta,credibile e realistica,dovrebbe partire dal rifiuto di un ideale fusionista (in cui l’uomo si fonde in un’unità indifferenziata) della solidarietà e di un’antropologia filosofica in cui l’uomo è assorbito completamente dalla comunità,entrambi tipici del marxismo;bisogna invece partire da un ideale comunitario e corporativo della solidarietà e da un’antropologia filosofica in cui l’uomo si identifichi con la sua comunità ma non sia così assorbito da essa da non poter neanche esercitare la critica in essa.

Nei rapporti con il mondo economico moderno poi la domanda cui dobbiamo rispondere è:come si fa a uscire dalle logiche del capitalismo liberista e a riportare la sfera economica nella sfera sociale senza provocare una netta perdita in termini di razionalità strumentale,«id est» un crollo della produzione(stante il fatto che viviamo in un sistema economico non statico o a basso dinamismo interno,qual’era quello delle società tradizionali,ma fortementedinamico e autopropulsivo)?

La risposta sta nelle istituzioni inventate e sperimentate durante il Regime Fascista e soprattutto durante la Repubblica Sociale Italiana,senza scartare le proposte che possono venire dalle O.S.A. e dalle O.N.C.,e nella rilettura del pensiero di Pierre Joseph Proudhon (che a torto venne considerato un «socialista utopista»;in verità le sue proposte erano molto concrete;il vero «socialista utopista» era Marx),il tutto sottoposto ovviamente a una attenta rielaborazione critica(per chi avesse ancora nostalgia del «piano unico di produzione e distribuzione» di sovietica memoria voglio ricordare che tutti i regimi comunisti sopravvissero tollerando contro i loro principi l’economia di mercato o sotto forma di mercato nero o sotto forma di micro-capitalismo permesso dalla legge;tutti eccetto l’Angkar,ovviamente).

Per fare un esempio pratico di cosa intendo per «rielaborazione critica»,personalmente concordo al 100% con la proposta del Mutuo Sociale mentre non sono d’accordo in linea di principio con l’idea di Gianluca Iannone che «l’affitto è usura» (perlomeno,il diritto romano lo definisce diversamente),anche se alcuni affitti sono davvero usurari;ma questo solo per fare un esempio, ripeto.

Infine va riconsiderato e valorizzato il tema delle identità e autonomie locali (anche non italiane,per quanto ci riguarda, purché di antico stanziamento) sul piano linguistico e culturale (il Fascismo le represse e in questo sbagliò,ma l’errore è comprensibile, se si pensa che pressoché tutto il pensiero e la prassi politica dell’epoca protendevano imperativamente verso un accentramento amministrativo,cultrale e linguistico sul modello giacobino),nell’ambito comunque dell’unità della Nazione;e questo perché,se è necessario agire a livello di macrosistema per preservare la comunità,lo ancor di più agire a livello di microsistema,dal momento che quando si costruisce (o si ri-costruisce) una casa si parte dalle fondamenta,non dal tetto.D’altra parte le cose sopra citate fanno ormai parte in linea di principio del patrimonio della cosiddetta «destra radicale» (anche se alcuni rifiutano questa definizione).

Se poi passiamo agli esempi pratici non posso che rimandare a quanto detto sul Sudamerica,non tanto a quello che si fa adesso ma ai potenziali sviluppi futuri;il fatto che fu proprio in Sudamerica che il colonnello Juan Domingo Peron attuò la sua rivoluzione,avendo appreso,solo fra tutti i numerosi imitatori,nella sua completezza la lezione di Benito Mussolini,fa ben sperare (personalmente guardo con interesse per l’appunto all’esperienza argentina di Nestor Kirchner,ma è ancora presto per esprimere un giudizio compiuto).

Perché il fatto è che il Fascismo è stato l’unico movimento che, per la sua duttilità e versatilità, è stato in grado di dare una risposta seria e credibile alle sfide poste dalla Modernità, che non dimentichiamolo,è continua creazione-distruzione,e quindi richiede a chi voglia raccogliere la sua sfida e cercare di governarla e di ricostruire in essa la comunità,un elevato grado adattabilità.Infatti,a mio avviso il Fascismo ha questa caratteristica, di sapersi realmente adattare alle varie identità culturali senza snaturarle e immedesimandosi in esse,tenendo ferme due coordinate fondamentali:

1) riportare la sfera economica nell’alveo della socialità;

2) difendere l’identità culturale del popolo(si sta in ogni caso parlando di quelle realtà culturali che sono state in misura maggiore o minore infettate dal virus della Modernità,perché chi non è colpito dal veleno,ma sono ormai pochissimi popoli tribali isolati,non ha bisogno neanche dell’antidoto).

Sono pienamente convinto che se ci sarà data la possibilità di proseguire su questa strada,e se lo vorremo,soprattutto,potremo sperare davvero in un futuro in cui potremo dirci,senza scadere nella retorica,«né comunisti né capitalisti» (e meno che mai islamisti);se no perlomeno ci avremo provato.

«Faber est suae quisque fortunae» (ma solo fino a un certo punto)

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categoria:politica, storia
venerdì, 30 marzo 2007

27 settembre 1956 – 30 marzo 2006

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categoria:in memoriam
venerdì, 30 marzo 2007

Qualche giorno fa ho recensito “la fiamma e la celtica”.

Leggo pochi libri ormai, e non ne recensisco quasi mai.

Per essere sincero l’ho fatto impulsivamente e solo adesso me ne chiedo il perché.

La domanda me la sono posta soprattutto dopo le tantissime lettere che ho ricevuto su questo argomento e la risposta mi è balzata evidente anche perche’ la maggior parte delle lettere ricevute sono di giovani o giovanissimi. Me lo aspettavo ed è a tutti questi giovani che desidero rispondere cercando di rispondere contemporaneamente anche a me stesso.

Riconfermo il mio elogio per l’autore. Nicola Rao è certamente, come ho già detto, un ottimo scrittore e certamente un bravo giornalista. Il libro è scritto benissimo anche se è una lente deformante su quella che è stata la storia del post-fascismo. Questa falsa prospettiva non può essere addebitata al Rao che del Fascismo non ha vissuto il primo ventennio, grosso modo dal ventidue al quarantatre e nemmeno il secondo dal quarantatre al sessantadue, anno in cui e’ nato. Del terzo ventennio ne puo’ avere un ricordo diretto solo degli ultimissimi anni. Diciamo che può testimoniare di cio’ che ha vissuto del quarto ventennio e di questi ultimi sciagurati dieci anni.

Ho sempre sostenuto che il Fascismo vada visto analizzato e giudicato nel suo insieme dandone un giudizio complessivo che, viste le ombre e le luci, può essere positivo o negativo.

Certo solo gli imbecilli possono dire che sia stato tutto perfetto e solo un mascalzone può sostenere che sia il “Male assoluto”.

Tolti gli imbecilli e i mascalzoni che non dovrebbero mai avere diritto di opinione, tutti gli altri possono darne o averne dato giudizi positivi o negativi. Viva la libertà per gli uni e per gli altri anche se per i primi è quasi proibito parlare mentre per i secondi si mettono a disposizione tutti i mezzi utili, dai giornali all’editoria, dai”media” ai libri di testo per le scuole.

Un’altra cosa che solo gli imbecilli possono fare è prendere il Fascismo e farlo a fette. Gli antifascisti han cercato di fare a fette la storia d’Italia: si sono divisi fra quelli che hanno riconosciuto solo il valore del Risorgimento di Garibaldi e Mazzini, quelli che han detto migliore il periodo monarchico, altri dando il maggior valore all’Italia repubblicana nata dalla “ resistenza “. Tutti hanno cercato di tagliare il periodo fascista cancellandolo dai libri e dalla memoria come fosse un cancro da espiantare . Non rendendosi conto che la Storia non consente, alla lunga, queste operazioni e ricostruisce i propri argini entro cui rotolano senza soluzione di continuità i fatti e i misfatti che punteggiano la vicenda del genere umano.

Per queste stesse ragioni non ha senso il pensare di poter affettare il Fascismo come fanno alcuni che pensano di poter dire che e’ stato fulgido solo nei primissimi anni. Altri che pensano sia stato grande solo il periodo del “regime” e altri ancora che il regime vorrebbero cancellarlo e riconoscere valore positivo solamente all’epopea della RSI.

La storia del Fascismo, con le sue luci e ombre, va consegnata ai posteri nella sua integrità di pensiero e azione, con il suo fondatore e i suoi Eroi e i suoi militanti a partire dal 1919 fino a tutt’oggi.

E torniamo alla recensione della Fiamma e la celtica.

Non c’e dubbio che la storia del Fascismo dopo la RSI sia stata la storia del MSI che, con tutti i suoi errori ha rappresentato in Italia e nel mondo, soprattutto agli occhi dell’antifascismo, la continuita’ storica, politica e morale del Fascismo assumendo la responsabilità di aiutare quelli che erano sopravvissuti e onorare la memoria di quelli che non c’erano piu’.

Intorno al MSI ci sono sempre stati gruppuscoli animati da protagonisti che nell’MSI uscivano e rientravano. Qualcuno di questi ha anche avuto una sua storia che vale certamente la pena di ricordare. Non sono mancate figure splendide e momenti di eroismi ma, con buona pace di chi vorrebbe far prevalere il suo protagonismo personale, la continuità ideale col Fascismo e’ stata per il mondo rappresentata dal MSI.

Dal libro di Rao, questa verità non emerge, la storia del post fascismo viene involontariamente e certo in buona fede deformata collocando il MSI come quasi invisibile scenografia oltre le quinte di un palcoscenico su cui recitano attori che si sentono in primo piano mentre sono solo comparse.

A questo punto mi sono fatto una seconda, conseguente domanda: ma valeva la pena fare questa recensione e riaffrontare oggi questi argomenti che a molti potranno sembrare obsolete inutili rimasticazioni e a me porteranno solo nuove polemiche che non ho piu’ nessuna voglia di fare?

E ancora ho risposto: SI.

Perche’ questa mia impostazione è stata capita e condivisa da quel furbetto di Gianfranco Fini che nel momento di abbandonare la casa dei genitori non si è portato via solo i mobili e gli argenti in modo da non sporcarli quando, dopo poco, si sarebbe rivolto indietro per sputare sulla casa dove era cresciuto, ma ha rubato anche l’insegna della ditta di famiglia, quella “fiamma” che gli avrebbe garantito di essere riconosciuto dall’opinione pubblica come il continuatore del MSI e di continuare a raccogliere il potere politico derivante dal consenso del voto dei “ fascisti “ che avrebbero continuato a votarlo.

E’ vero, ci ha lasciato “La Celtica” insieme a un personaggio che purtroppo unisce una enorme intelligenza ad una mefitica megalomania che, per fare grande se stesso, ha voluto anche lui, sia pure in senso opposto, rinnegare il MSI accontentandosi di una specie di piccola fiammella piu’ somigliante a un carciofo che a una fiamma, innescando una bomba che scoppiando ha determinato i mille frammenti in cui e’ ridotto oggi il mondo che nel 1946 avevamo ricostruito, dopo la mattanza celebrata ancora oggi, il 25 aprile di ogni anno.

Purtroppo Nicola Rao e’ rimasto inconsapevole vittima di tutto questo e involontariamente ha dato un contributo alla impossibilità di riunire tutti quei frammenti e ricostruire un grande partito capace di rappresentare nei suoi insuperati fondamenti ideali il fascismo del duemila.

Operazione impossibile senza riallacciarsi al fascismo attraverso il riconoscimento e la rivalorizzazione della storia del MSI. Perche’ solo così, quando parliamo di fascismo, il popolo non penserà che siamo strani esseri un poco pazzi e simpatici, paracadutati da Marte, ma ci riconoscerà come gli eredi di una lunga e importante storia iniziata nel 1919, con quella grande rivolta ideale iniziata da un genio che ha dettato le uniche Idee che potranno creare nel prossimo secolo il mondo che ciascuno di noi sogna, un mondo ordinato e libero dove regni la giustizia sociale per realizzare la quale molti di noi sono morti e molti continuano a lottare.


Nando Ventra

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venerdì, 30 marzo 2007

Ho appena terminato la lettura di questo bel libro al quale mi ero avvicinato dopo averne sentito parlare con accenti entusiastici da parte di alcuni giovani camerati, e quindi senza pregiudizi.

Non mi e’ piaciuto.

Lo dico subito con la mia abituale franchezza. Naturalmente nessun intento polemico nei confronti dell’autore. Credo Nicola Rao, che non conosco, sia un ottimo giornalista e anche, a giudicare da questo libro, un ottimo scrittore. Con piglio giornalistico, intervistando testimoni e protagonisti ha tentato un’impresa che non poteva riuscire. Con eccezionale bravura di cronista è riuscito a descrivere alcuni fatti di cui è stato testimone oculare.

Ha comunicato emozioni profonde quando ha fatto la cronaca del funerale di Peppe Dimitri e descrivendo tanti altri momenti per i quali fa sentire che sono “ carne della sua carne”.

E’ veramente un peccato che invece abbia fallito nel tentativo di ricostruire la storia del Fascismo dopo Mussolini.

E’ certamente apprezzabile il volonteroso tentativo ma , per il rispetto che devo a me stesso e soprattutto ai tanti camerati che non ci sono piu’, non posso non denunciare le troppe inesattezze e dimenticanze che tolgono a questo libro ogni valore dal punto di vista storico soprattutto perche’, oltre alla distorsione di fatti precisi, non riesce a ritrasmettere, a far rivivere lo spirito, l’atmosfera, l’umanita’ che hanno caratterizzato il mondo e le ragioni dei fascisti dal 1943 ai giorni nostri.

Le piu’ gravi lacune naturalmente riguardano gli anni che non ha potuto vivere e conoscere direttamente, il periodo importantissimo dei trenta anni che vanno dal 1943 al 1973.

Naturalmente la colpa di questo, ammesso si possa considerare una colpa, non e’ sua.

Credo la si possa ripartire fra i tanti testimoni intervistati da Rao (probabilmente colpiti da amnesie) lasciandone la parte maggiore ad Arturo Michelini ( per un refuso era venuto scritto Nichelini…e sono stato in dubbio se correggere) che, per risparmiare qualche lira, quando ci fu il trasloco da corso Vitt.E 24 a via 4 fontane fece praticamente distruggere la maggior parte dei documenti e delle carte che sarebbero servite a una migliore ricostruzione della storia del MSI.

Oltre a questo Nichelini, fra i tanti suoi meriti, non aveva certo quello di una eccessiva cultura e questo lo indusse a trascurare ogni suggerimento che gli veniva dato circa la necessita’ che almeno qualcuno si impegnasse sul piano culturale anche a tutelare la memoria delle origini.

Adalberto Baldoni, che a differenza del fratello Romolo ( splendido attivista), era particolarmente portato a scrivere e studiare potrebbe testimoniare, se lo ricorda, di quanta ostilita’ trovassero i miei tentativi di fargli dare una mano, nonostante in quel periodo godessi di una certa autorità nel Partito essendo il Seg.Naz. del Ragg.Giov. SS.LL, incarico in cui poi fui sostituito da Angelo Nicosia.

Purtroppo lo spazio di cui dispongo non consente di approfondire questo dibattito, e Dio solo sa quanto ce ne sarebbe bisogno di creare un’occasione di lavoro in cui poterci confrontare e rivolgerci in noi stessi senza polemiche ma con spirito ricostruttivo e di chiarimento.

Cercherò di rendere piu’ facilmente comprensibile il mio punto di vista con alcuni esempi:

Avere dimenticato fra i presenti alla gestazione e alla nascita del MSI il mio nome non e’ certo cosa grave, anzi, forse e’ addirittura giusto dato che io ero un ragazzo presente solo perche’ in compagnia di mio padre. Avere dimenticato lui, il mitico comandante della GNR a Roma fino al giorno dell’entrata degli americani e poi a Torino fino al 27 aprile del 1945 puo’ ancora passare per una semplice dimenticanza ma e’, non dico grave ma certamente antistorico, aver dimenticato figure di primaria importanza come per esempio Vittoria Nunzi e il generale Gatteschi, comandante in capo delle eroiche “ Ausiliarie” della RSI, per citare due donne o Pierfrancesco Nistri e lo stesso Olo Nunzi citato solo fra i componenti del “senato clandestino” mentre chi ha frequentato le prime riunioni in piazza del popolo nell’elegante abitazione del Conte Mario Vaselli non puo’ non ricordare la lucidità, la cultura con cui quest’uomo dette un contributo insostituibile alla nascita di quello che sarebbe diventato il MSI.

Altro esempio: puo’ rappresentare una ricostruzione obiettiva della storia della destra fascista aver dedicato il piu’ bel capitolo del libro al funerale del camerata Dimitri( episodio certamente emblematico e importante) e non aver trovato il modo per fare almeno un cenno alle due piu’ grandi manifestazioni di popolo fascista ( sia pure senza ministri)nella Roma “liberata” e cioè i funerali del Maresciallo Graziani e di Renato Ricci?

E ancora, io ho una grande stima per il camerata Paolo Signorelli che ammiro al di la’ di certe sue opinioni che non condivido e la storia di Paolo e’ cosi importante che non ha bisogno di elogi o riconoscimenti di nessun tipo. E’ tuttavia un falso storico affermare, come e’ detto nel libro, che Paolo era il leader degli studenti universitari romani. In quegli anni, chi c’era puo’ testimoniare che leader romano del FUAN era Giulio Caradonna che insieme a Giulio Ricci ( i due Giulietti li chiamava mio padre) a Ficarelli e tanti altri si erano stretti intorno al giornale “La Caravella”che veniva creato proprio in quegli uffici di via Lazio ( con vista dalla finestra su via Veneto ) che era l’uffico di Olo Nunzi, ufficio in cui ricordo il giorno in cui si presentò Ernesto De Marzio a chiedere se poteva avere la tessera del MSI.

Certo, aver citato per 62 volte il nome di Pino Rauti potrebbe essere giustificato dal fatto che questo megalomane , che il mio amico Tomaso Staiti chiama giustamente “ Il pittore delle capocchie di spillo” e’ certamente, insieme a Gianfranco Fini colui che ha determinato i maggiori disastri per il Fascismo dopo il 25 aprile del 1945.

Mi pare dunque poter dimostrare come da questo libro non si possa avere un’idea di cosa sia stata la storia “ dal fascio alla fiamma, alla celtica”, anzi.

Se ne ricava un’immagine falsa e distorta, ancora come esempio, anche dal fatto che Delle Chiaie sia citato piu’ volte di Enzo Erra e di Pino Romualdi. Con tutta la simpatia che si puo’ avere per Stefano, mi pare che rispetto a questi due protagonisti, la sua storia non possa che occupare un posto di secondo piano.

Chiaramente si potrebbe continuare fino a riscrivere un altro libro ma non e’ questa la mia intenzione e non lo riterrei nemmeno utile.

Quello che invece mi pare necessario sarebbe la possibilità che qualcuno avesse la forza e la capacita’ di riunire per un seminario di studi tutte le persone disponibili e disposte a dare il proprio contributo per confrontarsi e riscrivere insieme, a futura memoria, la storia dell’epopea di cui,ciascuno per la sua parte, siamo stati testimoni e protagonisti.

Potrebbe essere utilissimo anche al fine di riallacciare le fila disperse in mille rivoli e ricostruire una piattaforma anche politica che nel futuro possa continuare a tenere alta la bandiera delle nostre idee in modo che non sia stato versato invano il sangue di coloro che per l’Idea fascista hanno dato la vita.

Confesso che, alla fine della lettura di questo bel libro per il quale si deve dare atto all’autore del grande impegno con cui lo ha realizzato mi sono tuttavia sentito come mi era capitato davanti a uno di questi grandi ” puzzle” dopo che una mano dispettosa si fosse divertita a mischiarne tutti gli elementi.

Ho pensato al caos che regna fra le macerie di quello che e’ stato per tutta la vita il mio mondo, e mi sono cascate le braccia. Ho avuto la sensazione fisica che non ci fose piu’ niente da fare.

In questi giorni tuttavia ho conosciuto degli splendidi ragazzi, quelli di “Casa Pound” e mi e’ parso, per merito loro, di intravedere una piccola luce in fondo al tunnel.

E la speranza e’ rinata.

Nando Ventra

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giovedì, 29 marzo 2007

Tutto dipende da quanti siete, dalla vostra età, dalla città in cui vivete. Ma, in tutti i casi, non solo dovete agire ma, soprattutto, potete agire.

PRIMA IPOTESI: siete soli, o due-tre in un comune di meno di 50.000 abitanti.
La priorità é di avere il ruolo di una presenza nazionalista, “marcando” il territorio. Come farlo? Il sistema migliore restano gli adesivi. 500 adesivi, attaccati tutti in una stessa zona, sono difficili da ignorare. Dove agire? Là dove sono pù visibili: centro città, vicino a scuole superiori e università, centri commerciali….
Inutile impazzire a incollare in tutti i quartieri: dovete concentrare i vostri sforzi, non disperderli. Attenzione: i fuochi di paglia non servono a nulla. Attaccare 200 adesivi in una settimana e successivamente non fare più niente per sei mesi non é un’azione politica: é una crisi adolescenziale. I vostri adesivi devono essere regolarmente “intrattenuti”.
Sappiate che ovunque attaccherete un adesivo ci sarà pronto un comunista a staccarlo. Posizionateli quindi molto in basso (alla base di un vaso, ad esempio, o di un palo), non all’altezza dello sguardo. Per voi non cambierà molto, ed i passanti lo noteranno ugualmente (certo, anche a seconda del colore). In compenso, l’attivista di sinistra dovrà chinarsi in una posizione piuttosto umiliante per staccarli, ed é provato che dopo due o tre figure ridicole in cui sicuramente non passerà inosservato, abbandonerà il campo facilmente.

SECONDA IPOTESI: siete già un piccolo gruppo militante formato, e siete più di 5. Oltre a fare come descritto sopra, potete cimentarvi in vere azioni “visibili”. Potete ad esempio scegliere un quartiere e dichiararlo “zona nazionalista”. Per fare questo, avvertite con un bombardamento di adesivi e comunicazioni che la tale area é ora definita come tale. Nel perimetro scelto, nessun poster o volantino comunista, anarchico, ma anche di concerti rap e via dicendo, deve “sopravvivere” per più di una mezza giornata. Ovviamente la vostra propaganda deve estendersi sui muri di tutta l’area con grande sicurezza. Naturalmente, é vivamente consigliato di lanciarsi in questo genere di azioni solo se ci si sente abbastanza forti. Al fine di non rendersi ridicoli, la “zona” deve contare diverse di strade, ed in generale, si sceglie il quartiere dove si trova il “bar camerata” di servizio…

Non si tratta che di suggerimenti. Ci sono un sacco di cose possibili da fare, ma bisogna comunque agire, fissandosi degli obiettivi a breve termine e raggiungendoli. Siate dei veri miltanti. Lasciate i banconi dei bar agli altri ed agite! Scendete in campo! Le nostre idee non esistono se non sono visibili agli occhi dei nostri compatrioti.

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categoria:militanza
giovedì, 29 marzo 2007

Un difetto che caratterizza l’ambiente politico che, in teoria, si pone a difesa dei Valori Eterni della Tradizione è l’incapacità degli elementi che lo compongono di cogliere l’importanza essenziale che la crescita interna del militante riveste nella costituzione di uno schieramento realmente rivoluzionario. Ognuno di noi è a conoscenza di quanti siano stati i giovani che, dal dopoguerra ad oggi, sono passati tra le file delle varie organizzazioni che, nella loro eterogeneità, hanno rappresentato dei tentativi di reazione all’avanzata del falso progresso in cui la nostra società è sempre più coinvolta. La maggior parte di questi, dopo aver militato con impegno per alcuni anni, spinti spesso da sincero entusiasmo, hanno poi abbandonato la lotta e, con una scusa o con l’altra, hanno pian piano ripiegato, nella vita borghese contro la quale avevano, fino ad allora, tanto inveito. Sappiamo bene, inoltre, quanto numerose siano, nel «nostro» ambiente, le persone che sulla Tradizione, sui suoi Valori, sull’«Uomo nuovo», hanno letto e pensato così tanto da essere capaci di tenere conferenze. Sono ben poche, però, quelle tra esse che si sono poste seriamente di fronte e se stesse per prendere la radicale decisione di votare la propria esistenza a quei Valori di cui tanto parlano, prendendo coscienza del fatto che ormai "..è giunto il tempo delle affermazioni sovrane e delle negazioni assolute..", e che non è più tempo di chiacchiere, se mai lo è stato! Queste figure umane, per molti versi dissimili tra loro, hanno in comune la capacità di testimoniare il fallimento di un ambiente che, da tante belle parole, non ha saputo far seguire fatti concreti. E la scusa non può essere certo la mancanza di punti di riferimento dottrinari: già su "Orientamenti" J. Evola chiariva in modo inequivocabile che la formazione dell’individuo ha la preminenza sull’azione politica esteriore, in quanto non è possibile portare ordine all’esterno se già non lo si possiede internamente e non lo si rappresenta con il proprio stile di vita. E’ a darsi una «forma» che dovrebbe badare, prima di tutto, chi volesse impegnarsi seriamente sul fronte della Tradizione in un’epoca oscura come quella attuale. Altrimenti non si farebbe altro che alimentare fuochi di paglia per poi andare ad aumentare il numero di coloro che hanno fatto politica per gratificazione personale, per compensare le frustrazioni della propria vita privata, per distogliere lo sguardo, agitandosi, dal proprio vuoto interiore o, più semplicemente, per moda. Nelle diverse civiltà tradizionali troviamo ricorrenti i due concetti che nell’Islam prendono il nome di "Piccola Guerra Santa" e "Grande Guerra Santa", che nella concezione tradizionale della vita, esprimono il Valore Sacro dell’ azione politica, il quale va ben oltre la logica utilitaristica a cui la storiografia moderna vorrebbe ricondurlo. La "Grande Guerra Santa", la più difficile, è quella che si combatte contro i condizionamenti che il mondo moderno esercita su noi stessi (materialismo, egoismo, meschinità, individualismo, etc..), condizionamenti dei quali, peraltro, non sempre siamo coscienti e che tendono a renderci sostanzialmente simili ai nostri avversari. Vincere la "Grande Guerra Santa" significa erigere in se stessi una fortezza inattaccabile, costruita non sulle instabili sabbie dell’ intellettualismo, né su quelle dell’entusiasmo estemporaneo, bensì sulla solida roccia costituita dal profondo mutamento interiore che segna lo spartiacque tra l’Uomo della Tradizione e quelli del mondo moderno.

La "Piccola Guerra Santa" non rappresenta altro che la trasposizione della prima, nella vita di tutti i giorni la quale nei secoli, aldilà delle differenti forme in cui si è manifestata, ha sempre conservato il carattere essenziale della "Testimonianza", per cui si andavano ad attuare e manifestare anche nel campo politico e sociale un Ordine ed un’Armonia Superiori. Attraverso questo, ogni cosa, trova il suo naturale collocamento nella Gerarchia (dal greco "ieros", sacro; "arkhè", principio, ordine, autorità: ordine sacro) che si andrà a formare intorno a colui che meglio avrà saputo incarnare ed affermare i Valori dello Spirito. Il valore simbolico della Piccola e della Grande "Guerra Santa", attribuisce alle stesse un significato assoluto ed una valenza intrinseca indipendente dai risultati, limitati in spazio e tempo, che da esse scaturiranno. Soltanto in questi termini, per noi, la politica ha un senso. Soltanto questa è la strada che conduce alla vittoria.

RAIDO
A I n°0 Equinozio d’autunno  1995
CONTRIBUTI PER IL FRONTE DELLA TRADIZIONE

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categoria:militanza
giovedì, 29 marzo 2007

Tratto da Azione Tradizionale

Inseriamo di seguito la recensione completa del film, secondo quella che è la visione della Comunità Militante di Raido.

Ci si poteva aspettare, visto il trailer e i cartelloni pubblicitari, che non sarebbe stato il film perfetto su Sparta, ma pensavamo sicuramente a qualcosa di migliore di quello che abbiamo visto. La storia delle Termopili e della vita spartana, agli occhi di un americano, forse, non poteva essere vista altrimenti. Lontani dalle cifre del successo ai botteghini Usa, della polemica con Ahmadinejad (che abbiamo scoperto avere ancora una volta ragione), tentiamo di fare una breve analisi della pellicola ispirata al fumetto. Prima considerazione obbligatoria da fare: gli spartani come trucide macchine da guerra, esseri viventi votati al solo sforzo fisico e bellico, somiglianti a tratti ai centocelle nightmare, è sicuramente limitante. Mancano le lotte interne agli uomini, quella che potrebbe essere vista come grande guerra santa, manca la sconfitta delle proprie paure (che nel libro “Le porte di fuoco” è rappresentata benissimo), manca tutto ciò che, insomma, è oltre la materia. Manca l’elemento spirituale, quello più profondo di ogni uomo, e che lo è stato per ogni guerriero spartano. Nel mondo attuale, nel quale tutto è filtrato con le lenti materialistiche, può facilmente sembrare assurdo e inconcepibile un tale aspetto, ma la guerra era anche ascesi, la guerra era di sicuro intrisa di qualcosa di mistico, e la rappresentazione che viene fatta dei sacerdoti spartani, come di vecchi avidi e corrotti stregoni, ai quali Leonida doveva rispetto solo in ossequio a vecchie tradizioni che osservava con malumore, ci sembra alquanto distorta.Il furore che anima le azioni degli spartani è eccessivo e fin troppo stucchevole, ma al tempo stesso comprensibile, visto che il film ha carattere “fumettistico”: ci immaginiamo al contrario un freddo e lucido distacco anche nei confronti della battaglia stessa, un controllo totale dei propri mezzi e della propria forza, che veniva dominata di contro alla massa di soldati che gli si scagliava contro, in preda a quello che veniva chiamato “furor”, una rabbia incontrollata, che non aveva nulla a che fare con lo spirito spartano. A tal proposito, frase che ci ha fatto sorridere (amaramente, visto che le azioni erano sempre guidate dall’amore per la virtù e per Sparta stessa), è quella del comandante che, vedendosi decapitare davanti a sé il figlio, confida al re spartano di avere il cuore “gonfio d’odio”, per essere poi seguito da una pacca d’approvazione di Leonida stesso.Ci fa sorridere l’”accoglienza” riservata agli ambasciatori persiani, trucidati senza troppi motivi (tra l’altro dopo l’“autorizzazione” della Regina, moglie di Leonida, quasi come se fosse data a lei l’ultima parola per uccidere i legati persiani), quando invece nel succitato libro si nota un rapporto (normale per quella razza di uomini) quasi confidenziale con l’ambasciatore, rapporto che non nascondeva nessun risentimento o odio precostituito, chè era un confronto tra uomini nobili e leali, che si sarebbero combattuti sul campo la vittoria.Fa sorridere ancora di più (e non solo a noi, ma a tutta la sala) Serse, il Re dei Re persiano. Nella visione americana delle cose, è normalità vedere tutto bianco contro nero, in un costante e imperante manicheismo. Ma di certo Serse non era quell’omone con rossetto e piercing, dalle ambigue tendenze, come ce lo ha disegnato il regista. E di certo sotto le maschere dell’esercito degli Immortali non si celavano strani figuri decrepiti e inguardabili: tali maschere avevano infatti la funzione di rendere l’azione del guerriero totalmente impersonale.Ci fanno sorridere (sempre amaramente) inoltre le molte imprecisioni, come lo scudo lasciato a terra da Leonida di fronte a Serse, gesto questo che era considerato, invece, come il peggiore e più intollerabile per ogni spartano, essendo lo scudo il mezzo per la difesa di sé e dei propri compagni. O come il discorso incitante ai diritti degli spartani, o quello ultimo contro il misticismo (perché, e cosa c’entrava?).La pellicola riserva, in qualche momento, scene spettacolari di guerra, e momenti brillanti, e sarebbe stato difficile non riuscirci, in almeno qualche momento, considerato l’enorme valore di quei soldati e le loro memorabili risposte alle provocazioni dei nemici. Ma le inesattezze storiche, il troppo sangue, la mancata presenza di aspetti sacri negli spartani, e il voler vedere sempre tutto come i “buoni contro i cattivi”, rendono questo film molto superficiale, adatto ad un pubblico di quattordicenni americani con la pistola in mano che magari facendosi chiamare spartani aspirano a diventare i nuovi rambo alla caccia del nemico asiatico.

Cos’è stata Sparta, allora? E’ stata quella città di pazzi sanguinari, di assetati d’odio e vendetta, di inalberati e ciechi guerrieri, simili a robot indomabili? Non crediamo.

E’ stata, di sicuro, una città di uomini e donne liberi. Di uomini che hanno dato, perché lo hanno voluto, la loro vita alla virtù, che hanno saputo coltivare il loro essere uomini con le armi in mano, nella continua ricerca della perfezione e miglioramento di sé, e di donne coraggiose che hanno amato e coltivato la loro natura, che significava dare al mondo nuovi guerrieri spartani e crescerli, e accettare ogni sorte che ciò poteva comportare, dalla morte in battaglia all’allontanamento, senza versare inutili lacrime e infondendo coraggio allorquando ve n’era bisogno. Sono stati uomini, quelli spartani, che hanno lottato con e per l’onore, che hanno lottato per la propria terra, per la giustizia, conoscendo il sacrificio e lambendo le porte del Sacro con il loro sangue ed il loro Esempio. Sono stati uomini che hanno fondato una città, che, lontanamente dai deliri holliwoodiani, è oggi il simbolo e il faro per migliaia di giovani che vogliono far brillare dentro di sé quella luce di divino che ognuno di noi nasconde.

Per disintossicarsi dal misto di sangue e materia del film, allora, consigliamo per l’ennesima volta la lettura di quel fantastico libro che rappresenta in modo fedelissimo ed esaltante (come altrimenti non potrebbe essere) il mondo spartano e la battaglia delle Termopili, che è “Le porte di fuoco”. Libro che fa vibrare davvero certe corde, libro che rispecchia fedelmente quella che è stata Sparta e che spinge chiunque abbia una certa sensibilità, a emulare le eroiche gesta dei 300 spartani alle Termopili.

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categoria:film
giovedì, 29 marzo 2007

(ANSA) - ROMA, 27 MAR - A Como e Palermo favorito il centrodestra, a Genova il centrosinistra. E' il risultato di un sondaggio di Ekma. Dalle interviste emerge la riconferma dei sindaci appartenenti alle coalizioni che hanno sin qui governato i tre comuni. Ecco in dettaglio i risultati del sondaggio. Como: Stefano Bruni (Cdl) 56%, Luca Gaffuri (Unione) 44%. Genova: Marta Vincenzi (Unione) 52%, Enrico Musso (Cdl) 48%. Palermo: Diego Cammarata (Cdl) 52%; Leoluca Orlando (Unione) 48%.

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categoria:politica, politica siciliana
mercoledì, 28 marzo 2007

Documentario girato in tre anni nell'africa immediatamente post-coloniale. Si nota l'incapacità all'autogovernarsi da parte dei governi autoctoni finalmente indipendenti, e l'imperialismo inglese che, a differenza di quello italiano, arriva, sfrutta il più possibile quello che c'è da prendere e poi se ne rivà con indifferenza senza aver costruito niente o poco e senza aver dato un ordinamento generico.

Clicca sull'immagine di sopra per vederlo

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categoria:
mercoledì, 28 marzo 2007

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categoria:immagini
mercoledì, 28 marzo 2007

La Warner Bros ha diffuso in rete il trailer ufficiale di 300, prossima pellicola del giovane regista Zack Snyder (L'ALBA DEI MORTI VIVENTI - 2004). Il video è visibile sul sito della Apple a questo link: 300. La storia è tratta dall'omonimo romanzo grafico di Frank Miller. Il plot riguarda l'antica e leggendaria battaglia delle Termopili, nel corso della quale Re Leonida (interpretato da Gerard Butler) e 300 Spartani affrontarono fino alla morte Serse e il suo possente esercito di Persiani.
Il film, che sarà distribuito il 9 marzo del prossimo anno, riporterà il genio di Frank Miller sullo schermo, dopo l'acclamato SIN CITY (per la regia di Robert Rodriguez).

Clicca sull'immagine di sopra per vederlo.

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categoria:immagini, film
mercoledì, 28 marzo 2007

Qualcuno di voi ricorda quando è stata l'ultima volta che l'ARS ha legiferato? No? Ve lo dico subito: due mesi fa.

Due mesi di silenzio che, udite udite, sono stati infranti ieri. Ieri all'ARS si lavorava!! Minkia, e che succidia?? No troppo anomalo, non è degno della Sicilia.

Così ho dato un occhiata al Giornale di Sicilia per vedere cosa era successo.

AUFF!! Tutto in ordine, i nostri rappresentanti hanno soltanto approvato una leggina piccina picciò che permette a coloro che sono deputati e sindaci di cumulare le indennità. Un doppio stipendio pulito come mani lavate con finissimo sapone Chanel. Ma chi fu questo mito? No non ci credo, ho toccato il fondo dei miei occhi: ragà, è Falzone, no, non Calzone, Falzone, dai quello di AN, quello raccomandato da Gasparri. E' incredibile come un partito di vecchia data e di consolidata fama, la DC, abbia migliorato la sua immagine con gente nuova e logo nuovo. Si un bel logo. Con una fiamma tricolore che esce da un trapezio con scritto MSI (mi ma dove l'avrò visto stù segno). Complimenti al responsabile immagine della DC-Likud (qualcuno porta anche la mitica Kippah, ma preferisco la cara vecchia coppoletta). Ma d'altronde col passare del tempo devono esserci questi cambiamenti d'immagine,non come quei nostalgici dell'UDC che, a furia di tornare al passato, non sanno più dove stare,a destra o a sinistra.

Basta con questi nostalgismi, Casini, il vero futuro è a Destra, la nuova casa del Centrismo Cristiano Democratico c'è già (unico inconveniente: una base stranamente innamorata di un simbolo strano, una croce celta, celtca, ah si Celtica, e discorsi strani su duce, fasci, BOOH!!).

Alleanza Nazionale....e sai cosa voti!!

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mercoledì, 28 marzo 2007

Sempre alta la tensione nei villaggi che circondano la clinica Carlo Terracciano. Dopo gli scontri dei giorni scorsi seguiti agli attacchi delle truppe di Rangoon contro le posizioni della guerriglia Karen e alla occupazione di diversi centri abitati, la situazione sul fronte di Kler Law Seh (dove sorge la clinica di Popoli) vede una nuova concentrazione di soldati birmani. Secondo fonti dell'esercito di liberazione Karen, i Birmani starebbero preparando un nuovo massiccio attacco volto a riconquistare ampie fette di territorio lungo il confine con la Thailandia.
Impegnato in questo tentativo è l'81° battaglione di fanteria, che ha già consolidato posizioni attorno ai principali villaggi Karen della zona. I soldati sono dotati di mortai pesanti da 82 e da 120 millimetri.
A causa della situazione, i civili che avevano lasciato i loro villaggi durante gli attacchi dell�8 e 9 marzo non possono rientrare alle loro abitazioni.
Il Comandante Nerdah, alla guida dei reparti di autodifesa Karen, ci ha detto ieri che un attacco da parte dell'esercito è possibile da un momento all'altro.
Va ricordato che il colonnello Nerdah, figlio del leader storico della resistenza, Bo Mya, è uno dei guerriglieri più attivi nelle operazioni condotte dall'esercito di liberazione Karen contro le fabbriche di eroina e di anfetamine che rappresentano una ricchissima fonte di guadagno per la giunta birmana. Non è da escludere che dietro ai recenti attacchi vi sia il tentativo da parte del governo birmano di dare un duro colpo proprio ai reparti di Nerdah.
I Karen, per motivi etici e politici, da sempre combattono con rigore e pagando un altissimo prezzo in vite umane contro la produzione ed il commercio di ogni tipo di droga.

MAI COME ORA E' IMPORTANTE VERSARE IL VOSTRO CINQUE PER MILLE ALLA COMUNITA' SOLIDARISTA POPOLI

Anche quest'anno la Legge Finanziaria prevede la possibilità di destinare il cinque per mille delle vostre imposte a POPOLI, in quanto ONLUS (organizzazione non lucrativa di utilità sociale) iscritta all'Albo dell'Agenzia delle Entrate.
Non è una tassa in più: siete voi a decidere, liberamente, a chi destinare il vostro cinque per mille.
Come fare per destinare il cinque per mille a POPOLI ?
I modelli CUD, 730 e UNICO contengono uno spazio dedicato al cinque per mille.
Mettete la vostra firma nella prima sezione (quella relativa al "Sostegno del volontariato.") e indicate il codice fiscale di POPOLI.

Il codice fiscale di POPOLI è 03119750234

Il vostro contributo finanzierà le iniziative che da oltre sei anni la Comunità Popoli conduce in sostegno del popolo Karen (ospedali, scuole). Un popolo che si batte con coraggio per la propria autodeterminazione e contro la produzione ed il traffico di ogni tipo di droga. In particolare oggi che i birmani stanno tentando di spazar via i Karen il contributo è
vitale

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