martedì, 01 dicembre 2009
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martedì, 01 dicembre 2009
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martedì, 01 dicembre 2009

europe.gifPerché tutto sommato non sono contrario al trattato europeo

Entra oggi in vigore il Trattato di Lisbona che concede maggiori poteri all'Unione Europea a scapito di quelli nazionali.
Il Trattato è tutt'altro che ottimale e da magnificare. Contro di esso si alzano da tempo le voci delle nicchie antagoniste affascinate a priori da ogni cosa che faccia attrito a qualunque dinamica e che oggi  s'illudono di sposare il sentimento di disagio delle minoranze euroscettiche.

Ne conosciamo i temi salienti. Protestano contro la perdita di sovranità nazionale.
Questo ha senso per gli inglesi la cui potenza, già minata alla base dalla miscela d'imbecillità e di tradimento di Winston Churchill che durante la guerra li privò dell'impero, va ora sbriciolandosi fronte alla rivincita continentale in atto da quando abbiamo varato l'Euro. Un po' meno senso questa tesi l'ha per le nazioni vinte in guerra: per la Germania che dalla Ue e dall'Euro ha riacquisito potenza e per l'Italia che di sovranità non ne ha, né interna né esterna, da sei decenni e mezzo. Il che è sotto gli occhi di tutti; internamente la nostra nazione è spartita da gruppi internazionalisti come la mafia, che fa capo a New York, il Vaticano, e le centrali finanziarie dipendenti da Londra. Per non parlare dell'indipendenza militare: venticinque anni fa il capogruppo socialista al Senato, Formica, rivelò l'esistenza di una clausola segreta firmata durante la resa dell'8 settembre per la quale i nostri servizi militari dipendono direttamente dagli Usa. Quale sovranità sarebbe dunque minacciata dal Trattato?

Quella finanziaria, ci dicono gli anti-euro, e snocciolano il rosario dell'usura, del signoraggio, della tradita proprietà del popolo. Tutte cose giuste ma che, e questo è il punto,  non dipendono dal varo dell'Euro o della Banca Centrale Europea perché erano prerogative anche prima di tutte le banche nazionali e di tutte le valute. Il vagheggiato ritorno alla Lira – che non ci sarà – manterrebbe per intero l'impianto sistemico che viene criticato, aggiungendovi però la provincializzazione di un'Italia impoverita, priva di competitività e lontana da qualsiasi partecipazione a potenza.
Se però uscissimo tutti dall'Euro, obietta qualcuno, e si tornasse alla situazione di vent'anni fa...
E' fisicamente impossibile perché mai nella vita e nella storia si è riusciti a tornare a un quadro precedente, a fermare il tempo, a bloccare alcunché (“Panta Rei”, tutto scorre, diceva addolorato Eraclito). Se però, per ipotesi di terzo tipo, ciò accadesse, i risultati sarebbero i seguenti: freno del calo di potenza inglese, interruzione della presa di potenza europea, riduzione dell'Europa a ventre molle delle prossime contese e suo avvio alla totale schiavitù.

Ma c'è la dipendenza politica, replicherebbero gli anti-euro. Perché gli esponenti politici e anche quelli finanziari dipendono dal partito atlantico, dalle massonerie, dai poteri forti e dai club.
Già: perchè gli altri, quelli delle nazioni borghesi, da chi dipendono, a che gruppi appartengono?
Chi non ha percezione delle dinamiche, si sofferma a osservare le meccaniche e con esse i marchi di fabbrica e di proprietà; ma le dinamiche contano eccome. E la dinamica degli interessi economici ed energetici europei, unita a quella delle mutazioni di relazioni di potenza internazionale, impone all'Europa di posizionarsi molto meglio di qualunque sua singola parte; lo ha dimostrato la crisi georgiana con la scelta di campo russa compiuta, pur con tutta la diplomazia del caso, addirittura quando il portavoce comunitario era Kouchner, uomo del partito atlantico, d'Israele e del globalismo, che però non poteva pronunciarsi contro gli interessi compatti dei capitali tedeschi e francesi nonché italiani, olandesi e via dicendo.

Rimane il rischio dei mandati di cattura europei, che consentono a chi violi per esempio una legge polacca di essere estradato in Polonia dal suo paese d'origine senza che la magistratura nazionale lo possa salvaguardare. Su questo punto sono d'accordo per dare battaglia, ma è qualcosa che dovrebbe preoccupare i cittadini di una nazione garantista, come la Danimarca, non noi.
Difficile trovare in Europa una tradizione così ampia e continuativa di processi politici, di condanne ideologiche, di violenze alla legge praticate a danno degli imputati. Roba da anni d'emergenza? Sarà, ma la scandalosa sentenza–Ciavardini è di ieri.

Quest'Europa non ci piace, non è l'Europa ghibellina, non è l'Europa rinata con Napoleone né quella dell'emancipazione e della libertà dei popoli che aveva riunito quasi magicamente l'Asse.

C'è molto da fare per contrastare tante tendenze interne a quest'Europa e, se siamo bravi, per imporne altre.
E qui deve far riflettere il fatto che a diciotto anni dal primo trattato, quello di Maastricht, le compagini nazionalistiche e radicali non abbiano ancora prodotto uno straccio di proposta alternativa. Perché fintanto che essa sarà  quella di regredire a schiavi schierandoci (in)consapevolmente dietro gli eredi di coloro che per tre volte spezzarono e soffocarono nel sangue l'ideale europeo, mi tengo anche quest'Europa di Lisbona.
Margaret Thatcher, a ragione nell'ottica inglese, che è anti-europea e anti-italiana per natura, per vocazione e per necessità, ha riepilogato il senso del suo anti-europeismo che si basa sull'anti-germanesimo. “Solo il coinvolgimento militare e politico degli Stati Uniti in Europa – scriveva nelle sue memorie nel 1993 – e un rapporto stretto fra gli altri due più forti Stati sovrani europei, la Gran Bretagna e la Francia, sono sufficienti a bilanciare la potenza tedesca. E nulla di simile sarebbe possibile all'interno di un superstato europeo”. E ancora, a giustificazione del suo fallito operato antiunitario: “L'asse franco-tedesco avrebbe visto Parigi sempre più in minoranza mentre l'America, ritirate le sue forze, si sarebbe ritrovata in disaccordo con il nuovo giocatore europeo nelle politiche mondiali”. Aveva perfettamente ragione, per fortuna.
Sulla base del verbo thatcheriano mai del tutto accantonato, in tutti questi anni è stata Londra, per la difesa della Sterlina e per la salvaguardia del controllo atlantico, a fare da attrito e a brigare per rallentare il Trattato europeo.

Londra contro Berlino, Londra contro l'Europa, la stessa Londra che ci ha fatto costantemente guerra nel Mediterraneo: dal tempo dei Borboni a quello di Mussolini fino alla “strategia della tensione” che fu suscitata e mantenuta per toglierci di mezzo da quello scenario. Cartagine è sempre contro l'Europa. Quest'Europa va modificata ma intanto togliamoci di dosso Cartagine. Ecco perché oggi, che entra in vigore il Trattato di Lisbona, mi schiero tra coloro che lo vedono positivamente. Criticamente ma favorevolmente.

Gabriele Adinolfi

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martedì, 01 dicembre 2009
minaret21.jpg

Svizzera: come t'indirizzo al nulla e  ti castro chirurgicamente ogni reazione all'immigrazione

Innanzitutto i dati e i commenti ufficiali, da  adnkronos:
La Svizzera dice 'no' alla costruzione di nuovi minareti in aggiunta ai quattro già esistenti. Secondo i risultati ufficiali del referendum che si e' svolto oggi nella Confederazione, il 57,5% degli elettori - a sorpresa rispetto alle previsioni della vigilia - si è espresso contro.
A larga maggioranza i cittadini svizzeri hanno deciso oggi di vietare la costruzione dei minareti, ma non l'esportazione di materiale bellico. Stando ai risultati definitivi, il finanziamento speciale del traffico aereo è inoltre stato approvato chiaramente. A dispetto dei sondaggi, l'iniziativa contro l'edificazione dei minareti in Svizzera è stata sostenuta dal 57,5% dei votanti. A contribuire al risultato sorprendente vi e' probabilmente l'elevata partecipazione al voto, che ha raggiunto quasi il 54%.
In Ticino la modifica costituzionale è stata accolta dal 68%, nei Grigioni dal 58,6%. Soltanto quattro cantoni hanno optato per il 'no': Ginevra, Neuchatel, Vaud e Basilea città. Col testo accolto oggi, sono diciassette le iniziative approvate dal popolo e dai cantoni dal 1891. Per l'Unione democratica di centro (Udc), si tratta della quinta vittoria 'solitaria' alle urne negli ultimi cinque anni contro gli altri partiti di governo.
Come previsto e già successo nettamente nella votazione del 1997, l'iniziativa contro l'esportazione di materiale bellico non ha raccolto una maggioranza: ha detto 'no' il 68,2% dei votanti. Tutti i cantoni hanno respinto il testo: in Ticino il tasso di contrari è stato del 62,4%, nei Grigioni del 67,9%. Per quanto riguarda il finanziamento speciale del traffico aereo, il decreto federale non ha suscitato grosse discussioni: ha detto 'sì' il 65% dei votanti. Tutti i cantoni hanno accolto la modifica costituzionale: in Ticino i favorevoli hanno raggiunto il 63,3%, nei Grigioni il 65,4%.
Dall'Italia il presidente del gruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri commenta: "Anche la paziente Svizzera si è stancata del dilagare di immigrazione e Islam. Lo conferma l'esito del referendum sui minareti. Anche in Italia dobbiamo proseguire nella politica del rigore. E' un nostro pieno diritto".
Esulta anche la Lega. ''Ancora una volta dalla vicina Svizzera viene lanciato un esempio di democrazia a tutta l'Europa - afferma il deputato della Lega Nord, Marco Rondini - Un esempio che dovremmo recepire anche nel nostro Paese, dando subito corso alla proposta di legge Cota-Gibelli sulla regolamentazione dei luoghi di culto non cristiani, che fra le altre cose prevede l'obbligo di un referendum consultivo di fronte a qualsiasi richiesta di costruzione di nuove moschee''.
Sendo Rondini ''i nostri 'cugini' svizzeri hanno lanciato un importante segnale contro l'islamizzazione del Vecchio continente. Una deriva strisciante, che va arginata. Perché dove sorge un minareto, non si erige solo una torre. A tal proposito vale sempre la pena ricordare uno slogan caro al premier turco Erdogan: i minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri caschi, le moschee le nostre caserme e i credenti il nostro esercito. E pensare che il primo ministro di Ankara sarebbe un moderato...''

Ma vediamo che significa di fatto tutto ciò
noreporter:

Fantastico esempio di come s'indirizza verso il nulla - e quindi si castra chirurgicamente - il fastidio popolare. Perché se a frenare e a rendere sterile il malumore non bastasse già  l'identificazione artificiale tra immigrazione e Islam con  la consequenziale mobilitazione isterico/parolaia per lo “scontro di religione”, il risultato di questo referendum andrà ben oltre nel rendere impotenti i cittadini elvetici. 
Mobilitati ad arte contro castelli d'aria, gli svizzeri hanno infatti votato contro l'obiettivo che  è stato loro presentato; infatti hanno deciso che non si costruiranno più minareti, non di certo che si chiuderanno le moschee. Insomma è una pagliacciata anche se letta acriticamente all'interno del presunto scontro di religione, che nella fattispecie si è ridotto a pure questioni formali, irrilevanti e marginali: un vero e proprio fuoco d'artificio all'insegna della rodomontata e del flop.
E' come se, per fare un'analogia, ripetto ad un fastidio popolare per l'invasione americana si fosse decretata plebiscitariamente non la chiusura delle basi Nato o un cambio degli accordi economici e militari con Washington bensì l'obbligo per i marines di non cantare a squarciagola durante le ore notturne.
In soldoni questo significa che quando, tra breve, tutti gli svizzeri si accorgeranno che la drammatica situazione migratoria non solo non sarà migliorata ma sarà peggiorata, insieme alla frustrazione sentiranno un senso d'impotenza e di resa.
Fantastica prova dei mangiafuoco. Lo “scontro di civiltà”  serve  d'altronde a rendere sempre più massiccio il fenomeno migratorio proprio perché dà un senso d'inutilità della mobilitazione a chi, schierato sempre e solo a quadrato del nulla, non saprà  mai cosa fare realmente. La psicosi della guerra civile interna e dell'aggressione esterna, unici elementi che resteranno sullo sfondo quando sfumerà la mobilitazione demagogica e virtuale, non faranno altro che rafforzare l'oligarchia impopolare e incompetente e  indebolire anche psicologicamente la vitalità europea a tutto - e solo  - vantaggio atlantico.
Vediamo chi vorrà fare come gli svizzeri: i capponi che per un istante  si credono  galletti, ignari che lo ha deciso il cuoco e che finiranno, castrati anch'essi, allo spiedo.

Noreporter.org

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martedì, 01 dicembre 2009


Roma, 1 dicembre - "Quando un luogo pubblico abbandonato e degradato da anni divenuto luogo di aggregazione giovanile, centro di rivalutazione per l'intero quartiere, posto nel quale centinaia di persone, tra militanti, simpatizzanti, cittadini del quartiere ed istituzioni locali, possono liberamente confrontarsi, viene sgomberato sulla scorta di un problema di ordine pubblico creato ad arte da chi, dopo aver effettuato decine di aggressioni documentate da video e relazioni di Ps, ha occupato uno stabile limitrofo per un solo giorno, ebbene, quando tutto ciò avviene, il messaggio per la collettività è semplice quanto negativo: per colpire gli avversari politici non serve ricorrere alla politica, ma basta far uso della violenza". Così in una nota Gianluca Iannone, Presidente di Casapound Italia, sullo sgombero del'ex convento di Materdei, a Napoli.
 
"Oggi - aggiunge Iannone  - tutti coloro che da settimane si rendono responsabili di aggressioni ad danni dei militanti di Casapound e dell'Hmo cantano vittoria per aver raggiunto l'obbiettivo di aver cacciato da una sola struttura occupata i propri nemici politici, metre continuano ad essere decine gli stabili occupati dagli stessi giustizieri dell'antifascismo".
 
"Al sindaco Iervolino, al Questore ed al Prefetto di Napoli - conclude -  chiediamo se per ripagare questi alfieri della democrazia sia a questo punto sufficiente la creazione di problemi di ordine pubblico in prossimità delle numerose strutture ancora occupate".
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martedì, 01 dicembre 2009
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martedì, 01 dicembre 2009
Assalto della sinistra antagonista a soli 7 ragazzi barricati nell'ex convento di Materdei.

Prima parte
 


Seconda parte
 

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lunedì, 30 novembre 2009
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lunedì, 30 novembre 2009

Il Blocco Studentesco allarga i propri consensi conquistando la presideza nelle città di Fermo, Ascoli, Latina , Aosta e ottiene le vicepresidenze alla consulta di Trento e Avellino.
100 preferenze e 4 consiglieri a Roma con oltre 50 mila studenti rappresentati in tutta la provincia."il nostro sindacalismo studentesco tiene conto delle esigenze specifiche nelle realtà scolastiche locali unito ad un programma nazionale rivoluzionario" afferma Francesco Polacchi responsabile del Blocco Studentesco "i molti consensi ottenuti dimostrano che il Blocco va imponendosi come la vera alternativa alla politica studentesca e come portavoce delle istanze degli studenti. Ad oggi il Blocco Studentesco non può più essere ignorato: è una componente effettiva della politica studentesca italiana"
Ottima presenza a Lecce e in altre 10 consulte provinciali come la CPS di Frosinone e a Verona dove il blocco ottiene 2 seggi nella giunta provinciale.

www.bloccostudentesco.org - www.bloccopalermo.tk

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lunedì, 30 novembre 2009

Il III incontro nazionale di Polaris, le sue tavole rotonde, i progetti in cantiere, i prossimi obiettivi

Dal 27 al 29 novembre si è tenuto sul litorale romano, a Lavinio, il III incontro nazionale del Centro Studi Polaris.
All'ordine del giorno lo stato di avanzamento lavori del Centro Studi e gli aggiornamenti sulla situazione internazionale e nazionale.
Una tavola rotonda, “Crisi di panico”, ha messo in luce le evoluzioni in atto sullo scenario internazionale e ha fornito il quadro delle crisi e delle trasformazioni sul piano finanziario, su quello degli investimenti esteri, su quello geopolitico e su quello sociologico.
In particolare si è messo l'accento sul male principale che attanaglia l'Europa: ovvero l'assenza di vitalismo, di entusiasmo, di volontà.
Alcune ricette meccaniche e dinamiche sono state comunque delineate  sul piano della politica estera,  di quella energetica e di quella economica. Ivi comprese le possibilità d'intervento da parte di minoranze organizzate e qualificate.
Una  seconda tavola rotonda, “A colpi di Stato”, ha affrontato le patologie esistenziali e psicologiche che, sulla falsariga delle pandemie e delle fobie, forniscono alle oligarchie il supporto per mantenere in questo stato e per meglio gestire una stabilità collettiva inerte, una vera e propria stanzialità di massa.
Le testimonianze dirette e lette in parallelo del come sono vissute le atmosfere di terrore e di precarietà in Abruzzo e in Palestina hanno offerto lo spaccato di quali siano i mali da noi in Europa, dove l'idea di comunità di destino è stata soppiantata da quella del contratto sociale, con tutte le catastrofiche conseguenze del caso.
Dal punto di vista economico, psichiatrico, socioculturale e politico si è analizzato il livello
di epidemia di quell'aids ideologico e culturale che ha accompagnato i nostri popoli nel declino biologico e demografico e che li sta letteralmente disintegrando.
Si è messo poi l'accento sulle novità più interessanti e significative in controcorrente che vanno dall'interventismo sociale e politico, alla crescita di ruolo del fenomeno centro studi, fino al grado di vitalità assunto da varie espressioni artistiche e sociali non-conformi. Quelle, per intendersi, che hanno saputo interpretare una cultura del margine, viva, innovativa “dal” margine, da cui fanno irruzione anche con proposte di legge e con modelli aggregativi, e che socioculturalmente si distinguono sempre più dai fenomeni terminali delle tribu urbane che invece esaltano la cultura, del tutto diversa, sia politicamente che psicologicamente, dell'emarginazione.
La dinamica creativa e affermativa che si sta registrando, e cui si sono riconosciute ampie possibilità di crescita, è stata letta nel contesto delle trasformazioni sistemiche statali. L'interventismo infatti acquisisce sempre maggior efficacia e potenzialità specie dove lo Stato e i suoi filtri regolatori abdicano ricordandoci che, in fondo, lo Stato siamo noi.
Nel concerto tra autonomia, sinergia, interventismo, autorità e comunità di destino si è intravista la via per l'acquisizione d'indipendenza e di potenza. D'altronde è l'insieme di quei concetti che sta permettendo alle potenze emergenti o reattive, come la Cina e la Russia, di crescere mentre le potenze classiche, e in particolar modo l'Inghilterra, stanno declinando.
Ribadita la vocazione del Centro Studi, che è quella di suscitare questo concerto e di parteciparvi attivamente, si è confermato il ruolo che Polaris intende andare ad assumere: a cerniera tra il lobbismo e la qualifica delle élites.
A questo punto si è  descritto come intende esprimersi e funzionare la rivista del Centro Studi, il cui varo è previsto nella prossima primavera.
A questo scopo si è avuta una  messa a punto sulla comunicazione, seguita da una riunione redazionale.
Infine si è tenuto un gruppo di lavoro tra i gestori del futuro club di noreporter destinato, tra l'altro, a favorire sinergie lavorative e professionali, oltre che geografiche, tra i lettori del quotidiano web.
Su ambo le novità concrete – rivista e club noreporter – vi aggiorneremo.


Riassunto tecnico
A “Crisi di panico” hanno partecipato: un professore universitario di  economia e finanza, due operatori finanziari internazionali, un esperto di investimenti esteri e un laureato in  lingue esperto di geopolitica.
“A colpi di Stato” ha riunito: un giornalista economista, uno psichiatra, un professionista nella comunicazione e un imprenditore artistico, oltre ai testimoni dei citati casi palestinese ed abruzzese.
La messa a punto sulla comunicazione è stata effettuata da un docente universitario.

www.noreporter.org - www.centrostudipolaris.org

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domenica, 29 novembre 2009
Il Blocco Studenteesco raddoppia i voti alle elezioni della Consulta Provinciale degli Studenti di Roma. 98 voti, 4 consiglieri, 28% e quasi 50mila studenti rappresentati. Primo Movimento della Capitale.

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domenica, 29 novembre 2009

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domenica, 29 novembre 2009

concertoHFB copia

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domenica, 29 novembre 2009

manifestoA3dinamo copiaCATANIA 28 Novembre 2009. Si è svolta stamani la manifestazione indetta dall’associazione Dinamo-studenti all’assalto che ha visto la partecipazione di oltre 300 studenti. Il corteo è partito da P.zza Roma per concludersi in prossimità della sede della Provincia Regionale di Catania in Via Etnem
«Finalmente un corteo che non ha strumentalizzazioni di partiti o sindacati, ma organizzato e gestito da studenti. Siamo scesi in piazza- dichiara Francesco Chittari portavoce dell’associane Dinamo-studenti all’assalto- perché siamo stanchi di pagare sulla nostra pelle le carenze della scuola. Basta farsi un giro nelle scuole - continua Chittari- per rendersi conto di quanto è drammatica la situazione: soffitti cadenti, situazioni igieniche precarie, classi iperaffollate; un esempio su tutti? L’istituto Gemmellaro».
«”Riprendiamoci le nostre scuole” è lo slogan che abbiamo usato per sottolineare che lo studente deve essere messo al centro del sistema scolastico e non essere vittima di scelte assurde quali i tagli, speculazioni editoriali - continua il portavoce di Dinamo- senza garantire un vero diritto al sapere. Abbiamo avuto risposte importanti in particolare da scuole quali la L. Mangano e il G. Marconi che sono scesi in piazza numerosi. Ora alle istituzioni l’onere della risposta, certi che non possono contare sul nostro silenzio ma solo sulla nostra rabbia»


Dinamo - Studenti all’assalto
Sito internet
www.fascinazionedinamo.splinder.com
Mail progettocervantes@libero.it

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domenica, 29 novembre 2009
 
Milano - Il Duce era rimasto nascosto per più di sessant’anni. Al terzo piano del palazzo di giustizia di Milano, nell’aula della Quinta sezione penale, su imputati, avvocati e giudici incombeva il grande affresco. Cristo in trono, una donna genuflessa, e accanto a lei i potenti della terra: Napoleone, Virgilio eccetera. A sinistra dell’Imperatore dei francesi, una grande macchia arancione: perché di fretta e furia, all’indomani della Liberazione, l’affresco era stato censurato all’insegna del politically correct, per fare sparire l’immagine di Benito Mussolini, fondatore del fascismo. E la grande macchia, un po’ buffa e un po’ inquietante, aveva preso il posto del Duce. Da una settimana, Mussolini è tornato alla luce. Il merito è dei restauratori del ministero dei beni culturali, che da oltre un anno stanno lavorando a recuperare i tanti capolavori degli anni Trenta che abbelliscono il tribunale milanese. Vengono riportati agli splendori originari mosaici di Sironi e affreschi di Campigli. Ma si sapeva che la sfida più difficile - e non solo dal punto di vista tecnico - sarebbe stata affrontare l’opera di Primo Conti nell’aula della Quinta penale.

Perché i restauratori non avevano dubbi: Mussolini andava riportato a galla, a costo di sfidare imbarazzi e polemiche. Così i lavori sono proseguiti in modo quasi carbonaro, con i tecnici del ministero chiusi a doppia mandata nell’aula, al riparo da sguardi indiscreti. E con una sola domanda: si sarebbe riuscita a rimuovere la vernice arancione? E cosa sarebbe riapparso, sotto la mano di censura postbellica? Cosa restava del Duce dipinto da Conti? Del dipinto originario non esisteva alcuna documentazione fotografica, nessuno sapeva nemmeno in che posa e in che veste Mussolini fosse stato ritratto.

Le risposte sono andate al di là delle aspettative più ottimiste. Una volta arrampicatisi a tre metri dal suolo, i restauratori hanno scoperto che in realtà l’affresco era stato censurato con un robusto foglio di carta da pacco, incollato al muro e poi dipinto a vernice. È bastato rimuovere la carta, e Sua Eccellenza è riapparso in tutto il suo splendore: di pieno profilo sinistro, elmetto e pastrano militare, mascella quadrata. Mentre Napoleone, accanto a lui, guarda la penitente nuda in ginocchio, Mussolini sembra guardare di sbieco, verso chi entra in aula dalla porta dei testimoni. E adesso? Il restauro è ancora in corso, si lavora per ridare la lucentezza originaria all’intero affresco, maltrattato da sessant’anni di riscaldamento e spifferi, inumidito dall’alito delle arringhe e delle requisitorie. Ma verrà il momento in cui si dovrà presentare al pubblico il risultato. Ed è possibile che il ritorno alla luce di Mussolini possa risultare indigesto a qualcuno. Di ritratti del Duce - come dei suoi slogan o dei suoi simboli - ne sopravvivono parecchi qua e là per la penisola. Ma il Mussolini ritrovato a Milano sarebbe l’unico a svettare in un’aula di giustizia. Sotto i piedi del Duce andrà presto collocata la frase di rito, «La legge è uguale per tutti». Sotto lo sguardo in tralice di Mussolini verranno pronunciate le sentenze in nome della Repubblica.

Quanto ci vorrà prima che qualcuno - giudice, avvocato, imputato - sollevi qualche obiezione? L’aspetto singolare della faccenda è che non sarebbe la prima volta che l’affresco della Quinta sezione si ritroverebbe al centro delle polemiche. Fin dalla sua realizzazione, l’opera di Primo Conti era stata attaccata da più parti: ma, in quel caso, con l’accusa di essere troppo poco fascista.
Nell’allegoria, intitolata «La Giustizia del Cielo e della Terra», l’idea di collocare Mussolini ad altezza suolo insieme ad altri potenti della terra - tutti in qualche modo uniti dalla caducità delle glorie umane - era apparsa bizzarra se non irriverente agli esponenti dell’ala più ortodossa del regime. Il fatto che Conti fosse artista di provata fede fascista - un suo ritratto equestre di Mussolini era stato esposto alla Biennale di Venezia - non aveva impedito che venisse chiesta a gran voce la testa della sua opera. Ed erano dovuti intervenire gerarchi liberal come Dino Grandi e Giuseppe Bottai per evitare che sullo sfortunato affresco di Conti si abbattesse la censura fascista prima di quella antifascista.
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